c'era la saggezza?

Secondo lo stesso Montaigne, egli fu inviato a balia in un povero villaggio perché si abituasse «al modo di vivere più umile e comune.» Un uomo del Cinquecento, un umanista che dà lezione di vita a noi moderni, e che lezione! Per Montaigne vivere non è solo la fondamentale ma la più illustre delle nostre occupazioni e vivere à propos, il più glorioso capolavoro dell’uomo. Un francese, uno che diffida delle ideologie e delle rivoluzioni, scrittore particolare, filosofo, diplomatico e uomo prestato alla politica, fine psicologo e amante della vita e dell’ozio contemplativo; un uomo di corte ma non cortigiano, che apprezza la vita e ci fornisce nel suo Dizionario della saggezza qualche consiglio sul come non guastarla troppo con le nostre stesse mani. Un uomo del suo tempo che appare in tutta la sua complessità nella bella e densa introduzione di Roberto Bonchio: “La saggezza è il tema centrale della riflessione di Montaigne, il punto di arrivo degli Essais, la conclusione alla quale si collegano, come mille fili, tutte le sue ricerche precedenti. “Il mio mestiere, la mia arte è vivere” …Il suo vero obiettivo è mettere in armonia l’io e il mondo.
Montaigne non sa cosa siano i peli sulla lingua e anche, ma non solo, per questo te ne parlo. Senti un po’ cosa scrive a proposito dell’Amore nel suo dizionario della Saggezza:
Da un lato la natura ci stimola all’amore fisico avendo connesso a questo desiderio la più nobile, utile e piacevole di tutte le sue attività; dall’altro noi facciamo in modo di accusarlo e perseguirlo come atto vergognoso e disonesto, di costringerci ad arrossirne e raccomamdarne l’astinenza. Non siamo noi i veri bruti nel definire brutale l’azione che il desiderio produce?….Alla fine mi vergogno di ritrovarmi in mezzo a quella verde e calda gioventù, il cui membro nell’indomito inguine è più saldo del giovane albero che si erge dritto sulla collina…

E a proposito del coito:
” Che cosa ha fatto di male agli uomini l’atto sessuale così naturale e necessario, così legittimo, per non osarne parlare senza vergogna…Noi pronunciamo senza problemi termini come uccidere, rubare, tradire, e del coito non oseremmo parlare che con un filo di voce. Vuol dire allora che meno ne parliamo più abbiamo diritto di ingigantirlo nel pensiero?

Colonialismo Ci siamo valsi della loro ignoranza e inesperienza (dei popoli sottosviluppati) per portarli con maggiore facilità sulla strada del tradimento, della lussuria, della bramosia e di ogni altra sorta di efferatezza e crudeltà, sul modello dei nostri costumi. Chi ha mai assegnato un simile prezzo all’utilità dei commerci e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni annientate, milioni di uomini passati per le armi e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vittorie scellerate!
Figli
La più comune e la più sana partre degli uomini ritiene una grande fortuna l’abbondanza dei figli; io e alcuni altri riteniamo un’uguale fortuna la loro mancanza.
Italiani
Coloro che conoscono l’Italia non troveranno certo strano se, sul tema dell’amore non cerco esempi in altri paesi: infatti questo popolo può dirsi sovrano in materia rispetto al resto del mondo. Gli italiani hanno sicuramente più donne belle e meno donne brutte che da noi in Francia: ma quanto a rare e grandi beltà credo siamo pari. La stessa cosa vale per gli ingegni: di quelli medi gli italiani ne hanno molti di più, e mi sembra del tutto evidente che la bestialità vi è, senza confronto più rara….
Manipolazione delle coscienze
Mi è occorso di osservare cose straordinarie a proposito della stupefacente ed eccessiva facilità dei popoli, ai nostri giorni, a farsi ingannare e a lasciar manipolare la propria fede e le proprie speranze nel senso che piaceva ed era utile ai loro capi, nonostante questi avessero commesso un’incommensurabile quantià di errori.

Piaceri
È irragionevole giustificare la gioventù perché si abbandona ai propri piaceri e vietare alla vecchiaia di ricercarne.

