Ho riletto il tuo articolo con dispiacere e anche un po’ di irritazione

Fabrizio M. Ricci, mi ha scritto una lettera aperta che mi ha fatto piacere da un lato e dall’altro ha riportato in luce una vecchia faccenda, non proprio edificante, e mai chiarita del tutto; una storia finita anche sui giornali nazionali. Si tratta di un  viaggio in Uganda e Sudan. Fabrizio era ed è un amico, ex inviato speciale de Il Messaggero e giornalista di chiara fama

Fra le altre cose nella lettera pubblicata SU L’UOMO CON LA VALIGIA  scrive anche questo:

…sono andato a rileggermi il tuo “La valigia scomparsa”, uscito a Febbraio 2012 nella sezione Storie. Così come la prima volta, anche adesso l’ho riletto con dispiacere e anche un po’ di irritazione. Dispiacere nel constatare che il tempo, dopo tanti anni, non è ancora afr3riuscito a lenire la tua amarezza (“una pietra che pesa come un macigno”) per il furto che hai subito a Malakal delle tue macchine fotografiche. Un’amarezza all’epoca certamente più che giustificabile, ma che perdurando, con tutta evidenza ha finito per condizionare in negativo i tuoi ricordi; irritazione per quel tuo definire oggi quel viaggio come “pestifero, iniziato male e finito peggio”…Parli di un viaggio che prosegue fra reciproche accuse, animi avvelenati, mancanza di serenità e entusiasmo. Vero solo in parte, quella parte che ci ha visti impantanati a Nairobi prima e a Kampala poi. Ma una volta partiti, serenità e entusiasmo a me non sono mancati. …

…Rassegnati alla realtà e seppellisci i ricordi sgradevoli, tieniti stretti soltanto quelli belli. Lo scrivi tu stesso: l’Africa  immensa, fascinosa, irresistibile; l’aquila pescatrice al bordo del fiume; l’emozione del rombo delle Murchison; il cucciolo di ippopotamo che trotterella via… Questo è quanto c’è da ricordare.

Con affetto   Fabrizio M. Ricci

All’amico Fabrizio ho risposto spiegando quanto è successo a me dopo il viaggio. Voi chiederete: E a noi cosa importa? Sono affari vostri. Il fatto è che per quella vecchia storia siamo finiti sui giornali, con accuse, dubbi e …altre cose velenose e poco piacevoli, almeno per me. Cioè era diventata una cosa pubblica.

afr4Caro Fabrizio,

non puoi immaginare la gioia e la sorpresa nel leggerti,  niente affatto compromessa dal contenuto della tua lettera aperta inviatami da Paolo Novaresio. Da anni avrei voluto riallacciare i rapporti con te, ci ha aiutato l’articoletto su L’UOMO CON LA VALIGIA,  che ti è dispiaciuto e in parte irritato.

Accetto le tue puntualizzazioni e le osservazioni. E non ritengo opportuno precisare o modificare alcunché. Hai ragione e basta.  Dal tuo punto di vista è più che comprensibile. Tuttavia…

Quel pezzo, enfatizzato ad arte e magari ingeneroso, aderisce perfettamente al Mario di allora, (che non esiste più) puerile, ambiguo, smarrito e confuso…e bastonato dall’esito del viaggio più di altri. Questo me lo devi lasciar dire. L’aver puntato tutto su quel viaggio e aver perso il lavoro a LA STAMPA, e aver dovuto cambiare città, lo smarrimento conseguente e il dover sostenere a Torino e spiegare il fallimento di quell’iniziativa, che era partita da me e dal tuo ex collega inviato speciale de LA STAMPA, Francesco Fornari, a parenti, amici e colleghi di lavoro forse è toccato solo a me. E ti assicuro che non è stato piacevole, soprattutto dopo il pezzo sull’ESPRESSO e l’UNITA’. 

