c’era la Poesia? (II)

Come ti dicevo: di poesia c’è bisogno come il pane. Perché? Ti chiederai. Comincio il post facendoti una domanda. Ma davvero ti senti superiore e diverso e migliore perche tu sei vestito e lui invece non lo era? Sto parlando del troglodita del Paleolitico che ha istoriato con scene di caccia pareti e soffitti delle grotte di Altamira in Spagna. Ti senti superiore a lui? Io no e non faccio l’originale o il bizzarro a oltranza. Tutt’altro. Sono serissimo. Pare che fossero in molti nel corso di migliaia di anni ad aver graffittato gli interni delle grotte! Sai cosa c’ è lì dentro? Il nostro futuro c’è. E la bellezza pura, ovvero la Poesia. Non si direbbe in una grotta. Vero? Chi l’avrebbe mai detto, proprio là  dentro, al buio! Da migliaia di anni attende. Le nostre origini ci sono, sui soffitti della grotta, dalle quali non possiamo né dobbiamo derogare, c’è il futuro di poeti, artisti, e pittori e graffittari. Il tuo futuro. Ovvero il pezzo migliore della nostra anima e del nostro intelletto e dell’intelligenza creativa.

Tutto registratro in una grotta. Un condensato di energia, di rappresentazione, di volontà di trasmettere una emozione, il troglodita privo di computer voleva lasciare qualcosa di suo, evidentemente, una scena, episodi di vita, e l’ispirazione, ovvero poesia allo stato puro. Per visitare quei luoghi oggi devi fare una coda di tre anni, se bastano. Sai di cosa parlo? di roba che e stata prodotta nella notte dei tempi. E cioe dai 25.000 ai 35.000 anni fa, questo dicono i test di laboratorio. Anni in cui la nonna di tua bisnonna non era ancora nata. E nella notte dei tempi uno sconosciuto seminudo prende carboncino, ematite e ocra per tracciare e colorare capolavori d’arte che probabilmente hanno ispirato lo stesso Picasso, il quale pare, anche se non è confermato, abbia detto al termine di una visita alle grotte, : “Dopo Altamira, tutto è decadenza.” Sottoscriviamo il suo parere all’istante, prendendolo alla lettera. Arte, Poesia, appunto, allo stato puro, già allora, da leggersicome esigenza insopprimibile, esclusivamente umana. Ma dimmi una cosa: chi glielo faceva fare al troglodita di turno sobbarcarsi quelle fatiche? Magari era affetto da artrite deformante o da torcicollo. Mica c’era il supermercato sottocasa e il cibo se lo doveva procurare, cacciando e rischiando la ghirba. Per cosa si metteva a graffiare muri? che ai tempi non c’erano nemmeno inviti e cocktail di presentazione ne’ musei, o critici specializzati, e nemmeno le fagocitanti leggi di mercato dell’arte. Per danaro? Ma se dovevano ancora inventarlo il denaro! Per chi istoriava l’energumeno con scene di caccia i muri di casa sua? Semplice: per se stesso, prima di tutto e poi per te e per me. Le grotte sono state definite Cappella Sistina della Preistoria e mi fermo qua. Gli slogan roboanti sono il prodotto dell’evo moderno, del resto. Di slogan viviamo, surrogati sintetici che vorrebbero sostituirsi all’oggetto, in questo caso di bellezza e suggestione inarrivabili. E oggi? Oggi no, non prendiamo più in mano ematite carboncino e ocra, per strada non ci sono. Allora io ti dico che se vuoi contrastare con successo i malanni che comporta vivere all’ammasso, intruppati nelle nostre megalopoli, fintamente protetti da occhi che ti scrutano, spiano e registrano chi sei e cosa fai e come ti muovi per condizionarti meglio in un secondo tempo, devi guardarti intorno e riflettere. Per contrastare efficacemente nevrosi, ansia e depressione e il timor panico di esistere, e combattere contro l’irraggiungibile chimera della modernità a ogni costo, che ti costringe ad adottare un sistema di vita contro natura, devi fare una scelta. E scendere nelle grotte di Altamira o in altre assai più antiche nel Borneo, ma pare che sia maledettamente scomodo raggiungere le Sulawezi, proprio per compensare i frustranti riti collettivi imposti dalla modernità che di umano hanno solo l’etichetta, devi scegliere insomma. Opponendo la tua forza a quella del sistema, al vivere secondo schemi, ritmi e abitudini studiati e progettati da altri per il benessere conclamato e la ricchezza esorbitante di pochi.

