Monferrato nucleare

Priorità, amenità e monferrinità “raggiante” di Claudio Martinotti Doria

Tra Trino, Saluggia e Bosco Marengo (tutti territori appartenenti al Monferrato Storico) abbiamo in deposito il 96 per cento di tutte le scorie nucleari italiane. Evito volutamente di essere tecnico, per maggiori dettagli potete fare una ricerca in internet o leggere l’ultimo numero della rivista ufficiale (Bollettino) della Regione Piemonte.

Avete mai sentito un politico locale preoccuparsi di questi argomenti? O anche solo parlarne per informare la popolazione. E pare si stiano bevendo il cazzeggio del governo sull’argomento e vogliano farci credere che i nuovi depositi per custodirli in maggiore sicurezza che stanno costruendo negli stessi siti (in particolare a Saluggia, che è anche la località più vulnerabile e pericolosa) siano provvisori, nell’attesa che entro il 2024 sia pronto il Deposito Nazionale di stoccaggio dove traferirli e depositarli per sempre.

Nel 2024 temo non avranno neppure trovato la località, quantomeno non l’avranno convinta,  a meno di dichiarare la legge marziale e militarizzarla. Poi dovete mettere in conto che in Italia i tempi ed i costi di ogni opera pubblica (figuriamoci questa) sono il triplo di qualsiasi paese civile ed evoluto, sapete com’è, forse è una questione di clima, o antropologica, o genetico culturale, ecc., ma occorre considerare le mazzette, malcostume, infiltrazioni mafiose, corruzione, concussione, spartizioni partitocratiche, burocrazia patologica, clientelismo, nepotismo, familismo, ecc., tutte istanze sacrosante che da noi non possono essere eluse. Per cui le scorie rimarranno in Monferrato ancora per svariati decenni …

Credete che la popolazione sappia queste cose? Che le reti Merdaset tramite la Maria De Filippi o la Barbara D’Urso ne abbiano parlato nelle loro trasmissioni per cerebrolesi e/o lobotomizzati? E Bruno Vespa in Porta a Porta avrà già predisposto il modellino delle centrali, impianti e depositi di stoccaggio? Ed i giornali locali tra una sagra dell’agnolotto ed una consulta o tavolo tecnico per il turismo e l’altro ne avranno accennato seriamente? Soprattutto sui rischi e le ripercussioni? Lo sanno a quale distanza in linea d’aria siamo da questi siti?Schermata 2013-12-11 a 17.46.21

Forse andrebbero riviste le priorità degli interventi … e soprattutto occorre rendersi conto che spesso sono molto più informati i turisti (perché si documentano) rispetto agli stessi abitanti, e quindi non bastano gli slogan e le formulette di rito per attrarli

di Claudio Martinotti Doria. Articolo apparso su:

Cavalieredimonferrato

Gli sguardi analitici di Claudio Martinotti Doria. Un “uomo contro” del Monferrato

Contro l’ipocrisia, il vuoto cerebrale eletto a potere, contro le convenzioni e la mortificante massificazione della (in)cultura vigente

Per questo vi segnaliamo lui e il suo blog. Si potrà non essere d’accordo con certe sue opinioni, ma il suo blog va sottolineato, anche perché,  chi è  fuori dal coro come lui, ha sempre qualcosa di genuino e di inedito da sottoporre, senza remore o tentennamenti, contro verità date per certe.  Un “grillo parlante” che non ha timore di esporsi dicendo come la pensa su come stanno le cose, ma sempre con documenti e prove ineccepibili alla mano.

Cultore di storia locale, attento agli eventi riguardanti la sua terra: Il Monferrato. Uno a cui piace spaccare il capello in quattro per amore del vero. E che si batte per contrastare la vastissima zona grigia dell’insipienza e dell’arroganza al potere.  Ma i commenti e le indagini di Claudio si basano sempre su fatti reali documentati, per cui, chi vuole reagire alle monoverità preconfezionate dalla convenienza e dalla politica, fa bene a seguire il suo blog.   Cavalieredimonferrato

Leggiamo cosa scrive  su Casale News http://www.casalenews.it/ a proposito del suo amato Monferrato:

…La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica…

Cavalieredimonferrato

13 aprile 2014 – Invito Anteprima nazionale. Matilde Izzia a Santa Croce di Bosco Marengo

