Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.
E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?
Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.
Non quella che credi tu, ma quella celebrata e coltivata da illustri poeti. Quel sentimento “nobile”, che sgorga come acqua triste e desiderata, da una polla, mica quella che ti prende all’improvviso a guardare fuori durante un giorno di pioggia o di sole, che tanto è la stessa cosa, anche se di questo “umore” risulta essere stretta parente, la malinconia degli artisti, di quelli che, ad esempio, soffrono perché vedono la loro città scomparire; in questo caso si tratta della Parigi di Baudelaire, che scrive: Parigi cambia! Ma nulla è mutato nella mia malinconia: palazzi nuovi, impalcature, massi, vecchi quartieri, tutto in me diviene allegoria, e i miei ricordi piùcari sono grevi come rocce.
Così scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sara poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato! ì Cos scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sará poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato!
Comunque, a parte il prezzo, le tre letture di Charles Baudelaire condotte da Jean Starobinski sono una chicca, un po’ ostica a volte, ma chicca rimangono. C’è da dire che quando i Francesi fanno qualcosa che riguarda i loro “idoli” indigeni fanno le cose in grande, mettendoci una cornice spessa e ricca. Scrive il critico: ho presentato agli ascoltatori del Collège de France, durante l’inverno 1987 98, otto lezioni sulla storia e poetica della malinconia, eccetera. Pare che durante le lezioni nessuno fiatasse tanto interesse c’era. Andando nel vivo, si legge:
O lettore quieto, bucolico, o sobrio e ingenuo uomo perbene, getta questo libro saturnino, tutto orge e malinconie.
Simile all’eroina di Diderot, la Malinconia, allegorizzata da Baudelaire è giovane: le sue “noie” sono precoci; conosce “notti” languide. Scrive libero pensiero: a proposito della malinconia: Da Aristotele a Orazio, da Leopardi a Baudelaire fino ad arrivare a Freud, la malinconia ha dominato la scena letteraria ed artistica per interi secoli, ammantandosi di diverse connotazioni: melanconia, acoedia, taedium vitae, tristitia, spleen, noia, depressione.“Chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni e inclina alla malinconia.” Così scriveva Leopardi nello Zibaldone, addossando alla melanconia l’accezione di escavatrice della psiche umana, sondando abissi vergini di conoscenza, e conducendo l’uomo sul viale della verità, arduo da percorrere.
“La malinconia, sempre inseparabile dal sentimento del bello”, secondo l’autore de “Les fleurs du mal”, invece, non si agghinda della lieve delicatezza, che oggi siamo soliti attribuire a questo termine. Al contrario, essa si carica del molesto fardello della realtà, della dimensione terrena, assumendo le sembianze dello “spleen” a cui il poeta vuole accanitamente sfuggire per innalzarsi al divino, allo sconosciuto, all’inesplorato. Eppure, egli non riesce nel suo intento, spossato da una martellante disperazione. Uno specchio di voluttà solitaria, e uno specchio di dolore altrettanto solitario. Gli specchi sono gli officianti di un piacere perverso:
–E poi giungevano le sere malsane, le notti febbricitanti, Che fanno innamorare le giovani dei loro corpi, E agli specchi, -sterile voluttà – Contemplare i frutti maturi del loro nubilato”. “Un volto di donna èuna provocazione tanto piùattraente quanto più il volto è generalmente malinconico”. Baudelaire conosce sicuramente, tutto il pericolo della malinconia e scrive: “Germinavagli nell’occhio la lacrima di qualche ricordo; e andava a vedersi piangere allo specchio”. E in quel che lo seduce sa leggere l’amarezza rifluente, come se venisse da privazione o disperazione, o ancora “bisogni spirituali, ambizioni tenebrosamente represse”. Baudelaire ha “coltivato” il suo isterismo” con gioia e terrore “, ma spera di “guarire di tutto, della miseria, della malattia e della malinconia”. Alla fine della sua avventura lo troveremo affetto dalla melanconia dell’azzurro e posseduto dalla “tristezza in cui ci getta la coscienza d’un male incurabile e organico“. Leggi cosa scrive a proposito di un cigno fuggiasco:
un cigno evaso dalla sua gabbia: con i piedi palmati fregava il selciato arido, trascinando il bianco piumaggio sul terreno accidentato, Presso un ruscello secco l’animale, aprendo il becco,
immergeva febbrilmente le ali nella polvere, e diceva il cuor tutto memore del suo bel lago natio: Quando scenderai, acqua, quando esploderai, fulmine?” Vedo quel misero, strano e fatale mito,
verso il cielo, talvolta, verso il cielo ironico e crudelmente azzurro-come l’uomo di Ovidio sul suo collo convulso innalzando l’avida testa- in atto di lanciare rimproveri a Dio!
Scrive Starobinski: Il cigno in gabbia e un emblema superbo della malinconia. ...Evaso dalla gabbia per trascinarsi sull’arido selciato sotto i cieli freddi il cigno è votato alla più grave malinconia. …Aggiungiamo che per il cigno evaso la libertà apparentemente riconquistata è una più grave separazione. Il passaggio da una prigionia accidentale a un esilio essenziale- a una mancanza e a una shiavitù assolute. Non ho resistito a riportare alcuni dei suoi più famosi versi che sicuramente conosci:
Spleen Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni, E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte Riversa un giorno nero più triste delle notti;
Quando la terra cambia in un’umida cella, Entro cui la Speranza va, come un pipistrello, Sbattendo la sua timida ala contro i muri E picchiando la testa sul fradicio soffitto;
Quando la pioggia stende le sue immense strisce Imitando le sbarre di una vasta prigione, E, muto e ripugnante, un popolo di ragni Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;
Delle campane a un tratto esplodono con furia Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso, Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria Che si mettano a gemere in maniera ostinata.