Devi prendere carboncino e ocra e metterti all’opera. (Trattasi di metafora, ma nemmeno poi tanto). Tu, da solo o in gruppo. E scendere nel profondo. Disegnare, scrivere, dipingere, scolpire, insomma creare, come han fatto i nostri antichi parenti, frugando dentro e fuori te stesso. Cercando e illustrando secondo Poesia. E sai perché ? Perché di poesia c’è bisogno come il pane, come ce n’era bisogno allora, 25.000 e 50.000 anni fa. C’è necessità che tu ti liberi, che tu esprima te stesso, facendo della tua Poesia un motivo per vivere, (l’unico? Non lo so) un mezzo fondamentale di espressione, del salutare liberarsi del tuo istinto creativo. Son retorico? Nemmeno un po’. Guardati attorno. Smetti un attimo di stare incollato a testa china all’iPhone, al tablet, allo schermo del computer. Diventi gobbo e ti viene il pollicione. Smetti, fruga, sogna e crea. Il troglodita attende che tu raccolga il testimone. In fondo sono passati solo trentamila anni. Ce l’hai anche tu, ne sono certo, si chiama vecchio progetto, si chiama sogno nel cassetto, e ambizione di fare al di là di schemi imposti, abitudini, nefaste utopie di progresso ed editori che fanno i bottegai (anche se non c’entra molto in questo contesto). Prova, per te stesso innanzi tutto, prova come ha fatto il troglodita, che non aveva nemmeno a disposizione la vicina della porta accanto alla quale chiedere: Ti piace? L’ho fatto io. Chiamala per nome, un dolce nome ma potente come la vita stessa: si chiama Poesia. Vedo che mi manca lo spazio, al prossimo post la dimostrazione di quanta ragione io abbia, con i fatti.

c’era la Poesia? (I)

Poesia con la P maiuscola non le poesiole che ti han fatto imparare a forza a scuola, torturandoti memoria e pazienza. P come poesia, come esordisce onniscente, wikipedia: La poesia (dal greco ποίησις, poiesis, con il significato di “creazione”) è una forma d’arte che crea, con la scelta e l’accostamento di parole secondo particolari leggi metriche. Fin qua non ci piove. Oggi non ci sia più. Sparita. Non è più merce attuale né facilmente reperibile, forse perché derrata deperibile, scusate la scipita allusione. Pare che non serva. La poesia. E se ne accenni sei accolto da un mezzo sorriso di compassione. La Poesia? E cos’è, si mangia? Meglio una caramella. Ma riguarda un passato nemmeno tanto remoto la poesia. La poesia non interessa, annoia, è fuori moda e fuori dal tempo, se parli di poesia oggi parli di quella del passato coi suoi poeti laureati e non. Non parliamo di poeti, non facciamo nomi, morti e viventi, potrebbero anche offendersi i pochi rimasti in circolazione, se ne esistono. Come ogni altra arte la Poesia necessita di ispirazione, se non c’è non c’è poesia ma vuoto balbettio o frastuono fastidioso, più gridi e meno fai poesia. Hai capito? La poesia può anche gridare o sussurrare ma deve essere autentica, cioè sentita, e partire dal cuore, ma non basta. Di poesia si muore nel senso che se nasci poeta oggi sei morto in partenza, devi trovarti un’alternativa, un mestiere per vivere. Perché? Perché la poesia pare non serva più, essendo roba vecchia, inservibile. Di poesia si muore, oggi. Nel senso che se nasci poeta la troverai davvero dura. Un tempo no, era diverso. Il poeta, quello autentico, era riverito e desiderato e ospitato nelle corti europee in cui vivevano rispettati e protetti i trovatori e i menestrelli che in musica cantavano storie e la gloria del loro signore e di belle dame. Ispirazione, dicevamo, come nei mestieri: chi nasce falegname difficile che faccia il fabbro o il calzolaio, ispirazione come inclinazione, vocazione, vita. I cimiteri della creazione son pieni di poeti veri o fasulli, morti per davvero…di fame o disperazione. Devi rifarti al passato se vuoi capirci qualcosa, c’era la poesia epica, il più grande dei poeti insegna, versi di gloria, amore e morte a cantare gli sbudellamenti sotto le mura di Troia per colpa della bella Elena, così dice la leggenda, smentita dalla storia, che parla invece di questioni commerciali. Niente di nuovo sotto il sole, eh? Il mito nutre la grande poesia, la bellezza, la forza, lo spirito di avventura, incarnato da Ulisse che di avventura ne sapeva qualcosa. Ma se il mito sparisce che fai? Con la poesia si tramandavano gesta, miti e leggende, che poi sono le nostre radici se ci pensi bene, qualcosa che ti fa diverso da un albero o da un pesce. Quanti i versi di ispirazione sacra?

