ti sei innamorato del Sahara?

I POPOLI SAHARIANI

…Le attuali popolazioni del Sahara discendono probabilmente da quei ceppi, proto-berberi e neri, che diedero vita alle ultime fasi della civiltà neolitica. I processi migratori, stimolati dal progressivo degrado ambientale, suscitarono un numero impressionante di mescolanze e suddivisioni in gruppi, tribù, confederazioni e famiglie, la cui consistenza numerica poteva cambiare repentinamente. Sicuramente ci furono contatti col mondo mediterraneo e con la Valle del Nilo, come dimostrano le molte affinità culturali e mitologiche. La letteratura dell’antichità classica trabocca di popoli dai nomi fantastici, che occupavano le immensità del Sahara occidentale e centrale, dai monti dell’Atlante fino alle remote regioni ai confini con la savana sudanese: Nasamoni, Getuli, Numidi, Ataranti, Etiopi trogloditi, Autoleli. Molte di queste genti, pur diverse tra loro, condividevano una parentela linguistica e facevano parte di un unico grande gruppo: i Berberi. Il termine deriva dall’arabo berbera, che significa linguaggio incomprensibile, ma potrebbe anche essere una storpiatura del termine latino barbarus, con cui i Greci ed i Romani designavano tutti gli stranieri. Furono però gli Arabi a raggruppare sotto questo nome le popolazioni bianche dell’Africa settentrionale, tramandandolo fino ai giorni nostri.

GLI UOMINI DELLO SPAZIO VUOTO (il nomadismo)

Il termine nomade deriva dalla radice greca nomàs, e indica coloro che errano per mutare pascolo. I nomadi propriamente detti sono quindi pastori, possessori di bestiame, sul quale basano quasi interamente la loro economia. Il sistema produttivo dei nomadi é totalmente diverso da quello degli agricoltori e dei cacciatori-raccoglitori. L’agricoltore é profondamente legato alla terra che coltiva e non può abbandonarla neppure per un breve periodo, pena la perdita del raccolto. E’ necessariamente un sedentario. La caccia e la raccolta, anche se presumono un certo grado di mobilità, si basano sul prelievo diretto dei prodotti offerti dall’ambiente naturale. La sussistenza dei pastori é dovuta invece allo sfruttamento delle risorse vegetali, tramite il bestiame domestico: capre, pecore, vacche e dromedari trasformano l’erba in proteine pregiate, latte e carne, con un rendimento ecologico altissimo. L’impegno richiesto dalla pastorizia è piuttosto limitato, sia in termini di lavoro che di tempo. Per le operazioni necessarie alla cura degli animali, comprese le attività rituali connesse, i nomadi consumano pochissime energie. Il rapporto tra assunzione e spreco di calorie, cioè il bilancio energetico di un gruppo di Tuaregh del Niger meridionale va dai 20 ai 30 punti in positivo. Incredibilmente elevato, se facciamo riferimento ai costi della produzione alimentare nella moderna società industriale, i cui rendimenti scendono a un miserabile valore di 0,3. Inoltre, la pastorizia nomade o seminomade, è lunico modo di utilizzare le regioni aride, che non si prestano all’agricoltura. L’immensa corona di deserti e steppe, che si estende dalla costa atlantica dell’Africa occidentale fino alle terre fertili della Cina, é territorio d’elezione del nomadismo. Senza la presenza dei nomadi quelle regioni sarebbero rimaste vuote, contrade destinate ad essere per sempre disabitate e selvagge.
Paolo Novaresio

c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

il Sahara era vivo?

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

UN IMMENSO OCEANO DI SABBIA
Un’immensa distesa di sabbie, pietraie, pianure desolate in cui lo sguardo si consuma nel nulla. Temperature impietose, che balzano dai cinquanta gradi d’estate ai meno dieci d’inverno. Una terra tormentata, battuta da venti implacabili e tempeste di polvere in grado di inghiottire interi eserciti. Montagne misteriose e nude, ruderi di catastrofi geologiche anteriori alla memoria dell’uomo.
Un deserto, il re dei deserti, che fino a poche migliaia di anni fa era una prateria, irrigata da fiumi possenti e laghi grandi quanto il Mar Caspio. E’ il Sahara, la negazione della vita, dove la pioggia non cade mai e l’acqua é un miraggio riflesso dal cielo. Luogo di paradossi e miracoli, di animali che hanno imparato a non bere, piante che crescono e muoiono nell’arco di una giornata, pesci nel sottosuolo, lucertole che nuotano nella sabbia. Un paradiso perduto, dove la sopravvivenza é un’arte, una danza in punta di piedi…. 

UN CUORE ARIDO (Clima)

…L’aspetto attuale del Sahara, la sua iperaridità, estesa ad un territorio così smisurato, ha contribuito in modo notevole alla persistenza dell’idea che la regione sia sempre stata un deserto. Fino alle soglie degli anni Cinquanta, le ricerche sui paleoclimi sahariani erano frammentarie e disorganizzate. Forse non è un caso,che le prime ipotesi di un Sahara umido e irrigato, siano state formulate da scrittori di fantascienza e non da scienziati. Oggi, nonostante permangano molti interrogativi, lo stato delle conoscenze sul remoto passato dell’Africa occidentale é tale da permettere una ricostruzione degli eventi abbastanza prossima alla realtà. Le analisi stratigrafiche e palinologiche (palinologia è la scienza che studia i pollini fossili) indicano che il Sahara ha conosciuto, nelle diverse ere geologiche, un alternarsi continuo di periodi umidi e aridi, nutrito di drastici cambiamenti climatici, dovuti a diversi fattori: deriva dei continenti, avanzare e regredire delle glaciazioni, trasgressioni marine, modificazioni della circolazione nell’atmosfera. Il cosiddetto cimitero dei dinosauri di Gadafouà, in Niger, mostra quanto possano essere ampie le oscillazioni di questo pendolo (anche su periodi assai più brevi): dove oggi si estende il Teneré, 200 milioni di anni fa prosperavano foreste pluviali, un mondo lussureggiante solcato da ampi fiumi e punteggiato da pozze di acqua dolce. …Oggi Gadafoua é una delle zone più squallide del Sahara e le ossa dei grandi rettili biancheggiano in una desolazione minerale.