scrivevi a macchina?

Ticchetetac, faceva e poi dopo decenni di servizio il ticchettio si ridusse a poco più di un mormorio elettromeccanico contenuto e rassicurante: non faceva più Ticchetetac ma: sssrrrbim! la macchina elettrica ora va a capo da sola e corregge. Un po’ come dire: dalla legna da ardere al metano. Non comandi più un astina con un carattere scolpito in cima ma una sferetta metallica, una vibrante pallina tecnologica in grado di cambiare stile del carattere! Uno schianto di macchina, dalla imperscrutabile tecnologia, visto che le lettere, tutte le lettere dell’alfabeto sono scolpite in altorilievo su quella sferetta nervosa che preme sulla carta lettere e numeri. Ti ricordi quando hai scritto prima su una, poi sull’altra? Strumento indispensabile per ogni super segretaria di direzione e non. Ecco come ti condisco una delle invenzioni più straordinarie che il mondo abbia conosciuto.

Sei andato avanti per anni, e ti pareva che fosse il massimo della tecnologia per la scrittura. Senza neppur saper immaginare che genere di rivoluzione ti attendeva dietro l’angolo. Lettere e numeri di metallo che imprimevano sulla carta il loro significato, crampi alla mano addio! Un progresso reputato inarrestabile, del rivoluzionario avvento del computer nemmeno l’ombra. Manuale, meccanica, elettrica ed elettronica. Così ti ho descritto l’evoluzione del modus scrivendi. Ci pensava lei! La macchina da scrivere ticchetetac. Leggera portatile o mastodontica e inamovibile come un ammasso di pesante ferraglia. L’ultimo ritrovato, portatile e non, prodotto della tecnologia più moderna. Il mondo scriveva a macchina, proclami, editti, lettere di licenziamento e assunzione, romanzi, racconti brevi e necrologi, tesi di laurea e cronache “a caldo” di giornalisti, che sulle loro portatili redigevano cronache e reportage, magari appoggiando la prediletta Olivetti Lettera 22 sulle ginocchia come faceva Indro Montanelli.

Il succedaneo di carta e penna, anzi qualcosa che surclassava definitivamente l’antico modo di comunicare, durato migliaia di anni. Ti ricordi il giorno del tuo compleanno quando mamma e papà te l’hanno regalata? Ce l’aveva la vicina di casa, una siculo tunisina di belle maniere, appena approdata dal nord Africa che ti aveva detto infila il foglio se vuoi, ma il numero 9 non lo batte, è scassato il tasto. Grave mancanza della formidabile macchinetta sciorina lettere. Ti sei messo a tavolino e da allora devi ancora smettere di battere sui suoi tasti neri cerchiati di ferro. Così avresti desiderato, ma le cose non sono andate a quel modo, perché i tempi hanno imposto altre diavolerie. Io, che sono legato alla tradizione e a tutte le cose che ammuffiscono in soffitta, e che parlano a oltranza la lingua delle cose obsolete, scomode, trapassate e fuori del tempo, la ricordo con rimpianto, così personalizzata, e imperfetta, e ho fatto fatica ad adeguarmi, a parte i costi nel comprare nuovi aggeggi per la comunicazione. Carta e penna vi saluto! …e io pago.. Dicono che sei antiquato ma al computer non hai voluto piegarti per anni! Solo quando ti hanno obbligato hai ceduto. Il problema è che facevi difficoltà a trovare i nastri inchiostrati per scrivere e che la gente cominiava ad additarti per strada dicendo: Quello lì e un troglodita! Vuole continuare a lavorare con la macchina da scrivere! Onta e disonore, quasi mi cacciavano dalla redazione di un periodico di informazione tecnico industriale!

La macchina da scrivere, non pus ultra della tecnologia, ovvero il prolungamento del pensiero cullato dal famigliare, amichevole, rassicurante ticchettetac. Io ne ho avute cinque, di tutte le marche. Corona, Triumph, Olivetti, portatili e non, di metallo non scalfibile o dalla carenatura di plastica, mastodontiche creature inamovibili, così imponenti e impossibili da ignorare, macchine da scrivere da tavolo anche per comporre racconti e romanzi, e superpiatte “gazzelle” con cui stendere cronache marziane e lettere di dimissione. Poi ho dovuto cedere anch’io, nessuno accettava manoscritti e inediti redatti con la macchina da scrivere. Ti avrebbero guardato con orrore e derisione descrivendoti come marziano. Ti saresti tagliato fuori da solo facendoti bollare per antiquato, non mi viene un altro termine decisamente meno diplomatico. Ma questo da dove viene? Dal Carbonifero? Dalle caverne? Dal cembalo scrivano di Giuseppe Ravizza, che permetteva ai ciechi di scrivere, alle Remington e Olivetti,

conosciute e premiate per la loro affidabilità. Macchine iper robuste, affidabili e moderne per quei tempi di tumultuosa effervescenza creativa. Sempre più perfezionate e silenziose per redigere documenti velocemente e in modo standard. La fine di inchiostro e pennino coincide con l’invenzione nel 1802 di Agostino Fantoni. La macchina da scrivere conta comunque circa 52 padri inventori, un record che ci dice quale fosse il desiderio e la volontà di produrre velocemente documenti “perfetti”, immediatamente comprensibili da tutti e standard, lontani anni luce dai parti faticosi e laboriosi dello scrivere a mano. Mi viene quasi da sorridere se penso al giorno in cui qualche nuovo aggeggio potrà sostituire il nostro amato odiato computer, o forse non ce ne sarà più bisogno perché avremo perso ogni capacità, necessità e desiderio di esprimerci?! E basterà fissare un foglio di carta per vederlo riempirsi di caratteri e cifre. Trasmissione del pensiero? Solo bizzarre fantasie?! Ma se non ci saranno più pennini, carta, inchiostri, computer e obsolete tastiere, non ci sarà più niente di quel genere me lo dici con cosa e su cosa scriveranno i futuri Omero e gli Aleksei Nikolaevich Tolstoi di turno?

sei stato a Kabul?

