lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.

c’era la donna angelicata?

Dovreste farlo anche te. I benefici non sono cosa da poco. L’età che avanza, il mondo del lavoro che ti mette da parte perché non servi più. Per cui il tempo a disposizione aumenta dopo aver aiutato a sbrigare faccende domestiche. Però devi possedere una punta di masochismo per fare certe cose. Quali? Leggere Dante ad esempio, senza maestri aggiunti o canti interpretati da Gassman e Benigni. Dico la Divina Commedia a costo di apparire bizzarro o fuori dal tempo. Dico Dante perché se vuoi capire l’Italia di oggi con le sue magagne e i suoi poteri “occulti” deve partire da quelle pagine e sorbirti le accuse gridate che Dante lancia anche contro la Chiesa, definita corrotta e meretrice. Strano che l’avessero lasciato vivo allora. Che il divino poeta ce l’avesse con Bonifacio VIII lo sanno anche gli scolari delle medie, e con i frati gaudenti e con le alte gerarchie del papato e con la corruzione e il malcostume civile e morale del mondo che mal vive, comprese le donne fiorentine succintamente vestite. Il suo grido rimane tuttavia e ovviamente inascoltato, mi sembra normale, come inascoltato risulterà quello di Tolstoy dopo aver scritto il suo SEBASTOPOLI, ma quella è una’altra storia, pare insomma che sette secoli siano passati invano. Siamo di fronte a un uomo medievale (bella scoperta dirai te) nelle idee, nelle concezioni del mondo, ma proiettato in un futuro che, buon per lui, non conoscerà. La sua modestia, il suo castigarsi di fronte a Beatrice cela a fatica una smisurata presunzione (a ragione ) di se stesso, la sua opera travalica i secoli per proporsi attuale e accusatoria verso questo lembo di terra un tempo privilegiato da natura, dei e sorte e oggi popolato da piccoli uomini. Le sue pagine parlano estesamente anche della donna e del suo ruolo nella società. Vai a leggere cosa scrive a proposito di Beatrice quando la incontra in Purgatorio. Lei lo sgrida mica poco, lo striglia per bene, facendolo vergognare di sé, dicendo che si è lasciato traviare da attrazioni esclusivamente mondane, lo umilia, lo confonde, irritata e offesa. Ti tolgo un po’ di fatica nella ricerca e dal canto XXX del Purgatorio riporto:

Alcun tempo il sostenni col mio volto: 
mostrando li occhi giovanetti a lui, 
meco il menava in dritta parte vòlto.                             123

Sì tosto come in su la soglia fui 
di mia seconda etade e mutai vita, 
questi si tolse a me, e diessi altrui.                              126

Quando di carne a spirto era salita 
e bellezza e virtù cresciuta m’era, 
fu’ io a lui men cara e men gradita;                               129

e volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promession rendono intera.                         132

Né l’impetrare ispirazion mi valse, 
con le quali e in sogno e altrimenti 
lo rivocai; sì poco a lui ne calse!                                    135

Tanto giù cadde, che tutti argomenti 
a la salute sua eran già corti, 
fuor che mostrarli le perdute genti. 

Altroché donna angelicata! E lui per i suoi rimproveri addirittura sviene. Perché uno dotato come lui si stava perdendo seguendo l’effimero terreno. Donna angelicata, certo, una che in Paradiso aveva diverse aderenze, una semisanta della cui bellezza terrena Dante si era innamorato, e lei lo sgriderà anche per questo. Lei è la donna che non c’è, lei è la donna “superiore” che a tutti gli effetti dà parecchi punti all’altro sesso, e siamo nel Medioevo, con buona pace di chi pensa che la donna sia ontologicamente inferiore al’uomo e che “naturalmente” gli sia subordinata. Beatrice viaggia a qualche palmo sopra il livello in cui razzola l’uomo. Lei è la creatura che confonde e redarguisce il suo amante dicendogli che la vera bellezza, e la vera virtù non risiede nell’avvenenza corruttibile del corpo ma nelle sfere celesti dove eterna regna la luce di Dio. Perdona la facile battuta: Beatrice non conosceva la Fisica quantistica e gli indicatori che dicono che l’universo intero morirà per collasso termico. Tutto porta a credere che il vero bene non è nella natura degenerescente terrena con grande scorno di sostiene che Dio è morto. Leggere un gigante della letteratura come lui ti fa scoprire cose così lontane, così vicine ad oggi. Se ti dicessi che Dante è geniale regista di un filmdell’orrido direi cosa ovvia, vai a leggerti un canto dell’inferno in cui gli uomini diventano rettili e i rettili si contraggono per ritornare uomini, in un processo che ti immagini perfettamente visualizzato al computer.

Quasi commuove il suo granitico credere in Cristo e in Dio e fa riflettere che a due secoli dalla sua scomparsa Hans Holbein il Giovane dipinge quel Cristo morto, livido cadavere di un uomo, simbolo profetico di quella che nel cuore degli umani sarebbe stata la sua sorte nei secoli a venire. Obbliga a riflettere il viaggio di Dante nell’ultramondo medievale confrontandolo coi brandelli del Cristianesimo che fanno dire a Nietzsche: Dio è morto.