c’era l’uomo con la valigia?

Quanta Africa c’è nel mal d’Africa?
di Paolo Novaresio

Delirio di onnipotenza? Una versione sentimentale del gusto dell’orrido? Una malattia letteraria dell’animo?
Forse. Il mal d’Africa può essere questo e tante altre cose, coincidenti od opposte: ognuno ne cura una versione strettamente personale. Certo è che la realtà africana non è sequenziale. L’Africa è fuzzy. Se assorbita lentamente la vita africana induce nel viaggiatore una sorta di Stupore, inteso nel senso classico del termine (dal latino stupere=sbalordire, o provare sensazione di grande maraviglia o di sorpresa nel vedere o udire cose strane). L’Africa è surreale, soprattutto nei particolari. I rapporti di spazio e tempo, causa ed effetto tra gli eventi, le azioni e i luoghi, sono alterati. Nella mente del viaggiatore si crea una sorta di endo-ambiente ostile alle leggi fondamentali della logica, che governano la vita quotidiana nel mondo occidentale. Il soggetto affetto da Mal d’Africa è un anti-aristotelico viscerale. Non a caso chi risiede nel continente a lungo si africanizza, diventa fatalista e di solito non è più in grado di adattarsi alla vita in Occidente: in questo caso il processo è irreversibile, la malattia si cronicizza, diventa incurabile. È la scoperta che la vita ci vive, che nulla possiamo contro il fluire inesorabile degli eventi. L’accettazione di un’attesa passiva delle cose (quelle importanti almeno, morte compresa). In fondo è anche la variante minimalista di uno Stato di Grazia, però di natura estremamente terrena, addirittura fisica. Non a caso per l’Asia si parla di misticismo, mai di malattia: l’orientalismo presume un processo di immedesimazione culturale, non si subisce ma si costruisce, anche a tavolino. Il misticismo è esangue, volontario, si prefigge di essere avulso dalla vita quotidiana. Al contrario, chi ha il Mal d’Africa è immerso nel quotidiano fino al collo, impantanato nella vita carognosa e impura. L’incomprensione tra viaggiatori d’Africa e d’Oriente è profonda anche per questo motivo.

L’estasi africana si riduce all’ebbrezza della sopravvivenza
I veri malati di Africa sono ignoranti incalliti, o appunto Stupiti: ovviamente negano di esserlo, si rifiutano di spiegare le proprie azioni, le domande li infastidiscono. Come tutte le patologie mentali il Mal d’Africa è una strada a senso unico ed è totalizzante. Il problema è qualitativo: non si può avere un po’ di morbillo. Si ha il morbillo oppure no. Se in forma più o meno grave, questa è un’altra storia. Ugualmente, per la legge degli opposti, in ogni più blando sintomo del Mal d’Africa c’é tutta l’Africa. Si potrebbero porre altre domande: il Mal d’Africa riguarda solo gli occidentali? Gli Africani hanno (e sanno) di avere il Mal d’Africa? Oppure ne sono portatori sani? A voi la risposta: potrebbe essere l’inizio di un saggio infinito, che si costruisce incessantemente pezzo dopo pezzo, viaggio dopo viaggio.
Paolo Novaresio

Paolo Novaresio da: L’uomo con la valigia

il Sahara era verde?

POPOLAMENTO
Il deserto non è sempre stato un luogo disabitato. Dalle brume del passato emergono le tracce di civiltà scomparse, che fiorirono in un Sahara ancor verde. Fu il progressivo avanzare della siccità, a partire da 5.000 anni orsono, a spingere gli antichi abitatori del Sahara a rifugiarsi nelle montagne, dove la vita era ancora possibile. Laggiù, come in un enorme museo all’aperto, oscuri artisti-sciamani lasciarono sulle pareti di arenaria migliaia di pitture e graffiti: danzatori mascherati, epiche scene di caccia all’elefante e al bufalo e aggraziati profili di bovidi pezzati. Poi, il Sahara divenne un luogo in cui l’essere umano é biologicamente perdente e il nomadismo un imperativo categorico. I popoli attuali del deserto, pastori nomadi di dromedari, vacche e capre, sono gli ultimi eroi di questa millenaria epopea.