– E lunghi funerali, senza tamburi o musica, Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza, Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce, Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera…
Siamo in tema: malinconia che diventa speranza vinta, angoscia dispotica e atroce necessaria per i suoi versi fecondi. Il grande Baudelaire metteva nero su bianco la malinconia, la utilizzava insomma e senza assumere antidepressivi.
Che GRETTA non sia l’opera letterariamente piú alta di Erskine Caldwell posso essere anche d’accordo, meno d’accordo invece su alcuni pareri espressi frettolosamente anche nella presentazione del libro, inserito nella collana OSCAR MONDADORI, e da giudizi non accurati e sommari espressi in qualche recensione. Per me GRETTA rimane una storia complessa, e di non immediata lettura, non tanto nella trama quanto nei personaggi. La storia infatti fila via liscia e facile, con venature thrilling, verso il tragico epilogo con una serie di tragedie consequenziali a grappolo. A meno che non si voglia usare l’accetta e dire: nero, bianco, perverso, esecrabile e puttana. Non è cosí, o, non solo cosí.
Una storia capace di trarre in inganno per la facilitá con cui si possono “immediatamente” misurare e giudicare personaggi moralitá corrente, ambiente. Ambientata durante la Grande depressione, in uno scoraggiante “non luogo” americano, mentre la neve cade e si è soli, tremendamente soli a scrutare il fondo della bottiglia e a ordinare un altro liquore al bar Roundabout e il richiamo ossessivo del sesso, infido surrogato di amore e affetto, eletto a panacea e a rimedio antisolitudine. Gretta ce la mette tutta seguendo la sua naturale attitudine e desiderio di essere ammirata e per non sentirsi mai sola ad accettare complimenti, regali in denaro e compagnia intima per darsi poi, desiderosa nel farlo a uomini senza volto, dopo robuste dosi di whisky al succo di limone.
Una viziosa? Anche. Ma Gretta è sola, davvero sola e ha paura della solitudine. E lo dice, anzi, lo grida. Gretta rappresenta la bellezza, il proibito, il richiamo, inevitabile preda di concupiscenza, non conosce limite, lei i limiti li infrange, non rinuncia al piacere di darsi, lo fa per passione, per sentirsi amata e protetta, e anche per danaro, poco danaro, non sa rinunciare all’ammirazione di altri uomini, anche se ama, riamata dal suo medico marito che si toglierá la vita per lei. Facile condannare Gretta, come esecrare il medico amico del marito, esponente delll’inflessibilitá puritana americana (il sesso, per giunta mercificato, ovvero l’orrore per la morale corrente, in America fa sempre salotto e tiene sempre banco.) Dico, vacci piano a giudicare. Te sposi una attraente donnaccia dichiarata e cosa vuoi che ti succeda? Che ti mettano la corona d’alloro in capo?
Bravo cornuto, pregresso, presente e futuro. Te la sei voluta. Ma non ti eri accorto prima di com’era tua moglie? Chiede il suo amico. Ma io l’amavoe l’amo. Dice lui all’amico medico, e vuoi biasimare uno cosí? L’amore perdona, redime e spiega, ma non guarisce come in questo caso. E il marito si ammazza, condannato anche dal parere del suo unico amico medico. Anche un ex amante di Gretta si era ammazzato, chiuso nel bagno di casa della coppia. Un vero macello. Il barista fa il ruffiano, ossia fa i suoi affari perché tette, fianchi e gambe di Gretta sono uno schianto, e attirano i clienti. In quanti locali al mondo e da quanto tempo capita cosí? Da tempo immemore. E lei ci sta, basta che tu le offra da bere e le fai complimenti e ci sta. Allora lei, nel suo squallido appartamentino, reciterá per te lo spettacolo della grazia femminile che si disvela, denudandosi, offrendosi alla vista e al desiderio, sfilandosi lentamente le calze, tentatrice, seduta a terra per poi gettarsi fra le tue braccia.
La condanni su due piedi? No, la curi, se mai, se c’è qualcosa da curare in lei, ma soprattutto, se lei vuol essere curata. Perché prima occorre rispondere alla domanda: come mai, sapendosi amata, ed amando il marito Gretta va con un altro uomo accetttando denaro?
Mentre fuori la neve cade e nello squallido appartamentino di Gretta si ripete il mistero dell’amore, anche se mercenario. Una donnaccia che ama? Sí. Vorrebbe essere “coperta” di sguardi e attenzioni, di amanti provvisori dei quali nemmeno desidera sapere il nome. E lo fa anche se sposata e amata, riamando. Quindi vedi che non tutto è semplice. E poi ci sono le figure delle infermiere dell’ospedale, davvero interessanti quelle, apparentemente secondarie e invece molto significative sul ruolo della donna americana di ieri e di oggi: decisa, imparziale, onesta, energica, granitica, non compassionevole, e spietata nel giudizio, creatura tutta d’un pezzo insomma, donne che amministrano, giudicano, e non perdonano.