Una montagna, dieci montagne e vallate, il sacro ispira la poesia (uno dei motivi per cui oggi non ce n’è più in circolazione, a pagarla oro, ovvio, no?) il fraticello di Assisi che svetta come poeta eccelso con il suo Cantico delle Creature, lode a Dio creatore e alle sue creature e la lauda drammatica di Jacopone da Todi che ispira il teatro poesia nel suo Donna de Paradiso. Ti ricordi quando c’era la poesia? Quando scriveva Petrarca della sua bella Laura, e allora è poesia d’amore, del sentimento, per lodare l’amore e cantarlo in ogni sua declinazione, vedi: bisogno di parlare di sentimenti e di occhi lucidi e di occhi che si accendono e di piogge e cascate di fiori sui capelli dorati e di Beatrice che ispira Dante a fare

quel bel viaggetto nell’al di là, ovvero poesia allegorica, e poi versi che narrano di fughe di ninfe amate da fauni e satiri e compagnia bella, per non parlare dell’amor tragico nei versi che tutto il mondo conosce degli amanti disperati Paolo e Francesca. Amore e morte che ispirano il verso. Roba da recuperare in soffitta, dunque. C’era bisogno di fissare sulla carta quell’antico amore. Altri combustibili che nutrono la Poesia ce ne sono, ma di altro genere, i versi del grande Foscolo sono ispirati dal rimpianto della sua bella patria Zante che mai più rivedrà e poi dall’impegno civile quando parla dei Sepolcri, e dalla contemplazione di sé stesso e del paesaggio che allude a un paesaggio dell’animo e della mente. Vagar mi fai sull’orme che vanno al nulla eterno. Robetta? Beh, non proprio. E Dio dove sta? Te lo dico un’altra volta. Per non sottacere i non entusiasmanti versi del Manzoni su Napoleone stecchito: Ei fu siccome immobile
dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro, eccetera, e quindi passiamo alla politica. E sulla condizione umana e la disperazione della giovinezza che trascorre e l’impotenza del poeta e sul pessimismo annichilente di Leopardi che contempla sé stesso e la natura e allora si rifugia nella poesia come nell’unico mezzo decente per sopravvivere. L’istrionico D’Annunzio ricorre alla poesia e le sue fonti di ispirazione sono molteplici: si parla di morte, di mito, di eroismo, avventura e di bellezza, sempre, parla cioè di sé stesso. Alla radice della Poesia ci stanno le molte, ma non tantissime, ispirazioni aspirazioni dell’uomo, ad ogni secolo (se va bene) la sua poesia. Un due tre quattro, non mi viene in mente un accidente se parlo del nuovo secolo-millenio. Forse che Neil Armstrong parla un nuovo linguaggio poetico quando sbarca sulla luna? E vai sulla luna senza essere ispirato da quello che vedi? Se c’è poesia nello sguardo degli astronauti se la tengono tutta per loro, non la diffondono. Quello che hanno provato oltre al timore di non ritornare e alle difficoltà del viaggio rimane segreto, tabù. Ma non divaghiamo. Oggi di poesia ce ne sarebbe bisogno, uno straziante bisogno, un bisogno enorme, così gigantesco che nessuno se ne rende conto, per questo ti chiedo: Ti ricordi della Poesia? È dentro di te e disperatamente cerca uno sbocco, una fessura, un appiglio per poter emergere, (la dimostrazione al prossimo post.) Sono sicuro di averti incuriosito abbastanza, e siccome un post non può annoiarti ed essere lungo come un’autostrada ti rivedo al prossimo che, indovina un po’, parlerà sempre di poesia, e avrà qualche sorpresa in serbo.

a Milano si faceva vera Cultura?