Un’impresa che vede il suo epilogo. Un’impresa che trova il suo vero inizio. Nella sezione di arte moderna del complesso monumentale di Santa Croce, fatto edificare da papa Pio V,  la scoperta di un’artista moderna di grande fascino e valore invito IZZIA_fronte.jpg ulltimo Nella prestigiosa cornice del complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo approdano, in esposizione permanente, le opere di una straordinaria artista monferrina: Matilde Izzia di Ricaldone, moglie dello storico Aldo di Ricaldone e grande amica di Mario Paluan, autore de I TESORI DELLA VALLE DI TUFO. L’ultimo libro pubblicato dall’editore astigiano Lorenzo Fornaca. Gianfranco Cuttica di Revigliasco, Lorenzo Fornaca  sono i promotori di questa scoperta che intende portare alla luce un’artista poco nota ma di enorme talento.

Cane PallaUn evento unico nel suo genere, che vede il connubio fra arte antica e moderna e la presentazione di un libro che narra anche dell’arrivo delle prime opere di Izzia in Santa Croce. Accanto alle tele e alle pale d’altare del Vasari e di artisti coevi i visitatori potranno ammirare le opere di un’artista monferrina moderna di straordinario talento. Qui si spiega l’unicità dell’evento. L’arte antica e quella moderna unite dal valore delleopere e dal significato stesso che scaturisce dall’operazione voluta da Gianfranco Cuttica di Revigliasco, direttore del museo di Santa Croce. I dipinti di Izzia, che fanno parte di importanti collezioni private europee, in virtù dell’esposizione permanente a Santa Croce, potranno essere apprezzati attraverso decine di opere di altissimo livello. Un busto di donna in argilla, di eccezionale fattura, merita una menzione particolare, fu infatti eseguito da Izzia nello studio di Guido Capra, allievo prediletto dello scultore casalese Leonardo Bistolfi. L’artista monferrina spiega Gianfranco Cuttica di Revigliasco è una recente scoperta a cui abbiamo lavorato parecchio e riveste grande valore culturale e artistico per tutto il Monferrato; sono lieto di ospitare le sue opere che comprendono ritratti, grandi nudi, figure, paesaggi e nature morte. Un’artista che ebbe fra i suoi maestri Francesco Menzio e che merita la più grande attenzione, destinata a suscitare il più vivo interesse.


Contemporanea all’inaugurazione la presentazione del volume I TESORI DELLA VALCestoneLE DI TUFO, recente racconto pubblicato dall’editore astigiano Lorenzo Fornaca, che narra la scoperta dell’artista e l’approdo delle sue opere a Santa Croce. Il libro che ha già ottenuto numerosi riscontri positivi di critica e presso i lettori, è stato recensito da testate piemontesi e nazionali. Con l’inaugurazione della mostra permanente, spiega l’editore Lorenzo Fornaca, si compie un sogno ad occhi aperti, mio e dell’amico Mario Paluan, l’autore del volume, e il primo passo alla scoperta di una pittrice di talento straordinario che ha amato il Monferrato interpretandolo nelle sue tele.  Interverranno critici d’arte, giornalisti, personalità della cultura e della politica piemontese, il giornalista Renzo Allegri, lo scrittore, giornalista e storico Roberto Coaloa che presenterà il volume. Seguirà un rinfresco. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO su Amazon

Statua

La Cina di Chiara Rigoli. Medusa lessa a pranzo, lombrichi fritti a cena. Un’astigiana oltre la Grande Muraglia

cinaChiara Rigoli è nostra amica e segue tutte le iniziative editoriali che promuoviamo con l’amico Lorenzo Fornaca. Non ci siamo mai incontrati perché lei vive ad Asti, io a Milano. E siamo sempre indaffarati. Dirige un bel sito di valorizzazione del territorio piemontese che si chiama Astigiando e che si occupa di cultura, arte, bellezze del territorio, turismo e altro. Con lei condivido l’amore per la sua splendida terra monferrina

Qualche anno fa si è recata in Cina per lavoro e adesso vi faccio leggere cosa scrive. Ci troverete qualche utile consiglio se dovete recarvi là. 

Un assaggio del grande Paese di Chiara Rigoli

La prima volta ho vagato per alcuni giorni. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, completamente smarrita. Asti e Hong Kong hanno poco in comune. Si tratta di un altro pianeta e il primo impulso per chi si trova in questa dimensione, scagliata verso il futuro, è quello di rimpiangere le nostre città che sono ancora a misura d’uomo, in cui si può passeggiare con gli amici per il centro scambiando qualche chiacchiera. Le dimensioni e le atmosfere del famoso film Blade Runner a Hong Kong sono di casa e il Palio di Asti è solo un pallido ricordo. Hong Kong è britannica e cinese allo stesso tempo e le due anime si incontrano e si scontrano costantemente.

