quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

c’erano le memorie di pietra?

L’epitaffio lo recita con fare sornione quel grandissimo e geniale personaggio, attore, sceneggiatore, produttore e regista americano, che va sotto il nome di Orson Welles. Solo l’America riesce “produrre” personaggi di questo calibro, al di fuori dell’ordinario, capaci comunque, come in questo caso, di interpretare e di vedere cose che noi europei sappiamo già, perché sono nel nostro DNA, ma cerchiamo di allontanare, cose inevitabilmente probabili e dolorose. L’epitaffio riguarda noi, la nostra storia, e chi ama la memoria europea fatta di testimonianze di pietra, mattone: sculture, mura di antiche città, ponti, edifici, statue, e più in generale, ogni manufatto che rechi impronta umana, destinato inevitabilmente a deperire e sparire per il logorio decretato dall’inquinamento, dall’oblio e dal tempo. La profezia dell’attore, tanto scontata quanto stupefacente, colpisce per l’immediatezza del recitativo, la scelta delle parole, l’atmosfera, dicendo molto sulla sensibilità di Orson Welles e la capacità di interpretazione dell’uomo medievale. Santi, prelati, imperatori, gente del popolo che guardano come stupefatti, diavoli tentatori, figure antropomorfe (gargoil) a monito e angeli soccorritori, protagonisti di atmosfere estinte e di tempi che non sono più da secoli. Personaggi assorti nella magica atmosfera che avvolge la cattedrale di Chartres questo il soggetto del video, nella foschia del tramonto. Le statue celebrano il trionfo di Dio, nella dignità dell’uomo, uno scultore che non ha firmato la sua opera, la gloria anonima di tutte le cose, questa ricca foresta di pietra, questo epico canto, questo grido interrogativo…e tutto questo un giorno sarà ridotto in polvere…questo e altro sentiamo dalla voce fascinosa di Orson Welles.

Leggi cosa dicono i commenti a questo breve ma coinvolgente video recitato dal grande attore regista:
HumanitarianEclectic 10 years ago Sublime! A poignant memento mori from Citzen Welles of the future extinct species known as humanity. Will the others ever understand what we and our spirit represented? Thanks for the clip… Suggest changing the title so that it attracts more viewers.
feraro23 12 years ago Great, definitely. One of the most “european” american ever.
Don Belindo
10 years ago On this monologue summarizes itself Welles´ artistic work, as one of the greatest artist in the 20th Century. One of the greatest moments on cinematography.

Sarah McFarlane 7 years agoThis monologue is equal parts poignant and frightening, all while capturing the unparalleled eloquent artistry of Mr. Welles. A great artist and thinker.

A proposito della cattedrale di Chartres nostra sorella Wikipedia riporta:

La cattedrale Notre-Dame di Chartres è il principale luogo di culto cattolico di Chartres, nel dipartimento dell’Eure-et-Loir, nel nordovest della Franciabasilica minore (dal 1908) e sede vescovile dell’omonima diocesi.[1] La figura più importante nella storia di questa diocesi fu il vescovo Fulbertoteologo scolastico  riconosciuto in tutta Europa, che cominciò nell’XI secolo la costruzione della cattedrale sull’area precedentemente occupata da un antico santuario pagano.

sei stato nella grande Foresta?

Qualcuno dei miei lettori sì. Si chiama Patrizia Casta e mi ha scritto una mail INCORAGGIANTE. Se i premi sono di questo genere, basati sul consenso o anche sulla critica costruttiva sono i benvenuti! Ecco cosa scrive Patrizia: Devo dirti grazie per gli sforzi che hai fatto scrivendo questo blog sito.
Spero anche di verificare ancora la stessa alta qualità dei contenuti in futuro. Per la verità, le tue abilità di scrittura creativa
mi hanno ispirato e incoraggiato per ottenere il mio blog ora;) Maramures
Grazie, buona giornata!

La recensione a cui si riferiva Patrizia e che qui ripropongo fa parte di un’avventura a cui mi sono dedicato prima del mio esilio. Prendevo un libro, lo leggevo un paio di volte per vedere se avevo capito bne e lo commentavo. Non era un vera recensione, perche non sono un recensore vero, anche perche l’opera non ne aveva piu bisogno, ma un modo per entrare nel vivo di argomenti che mi appassionavano, del passato e del presente, ma anche del futuro. E duunque: Ti ricordi di Catilina? Ti ricordi di Faulkner? Ti ricordi della Via del Tabacco di Caldwell corrisponderanno ad altrettanti post ai quali mi aspetto che tu risponda. Se vai a\ spulciare nel blog le troverai risalgono al 2013, un secolo fa!

La Grande Foresta

C’è un libro che nonmi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine mi suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io