c’era l’Italia (3)

Quella di cui i libri di Lorenzo Fornaca parlano, tanto per farti un esempio, innamorato com’è di quel lembo di Piemonte che si chiama Monferrato. Non ci sei mai stato a Camino, Fubine, Casale, Moncalvo, Cassine, Crea, Moleto? Vacci ne vale la pena. Non lo sapevi delle sue mirabili vicende? racchiuse fra Po e Tanaro, come scrive lo storico Aldo di Ricaldone nei suoi libri memorabili. Terra che ha difeso i suoi confini e conservato la sua indipendenza per otto secoli, prima di confluire nel regno d’Italia, unificato dai Savoia. Ma non farmi divagare. Dico solo che il lembo di terra affacciato su tre mari che noi disinvoltamente calpestiamo da svariati millenni e di cui inspiegabilmente NON andiamo fieri abbastanza, anzi, proprio per niente, considerandolo con trascuratezza, qualche attenzione in più lo meriterebbe, ma l’appartenere a questa terra sembra un dettaglio, un capriccio del destino, roba del genere. Dovresti spiegarmi perché un francese mette davanti a tutto la sua Francia e un Inglese la sua Inghilterra, non so i tedeschi, ma penso che anche loro, con qualche cautela, lo facciano. E così gli irlandesi eccetera, per non parlare degli americani. Si fa presto a dire: Italia, almeno per noi che ci siamo nati. Ma prova a dirlo a un islandese, a un eschimese o a un baltico da dove vieni. Ti chiederà subito qualche informazione in più (coronavirus a parte): da dove vieni? di che parte sei? sud, nord, centro. Si farà meraviglie, accennerà alla Ferrari, alla Bugatti! e alla Pagani (auto fatte a mano, per capirci) lo ha detto un amico di mio figlio che è andato a visitarla, ti chiederà dei mondiali di calcio vinti quando avevamo Pertini come presidente della Repubblica. Anche solo per sentito dire, vorrà sapere delle miniere di bellezze che la penisola racchiude, disponibili a essere amirate per tutti.

Ti dirà che è stato a Venezia, o a Roma, (coronavirus permettendo) eccetera o che ha lavorato come lavavetri a Torino o che aveva un banchetto di frutta a Padova. Il senegalese della reception del dentista mi ha chiesto, ad esempio, se conosco Vasari e Verrocchio, ne sapeva più lui di me! E il mio padrone di casa, un timido irlandese che adora il Belpaese stravede per Perugia e d’intorni dove un suo fortunato amico risiede. Non c’è da stupirsi, ma da prenderne atto, c’è da ricominciare ad amarla tutta, ma sul serio e quindi rispettarla perchè fragile, come una vecchia signora dal cospicuo passato, che si regge a malapena sulle gambe. E prendersene cura proteggendola, restaurandola, nel suo marmo che si corrode, nella pietra che si sfalda, nei suoi fiumi che con le piene diventano minacciosi e poi distruttivi. Ti ricordi di Firenze e dell’alluvione, immagino. E di tutte le altre alluvioni, anche metaforiche. Perché ne abbiamo solo una di Italia, precaria, dall’ossatura fragile, da ripensarla e da ripresentare al mondo in tutte le salse, e non solo attraverso il turismo d’ammasso che non le fa troppo bene (se non a ristoratori e alberghi oggi in totale crisi per via del virus che impazza e la avvilisce) e da augurarcela come non è mai stata e forse non sarà mai: unita davvero e amata e capace di attrarre lavoro e intelligenze dall’estero. Cercando di smentire Indro Montanelli, che, basandosi su dati verificati, ahimè!, dice che l’Italia non esiste, perchè gli italiani non han memoria della loro terra. E se provassimo a smentirlo? Occorre cambiare mentalità, guardare dentro casa e agire, farci forti del passato e progettare il futuro che per ora langue. Andare all’estero e fare confronti giova, magari aiuta, come è successo a me. C’è da pretendere da chi la amministra e governa una cosa sola, quella che possedeva l’imperatore svevo Federico II innamorato com’era dell’Italia che ce l’aveva nel cuore arrivando a sposare Bianca Lancia d’Agliano e a farci un figlio. Altre storie, nostre storie. Lui la amava l’Italia come l’amava suo figlio Manfredi che si è fatto scippare speranze e vita da santa madre Chiesa alla battaglia di Benevento. Queste cose stanno sui libri. Io non so se ti rendi conto, perché è difficile credere quanto siamo unici e timorosi e ignoranti di esserlo UNICI. Che ogni sua collina, castello, podere, tratto di fiume, costa, prato, ponte ogni sua chiesa e mura e torre e piazza e cubetto di porfido e lastra di pietra ci raccontano storie fuori dall’ordinario, che sono anche roba tua. Quando ti chiedo: ti ricordi dell’Italia, parlo anche a me, che ormai l’Italia la vedo col binocolo o per sentito dire, sottointendendo che ormai mi mancano condizioni di spirito ed economiche per percorrerla in lungo e in largo come una volta facevo in moto, in bici, in auto e a cavallo. Ti ricordi dell’Italia e delle sue diversità e unicità? Di Sezzadio, Camino, Casale Monferrato, di Alessandria e Asti e degli scrigni di bellezza del nostro Sud, e dei banchieri astigiani che prestavano soldi a destra e a manca e che tuttavia non sono riusciti a emergere come un’unica famiglia come hanno invece fatto gli Sforza e i Visconti.