Qui hanno sfruttato ogni metro quadrato rubando spazi alla foresta tropicale: il cemento dilaga e combatte contro la natura, che pare soccombere. Grattacieli ovunque. Come funghi. Raramente grattacieli singoli, piú spesso sono gruppi di cinque, dieci e talvolta ancora più numerosi; tutti uguali, stretti uno all’altro, costituiscono una teoria d ininterrotta, sorta di enormi, brulicanti formicai, con migliaia di appartamenti piccolissimi. Gli enormi viadotti passano a mezza altezza a pochissimi metri dalle finestre dei grattacieli. Hong Kong patisce l’affollamento tipico delle cittá cinesi: nelle strade, nei centri commerciali, nella metropolitana. Ci sono cosí tanti pedoni per strada che i marciapiedi non bastano a contenerli. Formiche compresse nei loro formicai. Scontato chiedersi quanti sono questi cinesi. Ma come fanno a essere così in tanti? I percorsi per i pedoni si trovano spesso al “primo piano” su appositi viadotti, completamente isolati dal traffico cittadino che scorre sotto. Per lunghi tratti i viadotti passano all’interno dei grandi centri commerciali: una manna per i pedoni che godono dell’aria condizionata e sono protetti dal sole cocente di Hong Kong, e va bene anche per gli affari dei negozianti. Il sistema di mezzi pubblici di Hong Kong  rasenta il prodigio, con un’integrazione perfetta fra treno, metró e traghetto, ma anche qui l’affollamento é spaventoso e colpisce il viaggiatore occidentale. Fra le cose che probabilmente sono rimaste invariate ad Hong Kong da quando era colonia britannica ci soni i tram a due piani.

Cinesi contro cinesi, ma solo per gioco. Accade in metrò di vederli fissare i loro aggeggi tecnologici portatili e giocare uno contro l’altro. Allo cinastesso tempo nei parchi, gruppi di Cinesi fanno Tai chi: l’antica ginnastica di gruppo fatta di movimenti lenti al ritmo di musica orientale.
Hong Kong è ormai cinese ma non è vera Cina. Basta vedere il rigido controllo alle frontiere, il filo spinato e i soldati con il mitra per capire che Hong Kong è tuttora un’oasi nel panorama cinese.
Qualcosa non va al mio passaporto, dice il soldato cinese nella sua lingua. Panico. E se mi rimandano indietro? Penso. Interminabili minuti in cui ti senti smarrita e in balia di una burocrazia fantomatica e misteriosa. È capitato a me qualche interminabile minuto di controlli e poi ti fanno passare la frontiera: non lo auguro a nessuno!
Ma una volta passato il controllo dell’immigrazione, è Cina per davvero: ecco infatti Lo Wu a Shenzhen. Il treno che porta verso la frontiera é sempre molto affollato, tutti vanno a fare shopping a Lo Wu. A Hong Kong il costo della vita e quindi delle merci, sebbene inferiore al nostro, é superiore a quello del resto della Cina, perciò è conveniente comprare nella Mainland China. Shenzhen è la prima città cinese che incontri uscendo da Hong Kong e Lo Wu è un grandissimo centro commerciale cinese in cui si vende di tutto in centinaia di minuscoli negozietti.

Shenzen è la città-miracolo creata per volere di Deng Xiaoping negli anni ’80 come Zona Economica Speciale (in pratica un posto in cui le regole comuniste non valgono, e il governo cinese chiude un occhio e, se serve, anche l’altro, per lasciare mano libera agli imprenditori) strategicamente a ridosso di Hong Kong, in modo da attirarne gli enormi capitali. Shenzhen é passata da un borgo di pescatori a una cittá che oggi ha 11 milioni di abitanti. E stiamo parlando degli abitanti legali; i clandestini, provenienti dalle campagne della Cina e dai paesi del Sud-Est asiatico per prendere parte a questo miracolo economico e quindi sperare in una vita migliore, sono stimati in almeno 3 milioni. Le differenze con Hong Kong sono evidenti: quasi nessuno parla Inglese, devi fare attenzione ai bagagli, e poi finalmente incontri la vera cucina cinese non solo nei ristoranti ma anche nei chioschi per la strada. Niente di simile a quella che abbiamo in Italia, diversi anche da quella nei ristoranti di Hong Kong che si adattano ai gusti dei turisti.

