nei sotterranei del Maschio Angioino…

Napoli, nei sotterranei del Maschio Angioino ritrovato un tesoro d’arte abbandonato

Ecco un articolo davvero scoraggiante rilevato da FINESTRE SULL’ARTE qualche giorno fa.

di Redazione , scritto il 04/05/2021, 17:42:55
Categorie: Attualità

 

A Napoli sono state scoperte per caso, nei sotterranei del Maschio Angioino, ben 400 opere antiche, che vanno dal Quattrocento al Novecento: forse sono state abbandonate lì dopo il terremoto del 1980.

Napoli, nei sotterranei del Maschio Angioino (Castel Nuovo), è stato trovato un prezioso tesoro di tantissime opere d’arte (addirittura “innumerevoli” secondo la giunta comunale, circa 400 secondo quanto riporta la stampa locale), di varie epoche, dal Quattrocento al Novecento: c’è anche una grande Madonna del Rosario con santi domenicani di Luca Giordano (di 4 metri per 2,64), e poi opere di artisti come Francesco De Mura, Paolo De Matteis, Giuseppe Bonito, Onofrio Avellino, Jacopo Cestaro e altri importanti pittori e scultori del territorio. La scoperta è avvenuta in modo del tutto fortuito: le opere sono infatti “riemerse” il 1° dicembre scorso, quando gli addetti del Comune di Napoli si sono recati nelle sale che custodivano le opere per verificare, a seguito di una forte ondata di maltempo che si era abbattuta sulla città nelle ore precedenti, se ci fossero stati degli allagamenti nei locali. I tecnici hanno scoperto le opere, abbandonate a loro stesse, alcune delle quali deteriorate a causa dell’umidità dei locali: sono presumibilmente lì da decenni.

La notizia si è diffusa perché il 23 aprile la giunta di Napoli si è riunita proprio per discutere di questo caso. “Il Comune di Napoli”, si legge nella delibera di giunta, “detiene un patrimonio ragguardevole di beni mobili di valore artistico, databili dall’antichità greco-romana (Collezione Santangelo presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli) fino ai giorni nostri, costituitosi attraverso acquisti, donazioni e a seguito della Legge Regionale n. 65 dell’11 novembre 1980 con la quale sono passati alla competenza giuridica dell’Amministrazione Comunale gli edifici ecclesiastici cittadini appartenenti ai cosiddetti ’enti soppressi’, ovvero gli IPAB, gli Istituti per l’Assistenza e la Beneficenza (quali la Real Casa dell’Annunziata, l’Albergo dei Poveri, l’Istituto per l’Istruzione e l’Educazione Femminile Sant’Eligio, ecc.), unitamente alla loro ingente consistenza patrimoniale di opere d’arte (dipinti, sculture, argenti, arredi ecc.)”.

L’ipotesi è che si tratti proprio di opere degli IPAB che furono ricoverate nel Maschio Angioino dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che danneggiò anche diversi edifici a Napoli. Tra questi, anche gli edifici degli Istituti per l’Assistenza e la Beneficenza, che ospitavano numerose opere d’arte: così, per salvarle, furono dislocate su diverse sedi (alcune andarono a Palazzo Reale, altre ancora a Capodimonte e in diversi altri depositi temporanei). Alcune finirono al Maschio Angioino e adesso dunque si pensa che le opere appena ritrovate siano proprio quelle trasferite dopo il sisma dell’Irpinia. Le opere sono state esaminate durante un sopralluogo con il sindaco, Luigi de Magistris, e con il soprintendente di Napoli, Luigi La Rocca.

Dato lo stato in cui si trovano queste opere, si legge nella delibera, “sono necessari improcrastinabili interventi di manutenzione e restauro dei beni artistici, in particolare dei dipinti, beni più soggetti al deterioramento, per garantirne la salvaguardia e una successiva fruizione museale, arricchendo le collezioni del Museo Civico di Castel Nuovo, ampliandone l’offerta culturale e facendo scoprire alla cittadinanza, ai visitatori, agli studiosi del settore un patrimonio artistico per troppi decenni negletto e negato”. Il Comune avrebbe già proposto un progetto in tre fasi: la messa in sicurezza sino alla velinatura delle opere con la redazione di schede conservative (50.000 euro), il restauro conservativo della Madonna del Rosario di Luca Giordano e un’altra opera di grandi dimensioni da selezionare tra quelle di maggior pregio e musealizzazione delle stesse opere (50.000 euro), il restauro di altri quadri di valore e pregio come quelli di De Mura, De Matteis, Cestaro Bonito, Giacinto Diano, Agostino Beltrano (150.000 euro). Il progetto è dunque quello di fare in modo che il pubblico possa di nuovo tornare a vedere le opere.

Sulla vicenda è intervenuta anche Margherita Del Sesto, deputata campana del MoVimento 5 Stelle in commissione Cultura, che intende portare il caso in Parlamento. “È strano”, afferma “che la notizia abbia trovato diffusione solo poche ore fa, in seguito alla pubblicazione di una delibera della Giunta comunale contenente informazioni sommarie sulla scoperta. A breve depositerò un’interrogazione al ministro Franceschini per fare luce sulla vicenda. Se dopo il terremoto del 1980, quando si presume che quelle opere d’arte siano state prelevate da molti edifici ex IPAB (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza), non è stato redatto nessun inventario c’è il rischio che possano essersi verificati furti o dispersioni. È importante e urgente fare chiarezza su eventuali responsabilità e mettere in campo interventi tempestivi: quel patrimonio di grande valore va subito messo in sicurezza, salvaguardato e restaurato, nell’ottica di un’auspicata esposizione al pubblico”.