I ricordi di un evento condiviso non possono essere del resto omogenei; per me di sconfitta si trattò e non fu certo l’onore della bandiera, per qualche bella foto scattata grazie alla tua macchina fotografica, a colmare quel senso di fallimento, ripeto, forse accentuato dall’inesperienza e dall’avventatezza di allora.
Di quel viaggio salvo te, Paolo Novaresio, Angelo Colli, Fulvi,  …i Dinka, e ovviamente l’Africa tutta. Ho un unico rimprovero da farmi: era afr11una cosa troppo grande per me e io ero inadeguato. Perché il progetto che avevo in mente si è squagliato al sole africano come un sorbetto.
Ho saputo che pubblicherai su L’UOMO CON LA VALIGIA reportage ampliati di quel viaggio. Tienimi informato, se lo vuoi. Io non ho un sito serio e ben fatto come quello, però c’è gente che ci scrive e se ti piacerà potrai pubblicare sul mio blog ciò che desideri.

tuo paluan che ti saluta

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Vita nel Sahara

Paolo Novaresio è amico mio di lunga data, anche se non ho avuto modo di frequentarlo un granché. In ogni modo è stato compagno di avventura in un viaggio che ancora ricordo: alle sorgenti del Nilo, e poi costeggiando il grande fiume sino a Kartoum in Sudan. Roba mica da ridere. Qui ci sono dei suoi scritti che ci dicono qualcosa di importante sull’Africa

Estratto dei testi e delle immagini dal volume: UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA – PAESAGGIO E AMBIENTE

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore   

Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi….

nova 6UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso, che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale. …..

…lharmattan é il vento che fa diventare pazzi, un alito rovente che secca la gola e intorbidisce lo sguardo, come una maledizione biblica. In Mauritania, il vento può imperversare per oltre duecento giorni l’anno: non per nulla il nome della capitale, Nouakchott, significa Buco del Vento. A volte, soprattutto nella tarda primavera, il Sahara é sconvolto da vere e proprie tempeste di sabbia, che possono infuriare con una potenza inaudita. Allora il sole scompare, nascosto da una cortina rossastra, la visibilità si riduce a pochi metri. La vita si ferma, come in preda ad un’angosciosa paralisi. I nomadi temono queste bufere,  e i racconti attorno ai fuochi degli accampamenti ripetono una litania di episodi terrificanti: carovane perdute, ecatombe di animali, tende spazzate via e sommerse dalla sabbia con tutti gli occupanti. A sentire Erodoto, nel 525 a.C., il re persiano Cambise condusse le sue armate, forti di migliaia di uomini, alla conquista della leggendaria oasi di Siwa, nel deserto libico. A mezza strada la spedizione fu sorpresa da una tempesta di sabbia di estrema violenza: quando tornò il sereno, l’intero esercito era scomparso, inghiottito per sempre dal Sahara. Incredibile forse, ma non impossibile. Negli anni Quaranta, una bufera di straordinaria intensità investì la zona di El Oued, nel nord dell’Algeria, sterminando oltre 4000 animali. Le litometeore  trasportate dal vento possono arrivare molto lontano, fino all’Europa meridionale e oltre. Sono stati registrati casi in cui le nubi di polvere, provenienti dai deserti libici e algerini, hanno raggiunto larco alpino, spolverando di finissima sabbia gialla i ghiacciai dei monti italiani e svizzeri. E quella che gli abitanti del deserto chiamano, con amara ironia, la pioggia del Sahara. Quella vera, di pioggia, é invece un evento estremamente raro e accidentale…..