IL PIU’ GRANDE MUSEO DEL MONDO (arte rupestre)
Le popolazioni scomparse del Sahara hanno lasciato molte testimonianze della loro civiltà. I manufatti litici, le ceramiche, i reperti archeologici, ci raccontano per sommi capi quale era il loro modello sociale, le fonti di sostentamento e il  rapporto con l’ambiente. Ma solo l’arte rupestre é in grado di fornire informazioni sul mondo in cui queste genti vivevano e, soprattutto, sulla loro spiritualità. I graffiti e le pitture censiti sono decine di migliaia, diffuse in tutto l’immenso territorio del Sahara. Le pietre scritte sono ovunque, ma le zone di maggiore concentrazione si situano all’interno dei grandi massicci montuosi che occupano il centro del deserto: l’Hoggar, il Tibesti, l’Ennedi, l’Air e il complesso Tassili n’Ajjer-Tadrart Acacus, al confine tra la Libia e l’Algeria meridionali. Stazioni di arte rupestre sono presenti anche nella faglia di Tichitt, in Mauritania; nel Fezzan libico e ancora più a est, nel Jebel Uweinat, dove si intersecano le frontiere di Sudan ed Egitto; negli altopiani della Nubia, fino al Mar Rosso; a sud, nell’Adrar degli Iforhas, in Mali. Le montagne sono senza dubbio i luoghi dove il popolamento é stato più consistente e di più lunga durata: ma le favorevoli condizioni climatiche e le esigenze materiali non bastano a spiegare l’enorme quantità di siti, né il loro condensarsi in punti determinati. 

A Jabbaren, nel Tassili n’Ajjer, in un quadrato di seicento metri di lato ci sono oltre 5000 pitture, degli stili più diversi: Henri Lothe, il primo europeo a visitare il sito, paragonò il luogo ad una città virtuale, con piazze, vicoli, strade, archi trionfali.
Jabbaren, come tanti altri, era verosimilmente un luogo sacro e, in quest’ottica, le stesse montagne sahariane appaiono come cattedrali, santuari deputati ad accogliere e trasmettere rituali religiosi e magici. Le immagini ridondano e si succedono, come atti di un cerimoniale più volte ripetuto, che richiama all’essenza più profonda dell’essere umano.
Paolo Novaresio

di Paolo Novaresio e Gianni Guadalupi e da altri libri dello stesso autore

c’era l’esotismo?

VITTIME DELL’ ESOTISMO
Que reste-t-il de nos amours…
Come dice la canzone, ben poco. 
Dopo una vita di viaggi intensi non resta che una strana confusione, un po’ di amaro in bocca e la sgradevole sensazione di essere stati bidonati. Importa poco dove siamo stati: che sia il Congo, il Sahara, le pianure dell’Asia centrale, le Ande o l’Himalaya. Luoghi esotici comunque, che ai nostri occhi di viaggiatori parevano misteriosi e densi di significati esistenziali. Perchè l’amore per l’esotismo è un amore a tutti gli effetti, con l’inevitabile contorno di passioni ed esaltazioni. E come tale sembra destinato a durare per sempre. Invece, di punto in bianco, finisce. E allora è un po’ come svegliarsi da un sogno, o ritrovarsi miracolosamente in piedi dopo una gran sbronza. 

È in quel fatale momento che si diventa vittime dell’esotismo. 
La parabola esemplare di questo processo è il classico sogno dell’isola deserta. Tropicale, ovviamente, perchè senza sabbia bianca, palme da cocco e orizzonti blu non si può parlare di esotismo a pieno titolo. Un paradiso in terra, apparentemente. Che desiderare di più? Eppure la fregatura è dietro l’angolo: dopo un po’ il blu del mare da sui nervi, il caldo umido diventa un fastidio, le palme che ondeggiano al vento invitano al suicidio alcolico. Fine della corsa. Da un certo momento in poi, improvvisamente, il sogno si trasforma in un incubo. Storia da manuale.
Ma non c’è bisogno di un’isola deserta per entrare nel novero delle vittime dell’esotismo
(o se preferite, vittime delle proprie illusioni e dei propri desideri). Basta viaggiare sufficientemente a lungo fuori dall’Europa, soprattutto nei paesi caldi, ma anche nelle gelide regioni boreali e australi. 