Ecco il mio desolato commento: è come scoprire che in cantina tua nonna aveva dimenticato lingotti d’oro, lì confinati durante una emergenza. O che nel tuo garage avevi una Bugatti insieme al tesoro dei Saraceni di Moleto Monferrato. Mah, a me viene tanta di quella tristezza e poi rabbia, che non immagini. Tutto questo accade …ancora, da noi, in modo insultante per il nostro passato e la nostra negletta cultura italica. Un altro “scandalo” passato quasi sotto silenzio, segnalato da FINESTRE SULL’ARTE

quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

c’erano le memorie di pietra?

L’epitaffio lo recita con fare sornione quel grandissimo e geniale personaggio, attore, sceneggiatore, produttore e regista americano, che va sotto il nome di Orson Welles. Solo l’America riesce “produrre” personaggi di questo calibro, al di fuori dell’ordinario, capaci comunque, come in questo caso, di interpretare e di vedere cose che noi europei sappiamo già, perché sono nel nostro DNA, ma cerchiamo di allontanare, cose inevitabilmente probabili e dolorose. L’epitaffio riguarda noi, la nostra storia, e chi ama la memoria europea fatta di testimonianze di pietra, mattone: sculture, mura di antiche città, ponti, edifici, statue, e più in generale, ogni manufatto che rechi impronta umana, destinato inevitabilmente a deperire e sparire per il logorio decretato dall’inquinamento, dall’oblio e dal tempo. La profezia dell’attore, tanto scontata quanto stupefacente, colpisce per l’immediatezza del recitativo, la scelta delle parole, l’atmosfera, dicendo molto sulla sensibilità di Orson Welles e la capacità di interpretazione dell’uomo medievale. Santi, prelati, imperatori, gente del popolo che guardano come stupefatti, diavoli tentatori, figure antropomorfe (gargoil) a monito e angeli soccorritori, protagonisti di atmosfere estinte e di tempi che non sono più da secoli. Personaggi assorti nella magica atmosfera che avvolge la cattedrale di Chartres questo il soggetto del video, nella foschia del tramonto. Le statue celebrano il trionfo di Dio, nella dignità dell’uomo, uno scultore che non ha firmato la sua opera, la gloria anonima di tutte le cose, questa ricca foresta di pietra, questo epico canto, questo grido interrogativo…e tutto questo un giorno sarà ridotto in polvere…questo e altro sentiamo dalla voce fascinosa di Orson Welles.

Leggi cosa dicono i commenti a questo breve ma coinvolgente video recitato dal grande attore regista:
HumanitarianEclectic 10 years ago Sublime! A poignant memento mori from Citzen Welles of the future extinct species known as humanity. Will the others ever understand what we and our spirit represented? Thanks for the clip… Suggest changing the title so that it attracts more viewers.
feraro23 12 years ago Great, definitely. One of the most “european” american ever.
Don Belindo
10 years ago On this monologue summarizes itself Welles´ artistic work, as one of the greatest artist in the 20th Century. One of the greatest moments on cinematography.

Sarah McFarlane 7 years agoThis monologue is equal parts poignant and frightening, all while capturing the unparalleled eloquent artistry of Mr. Welles. A great artist and thinker.

A proposito della cattedrale di Chartres nostra sorella Wikipedia riporta:

La cattedrale Notre-Dame di Chartres è il principale luogo di culto cattolico di Chartres, nel dipartimento dell’Eure-et-Loir, nel nordovest della Franciabasilica minore (dal 1908) e sede vescovile dell’omonima diocesi.[1] La figura più importante nella storia di questa diocesi fu il vescovo Fulbertoteologo scolastico  riconosciuto in tutta Europa, che cominciò nell’XI secolo la costruzione della cattedrale sull’area precedentemente occupata da un antico santuario pagano.

sei stato a Costantinopoli?

VIAGGIO A  CONSTANTINOPOLI
Rispondiamo alla coinvolgente presentazione di Paolo Rumiz affermando che la susina gialla di Istanbul non l’abbiamo trovata anche se quella città esiste proprio come ce l’ha descritta; confinata ora a metà strada fra il ricordo e la fantasia in un Oriente immaginifico e tuttavia reale. Una sorta di sogno ad occhi aperti, ancora fisso nella nostra memoria dopo più di trent’anni. Anche noi siamo stati in quei paraggi, ma la conturbante, misteriosa città di cui egli favoleggia, per noi, viaggiatori in erba, era solo l’ultima tappa di un avventuroso viaggio di ritorno da Kabul.  Ancora oggi ci rimane il dubbio di essere transitati per davvero a Istanbul, luogo scintillante, magico e che l’interminabile golfo, l’acqua scura del Galata sia una visione onirica, preambolo di vicende da mille e una notte. Eppure, esiste davvero e Paolo Rumiz ce lo conferma!