Loredana Pecorini non c’è più da tre anni. Ma di lei ho un ricordo così vivo e grato che difficilmente si annebbierà. Tu, che sei di Milano, o ci vivi ancora, te la ricordi quando andavi a cercare opere speciali o a ascoltare musica in Foro Bonaparte, nella sua magica libreria? E tu, che mi stai leggendo perdona l’impertinenza, ma se hai conosciuto Lalla mi farebbe piacere conoscerti! Perché Lalla Pecorini faceva parte, e ora lo fa solo nel ricordo, delle persone ed eredità culturali migliori di Milano.

Mi aveva regalato un bel libro su Ugo Foscolo con la sua dedica a mio figlio. Bando al triste e grato ricordo. Perché ne riparlo? Avevo recensito il libro di un suo amico autore, in omaggio a lei e a lui ecco quello che avevo scritto qualche tempo fa: LA CHIMERA DI CARLO VIII  e penso che il post sia ancora attuale.
La signora ha più di cinquecento anni. Ma non li dimostra. Lo spirito è quello di una ragazzina, entusiasta e coinvolgente. Le avevamo chiesto un incontro per illustrare un nostro progetto e fra telefoni che squillavano e saluti con vecchi e nuovi clienti siamo riusciti a malapena a introdurre l’argomento. Di chi e di cosa stiamo parlando? Di una delle più lussureggianti librerie milanesi (ora sparita) : e della sua titolare, signora Loredana Pecorini, il cui spirito e passione sono identiche a quelle dei primi stampatori tedeschi, veneziani e trinesi che nelle loro botteghe, seicento anni fa, dettero inizio a una nuova arte: quella della stampa col torchio. La signora Pecorini è la loro erede ideale. E mentre dimostriamo interesse lei ci illustra con amorevole cura edizioni che farebbero gola a un troglodita. Carte giapponesi, caratteri mai visti prima, edizioni che sembrano carezzare lo spirito e la mente, in particolare una dell’opera proustiana che occhieggia da una teca protetta, dotata di una copertina che, da sola, induce all’acquisto. Sono i libri che lei vende, e definirli libri di pregio riesce assolutamente riduttivo. Infatti, il valore aggiunto di queste opere non è facilmente calcolabile. Non occorre essere bibliofili, bisogna semplicemente amare le cose belle, il gusto, l’armonia, capire che state sfogliando opere d’arte fatte di carta, passione, con illustrazioni fuori del comune, con caratteri e spaziature che nulla hanno da spartire col libro delle normali librerie. Fra le “meraviglie” della sua Libreria, troviamo: LA CHIMERA DI CARLO VIII di Silvio Biancardi. Si potrebbero sprecare numerosi aggettivi encomiastici per lodare quest’opera. Ne scegliamo due soltanto: entusiasmante e insostituibile. E già dai primi capitoli se ne capisce il motivo. Le 800 pagine de LA CHIMERA DI CARLO VIII si leggono (avendone il tempo) tutte d’un fiato, come un romanzo dalle mille avventure, dai mille volti, dai cento tradimenti; alleanze e promesse non mantenute si susseguono a non finire. Sono le radici di un albero che affondano nel passato dell’Italia, facendoci comprendere molte cose sui nostri trascorsi, sui comportamenti, sul nostro carattere nazionale di allora e odierno, non esattamente tutte incoraggianti o di cui vantarsi.