Stupro
Tra le violenze fatte alla coscienza, la peggiore, a mio avviso, è quella che si fa alla castità delle donne, poiché vi è per natura frammischiato un certo piacere del corpo, e, perciò, la repulsa non può essere proprio totale, e sembra che alla violenza subita si mescoli un certo consenso.
Vita
…Bisogna trascorrere questa vita terrena con un po’ di leggerezza e superficialità. Occorre scivolarvi, non calarvisi dentro. Non turbiamo la vita con l’angoscia della morte, e la morte con l’angoscia della vita…Se non abbiamo saputo vivere sarebbe un’ingiustizia insegnarci a morire….Saper godere del proprio essere e raggiungere una perfezione assoluta, quasi divina…A mio avviso, le vite più belle sono quelle che si adeguano al modello comune e umano con intelligenza ma senza voli eccezionali e stravaganze…
Nel primo libro dei suoi Essais Montaigne scrive: …tra le principali preoccupazioni della mia vita vi è quella che la mia morte avvenga bene, tranquillamente e senza troppi strepiti…

Te che dici? Non ti pare che dalle sue riflessioni qualche secolo sia passato invano?

non riuscivi più a prendere sonno dopo averlo letto?

Un gigante della scrittura, un forzato della penna malato, e consapevole di esserlo, un grafomane che non riusciva a staccarsi dalla pagina, uno che denunciava l’inutilità e lo scandalo della guerra e che scendeva nell’abisso della mente umana…la sua. Forse unico a riuscire a indagare sulla natura, non solo esclusivamente intellettuale del suo tremendo male. Il dottor Thomas affermava che la sifilide lo divorava dall’interno, giorno per giorno, altri parlano di demenze ereditarie. Morì infatti dopo mesi di pazzia furiosa il grande Henri René Albert Guy de Maupassant amicissimo di Gustave Flaubert. Se te sfogli Le Horla e altri racconti dell’orrore (nella consueta strepitosa edizione da urlo dei Tascabili Economici Newton – cento pagine mille lire! Che meraviglia! e che presentazione!) capisci il motivo della sua grandezza che esula ovviamente dai soli racconti dell’orrore. Come dice l’acuta analisi di Lucio Chiaravelli: I racconti dell’orrrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati (ma c’e poi tanta differenza per lui?) sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L’orrore e per lui: la paura della paura. Balza subito all’occhio qualcosa di terrificante, mortifero, angosciosamente possibile, e senza scampo. Chi scrive non finge, la trama aderisce alla maledizione della sua malattia.

Encomiabile, si sforza di esorcizzare il suo male, di tenere un resoconto dei suoi stati nervosi attraverso alcuni racconti, che non voglio dirti in dettaglio. Un male che tenterà invano di esorcizzare, un male che gli sgorga continuamente nell’animo affettando nervi e mente. Anche quando scrive di una bella giornata e del suo stato d’anino radioso e pieno di levità, 8 maggio: Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull’erba…Mi piace questo paese mi piace viverci perché qui sono le mie radici, radici profonde e sottili…mi piace la casa dove sono cresciuto. Come si stava bene quella mattina!…dietro due golette inglesi …veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza sapere perché gli feci cenno di saluto tanto mi faceva piacere vederlo. E poi il 12 maggio: Da qualche giorno ho un po’ di febbre, non mi sento bene, o meglio mi sento triste e il 16 maggio: Sto sicuramente male… Ho una febbre atroce…la sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l’apprensione per una sciagura , segno della morte vicina, il presentimento d’un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne...il 3 giugno: Notte orribile. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano. mentre il 2 luglio: Ritorno a casa. Sono guarito, e inoltre ho fatto una splendida escursione…

ma il 4 luglio: …Sono tornati gli stessi incubi. Ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì , l’aspirava dalla mia gola come una sanguisuga....e di nuovo la speranza di essere normale e sereno, il 14 luglio:…Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo. E il 7 agosto: …il sole inondava di luce, il fiume spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. …Mi sembrava che una forza occulta mi intorpidisse le membra…il doloroso bisogno di rincasare... e il 14 agosto: Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Eppure il 17 agosto ha la lucidità di scrivere: Noi siamo così impotenti, così imbelli, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d’acqua..….e via di questo passo, ma non voglio privarti del piacere di altre scoperte. Perché ti guasterei la lettura. Cos’ha di speciale Le Horla e gli altri suoi brevissimi racconti dell’orrore? Sono anche cronaca. La cronaca di un malato consapevole di esserlo fino a quando la pazzia non prenderà il sopravvento.