Ciò che qualifica un luogo come esotico non è infatti la latitudine e neppure il fuso orario, bensì la distanza geografica e culturale dal posto dove abitualmente si vive. In parole povere, da casa, nel senso inglese di home. Più la differenza è marcata, più il luogo è carico di esotismo. Per vari motivi, le regioni tropicali ed equinoziali sono fatalmente ai primi posti in classifica. E l’Africa, col suo Mal d’Africa, sta ancora un gradino più in su.
Il luogo esotico presenta generalmente le seguenti caratteristiche: pessime infrastrutture, basso livello di diffusione della tecnologia, popolazione dedita ad un’economia di sussistenza, clima più o meno insopportabile. Spesso nel luogo esotico manca la luce, l’acqua scarseggia e nessuno sembra aver voglia di fare alcunchè, né per sé stesso né per gli altri. Con le conseguenti difficoltà che accompagnano l’esistenza quotidiana, dominata dalla precarietà e minacciata costantemente dal degrado. Razionalmente nulla di allettante, a ragionare bene. 

Ma il punto è proprio questo: nel fascino dell’esotico non c’è nulla di razionale. 

Il fascino dell’esotico è una versione sentimentale del gusto dell’orrido, il risultato di una serie di pulsioni masochistiche che trasformano il sudore, la canicola, le mosche e la polvere – ovvero i disagi del vivere in un luogo ostile – in piacere perverso. Per così dire, grazie al fascino dell’esotico la merda si trasforma magicamente in oro.
Perché allora questa ricerca febbrile, ostinata, senza tregue né compromessi? Perché seguire quello che in fondo in fondo, nei momenti di lucidità o stanchezza, riconosciamo  essere null’altro che un canto di sirene? La risposta non è facile, dato che la faccenda ha a che fare con la psiche umana, con tutte le sue complessità e contraddizioni. Ma di sicuro c’è qualcosa che non quadra. E’ una fuga, questo è certo, o se volete una diserzione, una renitenza spirituale ad assumere gli impegni della vita quotidiana, a stabilire un rapporto stabile tra noi stessi e il mondo che ci circonda. Sta di fatto che si fugge (si viaggia) alla ricerca di qualcosa di indefinito, verso l’origine dell’arcobaleno, luogo che per definizione non si potrà mai raggiungere. Semplicemente perchè non esiste.

Ammettiamolo: sia come sia, il fascino dell’esotico assomiglia sinistramente a una patologia. Vediamone allora il decorso

Inizia tutto con una lieve ebbrezza, che riveste ogni cosa di un alone scintillante. Una prospettiva alienata, in cui anche il lessico si trasforma, facendo uso sfrenato della peggiore paccottiglia letteraria. Squallide distese steppose o desertiche diventano “paesaggi infiniti”, dove è possibile ritrovare sé stessi, se mai avesse qualche utilità; tribù primitive e dedite all’estorsione sistematica del turista vengono catalogate come “popoli sconosciuti”; banali etnoshow sono chiamati pomposamente  “danze cerimoniali”; villaggi di sterco e paglia “insediamenti tribali”; le bancarelle dei mercati – spesso solo stracci sulla terra nuda, coperti di miserabili mucchietti di verdure stente – diventano “tipici” o peggio “etnici”. Il malato inizia anche ad apprezzare anche il cibo schifoso, magari servito in piatti unti su tavoli traballanti, e si fa gioco di coloro che – ancora sani di mente – ne hanno giustamente orrore. E via, altre idiozie a seguire, in un tripudio di perniciose illusioni. La dabbenaggine attinge le vette del sublime.
Questi i primi, preoccupanti sintomi. Poi la malattia si sviluppa, prende piede. Il mostro cresce, chiede sempre maggior nutrimento. La fame di esotico diventa inestinguibile, il metabolismo emozionale tende alla bulimia. Si comincia a farneticare di nomadi e nomadismo, attribuendo alle categoria virtù esistenziali inventate di sana pianta, ignorando volutamente i valori della sedentarietà, maturati nel corso di decine di millenni di storia umana. La realtà dei fatti non è più necessaria, anzi diventa un ostacolo, un inciampo. 