Ti ricordi anche di Gradara dove Paolo e Francesca, secondo la leggenda, han fatto una brutta fine. Ci vorrebbe qualcuno che la amasse devvero l’Italia, che ne prendesse amorevolmente e saldamente la guida, e che ci insegnasse a volerle bene, figli di tante patrie-campanile, sotto uno stesso (diverso) cielo e distratti come siamo, in giro per il mondo a seminare nostalgia e a far confronti con la gente che ci ospita. La sua storia è stata anche parte della storia d’Europa, ed esempio totalizzante e indiscusso di bellezza per il mondo intero, scusa se è poco, poi ci siamo seduti, non ancora ben consapevoli della sua riunificazione siamo sopravvissuti a ben due guerricciole mondiali e poi dopo il progresso economico del dopoguerra ci troviamo incapaci di emergere definitivamente, come meritiamo. I re di Francia e d’Inghilterra avevano bisogno di noi, dei banchieri astigiani e dei banchieri fiorentini, al punto che Riccardo III, talmente il debito si era ingrossato, si rifiuta di restituirlo ai Bardi facendo fallire mezza Firenze. Ancora dietro le quinte dell’Europa, seppur divisi e poi a far da palcoscenico per tre secoli e mezzo a Francesi, Austriaci e Spagnoli che venivano a sbudellarsi a casa nostra, vedi gli assedi di Casale Monferrato e le mura spagnole a Milano e i vari re e imperatori stranieri che se la pappavano a spizzichi e bocconi. Ma dico, te la ricordi quella Italia, ovvero le tante Italie da cui siamo formati? Da non crederci, e liberi di credere a certe leggende (documentate).

I Saraceni sotto il letto li abbiamo mai avuti? Sì, no? La storia dice sì, che li abbiamo avuti anche noi, stavano a furfanteggiare in certe grotte dalle parti di Moleto, ma questa è, appunto, un’altra storia.

c’era l’Italia? (2)

Quel pezzo d’Italia che si chiama Liguria, ad esempio, che per i Liguri è tutta l’Italia, avendo problemi di intesa anche coi confinanti riservati Piemontesi, tanto per citarne un pezzo, perché per i Liguri ce n’è una sola di Italia, la loro, (e non solo per loro) appunto quella fetta di terra che si affaccia sul mare omonimo, ma non sono i soli a nutrire sentimenti regional nazionalistici. E non puoi dargli torto e biasimare il risentimento di una regione dal forte passato e orgoglio politico militare e dalla esclusiva connotazione identitaria, diciamo che la maggioranza delle regioni in questo senso è assimilabile alla Liguria, avara delle sue tradizioni ai cui abitanti danno fastidio le torme di turisti che affollano ogni anno le sue spiagge e che, pare lo facciano ancora, affittano le loro abitazioni, per avere qualche soldo in più, condividendole con i detestati invasori nordisti. Dite che non è cosi? Ne ho le prove. A Varazze io ci andavo in vacanza proprio in quel modo. Si nasce, vive e muore da Liguri, ma io mi sento ligure come loro, come faccio a dirglielo agli spezzini, savonesi e genovesi che la loro terra appartiene anche a me? Magari si incazzano se glielo dico.

Quando ascolto la tristissima, accoratissima e bellissima canzone cantata da Bruno Lauzi sull’emigrante genovese che comincia con Mi se ghe pensu.… mi identifico col protagonista e mi commuovo come una bertuccia, anche se di ligure non ho proprio niente, sebbene per anni sia stato in vacanza sul mar Ligure. Mi commuovo lo stesso perché anche dal Veneto e dal meridione salpavamo per l’altrove, cercando fortuna e lavoro. Una mia zia, infatti, si chiamava Argentina e i suoi cugini hanno colonizzato quella terra omonima, si fa per dire, proprio come i Liguri, i Veneti, Piemontesi, e i terroni, eccetera. Ma non divaghiamo. Il prezzo della riunificazione italica lo abbiamo pagato tutti e lo stiamo ancora pagando, sentendoci defraudati, disillusi e traditi gli uni dagli altri, e facendo confronti fra prima e dopo. Non è forse così ? Ovvero le regioni col loro potente irrinunciabile passato hanno dovuto delegare e affidarsi a un potere unico che stenta a meritare fiducia e consenso. Lampante. Le aspettative disilluse e le sorti delle tante Italie prima della riunificazione non corrispondono al tran tran attuale, sta sotto gli occhi di tutti, innegabile; come potrebbe l’Italia di oggi rinnovare i fasti di una repubblica di Genova, o la grandezza di Venezia e del Regno Lombardo Veneto quando battibeccava coi Turchi, e delle repubbliche marinare oppure lo splendore del regno delle due Sicilie, visto che Napoli nel Settecento era considerata una capitale della cultura e dello stile di livello europeo (vai a leggere per favore quello che scrive il portale del Sud: (Napoli era la seconda città d’Europa (dopo Parigi) e la quinta nel modo, più grande di New York! e di Tokio. Era soprattutto la splendida capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori…) e produceva statue da mozzarti il fiato come quelle del Corradini.