Ma la storia e i suoi perché qui trovano un riscontro tale e dovizia di particolari attraverso testimonianze e documenti di stupefacente rilievo e vastità. È tutto documentato con abbondanza di particolari. L’autore fa parlare sovrani, ambasciatori e belle dame in una girandola di battute che mai disorienta, anzi che sorprende per la sua vivezza. Silvio Biancardi tratteggia sapientemente un disegno che affascina per la ricchezza dei particolari e per la trama di ciò che davvero è accaduto in quegli anni drammatici.
Era l’epoca dei Medici, di Leonardo da Vinci, degli Spagnoli a Napoli, per intenderci, il tempo degli anatemi di Frate Girolamo Savonarola e delle meraviglie che le regali residenze napoletane custodivano. L’autore, spesso con sottile ironia, mai esprimendo giudizi fuorvianti raccoglie le ambasciate di Ludovico il Moro, le debolezze di Carlo VIII, (un sovrano il cui aspetto non era propriamente aitante: piccolo, smilzo, con un gran naso, e non suscitava entusiasmo), i dinieghi diplomatici della Serenissima, la faticosa spola degli ambasciatori spediti su e giù per la penisola a ricucire strappi, proporre alleanze, minacciare rappresaglie. Ma Carlo VIII aveva un progetto: scendere in Italia per scacciare gli Aragonesi e riprendersi quello che riteneva di sua proprietà: il regno di Napoli per poi continuare la rotta andando a combattere i Turchi. L’Italia dei cento stati, al suo passare si dissolve come neve al sole, mettendo in luce rancori, cupidigie, rivalse e vendette. L’Italia che non c’era, è tutta lì, non sa che pesci prendere, è in preda al collasso e si spaventa per poi tentare colpi di coda. I Francesi fanno sul serio e sparano per davvero con le loro micidiali artiglierie abbattendo a colpi di cannone le scarse resistenze degli Aragonesi. Soprattutto brillano le trame di Ludovico Sforza detto il Moro, che dopo aver favorito la discesa del sovrano francese accogliendolo con feste e danze a cui partecipano dame dalle generose scollature, ora sollecita la lega di Stati in funzione antifrancese (intrappolare il re ora nemico in quella palude insidiosa che era l’Italia di fine Quattrocento?)  Dopo aver sperato invano di espandere il suo potere Ludovico il Moro si sente ora trascurato e non tarderà a vendicarsi tramando esplicitamente contro i Francesi. E il Papa? Tutto da leggere ciò che successe veramente fra Alessandro VI e Carlo VIII. E l’autore di questo affresco dalle forti tinte ce ne dà ampio resoconto. E come trascurare le speranze deluse di Pisa che invoca il re francese in funzione anti-fiorentina? O l’enigmatica impassibilità del governo dei Dogi che non dice mai nulla e non rifiuta mai nulla? L’opera di Biancardi è unica perché fa parlare i protagonisti di quegli anni, secondo un diario di avvenimenti incalzante che ha il sapore di un reportage. Forse per una di quelle rare alchimie della storia Silvio Biancardi può dire: Io c’ero, ho visto e ora racconto. Le illustrazioni sono tratte dal volume. L’edizione ci è stata segnalata da Loredana Pecorini titolare della libreria omonima.

La riforma previdenziale inglese

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Nella foto è ritratta la redazione.

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Alcune considerazioni sulla riforma previdenziale del premier inglese Cameron rispetto all’Italia

di Claudio Martinotti Doria

Il giovane premier inglese Cameron, che per quanto lo si possa criticare è comunque alcune decine di spanne superiore politicamente ed intellettualmente al nostro, ha avuto il coraggio di compiere una riforma previdenziale ed economica che da noi in Italia non poteva neppure essere concepita.

Restituire i contributi previdenziali agli ultra55enni che lo desiderano, ovviamente dovranno rinunciare a qualsiasi futura pensione pubblica.

Perché dico che da noi non poteva essere concepita? Perché da noi non esiste nel vocabolario della pubblica amministrazione la voce “restituzione”, da noi non restituiscono neppure i contributi previdenziali cosiddetti VOLONTARI quando ad esempio ci si accorge che non sono serviti a nulla, come in seguito all’iniqua riforma Fornero, che spostando in avanti di colpo di ben 6 anni l’età pensionabile (porcata che non era mai avvenuta prima d’ora in alcun paese civile) senza tener conto delle gravi ripercussioni sociali ed economiche, ha ad esempio vanificato la pianificazione previdenziale di tutti coloro che stavano versando contributi volontari.

La riforma di Cameron sembra involontariamente studiata per porre rimedio alla riforma Fornero, perché è destinata a far beneficiare gli ultra55enni, che sono proprio coloro maggiormente colpiti dall’iniqua riforma Fornero, trovatisi senza lavoro e senza pensione per molto anni a venire. Quindi era in Italia che avrebbero dovuto concepire la riforma, non in Inghilterra. Peccato che non ci abbiano neppure pensato, come dicevo, perché non esiste nel vocabolario politico italiano la parola restituzione (avete mai sentito di un ladro che restituisca il maltolto?), e ciò che non si conosce non può essere oggetto di discussione e proposta.

Il problema è che anche senza la versione anglosassone della Fornero (che vorremmo fosse un prodotto d’esportazione, nel senso che se emigrasse farebbe un favore a tutti) probabilmente il problema degli ultra55enni senza lavoro e senza pensione esiste anche in Inghilterra come in altri paesi europei. Del resto anche se ci fosse lavoro, chi assumerebbe una persona di quell’età? E bene o male in tutti i paesi si deve attendere mediamente i 62 anni per andare in pensione (in nessun paese si va così tardi, a 66,7 anni come in Italia), quindi esiste un periodo di latenza di almeno sette anni, in cui non si hanno ne redditi da lavoro ne pensioni. Di cosa si deve vivere in questo lasso di tempo?