Vissuta sulle spalle dell’autore. Diverso dall’orrore pensato, filtrato e, se vogliamo, artefatto di Edgar Allan Poe (solo nel senso di accuratamente costruito). Qui si avverte un’urgenza di narrare la (sua) sofferenza, il progredire del male, l’inutile esorcismo tentato attraverso la scrittura, l’orrore di un male interno all’uomo che riesce a farsi arte. Se ti riferisci alla pittura ti viene alla mente Van Gogh e Ligabue, i naif che interpretavano incubi e oppressioni dello spirito e della mente, dentro e fuori da manicomi e case di cura, dentro e fuori dalla realtà, a scrutarsi, a esorcizzare incubi e mostri della loro fervida immaginazione. Maupassant vede il possibile e lo teme, dà corpo alle voci, alle malie riflesse dalla sua anima ossessionata. Nel Maupassant di Horla ti vengono addosso brividi supplementari, sai che è tutto vero, vorresti fare qualcosa, ma cosa? Allucinazioni, febbri, visioni notturne, si vive da geni e si muore da folli. Nel prezioso libretto pubblicato nella collana Tascabili Newton una acuta annotazione di Antonia Fonyi relativa al titolo Hors-la cioè Fuori di li! Esso sarebbe un invito a rompere il cordone ombelicale che metaforicamente e (morbosamente?) legò sempre Maupassant alla madre. E un suggerimento di ordine associativo può persino ricordare che Horla è l’anagramma vocale di Laura, la madre. Non ti voglio dire altro perché non voglio toglierti il piacere e…il brivido di leggerlo. Maupassant penned his own epitaph: “I have coveted everything and taken pleasure in nothing.” Nel suo epitaffio scrisse: “Ho desiderato tutto e preso piacere in nulla.”

incontravi Ethan Frome?

Il gigante irraggiungibile e scontroso, che, scendendo dal calesse, poggia le redini sulla groppa concava del suo cavallo baio. Zoppo, rattrappito, era uno che teneva a bada il suo ostico e sfortunato passato, col silenzio e la solitudine e la memoria di un dramma antico. Ethan Frome, ovvero il contadino precocemente invecchiato e senza vocazione, castigato due volte dalla sorte. Alzi la mano chi non conosce questo autentico capolavoro. Edith Wharton, scrittrice americana scrive questo lungo racconto spietato, crudo e duro, che si discosta nettamente dai temi che predilige. Fatto di destini drammaticamente incrociati, indissolubili, di povertà e fatica ingrata, e avvilente, in un paesaggio del New England che non concede nulla alla poesia e al sogno. Al pari dei personaggi che ospita si tratta di un misero villaggio Starkfield, già simbolicamente allusivo con quell’aspro nome, tra avari paesaggi “raggelati” all’interno di un Massachusetts rurale: si legge nell’efficace presentazione di Tommaso Pisanti dell’encomiabile libretto, edito da Newton nella collana tascabili economici. Cento pagine mille lire! Stampato su carta Tambulky nel 1994.

Come scrive la stessa autrice a proposito dello stile volutamente asciutto e spoglio: “l’argomento va trattato in modo secco e sommario, così come la vita s’era sempre presentata a quei personaggi; e qualunque tentativo di elaborare e complicare i loro sentimenti avrebbe necessariamente falsato il tutto”.
A mio avviso la prima attrice di questa tragedia sfiorata e vera protagonista del dramma è Zeena, querula moglie di Ethan: lei tiene le redini del menage a trois, sì, perché c’è anche la sua bella, giovane e fresca parente che la impensierisce, oltre ai vari malanni da Zeena cui si crede afflitta senza rimedio, la cugina Mattie Silver, venuta a casa sua ospite e sguattera, perché non aveva altri parenti, a turbare e ad affascinare il marito Ethan che non ne può più di vivere una vita grama con quella bisbetica zitella di moglie. Ecco, te l’ho già raccontata tutta la storia. Il resto è gia scritto ma il finale fa parte delle insospettabili sorprese che la vita tiene talvolta in serbo per stupirti e confonderti. Faccio silenzio su come va a finire la faccenda per non guastarti la lettura di Ethan Frome da cui è stato tratto un film.