nova7I SEGRETI DELLE MONTAGNE

Lo zoccolo cristallino che forma l’ossatura del Sahara ha una struttura estremamente rigida, in grado di sopportare sollecitazioni anche violente. I movimenti di sollevamento che formano le montagne, per quanto possenti, riuscirono a incurvare questa piattaforma solo al centro del deserto, generando l’affioramento di ampi rilievi, la base su cui si costruirono i monti dell’Hoggar e del Tibesti. Poi, circa due milioni di anni fa, i massicci sahariani furono sconvolti da una serie di eruzioni vulcaniche di straordinaria intensità: enormi quantità di lava furono proiettate alla superficie, sommergendo le rocce sottostanti e invadendo le vallate. L’aspetto di vaste regioni del Sahara cambiò radicalmente. Al termine della fase eruttiva, le forze dell’erosione entrarono in campo, sgretolando le pareti dei vulcani e portando alla luce i camini interni, costituiti di solido basalto. I picchi e i compatti monoliti, che caratterizzano i paesaggi montuosi sahariani, devono la loro origine a questo processo di rapida solidificazione della lava.

I segni di questi sconvolgimenti sono evidenti in molte zone dell’Hoggar, dove colonne di basalto nero, dalla tipica forma geometrica a canne d’organo, convivono accanto alle forme arrotondate che caratterizzano i pinnacoli di granito. L’assenza di copertura vegetale aumenta la spettacolarità di questi contrasti, soprattutto al tramonto del sole, quando la luce radente esalta le diverse colorazioni delle rocce e invita lo sguardo a posarsi sui particolari. Affascinanti per il viaggiatore occasionale, colpito dalla loro elementare bellezza, le montagne del Sahara forniscono un eccellente materiale di studio per chiunque voglia avvicinarsi alle scienze geologiche: tutto è a portata di mano, dagli effetti più clamorosi del vulcanismo a quelli dell’erosione.

POPOLAMENTO

Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

novares4IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)

Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati.

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.

nvar1I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.

novar 2ABITARE IN SAHARA

Fino all’epoca coloniale, una fitta rete di rotte commerciali, dal  Mediterraneo all’Africa Nera, solcava il Sahara. Come un oceano disseccato, il grande deserto era attraversato da flotte di carovane, cariche di oro, avorio, sale, derrate agricole e generi di lusso. Gli specialisti del trasporto erano i nomadi, guerrieri e pastori di cammelli. Grandi città-mercato, ricche e potenti, sorsero sulle due sponde del Sahara. Le oasi divennero i porti intermedi del sistema, nodi di rifornimento e produzione, come isole nel mare. Di questo passato oggi restano città e rocche fortificate, alcune in rovina, altre ancora vitali, come Timbuctù e Agadez. Sopravvivono complesse architetture idrauliche, palmeti e orti strappati alla sabbia col tenace lavoro quotidiano. Carovane del sale incedono lentamente lungo le antiche piste. Persiste l’identità di un territorio carovaniero e pastorale dai confini invisibili, il cui centro é la tenda, emblema della vita nomade.

LE CAPITALI DEL DESERTO

Le città, come atto supremo di sacralizzazione del territorio, implicano l’esclusione dello spazio esterno. Le grandi metropoli del passato, cariche di valenze religiose e simboliche, riproducevano nella loro struttura l’ordine del cosmo, opposto al caos del paesaggio naturale che le circondava. I templi, la disposizione delle strade e delle piazze, le mura difensive, dovevano esprimere l’immagine leggibile di un potere che, dal centro, si irradiava verso le periferie del Paese. Era il rapporto con le regioni circostanti a definire la natura della città: nucleo chiuso, ripiegato su sé stesso oppure, al contrario, porta aperta al contatto con lo straniero e agli influssi provenienti dal di fuori. In Sahara, luogo di nomadismo e di commercio, questa correlazione ebbe effetti  particolarmente significativi. I centri urbani che sorsero sulle due sponde del deserto, non potevano che assumere il ruolo di approdi, porti carovanieri in cui si raccoglievano e concentravano le merci provenienti da ogni dove. La città sahariana nacque essenzialmente come mercato. Il potere non si manifestava nella gestione organizzata del territorio, impresa impossibile, ma nel controllo delle vie di comunicazione. Le grandi capitali che sorsero sulla riva settentrionale del Sahara, come Sigilmassa, Tahert, Sedrata , pur cinte da mura fortificate, erano prima di tutto importanti centri mercantili: come mostrano i resti della assai più recente Smara, nell’ex-Sahara Spagnolo, avevano probabilmente intere strade riservate al commercio e quartieri appositi per dare asilo ai viaggiatori di passaggio. Al sud questa vocazione cosmopolita assunse un’evidenza ancor maggiore. Laggiù, ai confini della savana, i dettami dell’Islam si innestarono su una solida base animista: il risultato di questo connubio, conferì una spiccata originalità alle città nate lungo il medio corso del fiume Niger. Lo spazio pastorale