L’opera VIAGGIO A COSTANTINOPOLI scritta dall’abate Giambattista Casti, straordinario viaggiatore del ‘700 incanta e coinvolge; si tratta di un’altra preziosa perla della collana BIBLIOTECA PERDUTA (e ritrovata) edita da IL POLIFILO (casa editrice sfortunatamente estinta da poco). Casti è viaggiatore colto, illuminato, spirito acuto, curioso, che non concede nulla al colore locale. L’accattivante presentazione di Paolo Rumiz è un atto d’amore verso questo luogo magico, preambolo a uno straordinario diario di viaggio. Cosa c’è di così singolare? Il libro vi proietta in un mondo in cui la geografia della cultura, della tradizione e religiosa si confondono. L’altro mondo, la porta di tutti gli Oriente Non c’è bisogno di macchine fotografiche, agenzie di viaggio o dépliant illustrativi. L’abate Casti ci introduce all’interno della motrice di quella poderosa entità politico militare che era l’Impero Ottomano che così tanto ci spaventava. L’abate descrive il carattere dei turchi, le loro case, i riti, l’ordine sociale, la moda, il lusso e la bellezza delle loro donne. Affresco entusiasmante di incredibile vividezza. Come dimenticare il serraglio, le dimore di piacere del sultano e la vita segreta dell’harem, regolato da leggi ferree, da schiere di eunuchi e dalla scimitarra del boia, sempre in funzione. L’autore è un reporter critico, curioso e partecipe a quella dimensione di favola. VIAGGIO A COSTANTINOPOLI è un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, all’interno di un mondo che affascina e che andrebbe letto a fondo, per capire, se non altro, anche il presente. Ecco dalle pagine del libro alcuni irrinunciabili brani:

A pagina 5: La tanto decantata bellezza del prospetto esteriore di Costantinopoli, giunti a portata di goderne si trova più meravigliosa e sorprendente, superiore a qualunque idea avesse potuto preventivamente formarsene. Tutto è piccolo in questo genere in confronto di quella incomparabile prospettiva. Il riverbero di luce che rendono in faccia i dorati minareti delle grandiose moschee, i cipressi, l’altra verdura sparsa tra le case turche di vari colori dipinte, rendono quella prospettiva d’una bellezza non tanto facile a descrivere…. così scrive l’abate:

A pagina 10: La società dei turchi è seria, taciturna e monotona.

Ordinariamente accade vederli seduti gravemente in circolo a gambe incrociate, colla pipa in bocca e sorbendo di tempo in tempo del caffè senza zucchero, passar gran parte della giornata in ozio spensierato e silenzioso. Le donne gelosamente chiuse e custodite nei loro harem, altra compagnia non hanno che dei loro mariti e padroni, delle more schiave e degli schiavi eunuchi….

A pagina 12: Il furto è quasi inaudito tra loro. Aurea qualità tanto più stimabile quanto più rara tra noi.  Si può andare persino di notte coll’oro in mano per la città senza timore che vi sia tolto. La severità del governo su questo punto e il pronto castigo ha colà introdotto questa felice invidiabile sicurezza….

A pagina 26: Nell’harem: …Quella che partorisce il primo figlio maschio è la sultana principale, o la sultana regina, alla quale tutte le altre rendono omaggio;….in quanto alle altre donne che abitano il Gran Serraglio per il piacere del principe, sono alloggiate in dei grandi appartamenti separati gli uni dagli altri, e che non sono aperti se non al Gran Signore. Esse stanno tutte insieme e sono esattamente osservate dagli eunuchi neri che vi sono La gelosia degli eunuchi è sì grande che se s’accorgessero che alcuni di questi giardinieri le guardasse dalle fessure di queste tende, farebbero loro saltar la testa in un istante….

A pagina 32: …All’occasione dei loro matrimoni fanno venire nelle loro case certe compagnie di donne che sono una specie di ballerine di liberi costumi, che ivi ordinariamente dimorano tre giorni continui, divertendo la brigata coi loro motti e atteggiamenti lascivi, al fuoco di timpani e specie di chitarre e piastre di metallo percosse una contro l’altra….

Giambattista Casti, nacque ad Acquapendente (VT) nel 1724. Di famiglia benestante, studiò nel seminario di Montefiascone (VT). A sedici anni, ottenuti gli ordini sacri, iniziò a insegnare Retorica.

Si trasferì quindi a Roma, attratto dai salotti letterari e dalla mondanità capitolina entrando a far parte dell’Accademia degli Arcadi. Partì da Venezia il 30 giugno 1788 e rimase a Costantinopoli venti giorni dal 19 ottobre al 7 novembre, facendo ritorno a Venezia l’11 marzo dell’anno successivo.

c’era il Vate?

Il 1 marzo 1938, moriva Gabriele D’Annunzio. Uno dei poeti, scrittori ed intellettuali più importanti del nostro Paese. La sua espressione più celebre fu “vivere inimitabile”. Frase che, in effetti, riassume benissimo ciò che sono state le sue esperienze e tutta la sua esistenza. Una vita che non può essere imitata. 

Nasce a Pescara nel 1863 da una famiglia benestante. Già dai primi studi mostra subito un grande interesse per la letteratura ed è proprio negli anni del collegio che pubblica la sua prima raccolta poetica (Primo Vere). Tanto che lo si potrebbe definire una sorta di ragazzo prodigio!

L’esperienza romana

Si trasferisce a Roma ai tempi dell’università, iscrivendosi alla Facoltà di Lettere ma non termina gli studi. Il periodo romano sarà soprattutto un periodo di lavoro giornalistico, vita mondana, frequentazione di salotti letterari e aristocratici ma anche grandi amori e grandi tradimenti.