Ti ricordi della Siena di Gianna Nannini? La sua Italia e Siena, quando parla della sua città le si illuminano gli occhi. Ma lei cosa ne sa di Sezzadio, Cassine, di Fubine, e di Crea o di Asti e Cuneo. Come fai a dire Italia, voglio dire? Tante Italie, come quelle esplorate dal lodevole Alberto Angela, (ma perché non lo mettiamo a capo dei Beni culturali Alberto Angela e con pieni poteri di intervento?) Nel suo infaticabile lavoro di presentazione e promozione dell’italico suolo egli ci dà risposte ghiotte e davvero interessanti che dovrebbero catalizzare il nostro interesse. Le sue trasmissioni fanno il tutto esaurito, ma l’interesse si trasformerà in noi in voglia di amare e fare qualcosa per l’Italia? Che non sono (solo) quattro stupefacenti ruderi disseminati qua e là. E intanto l’Italia muore, inarrestabile la sua fine, a partire dalle sue coste, a partire da quelle di Rosignano Sovay, ad esempio, dove un mare morto assomiglia a un mare vivo dei tropici, ma cosi non è. Ti ricordi dell’Italia? Di quale Italia? dirai te. Non so nemmeno più io su quale soffermarmi. Quella degli Etruschi, dei Sabini, dei coloni greci, dei sette re di Roma, o quella imperiale di Augusto o ancora quella antecedente, di fieri popoli incoercibili che la popolavano prima che la forza dei Romani riuscisse a fatica a prendere il sopravvento e li costringesse insieme, ma insieme non ci siamo mai stati, ….già allora c’erano problemi di comprensione. Quale Italia ti chiedo se ricordi, quella splendida che l’Europa tanto ci invidiava? Quella che nutriva il mondo intero con l’ineffabile creazione di Michelangelo, Leonardo, Crivelli, Botticelli, Mantegna e Brunelleschi? O quella successiva alla calata del bruttarello e timido re di Francia Carlo VIII in cerca di gloria e di recupero del suo regno di Napoli? Così ben documentata da Silvio Biancardi nel suo libro La chimera di Carlo VIII, o quella dei torinesi, pugnaci e tosti che tramavano per riunificarla sotto l’egida del Cavour e della mai amata dinastia dei Savoia. Ma come fa un ferrarese ad amare un Savoia, me lo spieghi? Lui ha ancora in testa la corte degli Estensi e il bollito alla piemontese mal si conciglia con la salama da sugo di Formignana e il pasticcio di maccheroni di Ferrara, arcinoti nel mondo. E a un borbonico come fanno a piacergli i Savoia? A chi lo diceva a un palermitano che non c’era più il suo Ferdinando ma un Vittorio Emanuele re d’Italia, o’ usurpatore, ovvero il nuovo padrone del vapore. Quando penso all’Italia mi gira la testa e penso anche a mia nonna che aveva fatto dodici figli spazzati via per metà da malattia e spaventi, allacampagna di Gualdo, Formignana, Tresigallo, affondata nella pianura padana che sono in pochi a conoscere, tranne Ferrara e Bologna si capisce. Ma se ti ricordi di qualche Italia in particolare, che alla fine son tutte particolari, dimmelo, a me la memoria comincia a far difetto.

c’era l’Italia? (1)

No, non questa Italia, ma l’altra, quella dei secoli andati, invidiata e amata da schiere di odierni ammiratori, alias turisti con macchina fotografica annessa, coronavirus permettendo, che la percorrono da nord a sud senza tuttavia immaginare lontanamente il come sia stata fatta e il perché, limitandosi ad ammirare le tante bellezze che stanno fotografando. Né gli si potrebbe fare loro una colpa. Ammiratori che, per una ragione o per l’altra, ci invidiano, al di là di ogni retorica e patriottismo. Allora ti ripeto la domanda, te la ricordi l’Italia? Anticipandoti io la risposta. No, non te la ricordi, e sai perché?

Perché l’Italia non esiste e non è mai esistita se non nei sogni e nella volontà di formidabili attori ormai estinti e protagonisti che l’hanno voluta, amata, concepita fino a morirne, che hanno combattuto e perso la vita per “lei”; riunita nel suolo, nella politica, nella storia, nell’arte, nell’unicità delle sue genti. Ma che hanno, ahimé per loro, fallito, perché l’Italia non ha coscienza di essere sé stessa. Non starebbe languendo sul panorama internazionale, e… fermiamoci qui. Un’Italia unita e artefice del suo presente futuro non c’è mai stata, ma solo, se mai, nelle intenzioni di pochi, non certo per volontà di popolo. Il 2 agosto 1847 Metternich scrisse, in una nota inviata al conte Dietrichstein, l’ormai arcinota e controversa frase «L’Italia è un’espressione geografica» (La frase esatta recita invece: «La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore storico politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari cercano di imprimerle.» Se lo dice Metternich, c’è da crederci….Tanta acqua è passata sotto i ponti dalla riunificazione ad oggi ma la cosa rimane immutata. Ci sono volute due guerre mondiali agli Italiani per farli sentire “nazione italiana” e poi? Tutto come prima. Tutti per proprio conto. E qual’è il prima? Il regionalismo, il campanilismo, la tradizione delle tante Italie, il dialetto che divide come in nessun altro luogo al mondo. Quando affermo che non c’è mai stata l’Italia pensata e voluta molti secoli prima, prima del conte Camillo Benso conte di Cavour e di Garibaldi che di rivoluzioni se ne intendeva e di Mazzini che di repubbliche se ne intendeva mi viene in testa quello che diceva l’esimio Indro Montanelli, che, anche se aveva sposato una dodicenne africana durante l’occupazione italiana in nord Africa, molto di buono e interessante ha comunque scritto e detto sull’Italia e gli italiani. Diceva che gli Italiani non hanno memoria, non sanno, non ricordano, si eclissano all’estero, facendo perdere le tracce della loro radici (non lo dico soltanto io) ….Come fai a fare l’Italia unita, chiedo io, prendendo a cannonate la regina Maria Sofia Wittelbach, che aveva avuto la brillante idea di sposare Franceschiello chiamato da suo padre Ciccillo o’ Lasagna. La donna non fugge, è verace,