“I viaggiatori nonsi credono mai forestieri; la loro casa è il mondo” Mason Cooley

E allora bisogna viaggiare, ancora viaggiare e sempre viaggiare in luoghi sempre più selvaggi, remoti e lontani, alla ricerca di quel luogo della mente chiamato in gergo di viaggio: “dove non va nessuno”. Più l’impresa è difficile, più il viaggio è scomodo e irto di difficoltà, più ci si sente eroici. Poi si torna a casa però, perchè l’ horreur du domicile è tutta un’altra cosa, è un lusso per poeti veri e pochi disadattati. Quasi nessuno se lo può permettere. Gran parte dei viaggiatori dell’esotico sono nomadi con residenza fissa (e spesso stipendio fisso): una contraddizione in termini, che salda perfettamente il cerchio della schizofrenia. Una personalità fittizia prevale su quella reale. L’illusione può durare a lungo, anche decenni nei casi più gravi, ma infine giunge al termine.

La guarigione, o meglio il risveglio (spesso solo parziale) è improvviso. Ma i postumi della malattia possono essere seri e duraturi. I viaggiatori dell’esotico sono come i batteri nel classico vaso di Petri: si moltiplicano fino ad occupare tutto lo spazio disponibile e consumare ogni risorsa a disposizione. Poi, raggiunto il punto critico di saturazione, semplicemente si estinguono (come viaggiatori, si intende). Questi esseri umani in negativo diventano ex-viaggiatori, che è come ex-fumatori, con tutte le sequele di pentitismo e lucidità posticce. Le tappe del processo di estinzione del viaggiatore esotista sono imprevedibili: il ritmo può essere molto lento, oppure concentrarsi in un solo, drammatico momento fatale. 
Sia come sia, a un certo punto, il velo si squarcia e il mondo appare per ciò che è: un luogo per lo più spaventoso e invivibile. L’esotico ha improvvisamente perso ogni fascino e interesse. Magari si continua a viaggiare per venire a patti con la propria identità – che sempre si negozia con gli altri, i quali continuano a vederci ostinatamente come incalliti viaggiatori – oppure per semplice inerzia di moto. Come una locomotiva, che per fermarsi ha bisogno di tempo e spazio. Ma si sa che è finita: prima o poi, dopo gli ultimi sussulti sui binari, il treno si ferma. Ciuf-ciuf, eccoci al capolinea, e buonanotte ai suonatori. Il soggetto è ormai una vittima dell’Esotismo conclamata (ormai useremo Esotismo con la E maiuscola, poiché assurto al rango di concetto).

Le caratteristiche principali della “vittima dell’Esotismo”, membro a pieno titolo dell’affollatissimo  Club dei Cuori Infranti, possono così riassumersi:




Prima di tutto una sorta di strana apatia, insofferenza alla normalità quotidiana accoppiata alla noia mortale della sedentarietà. Poi difficoltà a prendere decisioni, sostituite da un perenne susseguirsi di “non so” (in un manuale di medicina di viaggio ancora da scrivere, il fenomeno sarebbe descritto come KNS, acronimo per Know Nothing Syndrome). Quindi nostalgie confuse, fittizie ed effimere; ripiegamento su sé stessi e conseguenti difficoltà affettive; nei casi più gravi si nota l’emergere di risentimenti razzisti, rivolti verso gli abitanti delle terre esotiche, maledetti e odiati perchè colpevoli di essere tali, e per ciò di avervi fregato loro malgrado.

Concludendo
Cari viaggiatori, non pensate di essere esenti dal rischio perchè siete diversi, perchè siete consapevoli, o perché siete più furbi degli altri. Diventare “vittima dell’Esotismo”, presto o tardi, capita a tutti. L’importante, per sopravvivere degnamente nel mondo che vi attende fuori dal tunnel, è riuscire ad accorgersene in tempo e disintossicarsi. Credeteci, ve lo dice uno che ci è passato.
Paolo Novaresio

e cosa scriveva il mitico Jack?

L’AVVENTURA  Isole Salomone, fine ‘800. Fra le mani ho alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000. Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine mi sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo fragile avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro.  Sulle tracce di quel male mi sono incamminato, senza troppi mezzi a disposizione, a inseguire quella lontana avventura.