Per un letterato a quel tempo poteva essere facile ritrovarsi in questi vortici di passioni e vita sregolata. Sulla base di questo inizia a scrivere i suoi primi romanzi dando voce a quello che viene definito il movimento dell’Estetismo di cui D’Annunzio è il più grande rappresentante in Italia soprattutto con il suo famosissimo romanzo, Il Piacere.

Il movimento dell’Estetismo

L’Estetismo è un movimento che deriva direttamente dal gruppo del Decadentismo, il cui concetto di fondo è la rottura con la società e con l’arte ufficiale classica. Si ha un grande bisogno di allontanarsi dalla massa borghese, tanto da scandalizzarla, rompendo con le tradizioni letterarie passate. L’Estetismo è la variante che più ci interessa quando parliamo di D’Annunzio, in quanto, è un atteggiamento che coinvolse tutta l’esistenza.

In linea con la parola estetica, consiste nella filosofia che si occupa delle sensazioni, della bellezza, dell’arte. In letteratura l’Estetismo implica un culto del bello, in quanto è molto importante il modo in cui le opere appaiono, devono essere piacevoli alla vista, al tatto, alla lettura, devono sconvolgere, esprimere lusso e distacco da tutto quello che è comune. Il romanzo che meglio di tutti concretizza le tematiche dell’Estetismo e che anzi aiuta la diffusione di queste idee in Italia è Il Piacere che vedremo fra poco.   

Il concetto di Superuomo

Ma la vita lussuosa che conduce a Roma lo sommerge di debiti e per scappare ai creditori comincia un periodo di spostamenti per la Penisola. Giunto a Venezia conoscerà l’attrice Eleonora Duse, il grande amore della sua vita, alla quale si ispirerà nelle sue scritture.

Questo è anche il periodo in cui, leggendo Nietzsche, si avvicina al concetto di superuomo, colui che si distacca da ogni convenzione, rinascendo come spirito libero e animalesco contro le restrizioni civili e sociali. Secondo questo concetto scrive Le Laudi, una raccolta di componimenti poetici nel quale appare il concetto di superuomo affibbiato all’idea di un Eroe greco di vitalità irrefrenabile.

Dalla vita politica agli ultimi anni di vita

Il suo periodo politico lo vede deputato del Regno d’Italia. In questa veste lotta affinché il nostro Paese entri in guerra, durante la Prima Guerra Mondiale. Parteciperà direttamente al conflitto in alcune battaglie aeree, ma riportò gravi ferite, come la perdita della vista ad un occhio.

In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritira dalla vita politica e passa gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda fino alla sua morte avvenuta il 1 Marzo 1938. L’importanza della sue opere è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.          

Federica.

Federica dice di sé: sono laureata in Storia dell’arte, uno degli indirizzi della Laurea in Beni Culturali. L’arte, in tutte le sue forme, è sempre stata al centro della mia vita. Non solo intesa come il quadro da contemplare, ma anche come musica, danza, scrittura, pittura.

il Vate prendeva appunti?

IL VERSO È TUTTO

Così diceva. Per il verso sperimentò la vita e sfidò la morte. Nel segno di una vitalità spasmodica e senza limiti. “Non ne posso più. Non ho mai avuto tanta ansia, neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro. Perché? Perché sono maturo per la morte. Impresa di Buccari-Gennaio 1918. L’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore. I comandanti e i marinai mi aspettano su la riva. I motoscafi sono pronti col loro doppio siluro unto, color d’oro. ” Soldato fra i soldati, eroe fra gli eroi. Il trionfatore, il tribuno, ultra-uomo, esteta e poi Vate; tollerato, usato e poi scaricato da Mussolini che lo aveva relegato al Vittoriale, perche se ne rimanesse buono buono.  Un grande del ‘900 per merito di pochi versi, di alcune opere in prosa, in grado di sprigionare una musica rara che incanta ancora oggi. Versi assolutamente unici, come unico era Gabriele, l’ultra-uomo, capace di trasformare la sua stessa vita in opera d’arte, sperimentando tutto l’sperimentabile che il suo tempo poteva offrire.

Amori, imprese guerresche, viaggi, politica sono semplicemente puntate febbrili di una vita incredibilmente densa e vorticosa, che lo porta a interloquire anche col regime fascista. (Non sappiamo se corrisponda al vero il fatto che Hitler gli avesse messo alle costole una spia donna). Nella ghiotta edizione di Mondadori ci sono i Taccuini, con copertina rigida, ricoperta di stoffa azzurra edizione a cura di Enrico Bianchetti e Roberto Forcella (1965). Il libro contiene una riproduzione di alcune pagine dei TACCUINI scritte dallo stesso D’Annunzio. Perché ho scelto proprio questo libro? Perché contiene i mattoni con cui costruirà le sue opere di cui oggi non sappiamo più che fare, tanto sono ingombranti e fuori dal tempo. Così enfatiche, retoriche, estetizzanti. Tranne alcune,di eccezionale fattura e di enorme suggestione. Le altre, la maggioranza, sono folte di arringhe, commemorazioni e sfide autentiche alla morte, come queste: Compagni, alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave dei nostri capi. Ma non vuole pianto né rimpianto questo celebre ucciso e distruttore.  (in morte di Francesco Baracca, il famosissimo aviatore). Ma i Taccuini contengono anche questi appunti di viaggio: 4 fazzoletti Dr. 22 Miele Dr. 20  Loukum Dr. 30  Sigarette Dr. 20  3 scialletti sorelle Cicciuzza (scarpe e vestiti) Mario scarpe portafogli  Pagato a Costantino Cicolo L. 50 Pagato allo stesso con una tratta (Vallardi) L. 55  Abiti portati in yacht Abito completo grigio ferro Idem a quadretti minuti bianchi e neri Commissioni per Venezia: Occhiali da presbite n°12. E poi appunti sulle cose da vedere, comprare, sulle opere da sviluppare.  Un libro per intenditori, ma non solo per gli amanti del Vate.
Da altri appunti apprendiamo che uno dei suoi camiciai era M Sanguinetti con negozio in corso Vittorio Emanuele 7 e 8 a Milano. E Umberto Tallino faceva il domestico in Via Borgospesso 25 a Milano. Appunti del soldato, dell’uomo, del poeta e del viaggiatore che, con molta cura, annota nomi, iscrizioni, targhe, che registra emozioni e sensazioni in un ordinato caleidoscopio dove c’era scritto l’elenco dei regali da acquistare per amici, parenti, amanti. Un uomo con una altissima considerazione di se stesso (come dargli torto?)