il classico furgone Wolkswagen che si incontrava su hippie trail

Se non proprio un fiume in piena certo andavano a ingrossare mille copiosi torrenti; qualcosa durato anni, proveniente da ogni parte d’Europa e dagli Stati Uniti. Partivano per raggiungere l’altrove. Una carovana variopinta di giovani e meno giovani, alla spicciolata o in gruppo. Un “carnevale” on the road alla cui radice c’erano insofferenza alle regole, protesta, desiderio di cultura (?) alternativa, semplice curiosità. Il fenomeno lo descrive bene HIPPIE TRAIL un blog esaustivo con dati alla mano, dal sapore vagamente nostalgico condotto da Luca Santinon. Quel poco che rimane di quella festosa (ma non sempre e non per tutti) kermesse è proprio solo un po’ di nostalgia e le macerie dell’utopia irrealizzata.

sulla via dell’Oriente…in comitiva

Quella migrazione conduceva verso luoghi mitici (o mitizzati?) verso il fascinoso Oriente che continua e continuerà a rimanere per la mente occidentale insondabile. Il blog Hippie trail cita Baudelaire, Hesse, Kerouac, Maugham e alcune delle loro opere pertinenti al viaggio, con quel magico procedere a braccio sulla strada nel cuore dell’avventura, nel grembo dell’Oriente, perseguendo il diverso dal consueto. Io citerei allargando la rosa dei padri “spirituali” illustri e inconsapevoli anche Goethe, Stendhal, Gozzano col suo magnetico Verso la cuna del mondo, e da ultimo l’esploratore Paolo Novaresio, tutti innamorati di quell’andare a zonzo non esclusivamente diretto verso Oriente. Pagode, moschee, caravanserraglio, brochette, yogurt di capra duri come il muro, infradito e poi barbe e capelli incolti oltre a poderose fumate di hashish e di altri cibi psichedelici. C’entravano Timothy Leary, i contestatori del sistema, gli antagonisti della guerra in Vietnam, gli insofferenti verso modi di vita codificati e frustranti. L’intero Occidente dei giovani di allora aspirava alla pace universale, a genuine quanto fallaci utopie, volenterosi nel dire NO  a ogni guerra e sopruso. Mettete dei fiori nei vostri cannoni, ricordate la canzonetta? Era quasi doveroso ribellarsi, battendo le strade che portavano a Istanbul, Kabul, Goa, Kathmandu. Genuino direi quel desiderio di altrove, tuttavia fallimentare, soprattutto se visto col senno di poi.  Lo smarrito viaggiatore raggiungeva anche Varanasi, alzi la mano chi c’è stato. …pochini a quanto pare. Il Manikarnika Ghat offre una visione per menti e stomaci forti.

sulla strada per Kabul con la Citroën verde acqua

Oppure i recessi di Kathmandu dove l’eco degli hippies che l’affollavano aleggiava ancora quando l’ho visitata, prima del rovinoso terremoto. A Kathmandu ho incontrato un superstite, uno degli ultimi hippies che vagava ancora col suo gilet variopinto e i pantaloni a sbuffo, un po’ spaesato e anche patetico perché i suoi simili avevano dato forfait da un pezzo. Nella locanda  di legno che li aveva ospitati aleggiava ancora l’acre odore stantio delle loro fumate e il menù, comprendente torte ai funghetti, ovviamente allucinogeni, era unto e bisunto. Ho dovuto spiegare a lungo al taverniere che non ero un hippie ritardatario. Cos’è rimasto del lungo periodo che rimava con utopia, giovinezza, contestazione globale e rifiuto del sistema di vivere tradizionale? Nulla, vi ripeto o se dispiace troppo la negazione, la nostalgia verso un’epoca irripetibile e ingenua. The way we were di un’intera generazione. La quale ha preferito cullarsi con quei trastulli on the road che battere altre strade meno eclatanti ma certo più impegnative e illuminanti. Dice bene il blog Hippie trail: quel sogno a occhi aperti e a gambe levate è finito bruscamente con la rivoluzione khomeinista e delittuosamente con l’abbattimento del gigantesco Buddha in pietra in Afghanistan. Perdita gravissima per tutte le culture e fedi.

la foto d’obbligo per non dimenticare

Se di rivoluzione ancora vogliamo parlare oggi occorre battere altre strade, indagare altri orizzonti, assai  meno rutilanti ma ugualmente affascinanti. Leggere, approfondire, confrontare e, solo eventualmente, infine scegliere. Di cosa parlo? Di pagine illuminanti e suggestive. Ci sono testi “proibiti” ancora oggi dalla presunta intellighenzia nostrana, testi autenticamente rivoluzionari che parlano di ultramondo, di forze nude, di sedi olimpiche, di uomini illuminati, e Tradizione (non quelle casalinga della nonna), di analisi e critiche all’attuale sistema occidentale capitalista e a quello comunista, opere che frugano nelle origini dell’Occidente e dell’Oriente mettendoli a confronto, individuando radici sorprendentemente comuni. Testi che parlano anche dei motivi del disagio e rifiuto giovanile di allora e della mancanza di valori di riferimento di quegli anni e di oggi. Li ha scritti il filosofo Julius Evola, un autore per certi versi profeta dell’oggi, ancora relegato ai margini del nostro sapere, perché ritenuto assai scomodo e censurabile per il suo passato. 
A proposito: ho parlato di hippie trail con cognizione di causa. “Scusi, lei dove va?” mi ha chiesto la portinaia di casa al mio arrivo quarantasei anni fa. Non mi aveva riconosciuto, avendo io perso sette chili in ventotto giorni. Ero appena rientrato da Kabul con Jimmy il malese sulla sua Citroen verde acqua e facevo fatica a reggermi in piedi.

c’era la carta carbone?

Scrive l’enciclopedia del sapere libero e universale, alias Wikipedia: Dicesi carta carbone una carta rivestita su un lato da uno strato di inchiostro asciutto, di solito unito a della cera, che era utilizzata per creare una o più copie di un documento durante la scrittura dello stesso. Viene chiamata più propriamente carta copiativa, in quanto se ne distinguono vari tipi e non tutti creano copie del colore nero tipico del carbone. Ti ricordi quanta ne usavamo? A scuola no perché la penna biro non era stata ancora inventata. In ufficio, anni dopo, con le macchine da scrivere manuali e poi elettriche, non c’era ufficio che non ne fosse provvisto. E anche a casa, perche dovevi assolutamente avere tre copie di un documento o di una lettera originale che con l’andare del tempo via via impallidiva, parlo dell’ultimo foglio quasi illeggibile, non potevi certo premere troppo rischiando di lacerare la carta per avere nitido anche l’ultimo foglio, che così sembrava scritto con la matita.