nova 4e 4…Agadez deriva dal verbo egdez, visitare, a ricordare il rapporto, stretto ma episodico, delle tribù nomadi dellAir con la loro capitale. Per i Tuaregh del Mali, la regione del Gourma, oltre il corso del Niger è Harabanda, letteralmente al di là delle acque: un altro Paese, in cui gli uomini del deserto sono stranieri. Le aree di nomadizzazione dei diversi clan sono così delimitate da coordinate invisibili, che stabiliscono i diritti d’uso delle risorse idriche e vegetali,tramandati di generazione in generazione. In questa mappa virtuale, alcuni luoghi assumono una valenza particolare: punti di riferimento non solo nello spazio ma anche nel tempo. Frequentati fin dai tempi più antichi, rappresentano per i nomadi un punto fisso d’incontro, attorno al quale l’identità del gruppo si convalida attraverso la rivisitazione del comune passato. L’esigenza di un radicamento sul territorio é più che mai acuta in Sahara, dove il paesaggio non tollera testimonianze durevoli della società umana. L’appropriazione intellettuale e spirituale dell’ambiente diventa allora una necessità imprescindibile. Così a Taouardei, nel Sahara maliano, incisioni rupestri e tombe di antenati mitici certificano la sacralità del sito, che diventa un tempio della memoria collettiva. Una recente missione di studio italiana, ha individuato in Taouardei una serie di elementi che mettono in luce il ruolo, allo stesso tempo simbolico e funzionale, dell’area: accanto ai pozzi permanenti, condizione indispensabile per la presenza dei pastori e dei loro animali, si trovano zone adibite a cimitero e una moschea, nulla più che un cerchio di pietre sulla sabbia. Più lontano, un cumulo di grandi macigni di granito, é identificato come casa degli antenati. Nei pressi, una pesante lastra di roccia é probabilmente servita da litofono. Le pietre sonanti si trovano un po’ ovunque in Africa, dall’Ennedi al Kenya, spesso nelle vicinanze di pitture parietali: sottoposte a percussione, emettono un suono cupo e profondo, simile a quello di un organo. Ancor oggi, nella Tanzania settentrionale, i Sandawe usano come gong naturali i massi granitici sparsi per la pianura. Taouardei é tuttora un nodo vitale della cultura nomade: non a caso proprio qui, nel 1992, iniziarono le trattative tra i capi della ribellione tuaregh e i rappresentati del governo del Mali. In Sahara la storia continua a passare per gli stessi luoghi.

GLOSSARIO

Acheb: vegetazione erbacea effimera, che nasce dopo la pioggia.

Adrar: in berbero, montagna o massiccio montuoso (jebel, in arabo).

Ahal: il cortile dellamore,dove si incontrano i giovani tuaregh per il corteggiamento.

Aklé: ammasso di dune vive, con diversi orientamenti.

Azalai: letteralmente, dividersi per poi reincontrarsi. Nome dato alle carovane del sale di Taoudeni-Timbuctù. In Niger taghlamt.

Barcana: duna mobile a mezzaluna, che si sposta col vento.

Cram-cram: Cenchrus biflorus, graminacea spinosa. In Mauritania, initi.

Djinn: demoni e spiriti del deserto

Drinn: Aristida pungens, graminacea, considerata un buon pascolo. I semi sono commestibili.

