hai ricevuto la tua eredità?

Bando all’indugio, da un po’ volevo farlo. Eccoti un racconto che ho scritto, pubblicato sul numero tredici di DIMENSIONE COSMICA del 2021. Riguarda il ritrovamentio di un frammento di William Shakespeare che ho ereditato da mio zio. Buona lettura! Il suo titolo è:

A CHE PUNTO È LA NOTTE?

In molti se l’erano chiesto da dove arrivasse, come l’avevo ricevuto e perché. Sul perché non ci sono dubbi visto che era stato per espressa volontà dello zio. Oltre non si riesce a risalire se parliamo del come e da chi. Giornalisti, vicini di casa, amici, e infine i detectives della commissione d’inchiesta inglese dovettero rassegnarsi. Era tutto in regola. Mica l’avevo rubato e poi, come facevo a sapere che era così importante visto che era autentico. Ma quello l’ho saputo dopo. Dovettero accontentarsi delle evidenze e quelle risiedevano in una inequivoca volontà dello zio, espressa chiaramente nel suo testamento olografo. Quella cosa spettava a me di diritto. Ma andiamo per ordine per chiarire gli antefatti.
Andavamo a trovare gli zii ad agosto stipati in una Fiat 500 in quella generosa palude bonificata del ferrarese. Fratello di mia madre, lo zio conduceva un’attività di pollivendolo all’ingrosso, avendo cominciato subito dopo la guerra a vendere uova, in bicicletta, porta a porta, si era così conquistate simpatia e una fedele clientela. Mi piaceva la sua rauca risata, mi stava davvero simpatico gratificandomi nel permettermi di scivolargli addosso dopo averlo abbracciato. Un giorno lo sentii dire a mia madre: “Tuo figlio farà strada, è in gamba.” Piacevo a lui, e lui piaceva a me. Non si sa quanti dei nove anni di guerra avesse trascorso come prigioniero in uno dei duecento campi e fattorie allestiti dagli Inglesi, considerato con disprezzo uno wop, un guappo, lavorava in una fattoria, retribuito e mal tollerato dalla popolazione locale, cosa che non gli impedì, come a tanti italiani prigionieri, di entrare in affettuosa relazione col gentil sesso locale. Era così sbocciato del tenero fra lui e una maestrina inglese che frequentava il campo di prigionia, insomma lo zio non se l’era passata affatto male. Quella linguaccia di mia madre sosteneva che sarebbe stato meglio che l’avesse sposata la maestrina, invece di impalmare quella villana di mia zia, per la quale io nutrivo un sincero affetto. Ed ecco come misteriosamente il fato fa capolino bussando alla mia porta. Ci sono solo ipotesi su come mio zio divenne in possesso di quelle carte, antiche carte, come poi vedremo. Sarà stata la maestrina ad avergliele donate? Come pegno e a conferma del suo sentimento per lui? Può essere. Prove non ce ne sono, ma solo indizi di cui la commissione di inchiesta sulle opere trafugate dovette accontentarsi.  Non c’era dolo.  Si trattava di un dono passato di mano. Morendo, mio zio aveva lasciato alla moglie una redditizia attività di polleria all’ingrosso, a me vecchie scartoffie, sapendo che amavo gli scritti di ogni genere ed età. Bizzarro, vero? Se volete conferma potrete sempre chiederlo ai miei vicini di casa di via Perugino 27, a Milano, sempre se ne troverete qualcuno ancora vivo. Per diverso tempo ho avuto i giornalisti alla porta. Gli inquirenti inglesi dovettero arrendersi all’evidenza: era tutto regolare. Se era stata la sua prima fidanzata ad avergliele date quelle carte non è certo, e, se fosse stato così non si capiva comunque come lei le avesse ricevuto e da chi. Le ipotesi finivano con lei. Se ci sono troppe incognite la storia zoppica e questa addirittura è una storia che barcolla. Veniamo al sodo perché sarete stanchi di indovinare l’oggetto misterioso del contendere. Di cosa si trattava esattamente?  Di un manoscritto firmato. Poche pagine incartapecorite quasi illeggibili, solo la firma, spiccava netta e svolazzante a dichiarare che lo scritto era del grande William Shakespeare, come le indagini da me commissionate avrebbero poi confermato.
 