Che fine ha fatto la carta carbone? Triste fine visto che nostra sorella Wikipedia conclude con: Oggi, la carta carbone è caduta quasi in totale disuso. È stata largamente soppiantata da dispositivi elettronici come le fotocopiatrici, che permettono la copia di documenti in maniera più veloce e agevole. Inoltre, ha anche contribuito alla diffusione dei personal computer e delle stampanti negli uffici. Le moderne tecnologie hanno eliminato anche l’impiego di carta carbone manuale da tutti gli studi professionali. La utilizzano ancora taluni artigiani e chi si diletta con il bricolage. Non è che la carta carbone sia importante come cosa in sé, ti sporcavi anche le mani se premevi troppo i polpastrelli su quella serica funebre superficie che via via si consumava, se vogliamo dire, la carta carbone, come altri oggetti di consumo e strumenti di uso comune sono stati assorbiti dalla macchina che fa le cose meglio, che è assai più veloce, che crea copie perfette “inossidabili” per così dire, e che non sbiadiscono nel tempo. La carta carbone, come la penna, il pennino, l’inchiostro, la cornetta del telefono, la carta da scrivere e perché no? busta e francobollo servivano una utenza che, per comunicare verbalmente e oralmente, si affidava alla manualità, al gesto, all’oggetto, alla sua fisicità; ti ricorderai senz’altro della sferragliante rumoreggiante telescrivente, un’altro dinosauro sulla strada dell’affinamento per poi essere soppiantata dall’attestarsi delle nuove tecnologie, e come dimenticare il telefax: mandami un fax, dammi conferma via fax, senza fax l’ordine non passa, tutto via fax per mostrare evidenze (spesso contraffatte). Cosa? Cosa sono? Chi le conosce ormai quelle vecchie cose? Ottuse e assorbite nel grande imbuto della rete e delle rampanti nuove tecnologie, nonché dalla fuorviante frenetica sbornia dei social, dall’inconsistenza e dalla superficialità della comunicazione odierna, me la passi l’espressione? Non arrabbiarti, anche tu, come me, sei coinvolto in questo modo di comunicare. La carta carbone rientrava nel grande bacino dell’artigianalità, della manualità, degli oggetti fisici che si consumavano via via con l’uso, la mail che già è una roba antica oggi, rappresentava il futuro remoto per quei tempi. Tornando alla carta carbone, se non mettevi per bene e ben disteso il foglio veniva fuori un pasticcio illeggibile. E se il foglio era stato usato troppe volte: idem. La macchina ci sostituisce o meglio ci ha sostituito fino a ieri, e adesso? Adesso basta un click, un pulsante, un iPhone, una presa di corrente…appunto e se non ce l’hai la corrente? Hai la batteria. E se non funziona la batteria per i fatti suoi? Sei alle prese con una tecnologia che ti esclude perché incomprensibile, lo sai te come funziona un cellulare e lo sapresti riparare? Qualcosa a cui sei estraneo a meno che tu non sia un tecnico specializzato. il gioco è fatto. Ti han tagliato fuori. Ci hanno tagliato fuori. Lo scriba comunicava sempre e comunque, il monaco che copiava antichi testi anche, e così lo scrittore, lo storico, il poeta, lo scolaro prima dell’avvento della tecnologia che tutto fagocita e trattiene in sé, loro comunicavano e duplicavano i loro scritti. Senza problemi. Ti faccio un esempio: Se sei in mezzo al deserto o nella jungla e ti viene voglia di comunicare cosa fai? Col cellulare, l’iPhone, ma se l’hai appena scaricato e la jeep risulta sprovvista di presa che fai? Ma perchè devo andare nel deserto? dirai. Giusto, non fa una grinza. È solo per dirti che le nuove tecnologie pensano solo a sé stesse, sono egoiste, non pensano a te e alle condizioni in cui ti trovi, e se non c’è corrente elettrica apriti cielo. Ma non divaghiamo. Per quelli che, come me, hanno usato la carta carbone per anni di seguito non è una grossa perdita, non c’è nostalgia, intendo, è una cosa che non c’è più e basta, ma una sottile vena di inquietudine ce l’ho. Se penso che le tue mani, la capacità di arrangiarti comunque con mezzi semplici e alla portata di tutti è sparita perché inutile e antidiluviana, devi adattarti, si fa più in fretta; meglio se ti affidi al sistema. E invece no. Sarà l’oggetto che salverà il mondo, le tue mani, la tua fantasia, il modo che hai di sbrigartela comunque e cavartela perché aguzzi l’ingegno, con o senza tecnologia. Non la macchina o il virtual, e nemmeno il social, (non voglio fare l’apocalittico o il troglodita ma ho più fiducia nella mazza, nella scure, nella zappa, ecc.) La carta carbone non è del tutto sparita, essa resiste ancora in qualche bollettario di consegna e invio merce e nel blocchetto di ricevute di qualche drogheria di alta montagna. Faccio per dire. Pelikan, che la sa lunga su prodotti di consumo e utensili di scrittura, su: Chimica on line la pubblicizza ancora. Non ne sono sicuro ma dietro qualche bacheca di museo devono avercela collocata la carta carbone. Vado a controllare e poi ti dico.

credevi fosse sparito il Medioevo?

Donne in amore, i trovatori

L’arazzo.  Un’occasione per riflettere sul presente. Un esempio nella vita, un punto di riferimento nelle opere. Johan Huizinga, olandese, imprigionato due anni dai nazisti per lo spirito di indipendenza che animava il suo pensiero. Un grande storiografo che frugava nell’archivio della storia di Francia e d’Europa e che ha scritto numerose opere fra cui L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, il suo capolavoro per ricchezza di indagine abbondanza delle fonti, e interpretazione, divenuto ormai un classico. Abbiamo scelto di segnalare l’edizione introdotta da Ludovico Gatto dei grandi tascabili economici NEWTON in cui fra l’altro si legge un commento di Raffaello Morghen:…civiltà è per Huizinga, tradizione di esperienze di vita, di ideali civili e religiosi, di forme dell’espressione estetica, che si tramanda attraverso le varie culture, da generazione a generazione, onde l’umano si arricchisce e si espande. Ma il senso della storia, continua l’introduzione, per Huizinga è nel rapporto che riusciamo a stabilire e in cui riusciamo a porci con i tempi andati. Che resta stabilmente di valido aiuto non diciamo per superare la crisi della nostra civiltà, che è anche, come il nostro studioso indicò crisi della storia e viceversa, ma per precisarla meglio, conoscerla a fondo, anche se ciò non voglia dire dominarla.  Fermiamoci qui, perché è da qui che vorremmo partire, per considerare il nostro presente.