Questo è il volto della donna americana di oggi? E l’uomo come sta? L’uomo è quello smarrito dei bar, della folla anonima che ronza per le vie della cittá, che contempla il suo bicchiere di whisky, indagando, se ne ha voglia, se ci sono bellezze nei pressi. Tutto semplice? Niente affatto. Dico io. Il medico fuori di testa, ex amante di una notte di Gretta fa il matto a casa della coppia che lo ha invitato. Oltraggia Gretta e la torma dei segugi venuti lí a vuotare bicchieri di alcol durante un party, torma che, trovando sconveniente la cosa lo getta fuori e poi commenta. Ovvero la legge del branco. Pesci piranha dentro un acquario? No, Americani che passano il tempo a frequentarsi: vicini di casa, amici e colleghi del marito che passano di villino in villino a “socializzare” e che spolperanno vivo con pettegolezzi e sorrisi di compassione il povero becco di marito. Potrebbe succedere anche oggi, credo. Non puoi condannarli o biasimarli, metteresti alla gogna gli Interi Stati Uniti d’America. Ieri e oggi, loro socializzano col bicchiere in mano.
Hai visto quante copertine hanno dedicato a Gretta? Ne ho scelte un po’, ma la mia preferita rimane la prima, quella di Ferenc Pintér, fondo giallo e gamba levata. A corredo di quanto sopra mi piace riportare quello che lo stesso Erskine Caldwell disse: Chi in America potrebbe gestire la realtá dell’uomo non ècapace di farlo. Per inettitudine morale, per grettezza, per mancanza di intelligenza, per incapacitá scientifica… E oggi cosa accade in America caro Erskine? Ce lo vuoi dire dalla tua tomba?
Non mi soffermo sulla trama del racconto di Joseph Sheridan Le Fanu Carmilla e sul suo orrendo finale, trattasi di una storia di vampiri e di giovani vittime, ambientata in un remoto angolo della Stiria. Ho letto il racconto a quindici anni, al Romito, la casa del conte Aldo di Ricaldone, che mi onorava della sua amicizia, insieme alla moglie Matilde Izzia, mia grandissima amica. Non dico che rabbrividisco tuttora dopo svariati decenni dalla prima lettura, anche perché ce ne sono state altre di letture dello stesso racconto, e tutte scoprivano aspetti inediti, sottotraccia. Nell’immensa biblioteca del conte di Ricaldone ho letteralmente “divorato” Carmilla, per la prima volta e poi l’ho sognata, vicino a me, di notte, condividere lo stesso guanciale preparatomi con affettuosa premura dalla contessa Matilde.
Altri tempi, altri sogni, altre…voluttá di adolescente, direi, se non mi tornassero alla mente le fragorose sghignazzate del conte, dedito a canzonarmi perché mi ero infatuato di un vampiro. Carmilla, alias Millarca, ovvero Mircalla che aveva colpito ancora. Se c’è un racconto gotico per eccellenza questo è Carmilla, con tutto il suo fascino subdolo, il tenebroso magnetismo, criminale, oscuro, che porta in luce implicazioni saffiche flagranti e che affonda le radici nell’inconscio e nel “doppio” dell’individuo, evidenziando pulsioni e attrazioni contaminate e contaminanti. Cosa sottende questa storia? Oltre alla banale vicenda in cui una giovane splendida femmina vampiro, assetata di vita altrui, si alza da una bara ogni notte per fare i suoi comodi. E di una ignara fanciulla, desiderosa di compagnia che la ospita nel suo maniero in Stiria?
C’è attrazione omosessuale, brame nefande, ci sono stati d’animo ambigui e complessi, vibranti, voluttá e malinconie ineffabili ed estenuanti dolcezze, stati d’animo inconfessabili e dichiarazioni d’amore saffico vere e proprie, che fanno il paio con l’esecrabile attrazione per la diabolica Carmilla. Ma non è tutto cosí evidente. Cerco di essere piú chiaro, riportando alcuni brani del racconto della stessa vittima ignara che ospita Carmilla a casa sua e che non riesce (non vuole o non puó?) svincolarsi da quella morbosa attrazione: Il giorno appresso ci incontrammo di nuovo. Ero estasiata della sua compagnia per molti aspetti. Alla luce del giorno era altrettanto incantevole…era senza dubbio la piú bella creatura che avessi mai visto e il ricordo del volto apparsomi in un sogno lontano aveva perso i connotati sgradevoli del primo, inatteso riconoscimento. Lei stessa mi confidó di avere avuto un sussulto nel vedermi e la stessa indefinibile ripulsa che s’era mescolata alla mia ammirazione. Ormai potevamo ridere di quei momenti d’orrore. …Sovente mi gettava le braccia al collo, mi attirava a sé e, poggiando la guancia alla mia mi bisbigliava con le labbra all’orecchio:… se il tuo cuore è ferito anche il mio cuore selvaggio sanguina con il tuo. Nell’estasi della mia infinita umiliazione, vivo del calore della tua vita e anche tu morirai…d’una morte estenuante e dolcissima…della mia vita…a tua volta ti appresserai ad altri ed apprenderai l’estasi di quella crudeltá che è anche amore. …
Poi, dopo una tale rapsodia, mi serrava piú stretta nel suo trepido abbraccio e le sue labbra imprimevano sulle mie guance il calore di soffici baci…Provavo un’eccitazione strana e tumultuosa che raggiungeva di tanto in tanto la soglia del piacere, restando sempre intrisa ad un senso indefinibile di angoscia e di disgusto….ero conscia di un amore che si andava trasformando, ad un tempo, in adorazione e in abominio. …Dopo un’ora di apparente apatia…la mia strana e bellissima compagna mi attirava a sé con lo sguardo carico d’aviditá e le sue calde labbra mi coprivano le guance di baci mentre sussurrava in un singulto: -Sei mia, devi essere mia, tu ed io saremo una cosa sola, per sempre.- …Allora le chiedevo: Siamo forse parenti?…Alle volte era come se non esistessi per lei, sebbene poi scoprissi che i suoi occhi mi seguivano pieni di malinconico ardore...Il fascino del lungo racconto non risiede nella storia di un vampiro e delle sue giovani vittime, anche se scritto in modo eccelso e con colpi di scena magistrali. In altro risiede la sua suggestione. Perché la castellana non interrompe le dichiarazioni sempre piú pressanti del bel vampiro? Perché non recide quel torbido legame con Carmilla? Forse perché teme di offendere l’ospite? Puó anche darsi, ma il vero motivo è un altro. Perché una parte del vampiro vive in lei e viceversa. Ossia in Carmilla vive il doppio di Laura, della sua parte piú inconfessabile e torbida.