bella e coraggiosa nel contrastare i Savoia che la vogliono morta e ancora prima l’hanno diffamata. Le cannonate le sparava dalle navi Cialdini contro la fortezza di Gaeta, e contro la regina, per ordine dei Savoia che volevano “cancellare” l’altra dinastia regia italica, che avrebbe dato fastidio e cioè quella dei Borbone. Al sud non sono pochi quelli che considerano ancora i nordisti Savoia degli usurpatori. Io ne conosco un paio. Anche così abbiamo fatto l’Italia, non certo coi referendum democrtaici di adesso e ancora: anche coi soldi della massoneria inglese che aveva foraggiato Garibaldi e le sue camice rosse per i suoi molteplici interessi. Ma che c’entra l’Inghilterra? C’entra, quella c’entra dappertutto, se c’è da trarre profitto da situazioni internazionali fluide, come era a quei tempi quella dell’Italia in formazione. Visto che spingeva per un’Italia unita per dar fastidio a Francia e Austria. Ma non voglio far troppa storia, non sono uno storico, ma un italiano in esilio. Sì , in esilio, perché dall’Italia ci si allontana principalmente per un motivo: per tentare di fare soldi o perché si va a fare gli esuli (come Ugo Foscolo) della cui grandezza di poeta non posso certo partecipare. E dunque te la ricordi l’Italia? Non puoi ricordarla mentre sta franando e cancellando la sua memoria e le sue tradizioni. Sai perche non c’è l’Italia? Per la sua storia degli ultimi tre secoli. Perché uno di Codigoro non riesce a pensarla come uno di Catanzaro. Perché trovami due italiani che la pensano allo stesso modo, due dico, non tre. Individualisti, eccetera, ma non solo. Tornando a Montanelli avrebbe detto, intervistato da Elkann, che gli Italiani non hano memoria, all’estero perdono la loro identità, si amalgamano, confondendosi con l’ambiente, si annacquano e poi spariscono, assorbiti dalla cultura locale, strano, a me non succede. Io, che italiano sono fino al midollo, dico che italiani ci si sente e questo significa che io mi sento calabrese e siciliano e ligure, anche se ho radici in Emilia e Veneto, e dei torinesi ho il rigore sul lavoro. Vai a rileggere quello che fa dire Giuseppe Tomasi di Lampedusa al principe di Salina nel Gattopardo, ovvero in quel capolavoro dove si respira la “grande elegia della morte”. Avevo un compagno alle scuole medie, un bel ragazzo, nero di capelli come un corvo, il cui padre faceva il falegname, tenendo bottega sul Po, a Torino, onestissimo, laboriosissimo e calabrese fino alle midolla, ovvero estraneo ai polentoni Torinesi di allora che non sopportavano i terroni, venuti a piantare il basilico nella vasca dei bagni e a puzzare di fritto. Noi, eravamo più tollerati perché non puzzavamo di fritto essendo appunto veneti ed emiliani (ovvero terroni del nord) cioè non classificabili, ma sempre terroni del nord eravamo e quindi da guardare con sospetto e tenere sotto osservazione. Ti ricordi dell’Italia? Poi ti dirò di quale Italia sto parlando. Sempre se ti interessa saperlo.

c’era ancora l’arte?

Non dirmi che non te ne sei accorto! Come: di cosa? Del fatto che si sia estinta, e che se vuoi rintracciarla ancora devi aprire le pagine di un libro gigantesco che si chiama Passato e andare indietro di mezzo secolo o poco più. La puoi trovare ancora, per esempio, andando nei musei, in una galleria di quadri o di sculture, in qualche cinema d’essai (ma ne esistono ancora?) o in una biblioteca, oppure a teatro, a goderti Lo Schiaccianoci o qualche vibrante concerto di musica classica. Oppure col naso in su visiti le città italiane, che si chiamano, indovinate un po’? Città d’arte, per l’appunto. Lì ancora gli esempi abbondano. Fanno testo essendo bene comune e condiviso. Luoghi dislocati ovunque, come piovesse, nell’italica penisola e un po’ meno in altri luoghi, sparsi per il mondo. Vuoi che tiri un sasso in piccionaia? Tanto la piccionaia è deserta da anni. L’arte è morta, come del resto è accaduto al Dio cristiano (così dicono molti esperti). Per cui ti chiedo: Ti ricordi dell’arte? Scomodando Wikipedia veniamo a sapere che: L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Pertanto l’arte è un linguaggio, ossia la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione. Nel suo significato più sublime l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano.