Ovviamente non ti devi far troppe domande sulla pulizia e sull’origine del cibo: se sei schizzinoso: mangia senza chiedere troppi dettagli. Meglio se sei accompagnato da un cinese di fiducia che indirizza le scelte. Ristoranti, localini, padiglioni, capannoni, baracconi, bancarelle, chioschi, friggitorie ambulanti e tende di ogni dimensione dove specialità di tutti i tipi a prezzi convenienti saranno pronte a farsi degustare. Si mangia dappertutto e in continuazione. I pasti vengono considerati un importante rituale di gruppo, dove ognuno con i propri bastoncini può raccogliere il cibo da diversi manicaretti comuni. Molto comuni sono i ristoranti senza porte, quelli a gestione familiare, anche nei cortili delle abitazioni tradizionali, che si scovano addentrandosi nei dedali di vicoli e nelle viuzze secondarie; di norma sono frequentati dagli abitanti del luogo e preparano porzioni molto abbondanti, ma non dispongono di un menù in inglese.
I ristoranti più grandi dispongono di acquari dove potete scegliere il pesce che più vi piace che verrà direttamente pescato per voi, macellato e preparato. I cuochi cinesi spesso infatti cucinano davanti a voi quello che scegliete di assaggiare. L’arte culinaria cinese ha come obiettivo anche la valorizzazione di ogni tipo di alimento, e non è costretta da alcun divieto di tipo religioso. Cibarsi di medusa, serpente, vespe, api, cavallette, lombrichi e vermi, carne di cane, gatto, scoiattolo, topo, pangolini (un tempo anche scimmia) e altri animali, lontani dall’essere considerati alimento dalla cultura occidentale, è cosa comune e naturale; la tradizione ritiene che questi animali conferiscano forza e vitalità, in certi casi sono indispensabili per la salute del corpo, inoltre cibarsene è un sano esercizio del gusto. La carne preferita è quella suina, seguita da quella di pollo, da quella bovina e da quella di capra. Non risparmiano nessuna parte degli animali, preferite sono code di maiali e zampe di galline, per preparare piatti e pozioni di medicina tradizionale. Molto usate sono tutti i tipi di verdure cucinate o servite sminuzzati e crudi, con radici di vario tipo amalgamati con salse piccanti e non. Sempre presente in ogni tavola cinese è il riso, il più delle volte senza sale e in bianco, usato come il pane per gli occidentali; mentre la pasta, preparata con grano tenero, è abbondantemente condita con carni e varie verdure. La soia ed i suoi derivati hanno un ruolo molto importante. Le portate non hanno un ordine tradizionale come avviene in Occidente, sono servite tutte assieme in piatti distinti.

foto e testi di Chiara Rigoli   Astigiando

Monferrato my love

foto JanetMonferrato my love è una raccolta di articoli tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

Paesaggi, personaggi, fatti poco noti, avvenimenti storici della splendida terra monferrina, compongono una miscellanea di grande fascino. Dai Saraceni ai trovatori, dalle epiche battaglie agli imperatori d’Oriente, dai fascinosi paesaggi ai dipinti di Matilde Izzia, molti dei quali oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo. Una storia “infinita” che cattura il lettore per la bellezza dei luoghi e il rilievo degli avvenimenti.

A Benevento il pianto di un prode monferrino

Piange, si dispera, reggendo il capo fra le mani. Ridotto in catene, distrutto dal dolore. La sua pena, attraverso i secoli ci giunge intatta, inconsolabile, muovendo anche noi a commozione. 
E’ affranto il conte Giordano, e non gli pesano le ferite; il soldato piange la morte del suo re, di quel Manfredi, suo nipote, di sangue tedesco monferrino, biondo, bello, di gentile aspetto, sfigurato e ormai livido, steso morto da un fante di Picardia, durante la battaglia di Benevento.

Sterminate le loro anime e i loro corpi, i loro figli e il loro seme– e l’ordine papale venne tragicamente rispettato alla lettera. Avvenne per mano di Carlo d’Angiò, la “canaglia incoronata”, secondo il giudizio di storici tedeschi, che dopo la battaglia portò a termine sistematicamente lo sterminio dei superstiti svevi e la distruzione del progetto di edificazione di un grande regno laico in Italia. 
Spietata sorte riservò il re angioino ai monferrini superstiti che alla battaglia di Benevento riconobbero il corpo morto del grande Manfredi, loro parente e sovrano.

