In aria l’hanno fatta saltare. Era una chiesetta come questa che oggi c’è a Moleto. Farabutti! Ma ti rendi conto?! In galera devono andare, ma dimmi te se possibile! E la Sovrintendenza cosa faceva? Si grattava l’ombelico! E adesso cosa fanno? Me la ricostruiscono com’era! Bastardi! Loro e la loro cava di tufo. Tutto distruggono qui attorno. Tutto. E chi gli dice qualcosa, e chi li ferma?! Tanto a loro cosa gliene frega dell’arte e della storia! Dovevano smontarla se mai e ricostruirla, in un altro posto! Se gli dava così fastidio. Non farla saltare per aria. Loro e i loro sassi che Dio li strozzi coi sassi. Che gli vada per traverso la chiesa. Scrivi ai giornali, Aldo, scrivi che dei farabutti hanno fatto saltare in aria una chiesetta romanica e che poi hanno fatto sparire anche i resti per paura di essere scoperti. Farabutti! Aldo mi guarda, cerca di calmarmi, ma oggi sono fuori di me, una chiesa romanica si son fatti fuori quelli delle cave. Aldo è livido da far spavento, potesse li strozzerebbe. Quando siamo andati sul luogo del misfatto il giorno dopo abbiamo trovato solo macerie, pezzi di tufo spaccati. La chiesetta non c’era più. Avevano fatto sparire quasi tutto, e portato alla macina i reperti più significativi per paura che li scoprissero. Qualcosa siamo riusciti a salvare…ma è niente in confronto a quello che c’era.-

fratello bambini e ancora io da sola, con un sorriso da maga incantatrice e a 24 carati. Sembriamo appena arrivati da un altro pianeta, io e i miei parenti, intenti a sbocconcellare avidamente i resti di una colazione campestre. Era la merenda della Pasquetta 1958. Osservo questa immagine, doveva succedere ancora tutto nella mia vita. Anche se la pittura in particolare aveva già preso il sopravvento. Vivevo di arte, di sogni, osservavo uno stelo d’erba, lo spettacolo di una formica che porta una
gigantesca briciola, tutto era da scoprire, da decifrare. Ancora oggi è così. Le domande son le stesse. Dalla formica al lombrico incerto che si contorce e non sa dove andare, alle gocce d’acqua che indugiano sui vetri, fino allo spettacolo del cielo stellato, in cui mi perdo. Tutto è collegato, mi dico. E tutto deve avere una sua eco, un peso, una incidenza infinitesimale sull’universo e una coerenza. O forse sbaglio.. Poi c’è l’invisibile, e lì come la mettiamo? L’esoterismo, il mondo degli spiriti, che ogni tanto percepisco ancora oggi. Ma ci saranno poi, gli spiriti?! E il resto? E il dopo? Mi chiedo. Chi eravamo e cosa diventeremo una volta spariti. Spariremo “solo” in questa dimensione o ce ne sono di parallele, in una quarta o in una quinta dimensione magari? Boh!
Stavo piegando della biancheria che mi aveva portato Giovanna, la donna che lava e stira e viene a fare qualche pulizia. Qualcosa di strano sta per succedermi, lo sento. Una sensazione indefinibile a me ben nota, simile a quelle che ogni tanto mi capitano fra capo e collo quando sono spettatrice di un fenomeno paranormale, lo stesso genere. Sono nella camera da letto del Romito. E mi appare, nella penombra. Mio padre. No, non è un sogno, perché ho in mano la biancheria, che poso sul bordo del letto, stupefatta. Ho un preciso contatto con la realtà, con la stanza, la luce che filtra da fuori. Mio padre è morto da tempo, ci volevamo un gran bene. Mi comprendeva, mi aiutava, mi diceva: continua a dipingere Tildin, se ti piace. Mio padre era siciliano, di Vittoria, Ragusa. Mi vengono le lacrime. Ci siamo voluti un gran bene. Gli piaceva che io dipingessi. -Papà…come hai…- mormoro. Lui fa cenno col capo di tacere, sta per parlarmi. Non ho le traveggole. Lo fa a stento, ma lo capisco in modo chiaro. -Non sai che cosa ho attraversato, e cos’ho dovuto fare per venire a trovarti…non sai…Tildin, ho poco tempo…- mi rinfranca, mi consola, di non preoccuparmi, e poi dice qualcosa che riguarda la mamma, ancora viva…quindi la sua figura, prossima alla testiera del letto, svanisce e io mi appoggio all’armadio, son felice di averlo visto, rammaricata per la brevità dell’incontro…ma era lui, papà, che ha mantenuto la promessa di venirmi a trovare dopo la sua morte…non è stato un sogno, no. Non so neanch’io cosa pensare. Mi ha lasciato un gran senso di pace.
ne sono, e allora vuol dire che potevano essercene molte altre di pittrici. E gli ho parlato di Artemisia Gentileschi e della sua vita travagliata, di Orsola Maddalena Caccia, la badessa figlia di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo, che mi piace un sacco e anche di Rosalba Carriera, donne che sono riuscite ad emergere grazie al loro talento. Brave come e più di un uomo. Sei d’accordo? Era d’accordo Mario anche se non conosceva le loro opere. Gli ho fatto vedere alcune nature morte, fatte di recente che gli sono piaciute molto. Una se l’è portata a casa. E poi gli ho detto che, adesso che quando avesse avuto la macchina si poteva portare via la statua. -Quale statua? Quella sulla panca in ingresso al Romito? – Quella! Gli dico. A momenti mi salta addosso dalla gioia. C’è chi l’avrebbe chiamata Venere del Monferrato! Non per niente sono stata allieva di Guido Capra, a sua volta allievo prediletto del maestro Leonardo Bistolfi.