Erg: distesa di dune, generalmente stabile. Nel deserto libico si chiamano edeyen o ramla (se di modeste dimensioni).

Foggara: condotta sotterranea che porta, per forza di gravità, l’acqua ad un oasi.

Gara: piccola collina dalla cima tronca.

Ghourd: duna isolata di forma stellare.

Guelta: bacino naturale di acqua tra le rocce, di solito permanente (per i Tuaregh, aguelman)

Guerba: otre per l’acqua in pelle (da cui salvare la ghirba).

Hammada: superficie rocciosa orizzontale, fessurata e cosparsa di pietre.

Kel: struttura di base della società tuaregh (gruppo,tribù).

Ksar: villaggio fortificato, in pietra o terra cruda.

Mehari: dromedario da sella, veloce e resistente.

Oued o Uadi: letto di fiume asciutto. Enneri nel Tibesti, kori nell Air. Dallol sono chiamate in Niger le grandi valli fossili, larghe fino a quindici chilometri.

Reg: immensa pianura, spesso di origine alluvionale,cosparsa di sassolini. In Libia, serir.

Sebkha o Chott: depressione, lago inaridito con affioramenti salini.

Sif: la cresta di una duna, con andamento sinuoso (letteralmente, sciabola).

Tagilmoust: il velo dei Tuaregh, spesso tinto dindaco e lungo dai quattro ai sei metri. Detto anche litham.

Takuba: lo spadone diritto dei guerrieri tuaregh.

Tamashek: la lingua dei Tuaregh.

Tassili: altopiano tabulare. Nel Tibesti, tarso.

Tifinagh: antica scrittura berbera, ancor usata saltuariamente dai Tuaregh.

novaresioPaolo Novaresio è nato a Torino il 20 giugno 1954.
A partire dal 1975 viaggia a tempo pieno in Africa, visitando alcune tra le zone più remote del continente: deserti della Mauritania, Hoggar e Tassili in Algeria, Monti dellAir e Teneré (Niger), regione dei Somba (Benin), valle della Haute Kotto (R.Centrafricana), Highlands del Camerun, Angola meridionale, bacino del fiume Congo e Ituri (ex-Zaire), Kordofan settentrionale ed Equatoria (Sudan), Kaokoveld e Bushmanland (Namibia), Delta Interno del Niger (Mali). Ha navigato tratti del Nilo, dell’Aruwimi, del Tana, del Niger e del lago Tanganyka.

Ha collaborato e collabora con riviste e quotidiani, con articoli riguardanti la storia, l’arte e la cultura dei popoli africani (La Stampa, Tutto Scienze, Specchio, Gente Viaggi, Tuttoturismo, Panorama Travel, Scienza e Vita, etc.). Ha collaborato con il Laboratorio di Ecologia Umana coordinato da Alberto Salza presso il dipartimento di Scienze Biologiche, Antropologiche, Archeologiche e Storico-territoriali dell’Università di Torino. Recentemente ha pubblicato i seguenti libri: Uomini verso l’ignoto, sulla storia e metodologia dell’esplorazione, Sahara, Ultima Africa, Africa Flying High e Grandi fiumi del Mondo. È laureato in Storia Contemporanea.

Tra il 1982 e il 1983, a seguito di un viaggio attraverso l’Africa occidentale e centrale, soggiorna per lungo tempo nel nord del Kenya, compiendo studi e ricerche sulle popolazioni nomadi Samburu e Turkana. In seguito si occupa dellorganizzazione di numerose spedizioni scientifiche in Africa Orientale (Valle del Suguta e vulcano Teleki), tra cui il progetto Turkana 1989, volto a studiare il rapporto uomo-ambiente nelle zone aride e la fisiologia dello stress in ambiente ostile, col supporto della Fondazione Sigma-Tau e di vari enti Universitari nazionali e internazionali. Dal 1991 ha concentrato la sua attenzione sull’Africa Australe, viaggiando e soggiornando per lunghi periodi in Botswana, Zimbabwe, Namibia, Mozambico e soprattutto in Sudafrica, dove ha vissuto per cinque anni. Nel 1994, su invito della South African Airways, si è occupato di reperire presso Musei e fondazioni private in Sudafrica documenti e fonti iconografiche inedite, relative alla storia del Paese, intervistando esponenti di rilievo dell’ANC e dei principali partiti politici sudafricani. Si occupa di metodologia dell’esplorazione.    L’uomo con la valigia

 

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Sulla grande Africa

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?

di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo? Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza

I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.