Uno scrittore che faceva tutt’uno con il combattente, il tribuno, il politico, l’esteta, il vagheggino e l’uomo di mondo. Grandissimo nell’opera Alcione, e nel Notturno (solo in quelle?) ma al contrario di Pirandello, (deceduto due anni prima di lui) che fruga nel profondo della psiche umana, anticipando un uomo al di là da venire, comunque imminente, egli era alle prese col suo mito, e con quello del superuomo di evoliana memoria, anche se il filosofo siciliano lo considerava un teatrante. E poi da chi scrive MERIGGIO, STIRPI CANORE, LA MORTE DEL CERVO e IL NOTTURNO cosa si può volere ancora?

Elsa Morante, definita non mi ricordo più da chi Pizia di tempra durenmattiana, negli anni ‘ 60 era intervenuta in una controversia fra linguisti. Dicendo: non è vero che aggettivi come “stupido”, “imbecille”, “cretino” sono perfettamente sinonimi, intercambiabili. Niente affatto. Per esempio, Carducci era stupido, Pascoli era imbecille e D’Annunzio un autentico cretino.  Credo che il marito di Elsa Morante, il signor Alberto Pincherle Moravia fosse perfettamente d’accordo con lei, incapace di celare sentimenti ostili e di rivalsa verso il Vate probabilmente per le mete e i risultati che D’Annunzio aveva conseguito e lui invece no, pluricandidato deluso al Nobel e tuttavia destinato a rimanere a bocca asciutta, senza poi riferire della sua invidia per la messe di cuori femminili all’attivo del poeta nazionale.

Un articolo interessante di Repubblica su D’Annunzio del 28 febbraio 2008 mette in luce l’avversione patologica di Natalino Sapegno contro il Vate, ma non era il solo ad avversare l’eroe di Fiume. Sull’articolo ci troverai cose interessanti come: D’Annunzio ha incontrato quella che in un passo del romanzo, in anticipo su Sartre, definisce «una insopportabile nausea di vivere», le «acque morte e venefiche » della malinconia.

Il prossimo post sul “divino” Gabriele sarà di Federica che lo ha già pubblicato sul suo blog il mondo della ragazza creativa che ti invito a visitare. Passo e chiudo

Ernest si era infatuato del Vate?

La notizia l’ho ricavata da un ritaglio di giornale ingiallito, probabilmente del 1984; l’articolo è di Franceso La Valle e il giornale è IL GAZZETTINO. Se fai qualche ricerca scopri quello che ho scovato io e che merita nuova attenzione. Ve la riporto come l’ho letta, evitando di commentare.
Americani Sul Grappa – Documenti E Fotografie Inediti Della Croce Rossa Americana in Italia Nel 1918
GIOVANNI CECCHIN Published by Asolo 1984. 

Ancora un libro, memorie, due personaggi stratosferici, così lontani eppure così intimamente legati nell’ammirazione che uno provava per l’altro, non so se ricambiata, e poi nella disillusione per un sogno andato in frantumi. Ernest Hemingway e Gabriele D’annunzio. Ovvero la strana coppia. Scrive lo scrittore americano: “mentre fumavo, vagavo col pensiero al grande amatore che, esaurito l’amore per la donna, stava ora spremendo sul suo infuocato cranio le ultime gocce di amor patrio. Com’egli avesse messo da parte i decreti delle nazioni per fare il filibustiere. Questo eroe ormai vicino al disarmo. Un amante che era solo fallito in una ricerca, quella della morte in battaglia. Avrebbe egli incontrato la morte che cercava o sarebbe stato di nuovo beffato?

Pensavo all’ultima volta che l’avevo visto quando scese dalla carlinga dopo il raid della Serenissima su Vienna. Come, con quel suo aspetto di vecchio avvoltoio calvo, egli s’era sfilato il pugnale con l’impugnatura d’avorio che portava alla cintura sopra il maglione di aviatore e disse al pilota: “Tu hai perseguito il tuo obiettivo, io no!”, e s’incamminò via. Mentre pensavo a questo D’Annunzio e guardavo dalla battagliola, mi sentii premere contro le costole la punta di un pugnale e una voce mi sibilò “Che fiamme?” “Fiamme nere” ansimai contro il parapetto.” Benissimo Scribe Frog Eyes (scribacchino occhi di rana). Finalmente si salpa, mi disse in inglese “Voltati…Grifone sta pilotando fuori il piroscafo…stai andando a Fiume Scribe. abbiamo requisito la nave stanotte. “Diavolo d’un Picks! Ora siamo lontani dal Grappa!” dissi. ….” Ora tutti gli Arditi sono laggiù col Gabriele. Bisogna stare nel gruppo. Questa sì che è vita.”
firmato Ernest Hemingway.

