Ti ricordi di Peaky? -seconda parte-

Della colonna sonora scrive Federica Carlino su Coming soon:  “Take a little walk to the edge of town…”: tutti i fans della serie provano un brivido di piacere ogni volta che sentono queste parole. Per chi non lo sapesse, la sigla si intitola “Red Right Hand” e non è stata scritta appositamente per la serie. È traccia dell’album “Let Love In” di Nick Cave & The Bad Seeds, uscito nel 1994, più di 25 anni fa. Mentre Alessandro Lella su Mad for series.it: (…) Difficilmente riusciremmo a trovare dei difetti in Peaky Blinders che…riesce a proporci anche degli interessanti risvolti politici, quando vengono analizzati più da vicino i rapporti tra la politica e le famiglie mafiose. Insomma, i motivi per vedere questa serie tv sono veramente tanti: dai dettagli curati con estrema attenzione, alle situazioni emotive che non mancano mai di stupirci in positivo, dalla crescita individuale e l’umanità dei personaggi alla perfetta ricostruzione dei luoghi del tempo.

Federica De Masi su Cinematographe.it: Quando una serie tv riuscita e amatissima dal pubblico volge al termine è inevitabile essere assaliti dal magone e anche dalla paura che la chiusura di un ciclo possa rovinare il capolavoro realizzato fino a quel momento, con forzature e decisioni che snaturino i personaggi. In Peaky Blinders 6 il dramma personale ha maggior spazio, al pari di quello familiare e storico, ma anche la linea thriller si accende adagio, con l’organizzazione di un ultimo grandissimo colpo che prevede il trasporto di un ingente quantitativo di oppio dal Canada. Tutto questo ci terrà col fiato sospeso! Peaky Blinders 6 è visivamente spettacolare…

Lungo le circa 7 ore di show si sente ticchettare la carica della suspense fino ad un grande epilogo. I livelli di questa serie infatti sono molteplici e la maestria degli autori nell’averli sviluppati tutti in modo limpido è il punto forza…Una regia di pregio rimane il marchio di fabbrica dello show: movimenti di macchina a tutto spiano, giochi di luce che caratterizzano momenti onirici e la contrapposizione tra bene e male, un tocco di stile moderno tra rallenty e accelerazioni e il gioco è fatto! Lo stile di Peaky Blinders è poi arricchito dalle eccellenti ricostruzioni d’epoca e dalla colonna sonora perfetta: da Disorder dei Joy Divison, a Nessun dorma della Turandot, fino a 5:17 di Tom Yorke.Di fronte a questo peana di consensi devo arrendermi; però, Il Mulino del Po (‘63), miniserie tv Rai di Sandro Bolchi con Raf Vallone, Gastone Moschin, Tino Carraro e Ave Ninchi, fu un clamoroso successo!
Ti chiederai ma è così bravo Cillian Murphy nei panni di Thomas Shelby? Fotogenico ed espressivo di sicuro, basta vederlo nella pellicola Oppenheimer, anche se Marlon Brando, nel Giulio Cesare di Mankiewicz e Orson Welles in Otello sono tutt’altra cosa.

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Ti ricordi di Peaky? -prima parte-

In un vecchio articolo di Lorenzo Ferrara pubblicato su Barbadillo, vecchio si fa per dire, perche’ data novembre 2022, ci trovi: I giovani gangsters protagonisti dell’omonima serie tv della BBC iniziata nel 2013 e distribuita da Netflix.
Come prefazione alle vicende dei gangsters l’indigesto polpettone anglo italiano de I Medici targato Netflix che non rende onore alla nostra autentica storia patria, a parte le inquadrature urbane e gli splendidi abiti. Ci sarebbero voluti registi meno abborracciati. Gli attori de I Medici non sapevano cosa e chi stavano interpretando, salvo un Dustin Hoffman, che quello va sempre bene.   
Ricordo la vera commozione di Philippe Leroy per essere riuscito a interpretare Leonardo Da Vinci in uno sceneggiato Rai tv (‘71) di Renato Castellani, diventato poi una pietra miliare. Salvatore Nocita e i suoi Promessi Sposi ti dicono qualcosa? Nella sua prima messa in onda (‘89) tocca i 14 milioni di spettatori. Per non parlare dello sceneggiato tv Ulisse di