A ulteriore chiarimento ci aiuta Attilio Brilli che scrive ne Gli anagrammi nel sangue: Carmilla non è solo la reincarnazione anagrammatica di Millarca e di Mircalla nella serie demoniaca; ella è anche l’altro da sé della protagonista, l’estroflessione della parte segreta ed inconscia, il fantasma che, nato dal suo sangue, non puo che alimentarsi di esso…Che Laura e Carmilla siano il frutto della decomposizione psicologica di uno stesso personaggio, in sé complesso e contradditorionon v’è dubbio…Carmilla rappresenta l’eros malinconico che distrugge incorporandolo, l’oggetto perduto, identificato narcisisticamente con la persona della protagonista…attraverso un processo che regredisce alla fase orale o cannibalica (il vampirismo appunto) della libido… A quindici anni, a casa del conte di Ricaldone io non potevo sapere queste cose, del resto non erano indispensabili per rimanere soggiogato da quella fascinazione diabolica e duplice. Innamorarsi di Carmilla significava anche innamorarsi del suo doppio “normale” ovvero della castellana che la ospitava.
Aveva lasciato credere a sua moglie di averle concesso il divorzio. Ma lo scioglimento del legame non fu mai formalizzato legalmente, sebbene lo scrittore le avesse assicurato che le pratiche erano state presentate, non firmò mai il decreto finale. Una “stranezza” di Lovecraft, fra le tante, come quella di aver sposato Sonja Simonovna Šafirkin un’ebrea brillante e imprenditrice di successo, di origine ucraina, nonostante i sentimenti dichiaratamente antisemiti dello scrittore. Tralascio le vicissitudini casalinghe di Lovecraft per tornare al nocciolo della sua arte. A questo proposito non ha osato tanto nemmeno Edgar Allan Poe, capostipite e maestro indiscusso dell’horror, suggerendo e inducendo angoscia e incubo, ma rispettando certi limiti. Lovecraft, al contrario, osa l’inosabile non rispettando alcun limite (anche se azzardato il riferimento mi viene in mente il marchese De Sade che di limiti proprio non sa che farsene.) Soggetti, odori, situazioni, ambienti e pensieri non lasciano dubbi, non potrebbero essere piú espliciti, e spesso rivoltanti, egli abbatte le pareti che isolano in zona off limits dannazione, necrofilia, perdizione e insania mentale. Li rende soggetto dei suoi lavori. Cala sul tavolo della narrazione carte estreme, delineando spesso situazioni e propensioni che rimandano al patologico. Alcuni suoi racconti potrebbero rientrare a buon titolo in una raccolta di casi clinici. Lovecraft inoltre è i suoi personaggi, Lovecraft esorcizza il suo demone facendolo rivivere nelle sue pagine, ora è un nobile ufficiale tedesco superstite che sta colando a picco col suo sommergibile, ora l’ultimo discendente di una stirpe maledetta che rimira con gioia golosa la bara in cui desidera calarsi, ora il becchino che sale su una pila di bare che si sfasciano sotto il suo peso, ora il necrofilo che ama stringere a sé cadaveri nudi e fetidi, (cosíscrive lui stesso)ora il demone che si cela nel lupo zoppicante che assale improvvidi visitatori nella casa del bosco. Storie manifestamente speculari all’insofferenza di Lovecraft per il quotidiano, il “normale”, per l’insopportabile opacitá che riveste le cose e gli uomini ordinari; infatti scrive nella prima pagina del racconto LA TOMBA:…. È una vera sciagura che la gran massa dell’umanitá possegga una visione mentale troppo ristretta per valutare con obiettivitá e intelligenza quei rari e particolari fenomeni -visti e percepiti esclusivamente da una minoranza di individui psicologicamente sensibili-che trascendono l’esperienza ordinaria. Gli uomini di piú vasto intelletto ben sanno che non esiste una netta distinzione tra il reale e l’irreale, e che tutte le cose devono la loro apparenza soltanto ai fallaci mezzi mentali e psichici di cui l’individuo è dotato, attraverso i quali prende coscenza del mondo. Il prosaico materialismo della maggioranza condanna invece quei lampi di una visione superiore che penetrano il velo comune dell’ovvio empirismo, classificandoli come manifestazioni di follia.
Mi chiamo Jervas Dudley e, fin dalla primissima infanzia, sono stato un sognatore e un visonario. Lovecraft dirá in seguito: «Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.» Ovvero traspare una lucida non accettazione della banalitá del quotidiano e il desiderio timore-orrore di aprirsi a quell’abisso cosmico in cui si annidano impensabili insidie per gli umani. Di rilievo la nota in calce a LA TOMBA (pubblicata da Tascabili economici Newton) che aggiunge: Il protagonista, Jervas Dudley, è il primo degli avatar letterari nei quali Lovecraft fotocopierá ossessivamente la propria stessa figura di estraneo al mondo triviale, antiestetico, stolidamente noioso dell’esistenza comune.