Nell’articolo ci leggi anche: A Chicago Hemingway nel 1922 scriveva del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” e l’articolo di Francesco La Valle conclude: In un personaggio della complessità di Hemingway, l’dentificazione ambivalente con D’Annunzio è sempre stata presente. Nel 1922 scriveva di lui nel contesto della famosa intervista a Mussolini: “D’Annunzio,… il vecchio calvo, forse un po’ matto, ma del tutto sincero e divinamente coraggioso fanfarone”E ancora nel 1950 in DI LA’ DAL FIUME E FRA GLI ALBERI: “il grande meraviglioso autore de IL NOTTURNO”. E fu proprio dal D’Annunzio musico della parola, oltre che “eroe” che Hemingway fu profondamente influenzato: dalla “magia” di una prosa fonica e ritmica, di semplicità e complessità evocative della musica. Tutte cose da approfondire, non ti pare?

Lasciami solo aggiungere una considerazione a margine, che ha il sapore dell’ovvio. Poteva forse continuare all’infinito quell’epoca di eroi, l’esaltazione del sangue bramoso di gloria e della mente che agognava nuove mete, emergenti come un fiume in piena nelle pagine del IL LIBRO ASCETICO DELLA GIOVINE ITALIA e nei discorsi esaltati con cui il Vate arringava i suoi legionari? Poteva andare oltre quell’avventura dello spirito, del sangue e delle armi, eredità ardenti ma scomode della prima guerra mondiale? Non poteva, è la risposta, infatti già si stava preparando il tempo nuovo, quello della normalità, della mediocrità dei nuovi soggetti politico sociali europei, anche se sarebbe occorsa una nuova guerra. L’eroismo, l’esaltazione, come l’amore e l’ardimento sono fratelli della giovinezza, quella che il vecchio avvoltoio calvo e un po’ matto, secondo Hemingway, ma sincero, non si rassegnava ad aver perduto; la normalità per lui era morte, ma non quella cercata in battaglia, bensì quella che esige oblio, silenzio, tacita rassegnazione, asservimento a nuove regole di vita per preparare una terra senza eroi, né proclami.

il Vate infuocava i suoi fedelissimi?

Alberto Moravia lo detestava, anche per il numero inarrivabile di conquiste femminili e perché forse vedeva nell’oggetto del suo scherno quello che lui non avrebbe mai potuto essere. Mentre la moglie Elsa Morante diceva esplicitamente che Carducci era un idiota, Pascoli un cretino e D’Annunzio un emerito imbecille; Pasolini, che era loro amico, ne parlava pochissimo e male. Avrai così capito che sto parlando del Vate, dell’ultimo grande italiano, del mito ultimo d’Italia. Con la sua scomparsa si seppellisce un’epoca, va in pensione l’Italia eroica, combattente della Grande Guerra coi suoi cinquecentosessantamila morti italiani. Non ci sarebbe stato più spazio in futuro per uno come lui e per quelli che lo osannavano.
Prima di abbandonare l’Italia ho fatto visita al Vittoriale, doveroso omaggio al Vate: mausoleo, clausura, dimora traboccante cimeli, D’annunzio sembrava che fosse appena uscito da una delle sue stanze. Così diceva: “Io dono il Vittoriale agli Italiani, considerandolo un testamento d’anima e di pietra…” Con lui sparisce l’esteta, il retore, sparisce il soldato (autentico) anche se il barone Julius Evola, che peraltro aveva apprezzato i suoi scritti, lo definiva “teatrante”. Puoi detestare la sua figura di avvoltoio vecchio e calvo, come lo descriveva, pur ammirandolo, Ernest Hemingway, e quella spasmodica ricerca del bello e inimitabile, puoi scegliere alcuni suoi versi e stamparteli in mente, di eccezionale bellezza quelli di Alcyone, e amare quella prosa sonora che pare abbia influenzato la scrittura di Hemingway. Con D’Annunzio muore colui che sfidava la morte, cercandola sul campo di battaglia, come momento estetico inimitabile, senza tuttavia riuscire trovarla. Nel volumetto pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE c’è tutto l’ardore e l’ardire del poeta che si fa uomo d’arme, del tribuno che lamenta l’Italia eroica tradita da una vergognosa pace mutilata. Ignorare D’annunzio, figura apprezzata e studiata a livello internazionale, è impresa senza senso e parlare di lui oggi è come aggiungere gocce a una mare di scritti, articoli, analisi, tesi, critiche e infine riscoperte. Dal volume di ITALIA O MORTE cito alcuni passi significativi:

A pag. 18: Non si tratta di avanzare verso il benessere ma verso la grandezza. Anche la fame e la discordia possono essere artefici della grandezza futura.
A pag. 28: Che valore hanno i segreti dei trattati laboriosi – espedienti della fede fiacca e della paura intempestiva- al paragone delle diritte volontà eroiche?
A pag. 38: Io e i miei compagni non vorremmo più essere Italiani di un’Italia rammollita dai fomenti transatlantici del dottor Wilson e amputata dalla chirurgia transalpina del dottor Clemenceau.
A pag. 58: Non vedo potenze contro di noi, nel senso dello spirito, nella specie dell’eterno. Non vedo se non grossi e piccoli mercanti , grossi e piccoli usurieri, grossi e piccoli falsari.
A pag. 92: Per lui (Natale Palli) come per ogni spirito eroico “il sogno è fratello dell’atto e anche la morte non è se non un atto creatore, il più misterioso e virtuoso degli atti creatori
A pag. 145: La Grande Guerra aveva sprigionato dall’uomo tutte le essenze sublimi; aveva abolito i limiti noti del coraggio e del patimento;…Veramente la bellezza eroica precipitava e traboccava sul mondo come un torrente di maggio…
IDROVOLANTE EDIZIONI ITALIA O MORTE

“Osare l’inosabile, questo il mio scoglio” uno dei suoi motti, non più oggi, non è più nostro quel primato di allora, quello nuovo sta altrove, appartiene ad altri popoli, ma è anodino e di natura molto diversa dal precedente italiano.

Quello che forse D’Annunzio non poteva intendere è che un popolo d’eroi non può che vivere sulla punta delle fiamme di un incendio, di un tumulto del sangue, ma che le fiamme poi, volenti o nolenti, si spengono per lasciare posto alla “normalità” che non è mai epica o eroica per costituzione, lasciando macerie fumanti e infine fredde e immemori, come quelle tipiche dei nostri giorni. Sta a te, a me, “almeno” non dimenticare quello che siamo stati e chi ci rappresentava facendosi interprete del nostro essere latente più profondo, questo fino a poco tempo fa. E, ci tengo a sottolinearlo, vorrei che la sua figura e le sue opere fossero patrimonio comune di tutti noi, al di là di ogni credo, orientamento o appartenenza politica.

I prossimi post saranno dedicati alla sua figura, che riserva inesauribili “sorprese”.


Philip Marlowe indagava?

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Se anche te, come me ti abbandoni alle delizie del brivido e del giallo qui c’è una cosetta mica male; un capolavoro. Fiumi di inchiostro versati per elogiare la grandezza di questo autore gattofilo e con la pipa in bocca e le sue opere, divenute ormai un classico della letteratura. Chi dice: crimine, pistole fumanti, bionde favolose e conturbanti e America anni Quaranta dice Raymond Chandler. Un ambiente fascinoso e violento e di grande presa sul lettore.

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Interpretazioni sociologiche e corsi universitari sull’opera di Chandler. Ne avevo seguito uno anch’io all’università Palazzo Nuovo di Torino. Maestro del giallo e inventore del celebre investigatore Philip Marlowe. Perché ne parlo? Perché ho riletto per la quarta volta, a distanza di anni, Blues Bay City e ancora ho scoperto cose nuove. Come se fosse un vero classico.
Chandler ha scritto opere in cui psicologia e azione si intrecciano, ricchi di ritratti d’ambiente, suggestivi nella loro veridicità. Ma non solo, tralasciando l’aspetto meramente poliziesco, questi noire ci parlano di un’America segreta, notturna, di luoghi in cui il crimine appare così ovvio e connaturato con l’ambiente e coi personaggi da sembrare come evento ed epilogo naturali, quasi scontati.
Un unico modo di concepire l’esistenza: all’insegna della violenza, pieno di omicidi, abiti scintillanti, donne strepitose e cappelli flosci Borsalino. come fossero stelle cadenti.
È un’America assonnata, notturna, quella che Chandler tratteggia, popolata da bionde ubriache dalle curve mozzafiato, poliziotti ambigui che la sanno lunga, da gorilla guardaspalle grandi come montagne, da baristi e portieri di notte, sempre al corrente di misfatti, occultamenti e fughe. Fra ville misteriose e strade male illuminate, dottori equivoci alle prese con siringhe di morfina, il crimine dilaga; questa è l’America che in Blues di Bay City prende il sopravvento; gente con la pistola facile che usa il cloroformio come acqua di colonia e lo sfollagente come fosse un pettine. Una scialba umanità sconfitta, dedita al delitto come unica soluzione di vita. Di onesti ce ne sono davvero pochi in circolazione, e se ci sono, sembrano comunque coinvolti (poliziotti in primis) in un fango indigesto che porta un solo nome: vizio senza riscatto. Col suo strascico di morti ammazzati. Scotch a fiumi, per sciacquarsi denti e budella. Pistole che spariscono e ammazzano, informatori e loschi camerieri che raccolgono sui divani di night club aspiranti cadaveri.  E la trama? Il meccanismo è sempre il medesimo. Tutto comincia da una telefonata di Violetta Mc Gee della squadra omicidi. Per simpatia, affetto o altro, avvisa il nostro detective. Il quale spesso esce con le ossa rotte e senza intascare i soldi nemmeno per un panciotto usato. Ma lui chi è?

Certo John Dalmas, padre di Philip Marlowe, un individuo che deve possedere un fascio di neuroni concentrati sulla meccanica dei crimini e sul modo per dipanarli. Uno che poteva fare solo quello nella vita: fiutare, come un segugio implacabile, spiegando nauseato, amareggiato e senza trionfalismi, la trama dei delitti. Dalmas si dedica ai crimini come un maestro delle elementari cura i propri scolaretti, con la stessa partecipazione. E il paragone finisce lì perché i maestri non vengono cloroformizzati né trattati con lo sfollagente. Quello che invece succede a ogni pagina al nostro detective. Grande Chandler.

