gli uomini erano dei?

Julius Evola mina alle fondamenta l’impalcatura della cultura sociopolitica occidentale degli ultimi duemilacinquecento anni e poi fa esplodere le cariche. Un paesaggio nuovo, esaltante, angoscioso, prende allora a delinearsi sulle macerie della nostra civiltà. Il mondo della Tradizione coi suoi riti, con le gerarchie, con l’impronta inconfondibile di un’ispirazione spirituale superiore. Evola si rifà alle età di Esiodo. Esiodo: dall’età dell’oro all’età del ferro. Prima una stirpe aurea di uomini mortali fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore. Erano ai tempi di Crono, quand’egli regnava nel cielo; come dei vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c’era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro terre.

Esiodo (VIII secolo a.C.) e le cinque età del mondo
Esiodo, poeta greco, probabile contemporaneo di Omero. Interessante vedere che in “Le opere e i Giorni” ci parla delle cinque età del mondo:
– età dell’Oro: gli uomini vivevano “sempre giovani” e non avevano preoccupazioni di alcun tipo. Siamo ai tempi di Crono;
– età dell’Argento: gli uomini sono governati da Zeus. Per il loro comportamento si estinsero;
– età del Bronzo: è il mondo di uomini violenti che si dedicavano solo alla guerra e si estinsero per la loro stessa stupidità;
– età degli Eroi: è l’età in cui gli Eroi combatterono a Troia e a Tebe;
– età del Ferro: è l’età del mondo di Esiodo ed anche la nostra, e finirà anch’essa, come le precedenti.
Ancora una volta un “antico” ci parla di età del mondo e di come queste si sono susseguite nel tempo… ci parla di guerre e di estinzioni di massa…
Ci parla di un passato remoto e ancora per la gran parte sconosciuto…

Le parole chiave per accedere alle tesi di Evola riguardano la sacralità, il sacerdozio, il culto dei morti, il rito, la gerarchia, gli uomini dei e la regalità dei veri capi, Dio, anche se tale parola ha scarsa corrispondenza col mondo attuale della religione. Evola scrive di qualcosa che trascende la contingenza, immanente, meraviglioso e luminoso e al contempo temibile. Egli rintraccia nelle antiche scritture provenienti dall’India, Grecia, Europa e Sudamerica la presenza di una forza nuda e non condizionabile; non una persona, non un essere, non di deus ma di numen, si tratta. I valori sono quelli delle civiltà scomparse e di antichissime società, (si parla di seicento – ottocento anni avanti Cristo); già allora, scrive Evola, inizia il processo di degenerescenza (dall’età dell’oro all’età del ferro.) Mondi scomparsi fra le pieghe della Storia ispirati ai valori della Tradizione, strutturati in società gerarchicamente organizzate attorno al capo, all’imperatore, al re-sacerdote.
Genuinamente e radicalmente antidemocratico e anticapitalista, Evola sostiene che il potere non deve e non può essere né legalizzato né voluto dal basso. Occorre che sia ispirato dall’alto, dal regno della forza trascendente, attingendo in quel sopramondo invisibile, in cui scaturisce l’energia, in cui la pura divinità risiede. A pagina 102 de RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO, si legge:
All’origine di ogni vera civiltà sta un fatto divino. Ad un fatto dello stesso ordine, ma in senso opposto, degenerescente, si deve l’alternarsi e il tramontare delle civiltà. Quando una razza ha perduto il contatto con ciò che solo ha e può fornire stabilità – col mondo dell’essere-; quando in essa è decaduto anche quel che ne è l’elemento più sottile ma, in pari tempo più essenziale, cioè la razza interiore, la razza dello spirito, di fronte alla quale la razza del corpo e dell’anima sono solo manifestazioni e mezzi di espressione- gli organismi collettivi che essa ha formato, ….scendono fatalmente nel mondo della contingenza: sono alla mercé dell’irrazionale, del mutevole, dello storico, di ciò che riceve dal basso e dall’esterno le sue condizioni.