Quaderni d’Africa

di Paolo Novaresio

CANTO PER L’AFRICA

1.

È l’alba. Le piccole orme della volpe pallida spiccano nitide sulla sabbia gialla. È venuta nell’ora più buia della notte, ha bevuto l’acqua e mangiato le noci di cola, poi si è trattenuta a lungo all’interno del riquadro sacro, spostando gli stecchi di divinazione sistemati dall’indovino. Per suo volere, dalla polvere prenderanno forma i disegni divini, così svelati agli uomini. Fu Volpe a fecondare per la prima volta la Madre Terra, sola e senza il conforto vitale della parola, dando forma e contenuto al vuoto immobile in cui giaceva il mondo. La domanda è stata posta nel modo giusto, il responso è stato chiaro: col consenso degli antenati presto cadrà la pioggia e l’acqua riempirà i canali di irrigazione fra i campi di miglio e cipolle, salvando il raccolto. Il vecchio indovino Dogon scruta l’orizzonte polveroso verso il Sud, oltre la grande piana di sabbia ed erba gialla. Le nuvole nere, cariche di pioggia, verranno di laggiù, annunciate da un odore pungente di terra e alghe. Il sole si alza lentamente nel cielo lattiginoso. Le prime luci proiettano sulle rocce l’ombra dei tetti appuntiti dei granai in terra cruda. Anche le voci dei bambini sembrano zampilli d’acqua fresca stamattina, tra le case del  villaggio di Irelì, Falaise di Bandiagara, Mali.

2.

Fa troppo freddo, stamattina è un giorno crudele. Per tutta la settimana il termometro è sceso sotto lo zero, ogni giorno. Le Colline dell’Acqua Bianca sono coperte di brina e sopra la città incombe una nube di fumo denso e nero: laggiù, fra le distese senza fine di baracche di legno e lamiera, si brucia di tutto per scaldarsi, anche i copertoni. Questo inverno sembra non finire mai, se non si ha una casa. Sylvia una casa ce l’ha, o almeno una parte: manca il tetto. Ci sono voluti due anni di attesa, fasci di documenti in tre lingue diverse, code interminabili: poi, improvvisamente, l’assegnazione. Ma dei soldi stanziati dal governo non restava più nulla: spariti nelle tasche di qualche funzionario disonesto. Niente soldi, niente lamiera ondulata, niente tetto. Equazione elementare, sorry. Solo quattro muri di cemento grezzo e, sulla testa, il cielo. Un uomo in giacca e cravatta, dietro il vetro di un ufficio polveroso, le ha detto che deve attendere ancora, ma è questione di poco.  Quanto?  pensa Sylvia  Quanti giorni, o mesi, o forse anni? E con uno stipendio da donna delle pulizie, ottocento rand al mese per tre giorni alla settimana di lavoro garantito, due figli e un marito disoccupato, riuscirò a pagare l’affitto? I cumuli di detriti minerari, colline squadrate di polvere giallo limone, sembrano blocchi di ghiaccio. Il taxi collettivo abbandona il confine di Soweto per inoltrarsi fra i viali alberati dei sobborghi residenziali di  Johannesburg, Gauteng, Sud Africa.novaresione 1

3.