Franco Rossi, con Irene Papas e Bekim Fehmiu. “Several critics consider the series to be a masterful representation of the ancient world.” Ma davvero? Ci sarebbero anche le serie di Maigret con Gino Cervi e Nero Wolfe con Tino Buazzelli, ma bando alla nostalgia, questo era solo per farti notare che i trionfi non sono appannaggio esclusivo delle produzioni straniere. BBC ha riscattato la penosa serie de I Medici di Netflix, punto a capo. Lo ha fatto con Peaky Blinders, ora successo planetario. Per la cronaca reale: Dicesi Peaky Blinders la banda di delinquenti di Birmingham di fine ’800 e primo ‘900, giovani di estrazione medio-bassa dediti a rapine, racket, scommesse illegale e controllo del gioco d’azzardo. Eliminarono i rivali Cheapside Sloggers, per controllare Birmingham e dintorni. Nel 1910, i Birmingham Boys capeggiati da Billy Kimber, iniziarono la conquista della città, surclassando i Blinders e dopo dieci anni li sloggiarono; il termine Peaky Blinders divenne sinonimo di generica banda di strada a Birmingham.

I giovani gangsters sono i protagonisti dell’omonima serie tv della BBC iniziata nel 2013 e distribuita da Netflix. 

La vicenda è ambientata nel quartiere di Small Heath e ruota attorno alla famiglia Shelby, il cui secondogenito Thomas, reduce decorato della prima guerra mondiale, è anche il boss della gang detta Peaky Blinders, dall’usanza di nascondere lamette nel risvolto dei cappelli, in modo da usarli anche come arma. In senso stretto il termine riguarda la forma affusolata e a punta della visiera. BBC definisce la storia come “An epic gangster drama set in the lawless streets of 1920’s Birmingham.” 
Scrive SerialFreaks.it: “…Se i cattivi vi affascinano più dei buoni, se per voi il rispetto vale più di tutto, e la vendetta è un piatto da servire caldo, non potete perdere Peaky Blinders…”
Margherita Fratantonio su Taxidrivers.it: “…Amori devoti e infedeli, sanguinosi regolamenti di conti, antagonismi feroci, a volte sospesi se prima si devono concludere affari convenienti. Non certo quello con gli italiani, capeggiati dallo spietato Luca Changretta (Adrien Brody), deciso a sterminare tutti gli Shelby…Una fotografia per lo più cupa sottolinea l’ambientazione: l’interno del pub che è il loro quartier generale, il porto dei traffici illeciti, le fonderie Small Heath di loro proprietà, utili a far scomparire i cadaveri. Lì The fuckin’ Shelby si muovono sicuri, insieme…una squadra temuta, con i loro berretti e i costosi cappotti aperti a rendere le andature più spavalde…-prima parte-.

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Labour in crisi ?

Fra gli interessi di Lorenzo Ferrara anche la politica, considerata in modo irriverente e ironico. Nel prossimo volume su Albione la Perfida ecco un articolo sull’attuale crisi Labour.

Londra – La diamo per certa: niente più stampelle e carrozzine per gli invalidi inglesi e da oggi se inneggi alla Palestina, se indossi una t shirt pro Pal o se sventoli la loro bandiera ti becchi 5.000 sterline di ammenda o finisci in galera. Insomma il popolo bannato dalla storia non è quello palestinese ma quello di Israele. Così vanno le cose. C’è qualche ex del partito Labour, che se la ride sotto i baffi, pur sapendo che non gli gioverà la paventata debacle dei rosa rossi inglesi? Si, il pro palestinese Jeremy Corbyn, che venne cacciato proprio perché pro Pal e che oggi chiede una inchiesta sul coinvolgimento politico militare degli UK a Gaza.
Maliziosi come le suocere, azzardiamo: se Starmer avesse sposato una, diciamo a caso, una palestinese, e non una donna di un’altra religione, saremmo a questo punto? Quale punto?  Che il governo britannico è allineato al 100 % con la cooperativa di asfaltatori, muratori, idraulici angloamericani che devono costruire la riviera del nuovo Tigullio a Gaza per il sollazzo dei paperoni americani stanchi di Miami. Cosa peraltro già vaticinata da Jared Kushner, marito della figlia di Trump, fervente neo ebrea. Abbandoniamo la fanta storia venendo al sodo.