Al di là delle valutazioni etiche, morali, sociali, culturali, psicologiche e politiche, sulle quali è lecito dubitare possa esservi particolare sensibilità da parte di una politica ormai divenuta cinica e bluffatrice in ogni parte del mondo cosiddetto civilizzato, vi sono validi argomenti economici e fiscali a favore di un simile intervento, che considero lungimirante.

Cameron infatti ha deciso di esentare dalle tasse solo un quarto di quanto si preleverà dei contributi versati, i tre quarti invece saranno tassati, e quindi ci sarà un vantaggio per la fiscalità generale. Inoltre le somme, di entità considerevole, che verranno prelevate, entreranno in circolo nell’economia inglese, cioè favoriranno i consumi, formula magica costituente il Sacro Graal dell’economia di stato, prevalentemente keynesiana, che come sempre mira al breve termine (anche se effimero) e poco si preoccupa nel medio e lungo termine.

In Italia i primi commenti dei cosiddetti esperti, i tuttologi sempre pronti al cazzeggio, hanno affermato che in Italia la riforma Cameron sarebbe un disastro perché il denaro prelevato verrebbe sperperato (come quando si vince al super enalotto) e poi si rimarrebbe senza risorse per la vecchiaia. Come se i cittadini (pardon, elettori) fossero tutti emeriti imbecilli, rimbambiti e dementi, quantomeno è così che la politica partitocratica mediatica li considera.

La verità ovviamente è un’altra.

La verità è che il cittadino italiano ultra55enne sarebbe troppo favorito ed i parassiti che hanno sempre vissuto grazie allo stato (politica e suo vasto entourage) ne sarebbero penalizzati e costituirebbe un pericoloso precedente, che potrebbe aiutare le persone non propriamente intellettualmente dotate e sveglie a capire come il parassitismo politico funzioni depredandoli per tutta la vita.

Come minimo, nell’ipotesi di versamenti contributivi modesti o medi, per un ultra55enne si tratterebbe di prelevare almeno 300 mila euro a testa, ma potrebbero essere molti di più.

A differenza di come affermano i tuttologi mainstream che fanno da cassa di risonanza mediatica della partitocrazia parassitaria e che sono convinti si spenderebbero in auto lussuose, vestiti e gozzoviglie (cioè quello che loro fanno abitualmente coi nostri soldi), personalmente sono convinto che la maggioranza degli italiani, dopo questi anni vissuti di stenti e con sacrifici indicibili, li utilizzerebbero con parsimonia, sobrietà e saggezza.

Non pretendo che sappiano tutti quanti come investirli per porli al sicuro da futuri e probabili bolle, crack e schemi di Ponzi, ma se anche li tenessero in liquidità e li spendessero gradualmente come una sorta di pensione anticipata programmata, ad esempio a 1000 euro al mese garantirebbero una pensione per 300 mesi, cioè 25 anni, 55 anni + 25 significa 80 anni, significherebbe garantirsi una pensione autogestita fino agli 80 anni, età molto superiore alla media in Italia, checché ne dicano le statistiche sulla longevità. Senza contare che per la stragrande maggioranza degli italiani una pensione da 1000 euro al mese è una chimera, molti riceveranno tuttalpiù la minima …

Ma i parassiti (in tutte le loro innumerevoli multiformi mimetiche manifestazioni) come farebbero ad alimentare i propri privilegi se si applicasse una simile riforma?

Avete mai sentito di parassiti (che ovviamente non si considerano tali) che di loro iniziativa si siano ridotti i privilegi derivanti dal parassitismo?

La differenza tra un paese e l’altro è ancora costituita dalla differente cultura sociale, in Inghilterra probabilmente hanno ancora tracce di libertà, dignità ed autonomia che da noi ormai sono estinte. E’ vero che certe proposte emergono soprattutto in prossimità di scadenze elettorali, ma ricordatevi che da noi gli italiani hanno votato il partito del premier alle europee solo perché ha ridotto le tasse in busta paga di 80 euro, cioè si sono venduti per molto meno di quanto avviene in Inghilterra, proprio tutto un altro mondo.