A proposito dell’impero a pagina 121 riporto: Di quelle grandi potenze, sorte dall’ipertrofia del nazionalismo secondo una barbarica volontà di potenza di tipo militaristico o economico a cui si è continuato a dare il nome di imperi- vale appena parlare. Sia ripetuto che un Impero è tale solo in virtù di valori superiori ai quali una determinata razza si è innalzata.
Nei riguardi del lavoro moderno, a pagina 153: Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico…. nelle masse degli schiavi moderni le forze oscure della sovversione mondiale hanno trovato un facile, ottuso strumento pel perseguimento dei loro scopi. Nei campi di lavoro noi vediamo usato metodicamente, satanicamente l’asservimento fisico e morale dell’uomo ai fini di una collettivizzazione e dello sradicamento di ogni valore della personalità…

A proposito della guerra, a pagina 172: Che milioni e milioni di uomini, strappati in massa ad occupazioni e vocazioni del tutto estranee a quella del guerriero, fatti letteralmente, come si dice nel gergo tecnico militare, materiale umano, muoiano in simili vicende-questa sì che è cosa santa e degna del punto attuale del progresso della civiltà…

Sull’America, a pagina 391: L’America ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse. Essa ha dato luogo ad una grandiosità senz’anima di natura puramente tecnico-collettiva, priva di ogni sfondo di trascendenza e di ogni luce di interiorità e di vera spiritualità……

mentre a pagina 395 continua: Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono stati pagati col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione a oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità. Al luogo del tipo dell’antico artigiano, pel quale ogni mestiere era un’arte ….si ha un’orda di paria che assiste stupidamente dei meccanismi…..Qui Stalin e Ford si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti…E tutto in America concorre a questo scopo: conformismo nei termini di un matter-of-fact, likemindedness, è la parola d’ordine, su tutti i piani…..
E ancora a pagina 398 leggo: E anche se non dovesse verificarsi la catastrofe temuta da alcuni in relazione all’uso delle armi atomiche, al compiersi di tale destino tutta questa civiltà di titani, di metropoli d’acciaio, di cristallo e di cemento, di masse pullulanti, di algebre e macchine incatenanti le forze della materia, di dominatori di cieli e di oceani, apparirà come un mondo che oscilla nella sua orbita e volge a disciogliersene per allontanarsi e perdersi definitivamente negli spazi, dove non vi è più nessuna luce, fuor da quella sinistra accesa dall’accelerazione della sua stessa caduta.

L’imbarazzo nella scelta di brani che mi hanno particolarmente colpito è grande, avrei voluto inserire altre decine di passaggi significativi, ma tanto vale consigliare l’acquisto di questo libro indigesto e illuminante.

Voglio gettare, per concludere, un sasso nello stagno asfittico della cultura italica contemporanea. La figura di Evola non deve più appartenere a schieramenti ideologici o a fazioni politiche. La profondità e complessità del suo pensiero, l’onestà intellettuale dello studioso, l’originalità delle sue tesi rivoluzionarie impongono che la sua opera così articolata e, per certi versi, ascetica, divenga materiale di dibattito e di ricerca, uscendo dalle secche di interpretazioni univoche o partigiane. Julius Evola, l’anti D’Annunzio appartiene alla cultura europea; ed è al centro dell’Europa che deve tornare, a rianimare un dibattito sui valori e sulle prospettive della nostra civiltà (se prospettive rimangono). Sarebbe, fra le altre cose, una bella dimostrazione di forza e saldezza dei nostri sistemi democratici, da lui così tanto osteggiati.

Robert Musil andava a scuola in collegio?

Maria Luisa Valeri il 13/02/2012 19:19:59 scrive: 
Il delicato e difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta è il leitmotiv di quest’affascinante opera di Musil, che però sa magistralmente tratteggiare anche anche il quadro di un’epoca, che sfocerà nella tragedia nazista. IMPERDIBILE CAPOLAVORO

Paolo 02/02/2010 10:17:29  scrive:  
In anni di freudismo imperante, l’analisi esasperata della psicologia quasi “necessariamente” malata dei giovani allievi di un collegio militare austriaco. Uno dei punti di forza dell’opera è sempre stata considerata la profezia nazista che si prefigura nel tranquillo sadico fanatismo dei raggelanti Reiting e Beinberg di cui Törless subisce il fascino nonostante ne veda la malvagità quando tormentano, quasi fosse un insetto indifeso intrappolato sotto un bicchiere, il fragile e femmineo Basini. In realtà l’ambiente del collegio rimane sullo sfondo e non se ne vede (forse si intuisce, ma con il senno di poi) la tensione a formare insensibili replicanti da utilizzare come macchine da guerra, è piuttosto la concezione darwinistica dell’esistenza (forse che ora non è così?) ad imporre una spietata e cinica legge del più forte. L’ossessione per lo scavo psicologico rende la lettura francamente faticosa e non può sfuggire il campiacimento intelletualistico di un autore ventiseienne.