Laburisti alle pezze

I Labour sono in crisi? Lasciamolo dire a chi di politica se ne intende, tastando il polso della situazione attraverso i commenti dei media britannici: The Guardian, editoriale del 4 luglio 2025: “La crisi rivela il costo della cautela. Sir Keir Starmer ha promesso competenza. Ma una settimana brutale ha rivelato che non ce l’ha fatta, e la sua incapacità di guidare con una “visione” potrebbe essere la sua rovina.

Sir Keir Starmer sembra aver paura di avere una visione politica. Dopo un anno al potere, il primo ministro non si comporta come un uomo scelto dalla storia. Eppure Sir Keir tratta il pragmatismo come un principio e si circonda di consiglieri che riciclano le abitudini dell’era del New Labour: tecnocrazia, deferenza del mercato e disciplina fiscale.

Successi internazionali, caos interno

Il cambiamento avviene comunque; l’unica scelta è come affrontarlo. Ritirarsi nella relativa sicurezza della scena globale non può sostituire la leadership. Sir Keir fa bella figura all’estero. A casa inciampa. Quando una ribellione ha sventrato i tagli alle indennità di invalidità del suo stesso governo, ha attribuito la sua incapacità di affrontare la questione al fatto di essere “fortemente concentrato” sugli affari esteri. Cercando prestigio all’estero, trova l’ammutinamento in patria. Il primo ministro sembra un politico adatto a gestire il declino, piuttosto che a superarlo. In una nazione lacerata dalla rabbia, dalla disuguaglianza e dal torpore economico, il primo ministro offre normalità e pazienza. Ma una Gran Bretagna strutturalmente ed emotivamente distrutta richiede un gradualismo più che moderato. Sir Keir non è l’uomo che molti immaginavano quando si candidò alla carica di leader laburista”.

Skynews, Beth Rigby, 4 luglio 2025: “Starmer ha vinto il potere con la più ampia maggioranza, ma celebra il suo primo anniversario con l’umiliazione di dover abbandonare le sue riforme di punta del welfare, chiaro colpo alla sua autorità”.

The Economist, 3 luglio 2025: “La tragedia dei Labour. Sir Keir Starmer sta rapidamente perdendo la sua autorità” recita il titolo. “Il primo compleanno del governo laburista, il 4 luglio, sarà un evento miserabile e senza torte. Le promesse di ridurre le liste d’attesa negli ospedali, costruire più case e fermare le barche dei migranti sono fallite”.
Sky news, 11 luglio 2025. Ultime notizie politiche: “il sindacato Unite Union vota per sospendere Angela Rayner e potrebbe rescindere i legami con i laburisti. Il vice primo ministro è stato condannato da Unite per una risposta “vergognosa” allo sciopero dei netturbini di Birmingham”.
infos.it , 30 giugno: “A Birmingham, i lavoratori dei cassonetti sono in sciopero, lasciando cumuli di spazzatura per le strade. I lavoratori, rappresentati dal sindacato Unite, stanno protestando contro cambiamenti nei loro contratti e nelle condizioni di lavoro. Lo sciopero, iniziato l’11 marzo, ha portato ad un accumulo significativo di rifiuti, con conseguenti disagi per i residenti e preoccupazioni per la salute pubblica”.
The New Statement, Steve Richards, 10 luglio 2025 titola: “Keir Starmer non imparerà da questa crisi. Questa amministrazione è caduta nello stesso ciclo di fallimenti che affligge tanti governi laburisti”. Nel testo:
“Starmer e Rachel Reeves potrebbero non avere altra scelta se non quella di imparare le lezioni del recente passato, anche se coloro che si occupano di loro restano convinti che il problema siano i parlamentari laburisti. Dovranno aumentare le tasse quest’autunno e presentare le ragioni per farlo. Rischiano di incorrere in ulteriori guai se cercassero tasse nascoste che scatenerebbero proteste isteriche”.

Le opposizioni

Abbiamo provato a bussare in casa Tories, “Sono in vacanza”, ha detto Boris Johnson in veste di usciere, scocciato per il disturbo. Mentre la leader Tory in una vignetta su The Spectator, appare in difficolta’ su una zattera nel mare tempestoso. E Farage? Pesca il salmone in Scozia e fa lunghe passeggiate. Sta riflettendo prima dell’arrembaggio.