Come scrive l’acuta presentazione dell’opera su Kindle di una storia cupa e indimenticabile, un canto d’amore e di morte, uno specchio perfetto della delusione e sofferenza amorosa patita dalla scrittrice che, solo a quarantacinque anni, visse la sua prima, divampante e inarrestabile passione. Voglio tornare a Zeena, non per il fatto che susciti simpatia, tutt’altro, visto che proprio lei caccia di casa la sua lontana cugina, senza un saluto e senza il becco di un quattrino, ma perché di donne così fatte io ne ho conosciute. Non voglio dire altro per non attirare l’ira dei defunti. Donne come Zeena, la cui sorte riserva come premio-punizione il dover accudire i due amanti virtuali, marito e cugina, per sempre, finché lei avrà forza e lume della ragione. Li terrà sott’occhio, li potrà controllare, sarà questa la sua vittoria, la sua amara rivincita sui due impotenti, imbelli, vince alfine, rinunciando a tutte le sue malattie incurabili che secondo lei la affliggevano. Strano e beffardo destino quello di Zeena, costretta suo malgrado (?) a reggere, padrona e vittima, una vita singolare in cui emergono la maligna gelosia, gli scrupoli stessi e i sensi di colpa di tutta una tradizione di rigido puritanesimo. Zeena li avrà in cura sarà loro infermiera, custode e carceriera fino alla fine dei giorni, nell’incupita domesticità della solitaria e tetra fattoria. Se la figura di Zeena rifugge da esplicite connotazioni diaboliche, certo la sua psicologia deve avere subito un rivoluzionamento estremo. Da vittima per la presunta infedeltà coniugale a carnefice silenziosa e a sua volta vittima. Dall’ultima pagina dell’opera ti leggo: “Parve rimettersi immediatamente quando arrivò la chiamata…Zeena ha avuto il dono della forza di occuparsi di quei due per oltre vent’anni, anche se, prima della disgrazia, era convinta di non avere nemmeno la forza di badare a se stessa.” Nulla di perfido, masochistico e autocompiaciuto nell’animo di Zeena?

Il mio insopprimibile desiderio di scrivere su Amazon.

Gretta si sfilava le calze?

Che GRETTA non sia l’opera letterariamente piú alta di Erskine Caldwell posso essere anche d’accordo, meno d’accordo invece su alcuni pareri espressi frettolosamente anche nella presentazione del libro, inserito nella collana OSCAR MONDADORI, e da giudizi non accurati e sommari espressi in qualche recensione. Per me GRETTA rimane una storia complessa, e di non immediata lettura, non tanto nella trama quanto nei personaggi. La storia infatti fila via liscia e facile, con venature thrilling, verso il tragico epilogo con una serie di tragedie consequenziali a grappolo. A meno che non si voglia usare l’accetta e dire: nero, bianco, perverso, esecrabile e puttana. Non è cosí, o, non solo cosí.

Una storia capace di trarre in inganno per la facilitá con cui si possono “immediatamente” misurare e giudicare personaggi moralitá corrente, ambiente. Ambientata durante la Grande depressione, in uno scoraggiante “non luogo” americano, mentre la neve cade e si è soli, tremendamente soli a scrutare il fondo della bottiglia e a ordinare un altro liquore al bar Roundabout e il richiamo ossessivo del sesso, infido surrogato di amore e affetto, eletto a panacea e a rimedio antisolitudine. Gretta ce la mette tutta seguendo la sua naturale attitudine e desiderio di essere ammirata e per non sentirsi mai sola ad accettare complimenti, regali in denaro e compagnia intima per darsi poi, desiderosa nel farlo a uomini senza volto, dopo robuste dosi di whisky al succo di limone.

Una viziosa? Anche. Ma Gretta è sola, davvero sola e ha paura della solitudine. E lo dice, anzi, lo grida. Gretta rappresenta la bellezza, il proibito, il richiamo, inevitabile preda di concupiscenza, non conosce limite, lei i limiti li infrange, non rinuncia al piacere di darsi, lo fa per passione, per sentirsi amata e protetta, e anche per danaro, poco danaro, non sa rinunciare all’ammirazione di altri uomini, anche se ama, riamata dal suo medico marito che si toglierá la vita per lei. Facile condannare Gretta, come esecrare il medico amico del marito, esponente delll’inflessibilitá puritana americana (il sesso, per giunta mercificato, ovvero l’orrore per la morale corrente, in America fa sempre salotto e tiene sempre banco.) Dico, vacci piano a giudicare. Te sposi una attraente donnaccia dichiarata e cosa vuoi che ti succeda? Che ti mettano la corona d’alloro in capo?