Era una fredda mattinata di febbraio, a essere precisi il 26 febbraio del 1266. E sulla piana di Santa Maria della Grandella, a 4 chilometri da Benevento il sole radeva la prima erba incendiandola di luce. Manfredi lo svevo, figlio di Federico II e di Bianca Lancia di Busca d’Agliano, aveva appena finito di arringare le sue truppe e stava per scontarsi con un nemico implacabile che lo avrebbe spento.

Re Carlo d’Angiò, il nemico

– Saggio, di sano consiglio e prode in arme – così ne parla il Villani – e aspro e molto temuto e riguardato da tutti i re del mondo, magnanimo e d’alti intendimenti nel fare ogni grande impresa, sicuro, in ogni avversità, fermo, e veritiero d’ogni sua promessa, poco parlante e molto adoperante, non rideva quasi mai o pochissimo; onesto come un religioso; cattolico ma aspro in giustizia e spesso feroce; grande di persona, possente come corporatura, colore del viso olivastro con un gran naso; e più che un signore nella sua imponenza pareva proprio una maestà reale; molto vegliava e poco dormiva, e usava ricordare che, dormendo si perdeva tanto tempo; era largo con i cavalieri d’arme, ma sempre bramoso di conquistare terre e signorie, oltre che essere avido di denaro necessario per le sue imprese e le sue guerre; di gente di corte, di menestrelli o giocolieri lui non si dilettò mai.
Carlo era un cavaliere coraggioso e un energico sovrano. Egli fu tuttavia vittima di un’ambizione e di un orgoglio sfrenati. Tutto ciò per cui aveva combattuto andò perduto o gravemente compromesso.
A causa del suo malgoverno perse la Sicilia e la guida dell’Italia, soprattutto a causa del suo disprezzo per qualsiasi sentimento nazionale che non fosse esclusivamente francese. Non riuscì a costituire un impero in oriente, perché il progetto sarebbe andato a contrastare gli obiettivi e gli interessi della Chiesa.

Papa URBANO IV, l’implacabile mandante

Le accuse mosse contro la “lasciva corte” di Manfredi sostenevano che nella medesima si “rovinavano le genti”. Secondo predicatori e flagellanti, oltre agli infuocati messaggi del papa, l’umanità stava per essere sconvolta, perduta, da un nefasto e luciferino sovrano, e che quindi oltre a essere doveroso era “meritevole schiacciarlo”. Papa URBANO IV sin dall’inizio dimostrò animosità e avversione inusitate e senza precedenti verso Manfredi intimandogli fra l’altro di richiamare i Saraceni che, durante il periodo vacante della Santa Sede, erano penetrati nei possedimenti romani e ora li infestavano; bandì contro il re di Sicilia una crociata quindi tentò di dissuadere il re di Spagna Giacomo d’Aragona nel dare in moglie la figlia di Manfredi, Costanza a suo figlio Pedro;  infine, il 6 aprile del 1262, ribadì la scomunica contro il figlio di Federico II, intimando di comparirgli dinanzi per giustificarsi di infamie gravissime. Colpe che la storia da tempo ha etichettato come calunniose e pretestuose oltreché false e infamanti. Le intese tra la Curia romana e Carlo d’Angiò non erano ignote a Manfredi. Sapeva che il rivale messo in campo dalla Santa Sede contro di lui era un uomo caparbio e ambizioso, ed era convinto che con lui si sarebbero schierati tutti i Guelfi d’Italia. All’avvicinarsi minaccioso del re francese gli amici di Manfredi dell’ultima ora lo avrebbero abbandonato e i numerosi nemici ancora nascosti sarebbero usciti allo scoperto, pronti a rinnegare fedeltà, giuramenti e onore. E così avvenne.benevento

Le forze in campo
La cavalleria dell’angioino era suddivisa in tre distinti scaglioni. 900 provenzali aprivano la prima linea con la fanteria: il primo scaglione era comandato da Ugo di Mirepoix e Filippo di Montfort Signore di Castres; il secondo contingente, subito dietro di loro, era composto da 400 italiani e 1000 uomini della Linguadoca e della Francia centrale, comandati da Carlo in persona; dietro a questi 700 uomini del terzo contingente provenienti Francia del nord e dalle Fiandre, comandati da Roberto III di Fiandra, Gilles II de Trasignies, Conestabile di Francia.
Manfredi aveva adottato la seguente disposizione delle truppe: I suoi arcieri Saraceni erano sulla linea frontale, comandati da Giordano Lancia, subito dietro di loro i primi 1200 mercenari tedeschi con un equipaggiamento difensivo inedito, costituito di pettorali fatti di piastra metallica (rivoluzionario per quei tempi). I mercenari italiani, costituivano il secondo scaglione di circa 1000, e 300 cavalieri “leggeri” Saraceni, guidati dallo zio di Manfredi, Galvano Lancia. Il terzo contingente con circa 1400 unità, era composto dai feudatari, sotto il diretto comando di Manfredi.