Doveva essere crisi di civiltà durante e subito dopo la caduta dell’impero romano in gran parte delle contrade d’Europa, doveva essere crisi di civiltà nei secoli bui del nostro Monferrato, durante le scorrerie dei Saraceni che dal decimo secolo da Saint Tropez dilagarono in mezza Europa, e ancora crisi, almeno per quanto riguarda l’Italia quando, per secoli, potenze limitrofe venivano a stracciarsi le vesti e a fare casino nella nostra penisola, usandola come terreno di scontro. E ancora crisi di civiltà è stato l’orrore perpetrato nelle due recenti guerre mondiali che hanno visto la caduta di opposte sanguinose utopie, e per il riassetto politico dell’Europa e i genocidi perpetrati in nome di… o nel segno di… e le nuove barbarie che sono del resto una costante storica, con armi poi messe al bando ma sempre pronte a far capolino, più micidiali che mai. A quale crisi se non questa attuale, sfuggente nella sua attualità e pure concreta e misurabile; la più radicale e prolungata, la più subdola e invasiva, così evidente da riguardare ogni aspetto della quotidianità, dai costumi al vivere nella comunità. Quale crisi più grande di questa che vieta di riconoscere noi stessi, la propria bellezza e grandezza (trascorse) la propria unicità di stirpe e di cultura; il patrimonio fattoci pervenire dalle precedenti generazioni è misconosciuto o trascurato. Unici al mondo senza tema di smentite per abbondanza e rilevanza di bene tramandati e oggi trascurati.

Arcieri e balestrieri

A cominciare dai paesaggi deturpati, non c’è regione italiana che non annoveri obbrobri edilizi anche recentissimi, la devastazione del nostro passato equivale all’ignoranza delle nostre origini. Con l’avallo di tutti i governi del dopo guerra. Nel nome dello sviluppo industriale e del progresso, è solo un esempio fra i tanti, è stata uccisa o umiliata qualsiasi eredità della Tradizione. Ci viene quasi il dubbio che alle nobili popolazioni italiche venga deliberatamente somministrata una sorta di narcotico, per piombarle in un vuoto della coscienza, o in stato di incoscienza, per meglio governarle, per mantenerle in una specie di ignoranza corrosiva e deleteria. Siamo Italiani dopo tutto. Dopo Pasolini il nulla, è il caso di dirlo. Quale intelletuale, perdonami il termine che oggi fa un po’ ridere, si impegna come faceva lui, sulla sua persona si possono avere tutte le riserve, pagando di tasca sua dileggio e critiche. Tornando al grande Johan Huizinga non osiamo neppure affacciarci sullo sbalorditivo arazzo che egli tesse, scandagliando vizi e virtù di Borgognoni, Fiamminghi, di principi, villani, madamigelle e cavalieri erranti sulla via del tramonto, attraverso storie di duelli, scontri, matrimoni ed esecuzioni capitali, avremmo solo l’imbarazzo della scelta per cui ti rimando direttamente alla lettura di questo fantastico breviario di avvenimenti ambientato quando la Rinascenza europea già bussava forte alle porte della Storia. L’AUTUNNO DEL MEDIOEVO, come disse Carlo Antoni intende comporre una vitraille istoriata, come quella delle cattedrali francesi e della Fiandra o dei Paesi Bassi, in cui i riflessi luminosi, i giochi di luce, affascinanti iridescenze, quasi magicamente si moltiplicano e si inseguono…

sbuffavi a leggerlo?

Prova a pensarci, anche te ne hai, magari li conservi ancora, polverosi, sbrindellati, ingialliti, in qualche ammuffita valigia, in soffitta o in cantina. Quanto hai penato su quella pagine! Ti ricordi? Ti hanno accompagnato per anni, magari tediandoti a scuola e nei compiti di casa e adesso alcuni te li ricordi ancora. Pochi, davvero pochissimi, quelli che erano speciali, appasionanti, se considerati con gli occhi di oggi e con la vita che hai vissuto. Libri scritti col cuore e con l’intelligenza. Libri che, anche dopo decenni, sanno emanare forza e suggestione perché intendevano farti amare mondi trascorsi, passioni di uomini e il loro mondo scomparso. Libri eroici, dico io, se son riusciti a resistere nella tua memoria e agli insulti del tempo. Ci sará pure un motivo. Qui sto scrivendo di un normalissimo testo da cui abbiamo appreso di mitiche gesta di eroi. Studenti sedicenni eravamo, distratti da cento cose, allora, ma affascinati da quello che migliaia di anni prima stava accadendo alle soglie della storia e della leggenda.

mondo antico

Stanno ancora agitando spada e lancia cercando di darsi la morte.  C’è un’ombra che si allunga e che trapassa i secoli, l’ombra del legno di orniello su cui s’innesta la lancia di ferro, che trafigge il tempo. Ancora si danno battaglia, nutriti di odio assetati di vendetta. Attori di una contesa che sembra non finire mai. Mitici. Quell’ombra lunghissima, che si proietta a terra, giunge sino a noi, dopo millenni. Seguendola a ritroso scopriamo che è l’ombra fatta dal giavellotto di Achille, scagliato inutilmente contro Ettore e raccolto dalla rapida mano di Athena, alleata dell’eroe troiano. Achille e Ettore, titani piegati al volere degli dei.

Il duello

Davanti a quel duello il cuore si stringe, il respiro rallenta. Quante fantasie! Te dirai, eppure i due combattenti sono i simboli di un odio assoluto, di umana richiesta di clemenza, subito respinta da Achille. Ma non ripeto quello che altri hanno già detto assai meglio di me.
Quello che mi preme è parlare del libro, non dei miti che racchiude. Cos’ha di speciale? Tutto. A quarant’anni di distanza ricordo ancora le traduzioni di Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo, gli appassionanti scritti di Manara Valgimigli e di Fustel De Coulanges, di Jacob Burckardt e di Will Durant. Un libro speciale per gli istituti tecnici di allora. Aveva delle intenzioni quel vecchio testo scolastico: mettercela tutta per farci amare quella metà di mondo sviluppatosi 24 secoli fa fra l’Egeo e il Mediterraneo.
I miti, le gesta, gli eroi sono gli archetipi ancora vivi, seppur sepolti nell’ignavia dei moderni. Gran libro se ancora oggi lo ricordo dopo decenni trascorsi. 