I leopardi stanno in cima alle colline, ma ne sono rimasti pochi per fortuna. Con la guerra sono arrivati i kalashnikov dall’Angola, un fucile per due vacche, e gli Himba ne hanno approfittato per far fuori i predatori. A dire il vero, oltre alle loro mandrie, nella boscaglia è rimasto ben poco su quattro gambe. La guerra è finita da un pezzo ormai, e i due bambini ne hanno solo sentito parlare dai genitori. Quattro anni uno e sette anni l’altra: sono stati lasciati qui, presso la sorgente, a sorvegliare gli agnelli. Il posto più vicino con una parvenza di civiltà è ad Epupa Falls, quattro ore di cammino tra pietraie insensate. Non ci sono capanne, né ripari provvisori, né ombra degna di questo nome: appesi ad un alberello senza foglie alcuni vasi per la mungitura, una cetra, un coltellaccio nel fodero di legno, una zangola e pochi altri utensili. I pastorelli dormono con gli animali, all’aperto, su due stuoie di pelle di capra. La bambina non sorride mai, parla sottovoce e si muove con passi di danza. E’ bellissima. Guarda con indifferenza i miei scarponi da montagna, grossi e pesanti. Camminare è un’arte di leggerezza quaggiù, nella valle del Kunene, Kaokoveld, Namibia.

4.

William Lepukei è uomo di due mondi. E’ un Turkana ma capisce i wazungu, i bianchi, e da anni lavora con loro, accompagnandoli lungo i sentieri impervi del deserto di lava e assistendoli nelle loro occupazioni. Alcuni cercano gli animali-pietre, i fossili di cui la zona è ricchissima, altri vengono a censire gli uccelli migratori  che fanno sosta sul lago, altri ancora semplicemente a fare i turisti. C’è chi ha i soldi e chi no, Lepukei ha imparato anche questo durante gli anni: i wazungu non sono tutti uguali. Gli anni passano, Lepukei ha le tempie grigie e sempre lo stesso problema: come sbarcare il lunario. Oggi, per esempio, non sa cosa mangerà. Solamente pensare al pesce, l’unico cibo sempre disponibile, gli dà la nausea: vorrebbe della carne, ma al solito ha le tasche vuote quanto lo stomaco. I bei tempi dei grandi safari a piedi sembrano essere tramontati; il Grande Progetto annunciato, che dovrebbe cambiare la sua vita e portare nuova linfa a tutta la regione, non arriva mai. I soldi degli aiuti per l’Africa sono bloccati in Europa da anni, nessuno sa perché. E’ un mondo di iene e nessuno meglio di Lepukei sa cosa ciò significhi. Le cose sono peggiorate, tutto costa ogni giorno di più, tirare avanti è sempre più difficile nella maledetta Loyangallani, sponda orientale del lago Turkana, Kenya.

5.

Un piede davanti all’altro, quarto della fila. Sessanta dromedari, sei uomini, tre tonnellate e mezzo di sale in pani a forma di cono. Assenza totale di paesaggio, niente a cui lo sguardo esausto possa aggrapparsi. Alla sete non bisogna pensare. E’ il lavoro dei Tuareg, la carovana. Il sole scompare, ingoiato dall’ orizzonte piatto. Calano le ombre della sera. Oltre il cerchio di luce del fuoco, nel buio nulla, danzano i djenoun, gli spiriti del deserto, burloni e maligni. Suo padre ci credeva e li temeva. Lui, Mamoudane, non ne é più sicuro: la terra scricchiola e si muove la notte, questo è vero, e all’orecchio non si può mentire. Ma saranno davvero i djenoun? Suo figlio, che ha studiato e lavora alle miniere di uranio di Arlit, gli ha spiegato che quei rumori sono provocati dalla differenza di temperatura tra il giorno e la notte. La terra si contorce, allora, come fosse viva. E non è la stessa cosa? Sia quel che sia, conclude Mamoudane, non ci sono buone ragioni per lasciare il campo e addentrarsi nel vuoto minerale dell’Adrar Bous, deserto del Tenerè, Niger occidentale.

di Paolo Novaresio

L’uomo con la valigia