Mittente:

Cav. Dott. Claudio S. Martinotti Doria    www.cavalieredimonferrato.it    claudio@gc-colibri.com

Se preferite comunicare telefonicamente potete inviare un sms al 3485243182 lasciando il proprio recapito telefonico (fisso o mobile) per essere richiamati

Le anime generose e gli eventuali mecenati latenti che sentissero l’irreprensibile desiderio di sostenere la mia attività di volontariato potrebbero contribuire con una donazione tramite PayPal all’account claudio@gc-colibri.com oppure effettuando un bonifico all’IBAN  IT42M0303222600010000002011 (Credem, filiale di Casale Monferrato)

 

Chi è l’uomo i cui libri Papa Francesco mostra di apprezzare perché parlano anche della sua terra?

La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.
La sua ultima fatica editoriale è stata donata al Pontefice in San Pietro, il 18 settembre 2013, da Nella Bergoglio, cugina del Santo Padre.

Lorenzo Fornaca editore astigiano di lungo corso, corona nel modo migliore tanti anni di successi editoriali. Lusinghieri gli innumerevoli consensi e le recensioni sui due ultimi libri MONFERRATO SPLENDIDO PATRIMONIO e I TESORI DELLA VALLE DI TUFO, appena edito, veri e propri atti d’amore verso il Monferrato, la sua terra tanto amata

Grande Lorens è l’uomo che saliva in cima ai campanili. Lorenzo Fornaca, detto Lorens, astigiano purosangue fa tutt’uno, col suo Monferrato e i suoi libri. Da ragazzo saliva sui campanili per godersi la vista di un territorio che avrebbe in seguito tanto celebrato e indagato. Non c’è persona ad Asti e in Piemonte che non lo conosca o non abbia sentito parlare di lui e delle sue opere, apprezzate ben oltre i confini della regione. È stato l’uomo dai molti mestieri e dalle grandi passioni. Ma una in particolare ha preso il sopravvento. Tanto difficile quanto entusiasmante: l’editore. A quella continua a dedicare energie e passione, ancora oggi.

1961. Verbania - Auxilium Torino  stadio dei Pini di Verbania
1961. Verbania – Auxilium Torino
stadio dei Pini di Verbania, Lorenzo Fornaca, diciannovenne, promessa del calcio

Lorens ricorda ancora quando ricevette i complimenti del grande Omar Sivori per averlo marcato, durante una partita di calcio amichevole.

Meccanico, sindacalista, promotore e venditore di libri per grandi gruppi editoriali, e infine editore, che non legge abbastanza i romanzi moderni, per sua stessa ammissione.

Dice Lorenzo Fornaca:

All’inizio furono macellai e contadini, operai, ferrovieri, autoriparatori, postini e anche parroci, poi venne il turno di farmacisti, medici e avvocati. Erano loro i miei migliori alleati. Pettinatrici e casalinghe sotto il casco che facevano la messa in piega mi chiedevano consigli per i figli che studiavano, cos’era meglio far loro leggere. Macellai anche che dicevano a chi comprava bistecche: vai da Lorenzo. È uno che se ne intende. Fai un regalo a tuo figlio. Sono soldi ben spesi. Ero diventato uno che sapeva cosa consigliare. Il tutto basato sulla fiducia che non ho mai tradito. Io poi, giocando al calcio, conoscevo un sacco di gente. Dal pallone al libro, tutto qua. Il trucco era questo. Sfruttavo la mia popolarità. Oggi si direbbe che facevo il consulente editoriale. Ma allora era molto di più. A metà strada fra l’amico di famiglia e uno che ti consiglia un buon investimento. Una specie di medico della cultura. Alle famiglie prescrivevo il ricostituente giusto…. Cosa vendeva ai suoi lettori?

Io vendevo sogni da poter toccare con mano. Parlavo loro di cavalieri, castelli, trovatori, dei Saraceni che tormentavano la gente tanti anni fa, di battaglie, di caccia con i cani segugi, della magia della nostra terra, gli raccontavo quello che eravamo stati. Costruttori di chiese, di borghi medievali, protagonisti di imprese epiche, soldati, sceriffi, valvassori e valvassini per non parlare degli Aleramo e dei Paleologo. Nei miei libri c’è tutto.

È da un po’ di tempo che lui ed io ci stiamo dedicando a un’impresa che non ha precedenti e che si nutre di sogni ma anche di cose importanti già realizzate. I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

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