Bravo cornuto, pregresso, presente e futuro. Te la sei voluta. Ma non ti eri accorto prima di com’era tua moglie? Chiede il suo amico. Ma io l’amavo e l’amo. Dice lui all’amico medico, e vuoi biasimare uno cosí? L’amore perdona, redime e spiega, ma non guarisce come in questo caso. E il marito si ammazza, condannato anche dal parere del suo unico amico medico. Anche un ex amante di Gretta si era ammazzato, chiuso nel bagno di casa della coppia. Un vero macello. Il barista fa il ruffiano, ossia fa i suoi affari perché tette, fianchi e gambe di Gretta sono uno schianto, e attirano i clienti. In quanti locali al mondo e da quanto tempo capita cosí? Da tempo immemore. E lei ci sta, basta che tu le offra da bere e le fai complimenti e ci sta. Allora lei, nel suo squallido appartamentino, reciterá per te lo spettacolo della grazia femminile che si disvela, denudandosi, offrendosi alla vista e al desiderio, sfilandosi lentamente le calze, tentatrice, seduta a terra per poi gettarsi fra le tue braccia.

La condanni su due piedi? No, la curi, se mai, se c’è qualcosa da curare in lei, ma soprattutto, se lei vuol essere curata. Perché prima occorre rispondere alla domanda: come mai, sapendosi amata, ed amando il marito Gretta va con un altro uomo accetttando denaro?

Mentre fuori la neve cade e nello squallido appartamentino di Gretta si ripete il mistero dell’amore, anche se mercenario. Una donnaccia che ama? Sí. Vorrebbe essere “coperta” di sguardi e attenzioni, di amanti provvisori dei quali nemmeno desidera sapere il nome. E lo fa anche se sposata e amata, riamando. Quindi vedi che non tutto è semplice. E poi ci sono le figure delle infermiere dell’ospedale, davvero interessanti quelle, apparentemente secondarie e invece molto significative sul ruolo della donna americana di ieri e di oggi: decisa, imparziale, onesta, energica, granitica, non compassionevole, e spietata nel giudizio, creatura tutta d’un pezzo insomma, donne che amministrano, giudicano, e non perdonano.

Questo è il volto della donna americana di oggi? E l’uomo come sta? L’uomo è quello smarrito dei bar, della folla anonima che ronza per le vie della cittá, che contempla il suo bicchiere di whisky, indagando, se ne ha voglia, se ci sono bellezze nei pressi. Tutto semplice? Niente affatto. Dico io. Il medico fuori di testa, ex amante di una notte di Gretta fa il matto a casa della coppia che lo ha invitato. Oltraggia Gretta e la torma dei segugi venuti lí a vuotare bicchieri di alcol durante un party, torma che, trovando sconveniente la cosa lo getta fuori e poi commenta. Ovvero la legge del branco. Pesci piranha dentro un acquario? No, Americani che passano il tempo a frequentarsi: vicini di casa, amici e colleghi del marito che passano di villino in villino a “socializzare” e che spolperanno vivo con pettegolezzi e sorrisi di compassione il povero becco di marito. Potrebbe succedere anche oggi, credo. Non puoi condannarli o biasimarli, metteresti alla gogna gli Interi Stati Uniti d’America. Ieri e oggi, loro socializzano col bicchiere in mano.

Hai visto quante copertine hanno dedicato a Gretta? Ne ho scelte un po’, ma la mia preferita rimane la prima, quella di Ferenc Pintér, fondo giallo e gamba levata. A corredo di quanto sopra mi piace riportare quello che lo stesso Erskine Caldwell disse: Chi in America potrebbe gestire la realtá dell’uomo non è capace di farlo. Per inettitudine morale, per grettezza, per mancanza di intelligenza, per incapacitá scientifica…
E oggi cosa accade in America caro Erskine? Ce lo vuoi dire dalla tua tomba?