All’inizio dello stesso racconto un verso di Virgilio: Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora. Caratteristica riscontrabile in personaggi e situazioni delle sue molte opere: la creazione di “assurditá” verosimili; ovvero la trasposizione sulle pagine di incubi e ossessioni genuine, proprio questa è la chiave per interpretare e amare le opere di Lovecraft. La non finzione, la sinceritá dell’incubo verace messa su carta. Qualsiasi altro narratore, rivelando temi e argomenti simili, alla base della sua narrazione, correrebbe il rischio di apparire esagerato, enfatico e per questo non credibile. Molti biografi hanno attribuito a Lovecraft tratti del disturbo schizoide di personalità o della sindrome di Asperger.
La prosa di Miller, successiva a quella di De Queiroz di una sessantina d’anni, descrive una delle infinite propaggini (siamo in una sala da ballo) di un mondo nuovo e giá in palese degradazione-dissoluzione, un mondo giá alienato e a gambe all’aria (successivo alla grande Depressione) in cui il sesso funge da strumento di misura e scandaglio, il naufragio dei vecchi valori ed equilibri incarnati dai personaggi del romanzo portoghese, balza agli occhi, evidente. Confrontare i due brani scritti da due maestri della letteratura fa venire la gastrite.
Scherzi a parte, cosa è successo in poco piú di mezzo secolo? E tu dove vorresti vivere? nel Portogallo di fine secolo o nella rutilante America, padrona del mondo? Tutto e il suo contrario. Il nuovo mondo, a detta di chi ci è nato e vissuto, si è rivelato in questo modo: Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto…confrontato con la limpidezza e la soavitá di una sala da pranzo portoghese di fine Ottocento: la sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. Miller parla del sogno americano in questi termini: Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra… C’è musica in entrambe i brani ma quella del Fado che riprende sempre piú dolce e glorificatore in TROPICO DEL CAPRICORNO è diventata veleno: Nella musica c’è sparso veleno da topi, e ancor peggio: …la musica ècome una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio… Ora, di questi esempi, e di un’infinitá di brani si potrebbero citare e commentare. Il vecchio mondo “decrepito” che sta per lasciare il passo al nuovo è armonia di forme, ricco di stemmi, blasoni, finte o autentiche virtú, tradizione, colori, stili di vita e ambienti radicati nel passato e solo nel passato, è insomma la Tradizione, nell’accezione piú ampia, e nel bene e nel male; in questo caso si tratta di ambienti accoglienti e inconfondibili, attraenti, grati in cui il suono dolce e struggente del Fado aleggia, sono radici antiche di una illustre casata portoghese, coi suoi riti, il suo ritmo, l’orgoglio e il riflesso di una hispanidad in salsa portoghese, appena accennata, la sua (anche) civettuola e aristocratica essenza, gli inconfondibili aromi e sapori di casa Ramires. Dall’altra parte dell’oceano dopo sessant’anni tutto questo diventa: La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate… cosí Miller scriveva nel 1940-50. E oggi cosa succede nella terra dei Cherochee e degli Sioux? Questo succede: Dati alla mano, sono oltre 25 milioni le persone che negli Stati Uniti hanno utilizzato oppioidi prescritti senza motivazioni mediche almeno una volta. Secondo i dati del Centers of Disease Control and Prevention, inoltre, nel 2017 sono stati prescritti oppioidi per 57 americani ogni 100. E dal 1999 al 2017, almeno 218mila persone sono morte di overdose da medicinali come l’oxycontin. Ovvero il malessere e il disagio si sono infiltrati, hanno messo radici, hanno dilagato e fruttificato, “infettando” come una metastasi gangrenosa l’intera societá americana. Il periodo descritto da Miller era solo un preludio alla vera attuale catastrofe.
Se qualcuno si offende me lo dica. In luogo dell’equilibrio, della Tradizione, della vecchia e vituperata Europa, asfittica, bolsa e codina, ormai superata dalla corsa della Storia ecco emergere il nuovo popolo del nuovo mondo. La prosa dello scrittore americano è acido solforico, un corrosivo versato sul modo di vita e i personaggi che lo animavano, fra il 1930-1950. Descritto dalla prosa sulfurea di Miller: …Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…Sono stato troppo crudo? Non sono io a dirlo, ma uno dei loro piú eminenti e coraggiosi scrittori, che, scrivendo, si autodenunciava, coinvolgendo nella critica la societá in cui viveva, il grande Henry Miller. Di questi raffronti ed esempi un mare. Come ben sai. Oggi non avrebbero senso né la prosa di Miller, perché la porta e giá stata sfondata e nemmeno la prosa limpida, pacata equilibrata, proustianamente portoghese, di De Queiroz, perché quel Portogallo non esiste piú, come non esiste piú l’Europa.