L’articolo e’ gia apparso su Barbadillo.

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Dovremmo chiedere scusa -seconda parte-

Found responsible for killing of from 380-1000 unarmed Indian Sikh adults and children during the Jallianwalla Bagh Massacre, April 13, 1919 in Amristar, India.

Il giorno successivo al massacro Dyer emanò un comunicato ufficiale; ecco uno stralcio che permette di capire la mentalità di un soldato di professione: “…Per me fra il campo di battaglia di Francia o di Amritsar non c’è differenza, è lo stesso. Sono un militare e andrò dritto…”  L’atto di Dyer venne considerato disumano e sleale per il non avvenuto preavviso. Durante il processo l’uomo non mostrò pentimento. Alle domande: “Generale, è vero che ha ordinato di sparare dove la folla era più fitta? Lei era consapevole che fossero presenti donne e bambini?” Dyer risponde “sì” entrambe le volte, aggiungendo che intendeva dare una lezione all’India intera. C’è chi lo ritrasse come un eroe. Giudicato colpevole all’unanimità gli fu vietato di ricoprire da quel giorno qualsiasi incarico ufficiale. L’evento divise l’opinione pubblica britannica. Secondo http://www.drishtikone.com, 29-01-2019: “(…) Two armored cars with machine guns and hundreds of troops with machine guns – 50 of whom were armed with 303 Lee–Enfield bolt-action rifles.
The entrances, including the main one, were blocked.  The main entrance were blocked by troops and the armored cars behind them.

Poi per i successivi 10 minuti il caos più orribile della storia umana, in cui le truppe hanno deliberatamente sparato contro le aree dove più densa appariva la folla, si voleva il massimo danno. Alcune stime dicono che quel giorno morirono oltre 1.500 o addirittura 2.000 persone, incluso un bambino di sei settimane! (…) Mentre molti, si dice, hanno criticato Dyer per i suoi atti demoniaci, altri lo hanno elogiato definendolo eroe. La camera dei Lords, così lo considerava: un eroe. L’8 luglio 1920, il quotidiano locale Morning Post aprì un fondo a beneficio di Dyer. Ad esso hanno contribuito molte persone dell’esercito da Calcutta a Colombo al duca di Westminster. Diversi i giornali che hanno contribuito al fondo pro Dyer. Fra i sostenitori più accesi di Dyer lo scrittore del famoso Il libro della giungla. Rudyard Kipling giunse a definire il generale Dyer “l’uomo che ha salvato l’India”!Mentre Winston Churchill, dichiarò il massacro “un episodio senza precedenti o paralleli nella storia moderna dell’impero britannico…evento straordinario, mostruoso…la folla non era né armata né attaccante”. Ancora Clementina Udine su Lo Spiegone: “Ogni anno, le celebrazioni in memoria delle vittime di Amritsar riportano alla luce frizioni tra i due Paesi, che nonostante si cerchi di nascondere o attutire ricordano inevitabilmente come questo evento abbia lasciato una cicatrice indelebile nelle relazioni anglo-indiane. È vero dunque che il massacro di Amritsar ha portato all’ottenimento dell’indipendenza indiana in tempi più rapidi, ma il prezzo che il Paese ha dovuto pagare è stato alto e rimarrà sempre uno degli episodi più sanguinosi della storia recente indiana, ricordato ogni anno con orrore e dolore.” Un’altra pagina nera nel puzzle coloniale britannico, dunque, e un altro macellaio doc oltre al baronetto Sir Arthur Travers Harris, detto the bomber o the butcher. Del resto anche l’italica stirpe vanta personaggi di simile o superiore caratura: Il macellaio italiano del Fezzan inserito nella lista dei criminali di guerra, stilata dall’Onu per l’uso di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, ad esempio.