UNIVERSALE ECONOMICA FELTRINELLI Blues di Bay City
e altri racconti di Raymond Chandler.
Traduzione dall’inglese di Attilio Veraldi. Con una copertina dell’ufficio grafico Feltrinelli assai suggestiva.
Nel 1980 l’avevo pagato 3500 lire. Non si può dire che fosse proprio a buon mercato.

il Barone non voleva essere chiamato “Maestro”?

Alla voce Mao Tse Tung il dizionario di Filosofia della Rizzoli del 1977, revisione e bibliografie di Emanuele Ronchetti dell’università di Milano, redattore capo Italo Sordi si legge: Rivoluzionario, pensatore e uomo politico cinese, figlio di contadini, eccetera…ma la parola criminale non compare, possibile che quelli della Rizzoli ignorassero le sue nefandezze a carico del suo popolo? Ovviamente il dizionario riporta i nomi di Marx, Lenin, Sartre, Marcuse e anche Nietzsche, dedicando loro ampio spazio. Il libro di Jung Chang e Jon Halliday MAO the unknown story sostiene che a carico del dittatore cinese ci sono, malcontati, circa settanta milioni di morti. Ovvero un criminale sfuggito al giudizio della storia. Rammento ancora, sbarbatello, i cortei per le vie di Milano e Torino che gridavano: Boia Johnson! (non che questi fosse un’anima candida) e Viva Mao! E altri studenti che avevano rifiutato un incontro con Alberto Moravia sbattendogli in faccia la porta e dicendo: “Mao sì, Moravia no.” La RIZZOLI mi dovrebbe spiegare perché non ho trovato sul suo dizionario le voci che cercavo: Evola, Tradizione e Rivolta contro il mondo moderno, la sua opera più complessa ed esaustiva. Forse perché il Barone Julius Evola era colluso col Fascismo anche se critico non poco nei confronti di Mussolini e perché teneva contatti col Nazismo, da cui peraltro veniva spiato, perché individuo sospetto. Chi teme ancora questo personaggio? Gigante del pensiero europeo, filosofo controcorrente del Novecento. Perché Mao sì e lui no?
Dopo questo lungo preambolo introduttivo ecco un libro appena pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI. Curato da Gianfranco De Turris IL RITORNO DEL BARONE IMMAGINARIO, una raccolta di diciassette racconti ispirati a questo, per certi versi, enigmatico personaggio, che ha subito e tuttora subisce l’ostracismo di critici e storici italici. Racconti che hanno Evola, il Barone ritornato alla ribalta, per protagonista.

Un puzzle di brevi narrazioni fantastiche e realistiche, tutte interessanti, basate su personaggi, fatti e luoghi reali, che concretizzano una idea di Gianfranco De Turris, curatore del volume, il quale nell’introduzione del libro scrive: “Julius Evola resta in fondo l’unico e forse ultimo tabù della cultura italiana del secondo Dopoguerra. Questo libro che segue il primo è un po’ la risposta per dimostrare che Evola è una personalità/personaggio tale da superare tanti ostracismi al punto da indurre una quarantina di scrittori a porlo al centro di altrettante storie…io credo che il Barone, quello in carne ed ossa ci avrebbe celiato su dopo averlo letto.” Le opere di Evola sono conosciute all’estero e la loro diffusione è crescente, ma l’Italia lo elimina dall’elenco dei grandi protagonisti del pensiero occidentale. Il volume publicato, da IDROVOLANTE EDIZIONI è un omaggio dovuto e sentito all’uomo ironico e autoironico che ha sempre rifiutato l’etichetta di Maestro o di Guru. Nelle foto il suo ritratto durante la Prima Guerra mondiale e un suo dipinto dadaista. Il volume pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI va così incontro a un’esigenza, una curiosità di sapere, alla volontà di non dimenticare l’uomo e la sua opera ancora avvolte nel limbo di un incomprensibile ostracismo, dettati probabilmente da trascuratezza e timore. Ma occorre non mitizzare Evola, non lo avrebbe gradito.

Che il filosofo, storico esoterista e pittore Dada risulti oggi un antidoto è evidente, le sue analisi e tesi appaiono, dopo decenni, lucide e profetiche; a chi si rifiuta di studiarlo o anche solo di prenderlo in considerazione bastano evidentemente lo sfascio, l’oblio di grandezze trascorse, l’approssimazione infine, caratteristiche del nostro essere moderni. Ma i balbettii di chi cerca e non trova nessun appiglio nell’odierno, ovvero le stimmate del sordo e del cieco, non possono costituirsi valori di riferimento in alcun modo. Il Nichilismo di Nietzsche del resto ha fatto il suo tempo da un pezzo. Delle innumerevoli frasi che emergono dall’opera di Evola, superato l’imbarazzo della scelta, ne scelgo alcune tratte da RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO: “L’uomo tradizionale sapeva della realtà di un ordine dell’essere molto più vasto di quello a cui oggi corrisponde di massima la parola “reale”. Oggi come realtà, in fondo, non si concepisce nulla più che vada oltre il mondo dei corpi nello spazio e nel tempo. …Le basi della gerarchia e della civiltà tradizionale, in tutto e per tutto sono state distrutte dalla trionfante civiltà “umana” dei moderni…”