Ma l’hai visto quanto costava? Ne valeva la pena! L’uomo di Dio non ha bisogno di altra legge se non quella del suo Signore. L’uomo divinizzato risulta estraneo alla legge che informa la vita esteriore degli uomini, egli è escatologicamente diverso dall’uomo non divinizzato col suo corredo di credo laico. E così che la frase: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio incespica e alla fine mostra tutta la sua inconsistenza. L’uomo che ha conosciuto Dio è una creatura che ha abbandonato il suo ego per raggiungere la perfezione della creatura in seno al creatore. Lui è in Dio, Dio è in lui, amato e voluto a seguito di quel processo di svuotamento necessario dell’essere che ha come fine ospitare l’armonia e la luce assoluta divina. Chi conosce la perfezione abbandona il frammentario, il parziale, l’io, lo dicono i santi, lo dice il libretto in questione rimandando a Eckhart. Chi fa questo va però contro la legge degli uomini. E non può pertanto dare nulla a Cesare, perché ha già dato tutto sé stesso al suo Dio. Che è divinità totalizzante, che richiede l’annullamento di qualsiasi soggettività, volontà compresa. Occorre infatti abbandonare ogni contingenza terrena, legge degli uomini inclusa. Riportiamo dal Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese un brano di pagina 53: Le parole di San Paolo: Quelli che sono guidati, spinti e condotti dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio e non stanno sotto la Legge Rm 8,14. …Non c’è neppure bisogno di comandare loro o di prescrivere di fare il bene e non fare il male, ecc. Perché quello stesso che insegna loro ciò che è bene e ciò che è male, cosa è il meglio e cosa no, esso stesso anche ordina loro e prescrive di stare al meglio e trascurare il resto, e ad esso ubbidiscono. Guarda, in questo senso non hanno bisogno di cercare alcuna legge, né per insegnamento né per comandamento. e riflessioni su queste parole ci portano lontano nello spazio e nel tempo. E, rileggendole osserviamo che, se prese alla lettera, le parole di San Paolo recano in sé potenzialità destabilizzanti fatte di eversione politica, sociale e umana. Il cristiano ortodosso non può dare a Cesare perché ha già dato tutto (compreso sé stesso) a Dio. Egli non sta sotto alcuna legge. Perché la legge di Dio è l’unica che riconosce.
Non può pertanto concepire una legge umana sovrastante a quella divina, o concorrenziale o paritaria. Pensiamo quindi all’impero di Roma, che si accontentava di imporre ai cristiani il rispetto della legge in cambio della tolleranza verso il nuovo rito. Ma i cristiani mal celavano le loro autentiche aspirazioni. Professare quella religione significava contrastare Cesare e la legge degli uomini. Al Dio dello spirito corrispondeva il Dio della Legge, dell’unica legge a cui il vero cristiano può obbedire: quella divina. E pensiamo anche al confronto sotterraneo, mai sopito, emergente in tutta la sua drammaticità, fra papato e impero. Un conflitto insanabile, motore di tutta la politica del medioevo europeo. Pensiamo alla mai sopita lotta fra potere papale e imperiale. Fra Papa Innocenzo III,
Gregorio IX, Urbano IV e Federico II di Svevia e ancora fra suo figlio Manfredi contro Carlo d’Angiò, la canaglia incoronata, secondo alcuni storici tedeschi, chiamato a contenere il progetto di un grande stato di concezione laica in Europa. Chi aveva perso e che cosa con la morte di Manfredi a Benevento? Un principio politico, religioso, una supremazia di un’entità sull’altra, la concezione del sacro e la sua influenza (intromissione) nella legge degli uomini che tentava, senza successo, di affrancarsi. Leggiamo ancora a pagina 53 cosa scrive l’Anonimo francofortese … Anche in un altro senso non hanno bisogno di alcuna legge: in quanto non devono tramite essa ottenere o guadagnare niente per sé, e neppure essa può esser loro utile in qualche modo. Vedi, in questo senso è vero che si può giungere al di sopra di tutte le leggi e virtù, e perfino al di sopra dell’opera, del sapere e del potere di ogni creatura. Adamo che mangia la mela contravviene a Dio e contravvenendo a Dio automaticamente afferma se stesso come volontà di indagare e di conoscere il mistero che dietro il mangiare della mela si cela. Il divieto divino infranto, ovvero la scaturigine della conoscenza esclusivamente terrena, il tentativo di sottrarsi a quel richiamo totalizzante che, se seguito, rende l’uomo illuminato, divinizzato, ma privato delle sue peculiarità ontologiche. Per l’eterna felicità occorre abbandonare ogni pretesa dell’io. Il dettato è inequivocabile e non ammette deroga alcuna. Pensiamo quindi ai re che incoronavano se vocando la protezione divina, e, in diretto collegamento con essa, godendo di un rapporto diretto, senza intermediari, volutamente privi dell’apporto ecclesiale. Pensiamo poi ai re che ancora si facevano incoronare dai ministri di Dio, suoi rappresentanti in terra. Emissari di un potere parallelo in perenne contrasto con quello del re, dell’imperatore. Sulla base di questo conflitto verranno dettate le nuove regole del potere in Europa. Enrico VIII riuscirà a svincolarsi da queste logiche. Napoleone Bonaparte, Garibaldi e Vittorio Emanuele II fecero di più, ma questa è un’altra storia. Oltre a questo tipo di lettura ce ne sono altre, assai più profonde. Il Libretto ce lo portiamo ogni giorno in metrò perché scrive cose di assoluta attualità, facendoci penetrare in quella necessità del volere Dio, come unico atto utile alla realizzazione dell’uomo illuminato, affrancato finalmente dalla contingenza terrena e dall’insopportabile disservizio della rete metropolitana milanese. 