Non ci piove, non fa una grinza. E allora beccati questa a proposito dell’interiorità e dell’animo umano: Sai quanto vale l’orinatoio di Du Champ? Te lo dico io. Ho sbirciato su Wikipedia che scrive: Il prezzo più alto attualmente raggiunto da una replica, edizione o lavoro contenente tracce dell’opera originale, è quello di una delle otto copie che Duchamp fece realizzare nel 1964. Il suo prezzo è pari a 1,7 milioni di dollari, e venne acquistata tramite Sotheby’s nel 1999. Hai capito bene: un pisciatoio, ovvero l’arte è morta, perché in una pisciata non ci può essere ispirazione, ma solo sollievo di sgravarti la vescica, o in un barattolo il prodotto di una (vera?) defecazione, pare infatti che dentro le scatolette numerate ed etichettate di Piero Manzoni ci sia gesso e non cacca di artista. Il contenuto di dubbia origine messo in barattoli di latta dall’artista e conservati nei più importanti musei del mondo assume il suo significato preciso fatto di polemica e critica. Pare che Manzoni avesse voluto polemizzare (giustamente) contro il mondo del mercato dell’arte mettendo in scatola della cacca o del gesso. Pero adesso la cacca rimane, boh! Al posto di Madonne, angeli, guerrieri, nature morte, paesaggi e sbalordenti ritratti di insigni maestri c’è urina e feci e il taglio sulla tela di Fontana, Chiaro il concetto? Ovvero la morte dell’arte, uccisa da chi dell’arte se ne intende, ossia dal mercato, ma non solo da quello, ovvio. Ti risparmio l’evoluzione della definizione di arte nei millenni. Essa ha subito varie modifiche, ampliamenti e correzioni. Giordano Bruno, condannato a morte sul rogo, uno dei primi pensatori a prefigurare idee moderne, disse che: “… la creazione è infinita, non c’è un centro e non ci sono limiti – né Dio né l’uomo – tutto è movimento, dinamismo. Per Giordano Bruno, “esistono tante arti, quanti artisti, introducendo il concetto di originalità dell’artista. L’arte non ha regole, non si apprende, ma viene dall’ispirazione”. Pía Figueroa Co-Direttrice di Pressenza, umanista di lunga data, autrice di numerose monografie e libri. (così lei scrive, tradotta da Annalisa Pensiero ) dice che: Oggi, nel bel mezzo di una grande destrutturazione globale, in un momento in cui impera la coscienza disillusa, dove gli esseri umani non vedono un futuro chiaro, dove crescono l’isolamento e la violenza, gli artisti devono proporci di fare una scelta chiara a favore della vita e di una cultura ispirata da e per il futuro. Torniamo a noi: alla base dell’arte, di qualsiasi arte, c’è l’ispirazione; un impiegato, un postino, un taxista non hanno bisogno di essere ispirati, fanno il loro lavoro e basta, con o senza partecipazione, dipende. Correggimi se sbaglio. Ma un artista no, ha bisogno dell’ispirazione, del, come si diceva una volta, fuoco sacro, che, se canalizzato e reindirizzato, crea l’opera d’arte. Per farlo ha bisogno del combustibile, e cioè dell’ispirazione: Secondo il pensiero greco, un poeta era ispirato quando cadeva in estasi e veniva trasportato al di fuori della sua mente, a contatto con i pensieri di Dio. Le divinità che concedevano l’ispirazione erano le Muse, guidate da Apollo. Per i poeti italiani del Dolce stil novo le Muse ispiratrici erano invece le proprie dame, donne trasfigurate in creature angeliche, simbolo di un ideale irraggiungibile per quanto riguarda l’Occidente. L’artista nella sua ispirazione più genuina si sente in dovere di esprimere una sintesi (poetica, in senso lato) della realtà in cui gli tocca vivere, usando il linguaggio della metafora, dell’allegoria o del simbolo. L’ispirazione, quando possiede sufficiente carica affettiva, quando ribolle, quando si sperimenta come un turbamento interiore che si sforza di manifestarsi attraverso la parola, la forma o il colore, i suoni armonici, il corpo, ecc. spiega un particolare stato di coscienza che puó invadere il sogno, l´insogno e la veglia. Così si vive l’esperienza artistica, come un invito ad esprimere un sentimento profondo, accompagnato da un forte impulso a voler essere liberi di creare, di sentirsi trasformati. dice ancora Pía Figueroa. Di cultura e informazione su arte e ispirazione e pensiero creativo, te ne puoi fare quanta ne vuoi. Io dico che l’arte può essere anche protesta, o denuncia, come Guernica e certi murales dimostrano o come quella di Jean-Michel Basquiat, che sconcerta ma coinvolge, oppure le ossessioni psico oniriche di Francis di Bacon che personalmente non ardirei di mettere in soggiorno. O, come diceva Picasso: L’ispirazione esiste, ma deve trovarti già al lavoro. Quello che sostengo io, è che l’arte non è più merce facilmente riscontrabile al giorno d’oggi. Non escono più dalle botteghe del Verrocchio: Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio, Francesco Botticini, …L’Arte non informa più un’intera epoca dell’uomo come ha fatto da noi per il Rinascimento e senza riferirsi a quelle vette probabilmente irripetibili, non è più pane quotidiano condiviso, per constatarlo devi andare nei cimiteri, (reali, come quello di Milano e Genova o di Londra e metaforici che, sempre se nessuno si offende, visto che anch’io sono italiano, sono costituiti dall’intera nostra penisola.) Ovvero tracce, reperti, tutta la nostra bellezza che il mondo ci invidia, ma noi lo sappiamo che ci invidiano? Frutto di una ispirazione morta e sepolta, di un segno creativo inimitabile che prima parlava esclusivamente del sacro e poi dell’uomo nuovo e anche del ricco commerciante delle Fiandre che si autoeleogiava nei suoi ritratti, poi di papi, dogi, re e regine e…, beh lo sai anche te che la lista risulta interminabile, e poi non ha parlato più di nulla l’arte, auto dissoltasi, prova a pensarci. Cosa vai a vedere a Pisa? a Firenze a Urbino e a Siena o a Venezia e a Napoli e Palermo, vai a vedere la colonna spezzata, il marmo corroso, le mura cadenti, il bello, il mito, la grandezza estinta seppur tenuta in vita, ovvero il passato, piazze, chiese, fontane, ponti e statue, a valanga, la bellezza pura o riflessa che si disfa e che tu restauri ma che si disfa ancora, le perfette proporzioni, il genio reinterpretato, in tutte le declinazioni possibili. Ovvero casa nostra, dove abbiamo vissuto per millenni. Si tratta di un dato di fatto, riscontrabile e sotto gli occhi di tutti. Ma facci caso, vai a vedere il Passato, qualcosa che è stato fino a poco tempo fa, e che ci ha resi grandi e unici al mondo.

E che non è più. Come vedi non ho messo immagini, non sapevo cosa e perché metterle. Anzi, no, ci ho ripensato. Una immagine la voglio mettere. Un’ “opera” e il suo artefice che non ha bisogno di presentazioni, mettendo egli la parola FINE al valore e al significato dell’arte.

c’era la Poesia? (II)

Come ti dicevo: di poesia c’è bisogno come il pane. Perché? Ti chiederai. Comincio il post facendoti una domanda. Ma davvero ti senti superiore e diverso e migliore perche tu sei vestito e lui invece non lo era? Sto parlando del troglodita del Paleolitico che ha istoriato con scene di caccia pareti e soffitti delle grotte di Altamira in Spagna. Ti senti superiore a lui? Io no e non faccio l’originale o il bizzarro a oltranza. Tutt’altro. Sono serissimo. Pare che fossero in molti nel corso di migliaia di anni ad aver graffittato gli interni delle grotte! Sai cosa c’ è lì dentro? Il nostro futuro c’è. E la bellezza pura, ovvero la Poesia. Non si direbbe in una grotta. Vero? Chi l’avrebbe mai detto, proprio là  dentro, al buio! Da migliaia di anni attende. Le nostre origini ci sono, sui soffitti della grotta, dalle quali non possiamo né dobbiamo derogare, c’è il futuro di poeti, artisti, e pittori e graffittari. Il tuo futuro. Ovvero il pezzo migliore della nostra anima e del nostro intelletto e dell’intelligenza creativa.