Per la mia famiglia e la gente che ho lasciato a Casale sono “quella che ha fatto strada” . -Tilde è diventata una professoressa! Insegna alle scuole!- Dicono. Ma mica li ho dimenticati, quando torno a Casale vado a salutare anche i negozianti. Io e mio fratello chiamiamo via Alerami via del Corno. Che sta fra via Duomo e via Paleologi. Lì c’è il negozio di frutta e verdura che Nino e Pierina mandano avanti. Li imbottisco di idee sull’esoterismo e l’aldi là, e lo spirito che ritorna e robe di quel genere. Cose che appassionano me e loro. E loro pendono dalle mie labbra e fanno battibecchi tutto il giorno perché hanno teorie diverse. Ci credo sì, ci credo no. Si accapigliano sulle cose che dico, tanto ci credono. Una sera mia nipote Marinella che ai tempi è ancora una bambina dorme da mia madre, al terzo piano. La nonna è contenta perché può raccontarle dei bei tempi andati e delle opere liriche che lei aveva visto da giovane. Ma quella sera la nipotina fa i capricci e vuole che nonna le spazzoli i capelli non una, ma cento volte, perché sostiene che solo così diventano belli. Mia madre alla centesima spazzolata si stanca un po’ ma Marinella insiste: Ancora nonna Rina! Dai! Ma mia madre si spazientisce e lancia dalla finestra la spazzola e poi nonna e nipotina se ne vanno a letto come se niente fosse. Il giorno dopo mia madre vede la Pierina, bianca come un cencio la quale racconta che il giorno prima, dopo aver cercato di convincere il Nino sulle mie teorie, mentre pulivano il negozio e la serranda era metà abbassata hanno ricevuto un segno quasi sulla testa! Dal nulla è piovuta dal cielo una spazzola piena di capelli. -Una strega! Sicuro! Chi se no?- L’avvertimento di una strega a conferma di teorie esoteriche, e che allora spaventati da morire e zitti zitti se ne sono scappati a casa, tutti impauriti. Mia madre allibita, non disse niente e non trovò mai il coraggio di dire che la spazzola l’aveva tirata lei, in uno scatto di nervoso che Marinella le aveva fatto venire; a casa mia sono andati avanti parecchio a farsi quattro risate.
-…Cosa? …sta male?- -Sta male, come l’altra sera. Vado a vedere…- -Oh Cristo…neanche dormire adesso si può…- -Vado io.- -No, vado io.- Andiamo entrambe io e Aldo e scendiamo la scaletta. Il terrier ha la faccia stralunata. -Gli faccio la camomilla?- -Ma quale camomilla?- -La limonata, allora?- -Siiehh!..al cane la limonata!- Dice Aldo. -E dove lo portiamo adesso?- -Dove vuoi portarlo? A quest’ora? Tutto chiuso.- Plon Plon ha il naso secco e grigio. Un terrier fuori misura, un po’ bislacco. Deve aver mangiato delle schifezze frugando nella stalla della cascina di sotto. Più di una volta è capitato che il contadino lo ha visto frugare nel mucchio di letame. Ma stavolta non puzza. Ha della bava alla bocca. Io che penso sempre al peggio dico ad Aldo: -Adesso mi muore.- -Ma smettila, avrà fatto indigestione! Chissà se lo capisce che non deve mangiare schifezze. Eh? Terrier vagabond!- -Lo portiamo su?- -Eh portiamolo su, prendi la copertina, domattina lo porto dal veterinario.-
dedicato alla città un intero capitolo:
Moncalvo è nobile come la sua storia, ricca com’erano ricchi d’ingegno i suoi abitanti. Quante volte ci sono andata a spasso, e mi sono incantata davanti alla chiesa settecentesca della Madonna, del Magnocavallo, o ai resti del castello. Andavo su e giù per la Fracia fermandomi davanti ai palazzotti, incantata dalla loro architettura, facendo schizzi di vie e piazza per le mie tele.
-Eh, così!. …- -Gira un po’ la testa…non così tanto! Di meno.-
La chiesetta sembra più la dimora di un casellante e ha pure il suo minuscolo campanile che sembra un camino. -Faccia lei, che è brava.- mi ha detto il parroco. -Vorrei far entrare la natura in chiesa.- Gli dico, – I fiori, l’erba la frutta, tutto un prato.-
-Così va bene.- 
sono una frescante anch’io.