Le prime file dei 1200 cavalieri tedeschi, comandati dal monferrino Giordano d’Agliano già pronti alla battaglia sono schierati sul fianco sinistro del campo e trattengono a stento i loro cavalli. I fanti saraceni di Lucera, armati di archi corti micidiali, formano una schiera in ordine sparso e attendono un secondo comando di attacco; loro, insieme a 1500 cavalieri combatteranno, almeno così era stabilito, alle dirette dipendenze di Manfredi. Mai tale certezza riuscì più fallace e nefasta…Nitriti di cavalli e il galoppo del portaordini sono gli unici suoni che si odono in quegli ultimi istanti pieni di elettricità, prima dello scontro finale.

Lo scontro

Lo Svevo aspettava il nemico per dargli battaglia sulla piana di Benevento; ma allorché il 26 febbraio del 1266 gli Angioini, dopo una marcia faticosa attraverso Venafro, Alife e Talese, si affacciarono sulle alture prospicienti la pianura di Santa Maria della Grandella, dove si accampavano le truppe arabo tedesche Manfredi parve mutare avviso e cercò di temporeggiare, inviando al nemico ambasciatori con proposte di accordo. Giovanni Villani documenta così la spavalda riposta di Carlo d’Angiò: “Andate, e dite al sultano di Lucera che io voglio battaglia e che oggi o io manderò lui all’inferno o egli manderà me in Paradiso”. Il re svevo accolse la sfida e diede subito l’ordine ai suoi soldati di passare il fiume Calore, in quei giorni in piena.

Il sole si alzò ancora un poco e fu in quell’istante di quel freddo mattino di febbraio che il terreno scatenò un rimbombo terrificante, percosso da migliaia di zoccoli ferrati. C’erano già stati alcuni attacchi condotti dai temibili arcieri saraceni e alcune cariche di cavalleria francese in risposta. Ma la battaglia finale doveva ancora avere luogo. Le schiere a cavallo andavano dunque allo scontro. Uno smisurato tamburo squassato divenne la radura e poi l’inferno si scatenò. 
Era la battaglia e l’inizio della fine dei sogni di egemonia politica di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia.

La sagace penna di Aldo di Ricaldone narra le gesta del suo conterraneo per parte materna…in un altro post lo sviluppo e la tragica fine della battaglia….

 Questo è il primo di una serie di articoli su Monferrato my love  tratti da MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO omaggio all’arte di Matilde Izzia, volume edito da Lorenzo Fornaca 

 

I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

tufoI TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Mancavo solo io il sei ottobre al ristorante La Magione di Olivola. Gliel’avevo detto a Lorens: Non vengo, non me la sento, non ho niente da festeggiare, e poi ho perso il lavoro. Questo è il vero motivo della mia assenza. C’era un sacco di gente quella sera, a parlare del mio libro, delle vicende, dei personaggi che lo hanno animato. Lorens mi ha chiesto: ma verrai alle altre presentazioni? … Se mi spieghi come faccio a venire, visto che ho dovuto vendere la macchina, perché non ho più soldi…gli ho risposto. A Olivola è stato presentato il volume I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, di Mario Paluan edito dall’editore astigiano Lorenzo Fornaca, dice il comunicato stampa. E prosegue: Il libro ci racconta «il suol d’Aleramo», attraverso gli occhi di una coppia ormai mitica, regnante in un isolato romito tra le colline: lo storico Aldo di Ricaldone (1935-2002) e la pittrice Matilde Izzìa (1931-2005).

Una giornata memorabile, perché, nonostante la pioggia ormai autunnale, è accorso un grande pubblico per il libro dedicato alla memoria della pittrice e dello storico; segno che il loro ricordo è ancora assai vivo tra i monferrini. Ricordiamo che la loro casa, lo splendido Romito, si trova proprio a due passi da Olivola. Alla presenza del sindaco di Olivola, Gianni Grossi, e dell’Assessore alla cultura di Casale Monferrato, Giuliana Bussola, i relatori della giornata dedicata ai coniugi Ricaldone hanno dato via a una serata indimenticabile.