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Dovremmo chiedere scusa, o forse no? -prima parte-

I fori delle pallottole sul muro ci sono ancora. 1165 proiettili sparati ad altezza d’uomo. Dieci minuti di fuoco continuo fino ad esaurimento colpi. Quattrocento i morti ufficiali, fra cui numerose donne, vecchi e bambini, milleduecento i feriti; è convinzione diffusa che gli uccisi fossero centinaia di più. “Dovremmo chiedere scusa.” Un poco avvilente che uno solo, lo dica, anche se si tratta del sindaco di Londra, Khan, pachistano di origine, che, armato di buona volontà, si reca sul luogo dell’eccidio dicendo “Sorry.”  Quel giorno di aprile del 1919 la volontà era obbedienza cieca all’ordine e alla volontà di massacrare per far rispettare la legge marziale. Sky News, 6-12-2017: “London Mayor Sadiq Khan urges British Government to apologise for the 1919 Amritsar massacre. Sadiq Khan says it is time the UK apologised as the centenary for the shooting by British troops on unarmed protesters nears.” Ma UK non fa nessun apologise. Era il 13 aprile 1919 quando avvenne il misfatto. “David Cameron è stato il primo primo ministro britannico a visitare un memoriale per il massacro di Amritsar nel Punjab, nel febbraio 2013. Ha descritto il delitto come “profondamente vergognoso”, ma si è fermato prima di chiedere scusa. Theresa May ha definito una “cicatrice vergognosa nella storia delle relazioni anglo-indiane”, nulla più. 
Il 05-08-2019 Clementina Udine su Lo Spiegone: “A cento anni dal tragico evento l’India è ancora in attesa di scuse formali da parte dell’Inghilterra. Come fatto notare da molti in occasione dell’enorme fiaccolata che ha ricordato il 13 aprile di quest’anno le vittime della strage, il centesimo anniversario avrebbe potuto rappresentare il momento ideale per presentare le dovute scuse. Ma la premier inglese Theresa May ha solamente espresso dispiacere per l’accaduto, definendo l’evento un “esempio doloroso del passato inglese in India”.
il massacro di Amritsar: chi, cosa, come e perché. Era   Il 13 aprile 1919 quando il generale di brigata pro tempore dell’esercito inglese Reginald Dyer, in attesa della smobilitazione e veterano della prima guerra mondiale, ordinò ai suoi 90 uomini, parte inglesi parte gurka, di far fuoco su civili inermi. La folla si era riunita nel piccolo parco di Jallianwala Bagh per celebrare l’inizio della primavera; contemporaneo un comizio di protesta pacifica contro l’arresto immotivato di due leader nazionalisti. Una provocazione secondo i Brits, in quanto violava la legge marziale instaurata un mese prima; la legge vietava qualsiasi assembramento con più di quattro persone. A marzo era stato varato il Rowlatt Act, che consentiva di incarcerare in modo arbitrario i dissidenti, senza bisogno di processo. Il Partito del Congresso aveva organizzato numerose manifestazioni pacifiche di dissenso. Comunque scontri violenti ci furono e ripetuti attentati contro funzionari britannici e le sedi amministrative; per questo motivo in alcune regioni entrò in vigore la legge marziale, riducendo le già scarse concessioni fatte agli indiani che avevano acceso le speranze di maggiore autonomia dalla fine della prima guerra mondiale. il generale non ritenne necessario esplodere colpi di avvertimento per disperdere la folla, ma ordinò di sparare ad altezza uomo fino a esaurimento delle munizioni. Che fossero presenti donne e bambini, al generale non interessava e nemmeno portare soccorso ai feriti alla fine dell’esecuzione. Potevano esserci molti più uccisi ma le autoblindo con le mitragliatrici non riuscirono ad entrare nell’area perché troppo larghe per le strette vie d’accesso al giardino.

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Gran Bretagna, i marmi reclamati e le restituzioni come beni in affitto -seconda parte-