Tutto registratro in una grotta. Un condensato di energia, di rappresentazione, di volontà di trasmettere una emozione, il troglodita privo di computer voleva lasciare qualcosa di suo, evidentemente, una scena, episodi di vita, e l’ispirazione, ovvero poesia allo stato puro. Per visitare quei luoghi oggi devi fare una coda di tre anni, se bastano. Sai di cosa parlo? di roba che e stata prodotta nella notte dei tempi. E cioe dai 25.000 ai 35.000 anni fa, questo dicono i test di laboratorio. Anni in cui la nonna di tua bisnonna non era ancora nata. E nella notte dei tempi uno sconosciuto seminudo prende carboncino, ematite e ocra per tracciare e colorare capolavori d’arte che probabilmente hanno ispirato lo stesso Picasso, il quale pare, anche se non è confermato, abbia detto al termine di una visita alle grotte, : “Dopo Altamira, tutto è decadenza.” Sottoscriviamo il suo parere all’istante, prendendolo alla lettera. Arte, Poesia, appunto, allo stato puro, già allora, da leggersicome esigenza insopprimibile, esclusivamente umana. Ma dimmi una cosa: chi glielo faceva fare al troglodita di turno sobbarcarsi quelle fatiche? Magari era affetto da artrite deformante o da torcicollo. Mica c’era il supermercato sottocasa e il cibo se lo doveva procurare, cacciando e rischiando la ghirba. Per cosa si metteva a graffiare muri? che ai tempi non c’erano nemmeno inviti e cocktail di presentazione ne’ musei, o critici specializzati, e nemmeno le fagocitanti leggi di mercato dell’arte. Per danaro? Ma se dovevano ancora inventarlo il denaro! Per chi istoriava l’energumeno con scene di caccia i muri di casa sua? Semplice: per se stesso, prima di tutto e poi per te e per me. Le grotte sono state definite Cappella Sistina della Preistoria e mi fermo qua. Gli slogan roboanti sono il prodotto dell’evo moderno, del resto. Di slogan viviamo, surrogati sintetici che vorrebbero sostituirsi all’oggetto, in questo caso di bellezza e suggestione inarrivabili. E oggi? Oggi no, non prendiamo più in mano ematite carboncino e ocra, per strada non ci sono. Allora io ti dico che se vuoi contrastare con successo i malanni che comporta vivere all’ammasso, intruppati nelle nostre megalopoli, fintamente protetti da occhi che ti scrutano, spiano e registrano chi sei e cosa fai e come ti muovi per condizionarti meglio in un secondo tempo, devi guardarti intorno e riflettere. Per contrastare efficacemente nevrosi, ansia e depressione e il timor panico di esistere, e combattere contro l’irraggiungibile chimera della modernità a ogni costo, che ti costringe ad adottare un sistema di vita contro natura, devi fare una scelta. E scendere nelle grotte di Altamira o in altre assai più antiche nel Borneo, ma pare che sia maledettamente scomodo raggiungere le Sulawezi, proprio per compensare i frustranti riti collettivi imposti dalla modernità che di umano hanno solo l’etichetta, devi scegliere insomma. Opponendo la tua forza a quella del sistema, al vivere secondo schemi, ritmi e abitudini studiati e progettati da altri per il benessere conclamato e la ricchezza esorbitante di pochi.

Devi prendere carboncino e ocra e metterti all’opera. (Trattasi di metafora, ma nemmeno poi tanto). Tu, da solo o in gruppo. E scendere nel profondo. Disegnare, scrivere, dipingere, scolpire, insomma creare, come han fatto i nostri antichi parenti, frugando dentro e fuori te stesso. Cercando e illustrando secondo Poesia. E sai perché ? Perché di poesia c’è bisogno come il pane, come ce n’era bisogno allora, 25.000 e 50.000 anni fa. C’è necessità che tu ti liberi, che tu esprima te stesso, facendo della tua Poesia un motivo per vivere, (l’unico? Non lo so) un mezzo fondamentale di espressione, del salutare liberarsi del tuo istinto creativo. Son retorico? Nemmeno un po’. Guardati attorno. Smetti un attimo di stare incollato a testa china all’iPhone, al tablet, allo schermo del computer. Diventi gobbo e ti viene il pollicione. Smetti, fruga, sogna e crea. Il troglodita attende che tu raccolga il testimone. In fondo sono passati solo trentamila anni. Ce l’hai anche tu, ne sono certo, si chiama vecchio progetto, si chiama sogno nel cassetto, e ambizione di fare al di là di schemi imposti, abitudini, nefaste utopie di progresso ed editori che fanno i bottegai (anche se non c’entra molto in questo contesto). Prova, per te stesso innanzi tutto, prova come ha fatto il troglodita, che non aveva nemmeno a disposizione la vicina della porta accanto alla quale chiedere: Ti piace? L’ho fatto io. Chiamala per nome, un dolce nome ma potente come la vita stessa: si chiama Poesia. Vedo che mi manca lo spazio, al prossimo post la dimostrazione di quanta ragione io abbia, con i fatti.

c’era la Poesia? (I)