Il manoscritto inedito di William Shakespeare che qui presento in anteprima mondiale l’ho avuto in dono dal mio parente, posso provarlo anche a voi dopo averlo provato al mondo. I tre fogli recano una delle differenti firme del grande Bardo con cui egli era solito siglare i suoi lavori.
Mi sono infatti rivolto ad alcuni esperti di chiara fama nel settore dell’identificazione e verifica dell’autenticità di manoscritti e tutti hanno confermato senza ombra di dubbio l’autenticità e la paternità del documento: il breve dialogo dal senso compiuto potrebbe far parte di un lavoro sicuramente più complesso, andato disgraziatamente perduto, oppure potrebbe trattarsi di un dialogo poi cassato dallo stesso autore di un’opera nota, esso comunque appartiene alla penna geniale del drammaturgo inglese. Ed ecco il testo da me tradotto:

Primo personaggio: Uno spazio e un tempo senza tempo possono indurre pensieri che farebbero impallidire la mano e la tempra più salde. Se la mente non fosse pronta a rintuzzare i tentennamenti di un cuore vergine. Ahi noi.

Se il disegno voluto dal destino non giustificasse l’onere di una prova sanguinosa saremmo già dannati e le sole nostre intenzioni ci perderebbero per sempre, dannati. Affidiamoci ai pensieri che precedono l’azione e, anticipandola, ne istigano la necessaria violenza, per cui l’assiduità della mente, lontano dal venirne sconvolta, acquista nuovo vigore, rinnovato slancio, infine giustificazione.

Essa sarà pronta per il crimine più efferato solo se avrà trovato nella sua natura l’ispirazione necessaria, la persecuzione allora ci sembrerà un sentiero da percorrere obbligatoriamente, un calice dal contenuto indigesto e repellente ma indispensabile e la stessa morte ci parrà companatico intriso di tenebra se mai la tenebra può divenire nutrimento.

A che punto è la notte, Gaiard?

Secondo personaggio: Sono due tocchi prima che il gallo canti, Signore, secondo il tragitto eterno che il bianco astro impone a se stesso.

Primo personaggio: Ed è notte senza sonno codesta, Gaiard. La mente pare immagata e il nostro spirito sembra che debba difendersi dall’ insidiosa essenza della luce di luna.

Secondo personaggio: Da essa noi traiamo talvolta errato consiglio, talaltra l’ispirazione per le più nobili seppur ardite azioni. Dipende dall’inclinazione dell’astro e dalla disposizione del nostro animo, Signore.

Primo personaggio: Che vuoi dire Gaiard? Parla, su, compagno dai mille volti. Non è da te la reticenza, sebbene talvolta la tua lingua rassomigli per analogia di effetti prodotti, alla lama di un pugnale.

Secondo personaggio: Devo, Signore? Devo proprio?

Primo personaggio: È un ordine… parla onesto. 

(parlando fra sé): Costui ha più di un motivo e più di una disposizione d’animo per intuire il mio disegno. È certo che possa essermi d’aiuto.

Secondo personaggio: I libri aperti non potrebbero essere maestri più trasparenti. E il vostro volto, Signore, è un libro dalle pagine chiare che dissimulano i contorni dell’ordito come se una calligrafia incerta ne celasse volutamente il significato, senza tuttavia riuscire a coprire lo spessore del disegno.

Primo personaggio: Vedo che insisti. Avverto solo l’eco dei tuoi pensieri. Ciò che potrebbe nuocerti. L’ambiguità delle tue parole finirà per spingerti verso un contrapposto destino.

Essa ti può dannare indirizzandoti verso una morte senza scampo, come ti potrebbe esaltare rendendoti partecipe di ciò che le sorti di questa terra impongono. Il nostro giovane re ha doti, inclinazioni e temperamento che natura e stirpe gli hanno elargito, ma chi può dire per il bene stesso della nostra nazione che sia proprio lui il designato?

Una corona che vacilla sul capo di un ragazzo non è buon auspicio. E i nemici esterni ed interni di questa terra abbondano. Pur nella virtù manifesta delle sue doti il giovane sovrano è incline a seguire avvisi a noi ostili, contrari ai nostri piani e al corretto sviluppo della nazione. Mi intendi?

Secondo personaggio: Che volete dire, Signore?

Primo personaggio: Rifesser, Gilar e Gollanord non sono meno temibili per l’incolumità del giovane sovrano delle nostre stesse mire.