L’articolo di Lorenzo Ferrara continua: “Il gioco è finito”, lo dice anche Dan Hicks, professore di archeologia contemporanea all’Università di Oxford, che riporta a sostegno delle sue tesi anche i commenti di Tristram Hunt, direttore del Victoria & Albert museum, secondo il quale occorrerebbe mettere mano in toto alle leggi che vietano ai musei di restituire le opere d’arte. Secondo Mike Pitts, archeologo: “il British Museum sostiene di non avere nulla in contrario al trasferimento di materiale verso il paese di origine delle opere e non sembra porre limiti alla durata del prestito. Quindi è ipotizzabile che una parte davvero significativa della collezione del Partenone possa finire effettivamente in esposizione permanente ad Atene… Ma come prestito, non in veste di manufatto che ha mutato proprietà…” Hai capito la furbata? Artribune: “Nel 2014, Mark Walker, un consulente medico britannico pensionato, ha restituito due sculture rubate da suo nonno durante l’assedio del 1897 nel Benin. Poi è stato il turno dell’Università di Aberdeen, in Scozia, che aveva acquistato una testa di Oba, il sovrano del Benin, e del Jesus College dell’Università di Cambridge, che aveva ricevuto un gallo di bronzo in dono dal padre di uno studente nel lontano 1905. Anche la Germania, una delle principali destinazioni delle opere, ha chiesto ai musei un elenco dettagliato per restituire tutti i bronzi arrivati attraverso il commercio d’arte. Lode alla sensibilità etica di persone e istituzioni. Quasi il 60% dei Britannici ora pensa che i marmi del Partenone debbano ritornare alla Grecia, mentre il 18% pensa il contrario. Fra questi ultimi c’è qualcuno che avanza ipotesi alternative, ad esempio: perché non sostenere il principio di reciprocità? Proponendo un prestito incrociato: affidare opere in esposizione di Blake, Turner, Constable, Leighton, Millais ai musei del Gabon, del Benin, della Grecia o del Cairo. Non sarebbe più intelligente pensare a nuove forme di interazione culturale con ricadute economiche per il paese d’origine al quale appartengono? Le opere trafugate esposte nei musei londinesi sono fonte di attrazione e ricchezza per i Brits, perché non coinvolgere con compensi economici adeguati i paesi interessati? Non si scandalizzino i direttori dei musei del Sudan o della Nigeria, che a gran voce esclamano: “a ridatece a robba! è ‘nostra!!” A Londra arrivano a vagonate gli estimatori dei loro reperti. Sarebbe a dire: Hai visto quali meraviglie puoi trovare in Grecia, Messico, India, Cina, Benin, Italia, a Londra in vetrina, al British museum c’è solo un assaggio.

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Gran Bretagna, i marmi reclamati e le restituzioni come beni in affitto -prima parte-

E’ uno dei primi articoli di Lorenzo Ferrara, ma e’ ancora attuale perche’ la querelle dei reclami di opere d’arte esposte nei musei del Regno Unito continua e chissa’ mai se finira’. Ecco cosa scriveva poco tempo fa:

L’irriconoscibile Boris vantava sicurezza già da giovane. A colloquio con il ministro della cultura greco Melina Mercouri sosteneva con vigore che i marmi esposti al British museum andavano restituiti al legittimo proprietario. Helena Smith su The Guardian 18 dicembre 2021:  “(…) Lo si rileva da un articolo del 1986 rinvenuto in una biblioteca di Oxford in cui l’allora studente di lettere classiche sosteneva appassionatamente il loro ritorno ad Atene. Usando un linguaggio che renderebbe orgogliosi gli attivisti pro restituzione, Johnson non solo credeva che le antichità del V secolo a.C. dovessero essere restituite a chi appartengono”, ma deplorava il modo in cui erano state “segate e tagliate” dall’edificio magistrale che un tempo adornavano.

“I marmi di Elgin dovrebbero abbandonare questa northern whisky-drinking guilt-culture, ed essere esposti in un paese di sole splendente, nel paesaggio di Achille, tra “le montagne ombrose e il mare echeggiante”, scriveva BoJo nell’articolo, ripubblicato dal quotidiano greco Ta Ne”.

Da Il Post.it dell’8 agosto 2022: “L’Horniman Museum di Londra ha annunciato che restituirà alla Nigeria 72 manufatti preziosi che erano stati saccheggiati dalle forze britanniche nel 1897 nell’attuale Benin City, in Nigeria. All’inizio dell’anno il governo nigeriano aveva chiesto che venissero restituiti i molti oggetti dall’enorme valore culturale che negli anni erano stati sottratti al paese: la stima parla di circa 10 mila reperti, conservati in 165 musei e collezioni private in tutto il mondo.