Poesia con la P maiuscola non le poesiole che ti han fatto imparare a forza a scuola, torturandoti memoria e pazienza. P come poesia, come esordisce onniscente, wikipedia: La poesia (dal greco ποίησις, poiesis, con il significato di “creazione”) è una forma d’arte che crea, con la scelta e l’accostamento di parole secondo particolari leggi metriche. Fin qua non ci piove. Oggi non ci sia più. Sparita. Non è più merce attuale né facilmente reperibile, forse perché derrata deperibile, scusate la scipita allusione. Pare che non serva. La poesia. E se ne accenni sei accolto da un mezzo sorriso di compassione. La Poesia? E cos’è, si mangia? Meglio una caramella. Ma riguarda un passato nemmeno tanto remoto la poesia. La poesia non interessa, annoia, è fuori moda e fuori dal tempo, se parli di poesia oggi parli di quella del passato coi suoi poeti laureati e non. Non parliamo di poeti, non facciamo nomi, morti e viventi, potrebbero anche offendersi i pochi rimasti in circolazione, se ne esistono. Come ogni altra arte la Poesia necessita di ispirazione, se non c’è non c’è poesia ma vuoto balbettio o frastuono fastidioso, più gridi e meno fai poesia. Hai capito? La poesia può anche gridare o sussurrare ma deve essere autentica, cioè sentita, e partire dal cuore, ma non basta. Di poesia si muore nel senso che se nasci poeta oggi sei morto in partenza, devi trovarti un’alternativa, un mestiere per vivere. Perché? Perché la poesia pare non serva più, essendo roba vecchia, inservibile. Di poesia si muore, oggi. Nel senso che se nasci poeta la troverai davvero dura. Un tempo no, era diverso. Il poeta, quello autentico, era riverito e desiderato e ospitato nelle corti europee in cui vivevano rispettati e protetti i trovatori e i menestrelli che in musica cantavano storie e la gloria del loro signore e di belle dame. Ispirazione, dicevamo, come nei mestieri: chi nasce falegname difficile che faccia il fabbro o il calzolaio, ispirazione come inclinazione, vocazione, vita. I cimiteri della creazione son pieni di poeti veri o fasulli, morti per davvero…di fame o disperazione. Devi rifarti al passato se vuoi capirci qualcosa, c’era la poesia epica, il più grande dei poeti insegna, versi di gloria, amore e morte a cantare gli sbudellamenti sotto le mura di Troia per colpa della bella Elena, così dice la leggenda, smentita dalla storia, che parla invece di questioni commerciali. Niente di nuovo sotto il sole, eh? Il mito nutre la grande poesia, la bellezza, la forza, lo spirito di avventura, incarnato da Ulisse che di avventura ne sapeva qualcosa. Ma se il mito sparisce che fai? Con la poesia si tramandavano gesta, miti e leggende, che poi sono le nostre radici se ci pensi bene, qualcosa che ti fa diverso da un albero o da un pesce. Quanti i versi di ispirazione sacra?

Una montagna, dieci montagne e vallate, il sacro ispira la poesia (uno dei motivi per cui oggi non ce n’è più in circolazione, a pagarla oro, ovvio, no?) il fraticello di Assisi che svetta come poeta eccelso con il suo Cantico delle Creature, lode a Dio creatore e alle sue creature e la lauda drammatica di Jacopone da Todi che ispira il teatro poesia nel suo Donna de Paradiso. Ti ricordi quando c’era la poesia? Quando scriveva Petrarca della sua bella Laura, e allora è poesia d’amore, del sentimento, per lodare l’amore e cantarlo in ogni sua declinazione, vedi: bisogno di parlare di sentimenti e di occhi lucidi e di occhi che si accendono e di piogge e cascate di fiori sui capelli dorati e di Beatrice che ispira Dante a fare

quel bel viaggetto nell’al di là, ovvero poesia allegorica, e poi versi che narrano di fughe di ninfe amate da fauni e satiri e compagnia bella, per non parlare dell’amor tragico nei versi che tutto il mondo conosce degli amanti disperati Paolo e Francesca. Amore e morte che ispirano il verso. Roba da recuperare in soffitta, dunque. C’era bisogno di fissare sulla carta quell’antico amore. Altri combustibili che nutrono la Poesia ce ne sono, ma di altro genere, i versi del grande Foscolo sono ispirati dal rimpianto della sua bella patria Zante che mai più rivedrà e poi dall’impegno civile quando parla dei Sepolcri, e dalla contemplazione di sé stesso e del paesaggio che allude a un paesaggio dell’animo e della mente. Vagar mi fai sull’orme che vanno al nulla eterno. Robetta? Beh, non proprio. E Dio dove sta? Te lo dico un’altra volta. Per non sottacere i non entusiasmanti versi del Manzoni su Napoleone stecchito: Ei fu siccome immobile
dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro, eccetera, e quindi passiamo alla politica. E sulla condizione umana e la disperazione della giovinezza che trascorre e l’impotenza del poeta e sul pessimismo annichilente di Leopardi che contempla sé stesso e la natura e allora si rifugia nella poesia come nell’unico mezzo decente per sopravvivere. L’istrionico D’Annunzio ricorre alla poesia e le sue fonti di ispirazione sono molteplici: si parla di morte, di mito, di eroismo, avventura e di bellezza, sempre, parla cioè di sé stesso. Alla radice della Poesia ci stanno le molte, ma non tantissime, ispirazioni aspirazioni dell’uomo, ad ogni secolo (se va bene) la sua poesia. Un due tre quattro, non mi viene in mente un accidente se parlo del nuovo secolo-millenio. Forse che Neil Armstrong parla un nuovo linguaggio poetico quando sbarca sulla luna? E vai sulla luna senza essere ispirato da quello che vedi? Se c’è poesia nello sguardo degli astronauti se la tengono tutta per loro, non la diffondono. Quello che hanno provato oltre al timore di non ritornare e alle difficoltà del viaggio rimane segreto, tabù. Ma non divaghiamo. Oggi di poesia ce ne sarebbe bisogno, uno straziante bisogno, un bisogno enorme, così gigantesco che nessuno se ne rende conto, per questo ti chiedo: Ti ricordi della Poesia? È dentro di te e disperatamente cerca uno sbocco, una fessura, un appiglio per poter emergere, (la dimostrazione al prossimo post.) Sono sicuro di averti incuriosito abbastanza, e siccome un post non può annoiarti ed essere lungo come un’autostrada ti rivedo al prossimo che, indovina un po’, parlerà sempre di poesia, e avrà qualche sorpresa in serbo.

a Milano si faceva vera Cultura?

Loredana Pecorini non c’è più da tre anni. Ma di lei ho un ricordo così vivo e grato che difficilmente si annebbierà. Tu, che sei di Milano, o ci vivi ancora, te la ricordi quando andavi a cercare opere speciali o a ascoltare musica in Foro Bonaparte, nella sua magica libreria? E tu, che mi stai leggendo perdona l’impertinenza, ma se hai conosciuto Lalla mi farebbe piacere conoscerti! Perché Lalla Pecorini faceva parte, e ora lo fa solo nel ricordo, delle persone ed eredità culturali migliori di Milano.