Ulisse e Nausicaa con le ancelle

Chi può dimenticare la scena in cui Ulisse scruta, non visto, gioendo commosso, alla vista delle candide braccia di Nausicaa. E poi in quella in cui lui appare, vergognoso e seminudo alle fanciulle. La figlia di Alcinoo, re dei Feaci che giocava sulla spiaggia, bella fra le belle, più di duemila quattrocento anni fa non ne ha timore…una scena che ti sembra di vedere ancora recitata magistralmente da Barbara Bach e Bekim Fehmiu,…e sembra ieri. L’ho messo sull’ultimo scaffale, il libro, fra i volumi importanti. L’eredità del mondo antico – pubblicato da Zanichelli, Bologna

c’era l’America?

Si fa presto a dire: America. Ma quale America?! subito uno si chiede. Il gran continente suscita sentimenti contrastanti da subito, pro e contro, amore odio, senso di superiorità verso il paese fanciullo, o ammissione di inferiorità della vecchia Europa, eccetera. Non è questo il punto. Se penso però a quello che gli USA ci hanno dato in termini di scrittori, registi, attori, scienziati allora la testa mi gira e mi unisco al coro di chi ama e ammira quel Paese riconoscendone la superiorità e unicità.
Gente del calibro di Poe, Lovecraft, Steinbeck, London, Miller, e poi Marlon Brando, Bogart, Orson Welles e Papa Hemingway, meglio che non mi faccia prendere la mano, l’elenco è interminabilie. Tutta gente genuinamente ed esclusivamente americana che ha fornito interpretazioni e rappresentazioni inedite di sé e del proprio tempo. Per cui evviva l’America! Dicevo di big Papa Hemingway, ci ho messo due mesi a pensare a cosa scrivere perché i fiumi di inchiostro su di lui non si contano e poi su Orson Welles che merita un discorso a parte, trattandosi di genio allo stato puro.

Tra l’altro i due, erano amici, anche se Welles era estraneo al clan di Hemingway, come si evince da un video in cui il grande Orson parla del grande Ernst dicendo anche che lo scrittore era molto malato e che ha calcato inevitabilmente le orme del padre, morto suicida. Di Hemingway è stato detto sin troppo, e oggi si fatica ancora a distinguere la grandezza indubbia della sua scittura dal mito che ancora aleggia attorno a lui. Si sentiva spiato (ed era vera la cosa) dall’ FBI ed era arrivato a scambiare per agenti segreti due becchini che bevevano una bibita seduti al bar, dopo il lavoro. L’America lo utilizzava come informatore mentre lo sospettava di simpatie comuniste vista la sua amicizia con Castro. Insomma, incognite e guai hanno costellato la sua esistenza.

Quand’ero all’Havana mi sono imbattuto in alcune sue tracce e le ho seguite. Non è stato difficile. Floridita, Bodeguita del medio, la sua casa Finca Vigia, raggiunta inutilmente perché la casa era chiusa e così ho potuto solo sbirciare dalla finestra. Allora lavoravo per l’ente del turismo cubano come fotografo per cui mi hanno fatto scorrazzare in lungo e in largo per l’intera isola; l’autista mi ha condotto fino a Cojimar a incontrare Gregorio Fuentes ispiratore del VECCHIO E IL MARE. Cosa pensi che mi abbia detto il vecchio Gregorio che portava Hemingway a pescare marlini? “He was a great gay” e poi si è fermato coi ricordi come era solito fare con tutti quelli che lo visitavano, andando poi, come da copione, a prendere ‘l’album delle foto. Che Papa Hemingway avesse conosciuto, apprezzato e poi criticato il nostro Gabriele D’Annunzio e i suoi Arditi è cosa assodata, magari riprenderò l’argomento in altri post. Passo e chiudo.

Se vuoi leggere qualche mio scritto

c’erano gli editori? (seconda puntata)

Il motto di HOMO SCRIVENS

Prima o poi doveva capitare qualcosa del genere. Qualcosa di davvero importante anche se sottotraccia. Pochi si sono accorti della cosa e della sua rilevanza. Non occorre scomodare Darwin, le mutazioni, la fisica quantistica, o l’inclinazione dell’essere mutante che intende sopravvivere e poi affinarsi. Il terremoto non ha fatto il gran botto, la trasformazione è strisciante; sto parlando della trasformazione di una specie, che, di solito, inizia con eventi minimi per poi definirsi macroscopica. Ovvero il nano metterà in crisi i giganti, ma né uno né gli altri ora ne hanno contezza. E il seme darà i suoi frutti o prima o poi. La mutazione potrà mettere in crisi l’intero sistema, una prassi consolidata e un malcostume in via di peggioramento vertiginoso. Succede a Napoli, patria delle eccelse sculture di Antonio Corradini, custodite nella cappella San Severo. Napoli, scrigno di bellezze spesso segrete, e che nel 700 era una fra le prime città europee in fatto di cultura e innovazione, due volte più grande di Milano, tanto per dirne una. Bando alle ciance e vengo al sodo. Avevo scritto che gli editori (dicesi editore individuo che in virtù del suo fiuto scopre, scommette investe e lancia un autore, convinto del valore del suo lavoro) erano una razza in via di estinzione, salvo alcuni eroici individui che hanno impegnato anche la camicia per tentare di fare cultura.

Un volume di HOMO SCRIVENS

Le case editrici di grido languono incapaci di svolgere il vero ruolo che è quello di promuovere cultura e civiltà o anche solo dibattito e ricerca: languono in un pantano fatto di pubblicazioni apocrife, di volumi a pagamento (succede anche nelle grandi case editrici, e io ne so qualcosa visto che ho le mani in pasta anche nell’attività di ghost writer.) Dicevo?! Ah! sì. Della scomparsa della razza degli editori, sostituiti da tipografie paludate, da stampatori blasonati e intrallazzati, che fanno di tutto all’infuori di stimolare idee e ricerca. Gli editori di oggi non sanno più scoprire Jack London, Italo Svevo o Stephen Crane, ammesso che autori di quel calibro siano oggi in circolazione. Sono lontani i tempi in cui Gabriele D’Annunzio citava il suo editore chiamandolo Monte d’oro di stirpe Aldina (era Mondadori). Monopolizzando lo spazio in libreria gli editori moderni devono piazzare il loro prodotto, come fosse shampoo o tonno in scatola, non esiste differenza. Tu dirai che è aria fritta, che non dico nulla di nuovo e hai ragione. Ma per confortarti ti dirò due parole su quanto è successo a Napoli e che merita attenzione. L’autore ha preso il posto dell’editore, ovvero alcuni scrittori si son detti basta! e, senza troppo clamore, son diventati editori, protagonisti della loro scelta e lettori, in un colpo solo, lo riporta il quotidiano IL MATTINO di Napoli. E tu non chiami questa rivoluzione? Succede a Napoli, città verace e con ogni evidenza alternativa e creativa. Così è accaduto che gli editori autori si sono dati un nome chiamando la nuova creatura HOMO SCRIVENS, descritta in modo limpido e onesto da Aldo Putignano.