Dopo i saluti del sindaco, l’editore Lorenzo Fornaca ha presentato i relatori ricordando il suo rapporto con i due protagonisti del racconto e l’incontro con l’autore che condurrà all’idea di produrre l’importante volume MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO, omaggio all’arte di Matilde Izzia, diventato ormai un classico da collezione.La genesi e gli sviluppi del nuovo racconto, una sorta di vicenda nella vicenda, hanno infine interessato il pubblico, assai partecipe.

 Lo storico Roberto Coaloa ha ricordato Aldo e Matilde, le loro carriere, soprattutto la loro scelta di lavorare appartati, lontani dal clamore delle grandi città. Scelta condivisa in quegli anni da altri artisti e intellettuali, da Aldo Mondino a Enrico Colombotto Rosso.

Sul libro di Paluan, Coaloa si è soffermato sul suo valore letterario, tra romanzo e libro di memorie, “confessioni”, dal sapore ottocentesco: una sorta di manifesto poetico e artistico, di colui che è stato un allievo della grande pittrice, da alcuni paragonata a Matisse, da altri ritenuta superiore al suo maestro Menzio e addirittura a Casorati.

Matilde Izzìa, scomparsa il 17 febbraio 2005, è stata una pittrice geniale, ma poco nota: negli anni ottanta decise di chiudere con le esposizioni, dipingendo solo per se stessa o per pochissime persone. Nacque così la leggenda di un’artista, i cui quadri oggi si possono ammirare al complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo (Al).

Per questa ragione, l’ultimo intervento è stato di Gianfranco Cuttica di Revigliasco, professore di storia e direttore del Museo Vasariano di Santa Croce. Sono seguiti, infine, gli interventi di Matilde Mattacchini, amica della pittrice e quello di Claudia Federico.

Elio Botto ha letto poi la presentazione dell’editore oltre alle memorie di Antonio Barbato e di Claudia Federico. In chiusura l’intervento di Roberto Maestri, presidente del Circolo culturale MARCHESI DEL MONFERRATO, che ha messo in risalto l’importanza di opere di questo genere, volte alla valorizzazione di una terra unica al mondo e non ancora conosciuta come merita.         olivolajpg

Fra tanti libri noti di autori importanti e che hanno lasciato il segno nella storia della letteratura, ce n’è anche qualcuno scritto da me. L’ultimo si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO.

Manco mi sogno di paragonare i miei lavori con i primi, letti, commentati e condivisi con voi. Quelli sono vere opere d’arte che hanno detto cose importanti e che hanno influito su persone ed eventi. Però qualche cosuccia l’avrei anch’io da dire. Su certi tesori, ad esempio, veri e presunti, che si annidano nella splendida terra del Monferrato e che stiamo portando alla luce con l’amico ed editore Lorenzo Fornaca 

Su alcune vicende che ben conosco e di cui sono stato protagonista ho scritto così un racconto che ha raccolto un bel po’ di recensioni e articoli di giornali tutti lusinghieri e molto positivi. Non mi monto la testa. Lo giuro. E siccome mi piace scrivere libri ma non commentarli o presentarli, lo lascio a fare a un lettore che non conosco e ringrazio, e che anche lui scrive.

Il mio ultimo libro si chiama I TESORI DELLA VALLE DI TUFO e mio figlio Edoardo Simone Paluan, che se ne sta a studiare nanotecnologie a Londra lo ha anche inserito su Amazon, insieme agli altri scritti da me.

Grande Lorens, (lo sconosciuto lettore scrive a Lorenzo Fornaca)
Nonostante sia un periodo in cui ci incontriamo di persona ti scrivo perché tu abbia modo di inoltrare questa mail al bravissimo Mario Paluan.

Ribadisco quindi quanto già ti ho detto a voce: il libro mi ha letteralmente affascinato. Io che sono ligure e che solo in parte posso immedesimarmi nelle magiche atmosfere del Monferrato così mirabilmente descritte da Paluan, ho goduto davvero nel leggere quella vicenda così intensa e particolare.
Attraverso I tesori… ho avuto il privilegio di conoscere due interessantissime persone come Aldo e Matilde, quindi l’opera di divulgazione e (ri)valutazione di questi due personaggi che vi ripromettevate è stata compiuta e centrata in pieno.