Mi aveva regalato un bel libro su Ugo Foscolo con la sua dedica a mio figlio. Bando al triste e grato ricordo. Perché ne riparlo? Avevo recensito il libro di un suo amico autore, in omaggio a lei e a lui ecco quello che avevo scritto qualche tempo fa: LA CHIMERA DI CARLO VIII  e penso che il post sia ancora attuale.
La signora ha più di cinquecento anni. Ma non li dimostra. Lo spirito è quello di una ragazzina, entusiasta e coinvolgente. Le avevamo chiesto un incontro per illustrare un nostro progetto e fra telefoni che squillavano e saluti con vecchi e nuovi clienti siamo riusciti a malapena a introdurre l’argomento. Di chi e di cosa stiamo parlando? Di una delle più lussureggianti librerie milanesi (ora sparita) : e della sua titolare, signora Loredana Pecorini, il cui spirito e passione sono identiche a quelle dei primi stampatori tedeschi, veneziani e trinesi che nelle loro botteghe, seicento anni fa, dettero inizio a una nuova arte: quella della stampa col torchio. La signora Pecorini è la loro erede ideale. E mentre dimostriamo interesse lei ci illustra con amorevole cura edizioni che farebbero gola a un troglodita. Carte giapponesi, caratteri mai visti prima, edizioni che sembrano carezzare lo spirito e la mente, in particolare una dell’opera proustiana che occhieggia da una teca protetta, dotata di una copertina che, da sola, induce all’acquisto. Sono i libri che lei vende, e definirli libri di pregio riesce assolutamente riduttivo. Infatti, il valore aggiunto di queste opere non è facilmente calcolabile. Non occorre essere bibliofili, bisogna semplicemente amare le cose belle, il gusto, l’armonia, capire che state sfogliando opere d’arte fatte di carta, passione, con illustrazioni fuori del comune, con caratteri e spaziature che nulla hanno da spartire col libro delle normali librerie. Fra le “meraviglie” della sua Libreria, troviamo: LA CHIMERA DI CARLO VIII di Silvio Biancardi. Si potrebbero sprecare numerosi aggettivi encomiastici per lodare quest’opera. Ne scegliamo due soltanto: entusiasmante e insostituibile. E già dai primi capitoli se ne capisce il motivo. Le 800 pagine de LA CHIMERA DI CARLO VIII si leggono (avendone il tempo) tutte d’un fiato, come un romanzo dalle mille avventure, dai mille volti, dai cento tradimenti; alleanze e promesse non mantenute si susseguono a non finire. Sono le radici di un albero che affondano nel passato dell’Italia, facendoci comprendere molte cose sui nostri trascorsi, sui comportamenti, sul nostro carattere nazionale di allora e odierno, non esattamente tutte incoraggianti o di cui vantarsi.

Ma la storia e i suoi perché qui trovano un riscontro tale e dovizia di particolari attraverso testimonianze e documenti di stupefacente rilievo e vastità. È tutto documentato con abbondanza di particolari. L’autore fa parlare sovrani, ambasciatori e belle dame in una girandola di battute che mai disorienta, anzi che sorprende per la sua vivezza. Silvio Biancardi tratteggia sapientemente un disegno che affascina per la ricchezza dei particolari e per la trama di ciò che davvero è accaduto in quegli anni drammatici.
Era l’epoca dei Medici, di Leonardo da Vinci, degli Spagnoli a Napoli, per intenderci, il tempo degli anatemi di Frate Girolamo Savonarola e delle meraviglie che le regali residenze napoletane custodivano. L’autore, spesso con sottile ironia, mai esprimendo giudizi fuorvianti raccoglie le ambasciate di Ludovico il Moro, le debolezze di Carlo VIII, (un sovrano il cui aspetto non era propriamente aitante: piccolo, smilzo, con un gran naso, e non suscitava entusiasmo), i dinieghi diplomatici della Serenissima, la faticosa spola degli ambasciatori spediti su e giù per la penisola a ricucire strappi, proporre alleanze, minacciare rappresaglie. Ma Carlo VIII aveva un progetto: scendere in Italia per scacciare gli Aragonesi e riprendersi quello che riteneva di sua proprietà: il regno di Napoli per poi continuare la rotta andando a combattere i Turchi. L’Italia dei cento stati, al suo passare si dissolve come neve al sole, mettendo in luce rancori, cupidigie, rivalse e vendette. L’Italia che non c’era, è tutta lì, non sa che pesci prendere, è in preda al collasso e si spaventa per poi tentare colpi di coda. I Francesi fanno sul serio e sparano per davvero con le loro micidiali artiglierie abbattendo a colpi di cannone le scarse resistenze degli Aragonesi. Soprattutto brillano le trame di Ludovico Sforza detto il Moro, che dopo aver favorito la discesa del sovrano francese accogliendolo con feste e danze a cui partecipano dame dalle generose scollature, ora sollecita la lega di Stati in funzione antifrancese (intrappolare il re ora nemico in quella palude insidiosa che era l’Italia di fine Quattrocento?)  Dopo aver sperato invano di espandere il suo potere Ludovico il Moro si sente ora trascurato e non tarderà a vendicarsi tramando esplicitamente contro i Francesi. E il Papa? Tutto da leggere ciò che successe veramente fra Alessandro VI e Carlo VIII. E l’autore di questo affresco dalle forti tinte ce ne dà ampio resoconto. E come trascurare le speranze deluse di Pisa che invoca il re francese in funzione anti-fiorentina? O l’enigmatica impassibilità del governo dei Dogi che non dice mai nulla e non rifiuta mai nulla? L’opera di Biancardi è unica perché fa parlare i protagonisti di quegli anni, secondo un diario di avvenimenti incalzante che ha il sapore di un reportage. Forse per una di quelle rare alchimie della storia Silvio Biancardi può dire: Io c’ero, ho visto e ora racconto. Le illustrazioni sono tratte dal volume. L’edizione ci è stata segnalata da Loredana Pecorini titolare della libreria omonima.