Nella presentazione gli autori-editori-lettori precisano che non intendono annegare nel fango dell’editoria a pagamento ne’ che sono la casa editrice più importante dell’universo ma: “siamo brava gente”. Affermazioni che la dicono lunga sull’attuale situazione editoriale italiana e, forse, mondiale. A HOMO SCRIVENS gli autori editori hanno preso il timone in mano, collaborano con istituzioni e editori amici e si danno un sacco da fare tentando altre strade, seguendo la loro creatività tutta partenopea. Non è fumosa o velleitaria la loro intenzione, basata sulla precisa decisione di eludere logiche di mercato grottesche e stantie. Basta ascoltare il breve video di presentazione. Voglio fare un augurio a questi prodi: che la loro iniziativa prenda piede, che porti a qualcosa di nuovo, capace di smuovere le mefitiche acque di una palude che conduce alla morte della lettura e quindi della conoscenza, che insegni qualcosa di sano e originale ai grandi nomi promotori della ex cultura italiana, fagocitati nel loro recente passato da inclinazioni politiche e ora sorrette dal nulla e da sclerotiche logiche di mercato.

Collaboratori di HOMO SCRIVENS

Quelli di HOMO SCRIVENS meritano attenzione e successo, chissa dove approderanno?!
Scrive MACROLIBRARSI: Homo Scrivens è una casa editrice anomala: nata da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli, è formata da scrittori che hanno deciso di aiutare altri colleghi a far conoscere le proprie opere al pubblico, anche quelle che case editrici a pagamento decidono di rifiutare. I titoli trattati riguardano soprattutto la narrativa: racconti, romanzi, testi italiani, scrittura collettiva e saggi sulla scrittura. Un gruppo di editori che ha come obiettivo quello di fare da ponte diretto di collegamento tra i lettori e gli autori.

c’era la parola?

Ti ricordi quando parlavi e ascoltavi? e poi rispondevi, se ti pareva opportuno? Risale al tempo in cui la parola era in auge, prolissa o avara, spontanea, o forzata, stentata o debordante, ma sempre parola, autentica, e farina del tuo sacco. La parola eri tu, ti descriveva, lasciandoti esprimere come potevi. E allora ti ricordi quando c’era la parola? Preziosa, senza che tu te ne rendessi conto, tua o di altri, comunque unica, aveva il suo peso, significato e conseguenza, ricca di sfumature, o volutamente asettica (quasi mai) parlava di te dalla prima sillaba all’ultima, deteneva un valore maturato durante qualche decina di migliaia di anni.

Suoni gutturali, fonemi, prime vocali e poi sillabe, infine la parola strutturata, il significato della parola. Parola di uomo, non surrogato di parola di macchina. Oggi la parola? Quale? Lo sai che la parola, e non solo quella, è in via di dissoluzione, smembrata, sintetizzata e slogata da un sistema invasivo studiato da chi pensa di saperla molto lunga e che alla fine ha un piano in mente, conscio o inconscio che sia, lo si può immaginare. Il piano ovviamente presume un antefatto: che si chiama guadagno, tanto guadagno, coincidente con le montagne di denaro che hanno succhiato e che continueranno a sottrarre dalle tue tasche per farti acquistare iPhone, iPad, smart phone, computer portatili, eccetera ogni due tre anni. Ma non è questo che conta, non fraintendere, non sono un antimodernista antidiluviano, anch’io li utilizzo quei mezzi, sono comodi, veloci e non ne potrei fare a meno…(o forse sì?) Però gli ho dato un limite, un giusto valore, sono io che li amministro, non loro me, per cui accendo il Nokia della seconda guerra punica ogni due mesi, di messaggi non ce ne sono quasi mai, ma sai che bel vivere? I messaggi arrivano mediati, attraverso le parole di moglie e figlio, non sono un troglodita innamorato esclusivamente di Tradizione e passato, tutt’altro, mi interessa davvero cosa vogliono farci fare in futuro e dove vogliono condurci con questi “innocui” aggeggi che hanno ammazzato la parola e…il pensiero. Ma chi è stato? Quelli là, gli inconoscibili, l’empireo nebuloso che ci governa, i senza volto onnipresenti, gli amministratori del nostro io, ovvero speculatori sofisticati e anonimi, uomini del marketing più avanzato, geniali inventori di nuova scienza, impalpabile eppur pervasiva e invadente scienza. Hanno inventato nuove monete e strumenti di comunicazione di massa, e te ti devi adeguare; finanzieri senza etica e decoro, massacratori di economie e stati sovrani. Oh mah! Parole al vento, dirai te.

Non hai torto. Come diceva mia nonna: non bisogna abbaiare alla luna, la luna non risponde mai, chi vuoi che ti ascolti? Con chi ce l’hai? Con l’inevitabile progresso? Con le nuove tecnologie? Battaglia già persa in partenza, ritirati su un’isola deserta, allora, rimandato a settembre, studia meglio la lezione. Ci vedo del buono quando l’aggeggio si configura come strumento indispensabile, non come superfluo e tu ti stai dedicando al superfluo creando la necessità del superfluo per confonderla in seguito come esigenza irrinunciabile, le abitudini sono peggiori dell’attacca tutto. Chiaro il concetto?! Guarda che qualcuno ti osserva e ti studia e ti succhia dati anagrafici e altro studiando le tue abitudini eccetera, guarda che con quell’aggeggio, ossia il tuo amato iPhone consenti a qualcuno di farti carpire abitudini e alla fine anche idee…le tue idee, in una ….parola, diventi soggetto di analisi, influenzabile, indirizzabile, questo qualcuno vuole.