Le recensioni di Maria Luisa e di Paolo si riferiscono all’opera Il giovane Törless di Robert Musil, un classico del primo Novecento. Luogo: collegio militare austriaco durante l’epoca di Francesco Giuseppe. Problematica: messa un discussione di tutti i valori, nessuno escluso. Protagonisti: due bulli sadici e delinquenziali, che non si sa cosa potranno fare da grandi. Una vittima alquanto femminea e un mezzo bullo di buona famiglia (Törless) che, prima si invischia, e poi si sottrae faticosamente alla tresca lasciando alle sue spalle l’adolescenza, ma senza troppii rimorsi per l’accaduto. La vicenda: la vittima, accusata di furto non viene denunciata dai compagni, i quali lo terranno in pugno degradandolo fisicamente e moralmente. Pederastia, omosessualità esplicita, per necessità, visto che nel collegio c’erano solo maschi. La vicenda appare attualissima, se pensi al bullismo che tanto spazio si è ritagliato oggi nella nostra vita. Tornando all’opera. Ecco qualche stralcio che ci può far comprendere di quanto tortuoso cammino in mezzo ad ambiguità, doppiezza ed episodi di sadismo, i personaggi han dovuto compiere per raggiungere l’età adulta.

Possiamo denunciarlo, picchiarlo, torturarlo a morte, se ci fa piacere. Non immaginare che un uomo simile debba avere un significato….mi sembra una creazione accidentale, …Voglio dire: un significato l’avrà anche lui, ma vago, vaghissimo, come un verme o una pietra sulla strada, di cui non sappiamo se li lasceremo stare o li calpesteremo...Più oltre: …E Törless sentì d’essere perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minuscolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente.Quando qualcuno, cui aveva raccontato la storia della sua adolescenza, gli chiese se non provava vergogna, a volte di quei ricordi, Törless, con un sorriso rispose: Non nego, certo che si trattò di un episodio degradante. E con questo? Pass . Ma qualcosa era rimasto per sempre: una piccola dose di veleno, per togliere all’anima una salute troppo tranquilla e sicura, dandogliene un’altra più sottile, acuta e comprensiva. E, verso l’epilogo una scena assai poco edificante: …Risate oscene, battute sconce divampano fuori della massa. …Un altro ragazzo contro cui era andato a urtare, lo ributta indietro, tra scherzoso e arrabbiato. Un terzo lo spinge ancora avanti. Ed ecco, Basini, nudo, la bocca spalancata dal terrore, vorticare per l’aula come una palla, tra le risa, le grida insultanti, i colpi di tutti…cade sulle ginocchia che cominciano a sanguinare, e finalmente, coperto di polvere e sangue, gli occhi vitrei, pieni di terrore animale, crolla sul pavimento, mentre il silenzio si ristabilisce improvviso e tutti gli si accalcano intorno, a guardarlo…Alzi la mano chi non è stato vitima o spettatore di episodi di bullismo, anche se non così cruento. In una certa misura e sotto certi aspetti, soprattutto durante la scuola, saper difendersi e prendere le distanze dal bullismo aiuta a capire come sarà il mondo dopo. Entro certi limiti, si intende; a scuola ricordo ancora certo miei forzuti compagni che usavano la loro forza per esprimersi o per farsi valere, la maggior parte di noi li snobbava, li sopportava, non riuscivamo a farne un dramma. Davano fastidio e basta. Da sempre c è il bullismo, secondo me, ma nell’opera di Musil è reiterato nel tempo, con umiliazioni, ricatto, scherno, minacce e torture. Non e più bullismo che, secondo me, è inestirpabile, ma violenza vera, con tappe via via crescenti verso il crimine. La vittima è un oggetto da esperimento, sul quale sfogare istinti sadici e libidine, anche in questo modo si comincia a esercitare il potere. I due carnefici assaporano sotto la buccia il gusto dell’odio, son tipi da riformatorio, insomma. Nel crepuscolo di quelle scene, nell’attesa di nuove torture e umiliazioni, protetti dal severo ambiente del collegio si alleva un mostro non ancora consapevole. Il desiderio di sopraffare con violenza, umiliazione e ricatto sono alla base della psicologia nazista. Non ci sarà da attendere molti anni prima che quei semi diventino virgulti e poi che la malapianta cresca dando frutti avvelenati, che tutti conosciamo e che si chiama dittatura.