100 pagine per mezzo euro!! Dio non ti lascia troppe alternative Il Dio dei Cristiani non lascia alternative. O con lui, con la ricompensa del Paradiso e della vita eterna, o senza di lui, scaraventati nel buio dell’inferno. Detto così sembra un ricatto, ma ricatto non è; le cose infatti sono molto più semplici e nel contempo assai complesso. GOT LEIDEN: patire Dio, come spesso si legge nel Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese è la chiave per tentare di comprendere. Ma cosa occorre comprendere? Il Libretto ripete col Vangelo una cosa sola, scolpita nelle pagine di pietra della Fede: rinuncia a te stesso, perdi l’anima tua, è così che troverai te stesso, facendo posto a Dio, il quale dilagherà nella tua anima, come bene perfetto, assoluto, totalizzante, e tu così salverai la tua anima. Ma salvarla da cosa? Da te stesso, dalla finitezza dell’essere, da ogni volontà invidiale, da ogni presunzione di potenza, salvarla dalla tentazione dell’anima nel volersi ritenere autosufficiente. Rinuncia e distacco da sé stessi riempiono di desiderio e amore supremo e di nobiltà che rifiuta ogni finitezza per raccogliere l’Uno, il Dio che ama, in cui le creature illuminate esistono. Patire Dio non avrà il significato di sofferenza ma di accoglienza di Dio in tutte le cose, poiché Dio è in tutte le cose. A pagina 10 nella cospicua prefazione di Marco Vannini leggo: C’è qualcosa di fondamentale da comprendere, ed è la radicale malvagità del nostro essere, proprio in quanto volontà determinata. Una malizia che non si esprime necessariamente in atti cattivi…ma che consiste nell’affermatività del soggetto, nella sua volontà di appropriazione, di essere, di avere, di sapere. (Chi è che lo dice a Friedrich Wilhelm Nietzsche?) In essa tutte le cose vengono distorte, sottomesse a un perché, utilizzate, distinte in buone o cattive a seconda della rispondenza o no al nostro fine, che è necessariamente determinato. Il male è innanzitutto nel fatto stesso che la volontà non trova mai pace, ma solo inquietudine e dolore-…è la coscienza religiosa a scoprire la pochezza, la finitezza, la determinatezza e con ciò la meschinità, l’utilitarismo, la radicale negatività della volontà propria, in rapporto all’Assoluto, che, come il sole, su tutto risplende. A pagina 29 si legge: Finché l’anima ha di mira il corpo e le cose che gli appartengono, il tempo e le creature, viene così sfigurata e resa molteplice, ed allora ciò non è possibile. Infatti, se l’anima vuole giungere a quel punto (dare uno sguardo all’eternità e pregustare la vita eterna) deve essere pura e vuota di tutte le immagini, distaccata da tutte le creature, e soprattutto da sé stessa. E questo si pensa non sia mai avvenuto nel tempo. Ma San Dionigi lo ritiene possibile. Lo si ricava dalle parole che scrisse a Tolomeo: – Per la contemplazione del mistero divino devi abbandonare sensi e sensazioni, tutto ciò che la percezione sensibile può afferrare, ed anche la ragione e l’intelletto, e tutto quello che la ragione può concepire e conoscere…unisciti a ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscere. Se c’è qualcosa di rivoluzionario nelle pieghe di questo Libretto, soprattutto in un periodo come questo, che dura ormai da qualche secolo, in cui scienza e tecnologia hanno alimentato illusioni di onnipotenza, è il ritorno all’idea di Dio. Il Libretto è una fonte generosa e dissetante in questo senso e un invito attualissimo alla distanza di settecento anni. L’anonimo francofortese ci induce a bere ancora a quella fonte. Dipende se uno ha sete o no. E la sorpresa è grande: da quella fonte sgorga un’acqua fresca e ristoratrice che non vorremmo smettesse mai. Tascabili Newton: cento pagine mezzo euro!! Accadeva un tempo ormai remoto.
Le rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia. Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio al suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo, la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape.
Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio. Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime. La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell. LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. (o suo surrogato) Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica e una miseria di anime senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce.
Caldwell è implacabile nel ritrarre il degrado. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, utilitaristico, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto. Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza: Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle. Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito…Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano. Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici. Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia il Signore….Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, come l’auto, che invece tutti amano, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a sé stessa, la nonna, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. Una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti, L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Il futuro, la promessa e il dono. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne. Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio, in grado di sconfiggere Dio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.
E se il suo destino fosse quello di sostituire proprio Dio? Posseggo una edizione a cui ho incollato la copertina, che sbrindellata, cadeva a pezzi, un’edizione vintage, si direbbe oggi, pubblicata da Mondadori su licenza di Einaudi, nel 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire e, fra le perle della collana cui appartiene, ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.
L’AVVENTURA Isole Salomone, fine ‘800. Fra le mani ho alcuni ritagli di giornale. Risalgono a luglio 2000. Sono tratti da I VIAGGI DI REPUBBLICA. Dalle pagine mi sorride la faccia larga del mitico Jack London. Quel poderoso, fecondo fragile avventuriero, spento da una overdose a quarant’anni, dopo aver goduto e provato tutto, ucciso da un male oscuro. Sulle tracce di quel male mi sono incamminato, senza troppi mezzi a disposizione, a inseguire quella lontana avventura.