Chiamalo: potere sofisticato e subdolo, se ti piace. Guarda cosa è successo con qualche risultato taroccato di elezioni e referendum popolare nel mondo. Ma perché invece di rimbambire a premere tasti a cercare e a inviare messaggi non ti porti in tasca un libro? Uno da poco, un tascabile, da qualche euro o uno da mille lire quando ancora le lire esistevano. Pubblicato da eroici editori di un tempo! Scoprirai cose che manco te le immagini, avventure, personaggi, luoghi indimenticabili, intere epoche, proprio attraverso quei libercoli di poco conto, e intanto ti rifai il palato e il gusto per il momento in cui ricomincerai a usare la parola. Io ti osservo, sono la tua anima nera, ma ti voglio bene, alla fine, dicendoti che te sei diventato iPhone dipendente, senza accorgertene, giorno dopo giorno, ma che dico? dopo la prima ora ti saresti sentito perduto senza iPhone. Sì lo so, non dovrei dirlo, che ho gioito quando a mio figlio gli è scivolato l’iPhone di mano e che gli è passato sopra un camion. Non dire di no, ti vedo, sai, in metropolitana, per strada, in sala d’attesa, mentre lei o lui ti chiedono qualcosa, ma….mi senti? Sì, sì, ti sento, non è vero, non senti, sei risucchiato nell’aggeggio, stai cercando una strada con l’aggeggio, non dico che la cosa sia inutile, tutt’altro, ma, come dire? crea dipendenza; alla tua lei dici di amarla con l’aggeggio, comunichi le tue dimissioni con l’aggeggio e gli altri, sempre con l’aggeggio, ti rispondono in tempo reale, compulsivo, nevrotico, irreale. Sai perché ? L’aggeggio ha vinto, ti sovrasta, incapace come sei di limitarne l’impiego, e sai perché ? Perché non usi più la parola, quella vera, che ti ha sempre nutrito, e che hai fatto fatica ad imparare, cioè lo strumento per eccellenza che ti fa (faceva) vivere, la parola alla fine eri tu, le tue abitudini, la tua poca o tanta cultura, il tuo io stava nella parola e oggi sta nell’aggeggio. Da non credere. Non potrebbe essere diversamente. Pensare e parlare infastidisce chi vuole che tu pensi e dica senza dare fastidio, a chi vuole uniformare il pensiero, perché la parola, cioé il tuo pensiero può contraddire, contrastare, sobillare, aizzare e scompaginare l’uniformità di chi pensa per te e che vuole che tu pensi in un solo modo. Ahi! c’e qalcosa che non funziona. Tu chi immagini, ma di cosa stai parlando? Di te. Della tua vita, ti osservo, sai? Con lo sguardo, senza derogare da condotte comuni. tu dirai beh che è successo di così negativo, non capisco. Mi sono facilitato la vita. Ma non ti rendi conto che ti stai uniformando, che non parli più con le tue idee, corrette o sbagliate che siano, che stai perdendo la parola, come hai già perso la capacità di scrivere tenendo la penna in mano, (io compreso). Le statistiche non le ho inventate io. Che succede? C’è un disegno diabolico in atto? Hanno distrutto la parola, ecco tutto, non te ne sei accorto? Le sue sfumature, i suoi doppi sensi, i significati sottintesi, la ricchezza del significato. La tecnologia della moderna comunicazione ha semplificato, sfrondato, eliminato la vecchia parola e cioè la cultura che la sovrintendeva, creando il linguaggio asettico, sintetico, uniforme, una volta sterilizzato e semplificato il linguaggio esso non produrrà più frutti. Prova a scrivere Re Lear o Giulietta e Romeo o I Promessi Sposi via iPhone se ne sei capace. Ti sfido: prova a scrivere con carta e penna una lettera, se sei in grado allora sei salvo. Se distruggono la parola distruggono anche la tua identità di cui la parola è primo referente e conseguenza diretta. Davanti a te c’era un altro, omologo o no, ci potevi discutere, qualcuno in carne e ossa, un corrispondente, un umano anche nemico, non dico di no, col quale ti confrontavi, chiedevi, imploravi, cinguettavi e, per dirla con un termine onnicomprensivo: comunicavi, cioè vivevi. Okei, lo ammetto, una volta non potevi parlare con Uagadougu o Benares o Baltimora così come lo puoi fare facilmente adesso. Adesso hai l’imbarazzo di scegliere. Chiamalo: potere sofisticato se vuoi. Guarda cosa è successo con qualche risultato taroccato di elezioni e referendum nel mondo. Ma perché invece di rimbambire a premere tasti a cercare e a inviare messaggi non ti porti in tasca un libro? Uno da poco, un tascabile, da qualche euro o uno da mille lire quando ancora le lire esistevano. Il libro ti fa riflettere, l’iPhone no. Pubblicato da eroici editori! Scoprirai cose che manco te le immagini, avventure, personaggi, luoghi indimenticabili, intere epoche, proprio attraverso quei libercoli di poco conto, e intanto ti rifai il palato e il gusto per il momento in cui ricomincerai a usare la parola. Io ti osservo, sono la tua anima nera, ma ti voglio bene, alla fine, dicendoti che te sei diventato iPhone dipendente, senza accorgertene, giorno dopo giorno, ma che dico? dopo la prima ora ti saresti sentito perduto senza iPhone. Sì lo so, non dovrei dirlo, che ho gioito quando a mio figlio gli è scivolato l’iPhone di mano e che gli è passato sopra un camion.

Hanno preso una tua esigenza, l’hanno elaborata, agghindata, arricchita, uniformata e resa indispensabile a te, in una parola hanno creato una esigenza alla quale ora risulta difficilissimo rinunciare. Ti ricordi quando comunicavi con la parola vera? e non pigiando tasti tutti uguali e il tuo interlocutore non era esclusivamente l’iPhone, ma era un altro te stesso con cui ti confrontavi; era ieri e sembra passato un secolo.

Xu dipingeva i suoi nudi?

Xu Beihong (1895-1953) chi era costui? Alzi la mano chi lo conosce, siamo in pochi a quanto pare, eppure Xu meriterebbe maggiore attenzione e con lui le sue opere, frutto di una precisa volontà di introduzione dell’arte occidentale in Cina previo adattamento al temperamento e alla cultura del suo paese. Gli esiti dell’operazione meritano attenzione. Mai prima di lui i cinesi avevano ammirato il corpo nudo di una donna. Ci pensa Xu a svelarla e con risultati che lascio a te commentare, e poi cavalli, la sua prima passione, cavalli al galoppo sfrenato, liberi e selvaggi ma anche deliziosi ritratti di mici che rivelano la sua passione per la natura. Xu è stato un autentico pioniere per avere introdotto nuovi canoni stilistici, sollecitando inedite suggestioni.