I miei insopprimibili indizi di scrittura

l’orrore puro si chiamava Lovecraft? (2)

Aveva lasciato credere a sua moglie di averle concesso il divorzio.  Ma lo scioglimento del legame non fu mai formalizzato legalmente, sebbene lo scrittore le avesse assicurato che le pratiche erano state presentate, non firmò mai il decreto finale. Una “stranezza” di Lovecraft, fra le tante, come quella di aver sposato Sonja Simonovna Šafirkin  un’ebrea brillante e imprenditrice di successo, di origine ucraina, nonostante i sentimenti dichiaratamente antisemiti dello scrittore. Tralascio le vicissitudini casalinghe di Lovecraft per tornare al nocciolo della sua arte. A questo proposito non ha osato tanto nemmeno Edgar Allan Poe, capostipite e maestro indiscusso dell’horror, suggerendo e inducendo angoscia e incubo, ma rispettando certi limiti. Lovecraft, al contrario, osa l’inosabile non rispettando alcun limite (anche se azzardato il riferimento mi viene in mente il marchese De Sade che di limiti proprio non sa che farsene.) Soggetti, odori, situazioni, ambienti e pensieri non lasciano dubbi, non potrebbero essere piú espliciti, e spesso rivoltanti, egli abbatte le pareti che isolano in zona off limits dannazione, necrofilia, perdizione e insania mentale. Li rende soggetto dei suoi lavori. Cala sul tavolo della narrazione carte estreme, delineando spesso situazioni e propensioni che rimandano al patologico. Alcuni suoi racconti potrebbero rientrare a buon titolo in una raccolta di casi clinici. Lovecraft inoltre è i suoi personaggi, Lovecraft esorcizza il suo demone facendolo rivivere nelle sue pagine, ora è un nobile ufficiale tedesco superstite che sta colando a picco col suo sommergibile, ora l’ultimo discendente di una stirpe maledetta che rimira con gioia golosa la bara in cui desidera calarsi, ora il becchino che sale su una pila di bare che si sfasciano sotto il suo peso, ora il necrofilo che ama stringere a sé cadaveri nudi e fetidi, (cosí scrive lui stesso) ora il demone che si cela nel lupo zoppicante che assale improvvidi visitatori nella casa del bosco. Storie manifestamente speculari all’insofferenza di Lovecraft per il quotidiano, il “normale”, per l’insopportabile opacitá che riveste le cose e gli uomini ordinari; infatti scrive nella prima pagina del racconto LA TOMBA:…. È una vera sciagura che la gran massa dell’umanitá possegga una visione mentale troppo ristretta per valutare con obiettivitá e intelligenza quei rari e particolari fenomeni -visti e percepiti esclusivamente da una minoranza di individui psicologicamente sensibili-che trascendono l’esperienza ordinaria. Gli uomini di piú vasto intelletto ben sanno che non esiste una netta distinzione tra il reale e l’irreale, e che tutte le cose devono la loro apparenza soltanto ai fallaci mezzi mentali e psichici di cui l’individuo è dotato, attraverso i quali prende coscenza del mondo. Il prosaico materialismo della maggioranza condanna invece quei lampi di una visione superiore che penetrano il velo comune dell’ovvio empirismo, classificandoli come manifestazioni di follia.

Mi chiamo Jervas Dudley e, fin dalla primissima infanzia, sono stato un sognatore e un visonario. Lovecraft dirá in seguito: «Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.» Ovvero traspare una lucida non accettazione della banalitá del quotidiano e il desiderio timore-orrore di aprirsi a quell’abisso cosmico in cui si annidano impensabili insidie per gli umani. Di rilievo la nota in calce a LA TOMBA (pubblicata da Tascabili economici Newton) che aggiunge: Il protagonista, Jervas Dudley, è il primo degli avatar letterari nei quali Lovecraft fotocopierá ossessivamente la propria stessa figura di estraneo al mondo triviale, antiestetico, stolidamente noioso dell’esistenza comune.

All’inizio dello stesso racconto un verso di Virgilio: Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora. Caratteristica riscontrabile in personaggi e situazioni delle sue molte opere: la creazione di “assurditá” verosimili; ovvero la trasposizione sulle pagine di incubi e ossessioni genuine, proprio questa è la chiave per interpretare e amare le opere di Lovecraft. La non finzione, la sinceritá dell’incubo verace messa su carta. Qualsiasi altro narratore, rivelando temi e argomenti simili, alla base della sua narrazione, correrebbe il rischio di apparire esagerato, enfatico e per questo non credibile.
Molti biografi hanno attribuito a Lovecraft tratti del disturbo schizoide di personalità o della sindrome di Asperger. 

I miei insopprimibili indizi di scrittura