Ho letto e riletto gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e infine son partito alla ricerca di Jack, il figlio della foresta. Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ti avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo charter hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi. Ma non è di questo che voglio parlarti. Fra le opere del grande Jack ho scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO. Costava tre lire e mezzo!
Le sue pagine non stanno più insieme e dovrei farlo rilegare. Ma mi costerebbe un sacco. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la mia ricerca. Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine.

Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo a terra il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente avventura. L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato e le immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così credo io, si palesa il vero protagonista della vicenda. Ma andiamo per ordine.
Lei: fa innamorare a prima vista quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile e ribelle, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani.
Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto. Ma occorre attendere.
Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quella monella adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa.
I negri: Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti umani con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare. E poi la Foresta. Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui sono venuto in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa e repellente, infida succursale dell’inferno in terra. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui primeggia il grande e mitico orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate.

La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’Avventura, è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i miei indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack London. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire la foresta. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento, condanna. La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana. A pagina 278 leggo: Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri. Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione. La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e infine uccise il mitico Jack? Se vuoi dire la tua….

c’era Venere sulla terra?

KURGAe 6

Dal passato o dal futuro remoto, una lezione di vita: Milano-castello Sforzesco-dicembre 2009.
Tre unghie di luce le piovono addosso. Le minitorce illuminano il suo corpo pingue, alieno, dai fianchi enormi; le mammelle sembrano bisacce.

Sono andato a vederla quella mostra, e sono rimasto a bocca aperta. Te ci sei andato? È la Venere paleolitica di Dolni Vestonice.
Ha ventisettemila anni e sembra che arrivi dal futuro. Due tagli obliqui rappresentano gli occhi, nessun altro segno sul volto. La Venere non è sola, è in compagnia di altre sorelle che hanno ventitremila anni di meno. Le statuine di terracotta provengono dalla Moravia, insieme a ciottoli antropomorfi, vasellame di stupefacente finezza. Le compagne della sala accanto hanno pose e espressioni di incredibile modernità, dee madri, o sacerdotesse, simboli rappresentanti il legame col sacro, col divino, con l’ultrauomo, lanciano unala loro sfida dalla profondità del tempo. La suggestione è tale da suggerire la loro provenienza da un futuro remoto. Non dal passato. Ma, in fondo che differenza fa? Trentamila anni sono un attimo, un breve segmento che ci collega col passato futuro. Alcune tendono le mani nella posa di chi offre, sedute o in piedi, hanno seni minuscoli, ginocchia aguzze, l’espressione stupita, probabilmente utilizzate per riti sacri o propiziatori. Dee madri, divinità delle acque, dei boschi, delle pietre, della pioggia, simboli di uno spirito immanente in cui si ripetevano necessariamente il rito, la cerimonia propiziatoria per la fertilità dell’uomo e della terra, l’invocazione per il buon raccolto e per la fortuna durante la caccia al mammut. C’è un elemento che colpisce in tutti questi ritrovamenti.

Le armi sono completamente assenti. Perché al di là dell’aspetto “puramente” scientifico sono così importanti questi reperti? Perché narrano di un vivere armonico, pacifico, in accordo con le forze della natura, temute, rispettate e blandite; manifestano la perfetta sintonia e la partecipazione totale dell’uomo di allora in seno alla natura. Natura figlia, madre, spesso matrigna. Nel più ovvio e necessario rispetto. Comunque. Puoi dire dell’oggi la stessa cosa? No, non puoi dirla, vedi un po,’ ma e solo un esempio fra i tanti, cosa succede in Amazzonia e dell’inquinamento mortifero dei mari. L’aspetto saliente nasce proprio dal loro significato e dal messaggio che l’uomo moderno può, se vuole, scorgervi e cogliere osservando queste statuine. Non c’è ombra di armi di offesa, né tracce di riti cruenti nei reperti raccolti in piu siti. Quelle civiltà perdute vivevano pacificamente, in armonia e hanno qualcosa di fondamentale da insegnarci. A cominciare dal rispetto dell’ambiente. Te non pensi la stessa cosa?