Oltre le testimonianze di grande interesse a inizio e fine libro, ho apprezzato in modo particolare la parte centrale scritta da Paluan, quella più romanzesca, che l’autore ha tracciato con straordinaria tecnica narrativa. Io, che come sai, mi diletto di scrivere qualche romanzetto giallo dove la trama poliziesca è solo una scusa per parlare di me e della mia Liguria che tanto amo e cerco, nel mio piccolo, di valorizzare, ho provato una sincera e sana invidia nei confronti di Paluan e della sua penna sopraffina che spero un giorno di poter emulare.

Concludo con l’augurio che il libro abbia il successo che merita ribadendo la soddisfazione per una lettura che mi ha catturato fin dalle prime pagine e che consiglierò, come ho già fatto, a chiunque possa essere interessato alla scoperta di un territorio ricco di storia, gravido di situazioni artistiche di alto livello e di personaggi di grande valore e spessore culturale che sarebbe ingiusto non conoscere o dimenticare.

Maurizio “Pupi” Bracali 

 

Chi è l’uomo i cui libri Papa Francesco mostra di apprezzare perché parlano anche della sua terra?

La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.
La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.

Lorenzo Fornaca editore astigiano di lungo corso, corona nel modo migliore tanti anni di successi editoriali. Lusinghieri gli innumerevoli consensi e le recensioni sui due ultimi libri MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO e I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, appena edito, veri e propri atti d’amore verso il Monferrato, la sua terra tanto amata

Grande Lorens è l’uomo che saliva in cima ai campanili. Lorenzo Fornaca, detto Lorens, astigiano purosangue fa tutt’uno, col suo Monferrato e i suoi libri. Da ragazzo saliva sui campanili per godersi la vista di un territorio che avrebbe in seguito tanto celebrato e indagato. Non c’è persona ad Asti e in Piemonte che non lo conosca o non abbia sentito parlare di lui e delle sue opere, apprezzate ben oltre i confini della regione. È stato l’uomo dai molti mestieri e dalle grandi passioni. Ma una in particolare ha preso il sopravvento. Tanto difficile quanto entusiasmante: l’editore. A quella continua a dedicare energie e passione, ancora oggi.

1961. Verbania - Auxilium Torino  stadio dei Pini di Verbania
1961. Verbania – Auxilium Torino
stadio dei Pini di Verbania, Lorenzo Fornaca, diciannovenne, promessa del calcio

Lorens ricorda ancora quando ricevette i complimenti del grande Omar Sivori per averlo marcato, durante una partita di calcio amichevole.

Meccanico, sindacalista, promotore e venditore di libri per grandi gruppi editoriali, e infine editore, che non legge abbastanza i romanzi moderni, per sua stessa ammissione.

Dice Lorenzo Fornaca:

All’inizio furono macellai e contadini, operai, ferrovieri, autoriparatori, postini e anche parroci, poi venne il turno di farmacisti, medici e avvocati. Erano loro i miei migliori alleati. Pettinatrici e casalinghe sotto il casco che facevano la messa in piega mi chiedevano consigli per i figli che studiavano, cos’era meglio far loro leggere. Macellai anche che dicevano a chi comprava bistecche: vai da Lorenzo. È uno che se ne intende. Fai un regalo a tuo figlio. Sono soldi ben spesi. Ero diventato uno che sapeva cosa consigliare. Il tutto basato sulla fiducia che non ho mai tradito. Io poi, giocando al calcio, conoscevo un sacco di gente. Dal pallone al libro, tutto qua. Il trucco era questo. Sfruttavo la mia popolarità. Oggi si direbbe che facevo il consulente editoriale. Ma allora era molto di più. A metà strada fra l’amico di famiglia e uno che ti consiglia un buon investimento. Una specie di medico della cultura. Alle famiglie prescrivevo il ricostituente giusto…. Cosa vendeva ai suoi lettori?

Io vendevo sogni da poter toccare con mano. Parlavo loro di cavalieri, castelli, trovatori, dei Saraceni che tormentavano la gente tanti anni fa, di battaglie, di caccia con i cani segugi, della magia della nostra terra, gli raccontavo quello che eravamo stati. Costruttori di chiese, di borghi medievali, protagonisti di imprese epiche, soldati, sceriffi, valvassori e valvassini per non parlare degli Aleramo e dei Paleologo. Nei miei libri c’è tutto.

È da un po’ di tempo che lui ed io ci stiamo dedicando a un’impresa che non ha precedenti e che si nutre di sogni ma anche di cose importanti già realizzate. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

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