Ho letto e riletto gli articoli a firma di Barbara Frandino, Gabriele Romagnoli e Vittorio Zucconi e infine son partito alla ricerca di Jack, il figlio della foresta. Compagni suoi nello stesso genere di viaggio c’erano Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway e Kerouac, tutti e con diversi esiti di vita, alla ricerca del sogno americano infranto. Gli articoli di REPUBBLICA ti avvertono che la selvaggia e pericolosa bellezza dei luoghi incontrati da Jack non esiste più. Voli charter, fiori di plastica, sandali infradito e il più becero turismo charter hanno scalzato, guastandola per sempre, la primitiva e selvaggia avvenenza di quei luoghi. Ma non è di questo che voglio parlarti. Fra le opere del grande Jack ho scelto L’AVVENTURA, tradotto da ROSALIA GWIS ADAMI e pubblicato nel 1933 dalla EDITRICE BIETTI MILANO. Costava tre lire e mezzo! Le sue pagine non stanno più insieme e dovrei farlo rilegare. Ma mi costerebbe un sacco. Forse non è un’opera fra le più conosciute ma è significativa per la mia ricerca. Isole Salomone, fine ‘800: copra, noci di cocco, bastimenti che vanno e vengono sulla marina. E poi schiavi negri e teste mozze. E ancora la foresta che minaccia la piantagione e la vita dei bianchi. Una storia d’amore che si dipana col suo lieto fine.
Lei è uno splendido e selvatico monello che dirà finalmente TI AMO al proprietario della piantagione, il quale ha appena finito un duello stendendo a terra il corteggiatore molesto della sua bella. Ci sono tutti gli ingredienti per trarre in inganno, per confondere l’opera con un banale romanzo di avventura al tropico, seppur avvincente avventura. L’AVVENTURA si legge tutto d’un fiato e le immagini si incollano alla memoria. Ma è solo verso l’epilogo che emerge, in tutta la sua insidia, la presenza dell’incubo, e, almeno così credo io, si palesa il vero protagonista della vicenda. Ma andiamo per ordine. Lei: fa innamorare a prima vista quasi tutti; bellissima e fuori dell’ordinario; ha il carattere di un moccioso insopportabile e ribelle, ma è adorabile. Basterebbero gelosie mal trattenute e l’amore dell’uomo che cresce fino a scoppiare. Basterebbe il riso cristallino di una ribelle ritrosa che va in giro armata di colt a canna lunga e carabina, per poi tuffarsi a sfidare i pescicani in compagnia dei suoi amici tahitiani. Basterebbe questo a rendere emozionante il racconto. Ma occorre attendere. Lui: Ci casca come una pera cotta. Si innamora di quella monella adorabile. Il bianco, padrone della terra. Duro, ma solo per necessità. Innamorato di quella dea bizzosa, naufragata col suo equipaggio di tahitiani, sulla spiaggia della piantagione. Lo vogliamo chiamare destino? Protagonista saggio, un poco opaco, ma equilibrato anche quando deve fronteggiare torme di cannibali decisi a staccargli la testa. I negri: Materiale pseudo umano, utilizzato per lavorare nella piantagione. Poco raccomandabili, scarti umani con cui usare il pugno di ferro. Molti dei loro consimili sono dediti a una caccia un po’ particolare. Cercano gente cui staccare la testa per farla seccare. E poi la Foresta. Entro cui si annidano spiriti malefici, torbide pulsioni e gli indizi di cui sono venuto in cerca. La vera protagonista del romanzo è lei, la foresta. Opprimente, impenetrabile, paurosa e repellente, infida succursale dell’inferno in terra. Nelle sue viscere accadono fatti innominabili. La foresta non è quella di Faulkner, dello struggente racconto LA GRANDE FORESTA. Non è quel luogo primevo e incantato in cui primeggia il grande e mitico orso. Questa è la foresta maledetta del tropico. Una minacciosa landa malsana ai cui margini l’uomo bianco risica il suo guadagno, minacciato dalla dissenteria e morendo per le ferite di lance avvelenate.
La foresta di Jack London, almeno quella che si trova ne L’Avventura, è il luogo orrido in cui si viene inghiottiti, senza scampo. Un posto in cui la natura sembra congiurare contro la vita. E in questa sede che i miei indizi diventano prova, secondo le stesse parole di Jack London. La foresta si trasforma in simbolo, forza oscura, paurosa, assimilabile a certi tratti dell’essenza umana, della mente che si ammala e muore. Una natura che corrisponde ai suoi figli, cacciatori di teste e cannibali; questo ha saputo partorire la foresta. Ma non solo, la foresta, vista come presenza invasiva, assume una valenza metafisica. Essa coincide con alcune zone oscure e insondabili della nostra psiche. Diventa tormento, condanna. La jungla alla fine è parte assimilabile della natura umana. A pagina 278 leggo: Felci e muschi e una miriade di altri parassiti si aggrovigliavano con fungose vegetazioni dai gai colori che pareva cercassero lo spazio per vivere, e la stessa atmosfera pareva invasa da altri rampicanti aerei, leggeri. Orchidee tinte d’oro pallido o di vermiglio spalancavano i loro fiori malsani ai raggi del sole che penetrava qua e là dalla volta massiccia. Era la foresta misteriosa e perversa, l’ossario del silenzio, dove nulla si muoveva all’infuori di alcuni strani augelli, la cui stranezza rendeva più profondo il mistero: senza il minimo cinguettio dileguavano via, sulle ali silenziose, screziate di morbosi colori, simili alle orchidee, fiori volanti di malattia e di corruzione. La foresta coi suoi fiori volanti di malattia e di corruzione faceva forse parte della forza oscura che minacciò e infine uccise il mitico Jack? Se vuoi dire la tua….
Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?
Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,
l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religioso, politico e delle strutture economiche.
Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del conte polaccoJan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.
Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?