Basta ammirare i suoi nudi che, lontani da immediati e pedissequi erotismi, indagano il mistero del corpo femminile che libera una sensualità composta ma potente, immediata e primitiva, vibrazioni e suggestioni difficili da definire e che non ricorrono a facili ammiccamenti. Doveva avere chiari in mente precisi dipinti occidentali, come ad esempio la Venere del Velasquez quando dipinse i suoi nudi di schiena.

Non tutte le opere di Xu mi convincono, alcuni volti delle sue donne ad esempio, hanno qualcosa di duro, rigido, estraneo alla nostra idea del bello, dell’esteticamente gradevole ma sicuramente, anche se vestite, le sue donne emanano un indubitabile fascino sottilmente erotico. Con lui due culture millenarie e agli antipodi si confrontano trovando nella sua arte il loro interprete originale e acuto, capace di creare un punto di contatto fra due mondi lontanissimi, fra due sensibilità apparentemente inconciliabili. C’è molto Occidente nei suoi quadri e un po’ di Cina. Xu fa le cose sul serio e approfondisce la nostra scuola e le tecniche di composizione occidentale, studiando all’Ecole des Beaux-Arts di Parigi, proprio qui acquisisce una solida base nella tradizione accademica occidentale.

Tornato in Cina, Xu diventa un convinto promotore introducendo l’arte occidentale insegnando, scrivendo, organizzando mostre. Quello che importa è capire che l’arte non ha davvero confini, che parla linguaggi universali solo apprentemente estranei, che trasforma, favorisce il dialogo fra i popoli, interpreta e rilegge gli stessi soggetti e ambienti con sorprendente innovazione. Evito facili retoriche ma le opere di Xu dimostrano che l’arte non ha patrie ne’ confini, essa parla immediatamentre al cuore e alla sensibilità di ognuno anche se questi vive in altri mondi e in altre culture. Pittore ed educatore fra i più apprezzati nella Cina moderna, Xu ha influenzato lo sviluppo della pittura cinese del XX secolo.

spedivamo artisti in Cina su richiesta?

Xiang Fei in armatura europea

Due delle teste di bronzo disegnate da Giuseppe Castiglione per il Vecchio Palazzo Estivo imperiale di Pechino sono state battute all’asta a Parigi per 30 milioni di euro, era il 2009; asta vinta da un cinese, certo Cai Mingchao, il quale però si rifiuta di pagare la somma sostenendo che: “questi oggetti appartengono alla Cina e devono tornare nel mio paese”. Ma chi è Giuseppe Castiglione? Nato nella parrocchia di San Marcellino a Milano. Gesuita e artista sopraffino, apprezzato da ben tre imperatori cinesi che vanno in visibilio per i suoi ritratti. Castiglione trascorre 51 anni nel Celeste Impero in qualitá di  pittore di corte dipingendo svariati soggetti. Il suo genere è unico, sorta di fascinoso compromesso fra pittura europea e canoni estetici della ritrattistica cinese del XVIII secolo. I ritratti dell’imperatore e delle sue concubine, straordinariamente apprezzati a corte, e dei cavalli imperiali, soprattutto il lungo rotolo dei cento cavalli e il dipinto verticale degli otto cavalli, conservati nel museo del Palazzo di Taipei lo consacrano a gloria imperitura, diventa un artista glamour, tenuto in altissima considerazione ancora oggi, al punto che nemmeno la rivoluzione rossa e riuscita ad affossarlo. Missionario in Cina, assume il nome di Láng Shìníng (郎世寧, Pace del Mondo).

L’imperatore Qianlong

Alla sua morte gli furono tributati onori imperiali, il rango di mandarino di seconda classe lo imponeva. La sua fama e la sua bravura come artista fecero sì che l’imperatore  Qianlong affidasse a Castiglione la progettazione e il completamento delle fontane e delle decorazioni dei padiglioni in stile occidentale all’interno dei giardini del Vecchio Palazzo Estivo. I padiglioni divennero un luogo favorito per i pomeriggi dell’imperatore e delle concubine. Purtroppo gli interi padiglioni occidentali vennero poi distrutti dalle truppe anglo-francesi nel 1860, oggi trovi solo le rovine. Se i Francesi non guastano qualcosa non sono contenti, quando non possono sottrarre opere d’arte altrui, soprattutto italiane, infatti le distruggono, Napoleone docet. Nell’aprile 2015 la Jiangsu Broadcasting Corporation ha trasmesso un documentario su di lui raccogliendo una audience di oltre 360 milioni di telespettatori.

Nel 1990 capolavori di Castiglione furono portati a Torino per una mostra nel palazzo reale di Venaria.
Nel 2007 la mostra “Capolavori dalla città proibita. Qianlong e la sua corte” organizzata dalla Fondazione Roma nel Museo di via del Corso, ha esposto quattro capolavori di Giuseppe Castiglione prestati per l’occasione dal Museo della Città Proibita di Pechino.
Nel 2015 (dal 31/10 al 31/01/2016) l’Opera di Santa Croce, a Firenze, allestisce la mostra “Nella lingua dell’altro. Giuseppe Castiglione gesuita e pittore in Cina”: è la prima mostra monografica sul pittore in Italia, organizzata in collaborazione col Museo del Palazzo Nazionale di Taipei per celebrare il terzo centenario dell’arrivo di Castiglione in Cina. Queste e altre notizie in dettaglio le puoi trovare su internet.

Caccia al cervo

Quello che mi preme aggiungere in calce è che noi esportiamo e realizziamo cultura, bellezza, arte, da sempre, che artisti italiani sono tra i migliori al mondo, se non peccassi di campanilismo e faziosità direi che sono i migliori al mondo, che tutti ci conoscono, apprezzano e stimano. Che l’eredità dei sommi maestri del passato è presente nel DNA italico in misura cospicua, rendendo di riflesso unica e ammirata la penisola. Ma c’è un ma. Cosa fanno le odierne istituzioni della penisola per promuovere il genio italico, per scovare, incoraggiare e lanciare artisti e opere degne di essere esposte alla National Gallery o in qualsiasi altro prestigioso museo internazionale? …Niente.