L’Horniman Museum è la prima istituzione finanziata dal governo britannico a farlo, e la sua decisione potrebbe avere un valore simbolico importante: la maggior parte degli oggetti sottratti alla Nigeria, circa 900, si trova infatti al British Museum di Londra, uno dei musei di storia più importanti al mondo e che come l’Horniman è finanziato dal governo. Il British Museum però si è sempre rifiutato di restituire la collezione, ricevendo molte critiche da parte di diversi storici e attivisti.” La diatriba monta. Siamo ai ferri corti, si temono tumulti, si fa per dire.

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Londra. “The 80s: Photographing Britain”, una mostra fotografica alla Tate Gallery (seconda parte)

Ancora l’articolo di Lorenzo Ferrara sulla mostra fotografica londinese, pubblicato su Barbadillo:
Da rimarcare le opere di Sunil Gupta, la cui serie Pretended Family Relationships del 1988 unì teneri ritratti di coppie interrazziali con frammenti di poesia intima e immagini delle proteste. Poi la mostra si sfalda. Il territorio che copre è ambizioso e comprende la fotografia artistica e in studio insieme al reportage e al lavoro documentario, spina dorsale della mostra. Tale ampiezza non è di per sé una cosa negativa, ma fin dall’inizio la mostra si spinge oltre i suoi confini autoimposti.

Alcuni dei lavori più importanti qui sono stati realizzati negli anni ’70 e ’90, in particolare gli autoritratti irresistibilmente vivaci scattati dai residenti di Handsworth a Birmingham nel 1979, ideati da John Reardon, Derek Bishton e Brian Homer. 

Uno spettacolo ampio, tortuoso e bisognoso di una modifica importante. La sezione conclusiva Celebrating Subcultures ignora quelle associate agli anni ’80 (punk, goth, viaggiatori new age) ma include un intero muro di fotografie degli anni ’90 di Wolfgang Tillmans, la maggior parte delle quali scattate in Germania e Grecia. Dalla foto di John Harris di un poliziotto a cavallo che brandisce il manganello contro un fotografo durante la battaglia di Orgreave agli studi artistici di Rotimi Fani-Kayode sui corpi neri strani, ci sono alcune cose fantastiche qui, ma devi darti da fare per scovarle”.
Gli organizzatori scrivono: “Esplora una fotografia potente in un decennio di cambiamenti sociali e politici, in uno dei decenni più critici del Regno Unito. Questa mostra ripercorre il lavoro di una comunità diversificata di fotografi, collettivi e pubblicazioni, creando risposte radicali ai turbolenti anni della Thatcher. Ambientato sullo sfondo delle rivolte razziali, degli scioperi dei minatori, della pandemia di AIDS e della gentrificazione, lasciati ispirare da storie di protesta e cambiamento”.Uno “spettacolo” che dilaga in mille rivoli come l’acqua sulla sabbia. Un progetto meno ambizioso sarebbe stato benvenuto. Come sostiene The Guardian.
Nel passare in rassegna quei documenti fotografici sono viziato dalla memoria degli scatti dei maestri nostrani. Qualcosa manca alle immagini qui esposte. Un pizzico di cultura e di poesia mediterranea, forse?

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Londra. “The 80s: Photographing Britain”, una mostra fotografica alla Tate Gallery (prima parte)

Fra gli articoli di Lorenzo Ferrara pubblicati su Barbadillo, eccone uno in via di pubblicazione sui volumi di Solfanelli, dedicati al vivere londinese.
Per pizza e birra a Londra, te la cavi con 20 sterline, ben spese se la pizza è verace e la birra italiana. Lo stesso importo lo spendi, meno bene però, per la mostra Tate The 80s: Photographing Britain alla Tate Gallery. Che da poco ha chiuso i battenti.
Luogo deputato a ospitare opere moderne, frequentato da visitatori convinti che il moderno sia sempre migliore della Tradizione e sinonimo di progresso. Nonché sede adatta per il pisciatoio di Marcel Duchamp. 

Ho le credenziali adatte per parlare di questa esibizione, perché sono un ex fotografo che vanta anche un volume fotografico su Torino, in “combutta” con Giovanni Arpino, che ne curò i testi. Ricordo di averlo presentato in una libreria vicino piazza Navona. Ma non farmi divagare.
Cosa c’era di così eclatante appeso alle pareti della mitica Tate? La storia della Gran Bretagna anni ‘80, che dilaga fino alle soglie del nuovo millennio. Ai problemi di allora se ne sono aggiunti altri. Ci sono immagini cult senza tuttavia raggiungere le vette delle foto di Cartier Bresson, o di Mario Ingrosso, interprete di alto livello del neorealismo. Dalle immagini della mostra emerge la rabbia della contestazione “black”, a tratti pare di essere nel Bronx o nei campus degli States. Tra edifici in fiamme il furibondo bacio di due fricchettoni gay con la cresta in capo, mentre poliziotti antisommossa vigilano. E anche il ghigno sarcastico di un negro che fa una smorfia. Davanti a una immagine sembra di udire l’urlo di migliaia di asiatici assiepati per reclamare i loro diritti. In altre sale, la fissità ottusa di soggetti borghesi, colti nel loro nido domestico. La mostra aveva obiettivi ambiziosi, volti a rappresentare gli scenari della società britannica in tumultuosa trasformazione. Ribellione, contestazione, c’è tutto e troppo nella mostra. Che pretende di rappresentare quegli anni tempestosi. Una mostra dieci e lode? Non proprio. Anche il The Guardian batte su questo tasto: Hettie Judah, 19 novembre 2024. Nel titolo: “Una mostra piena di gemme, ma bisognosa di una revisione rigorosa”. Nel testo: “La mostra si dipana lungo linee tematiche. La sala di apertura è dedicata alla protesta, dallo sciopero di Grunwick guidato dai lavoratori britannici dell’Asia meridionale a Brent, agli scontri tra picchetti e polizia presso la cokeria di Orgreave, e alle marce contro la legislazione omofobica della Sezione 28. In una galleria dedicata al denaro e al crescente divario tra chi ha e chi non ha, le immagini cupe di Paul Graham si confrontano con gli scatti sarcastici di Martin Parr di feste in giardino e inaugurazioni di gallerie. Nella sezione successiva, l’obiettivo è rivolto al paesaggio e alle trasformazioni operate sia dall’industria che dalla sua rimozione.

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Il duello criminale col pugnale (seconda parte)

Così leggi sulla rete: “Il cervello rettile, il più antico e la cui eredità è nel tronco encefalico e nell’ipotalamo del nostro cervello, presiede sostanzialmente alle funzioni istintive e vegetative. Qui risiedono le funzioni preposte a gestire la territorialità, la difesa e l’attacco, la sessualità.” Adesso sappiamo che siamo parenti dei rettili. Milioni di anni fa, è là che siamo rimasti, e poi alle prime profetiche immagini dell’uomo scimmione che spacca e tronca con una clava, poi diventata ferro forgiato -Odissea 2001 nello spazio, tanto per capirci-.
L’arma, dicevo: non l’elegante fioretto, o la fidata spada-simbolo medievale, ma il brutale, rivoltante pugnale degli omicidi, dei sicari di professione che costringe il morituro a  pronunciare con pena e affanno la frase “lasciami morire, vattene, voglio morire solo”. E siamo nel 2025. Putin ha premiato un assassino, non un soldato, ovvero un uomo costretto a diventare omicida. C’erano una volta i cavalieri medievali che si spaccavano il cranio e sbudellavano in nome di ideali, amore, fedeltà, giuramenti. Qui no, è rimasto solo l’uomo a manifestare la sua natura primeva belluina.

Filosofia, etica, morale, utopia, religione, progresso: ovvero la cenere di un gran falò. Se dare della bestia assassina a zar, duci, condottieri e generalissimi non porta a nulla, dire che Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone erano criminali equivale ad abbaiare alla luna, perché l’agiografia nella Storia è come l’Attak. Si può sempre dire che i massacri loro ascritti avvennero per necessità, per l’instaurazione di nuove civiltà, per la logica che vede la guerra una soluzione corrente nell’ ABC del dominio. Allora ti invito a guardare quel video indigesto, ipocritamente postato dai media per dovere di cronaca. Ci si potrà sempre baloccare con “la credenza che gli eventi nella Storia si svolgono nel senso più desiderabile, realizzando una perfezione crescente”. Amara bubbola antropologica. Condividiamo coi serpenti un brano di cervello. Cosa pretendevi? che i due soldati facessero merenda insieme?Pubblicato su IL BORGHESE.

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