Ma egli è troppo inesperto per saper distinguere e crede che quelli gli siano amici e non vede il nido di serpi che la sua mano accarezza. E allora perché lasciare ad altri l’incombenza di risolvere e colmare una sovranità fittizia?

Occorre privarla di tutti quegli orpelli che la fanno meno grande. E nel farlo andare sino in fondo all’opera. Subito, ora, prima che altri agiscano.

Anticipando gli eventi e indirizzando a nostro favore un cambiamento che appare ormai inevitabile e di cui siamo disposti ad assumerci l’onere. Ora mi intendi?

Secondo personaggio: Una pagina aperta, chiara e distinta scritta da una calligrafia sicura e franca; non potrebbe essere più evidente il vostro disegno, Signore.

Primo personaggio: Hai dunque inteso chiaramente ciò che occorre fare per il bene della nostra nazione?

Secondo personaggio: Chiaro e distinto è il proponimento. Veraci le intenzioni. Gagliardi gli animi.

Primo personaggio: Lesto e sicuro ti guidi dunque l’intento di spegnere per sempre chi la morte spetta.

Il secondo personaggio vacilla e impallidisce. Si guarda attorno, nella sala deserta.

Secondo personaggio: Dite a me, Signore?… Poiché non vedo altri che possono intendere…

Primo personaggio: E a chi altri se non al falco a cui si è appena tolto il filo refe dagli occhi cuciti. A chi se non al fido cospiratore ed affermato veicolo di morte sicura?

Secondo personaggio: Io, magari… non…

Primo personaggio: Non sei stato tu, forse, quello che ha condotto all’inferno Sealand e non hai forse agito per il verso indicato dando la giusta credenziale di morte ai baroni di Lispret?

Secondo personaggio: Un re… tuttavia…

Primo personaggio: Indugi impropri che non ti fanno onore. Se l’onore deriva dal liberarsi di un ostacolo regolato dall’ingiusta legge del sangue e non del valore, che fa piccola la nostra nazione e mortifica il nostro orgoglio. Voli il tuo braccio. Sia saldo nell’intento. Non possiamo avere tutti i cento diavoli dell’inferno dalla nostra parte. Bisogna annullare ogni residua dannosa reticenza.

Ne bastano solo alcuni per quest’opera. Va’, colpisci. Subito dopo la riunione dei Pari. Domani, quando il giovane sovrano si sarà ritirato nelle sue stanze. Non attendere il suo sonno e grida subito: Congiura! All’erta! All’armi! Orrore!

Guida tu stesso l’inutile dolore degli astanti. Ma solo dopo aver gettato il pugnale lontano dal cadavere e aver imbrattato col suo sangue annerito il pavimento, in direzione della finestra.
Occorre dare subito l’idea di un assassino fuggito da poco. Hai inteso?

Secondo personaggio (parlando a se stesso): Che la bruna lama del pugnale mi sia sorella in quest’impresa. Anche se il gelo della morte che dovrò dispensare, per ora mi morde i garretti e le spalle.

I due personaggi escono di scena.

A riprova della paternità del frammento, perché ancora oggi anche a me la cosa appare incredibile, ecco quanto scrive il prof. John Moore, indiscussa autorità nel suo campo, in risposta a certi quesiti avanzati dal prof Henry Bryant.

Chiarissimo prof. Henry Bryant

Dipartimento ricerche linguistiche e di letteratura comparata 

Facoltà di lettere e filosofia dell’università di Manchester

Rispondo alla stimata sua del … dandole conferma di quanto da lei richiesto. Pur con la mancanza di elementi verificabili a cui riferirsi, il frammento in questione deve senza dubbio attribuirsi alla penna di William Shakespeare. 

Un personaggio di rango, diretto promotore di una congiura ordina a un suo sicario, o, per meglio dire usando un eufemismo: collaboratore, non estraneo a precedenti analoghe imprese,  la soppressione di un giovane re. Personaggio questi destinato purtroppo a rimanere incognito e sulla cui identità si possono avanzare solo ipotesi. Insieme al prof. Samuel Withers, esperto nell’identificazione di manoscritti e mio valido collaboratore, abbiamo elaborato alcune ipotesi di identificazione, ma ripeto, sono soltanto ipotesi senza suffragio, e tutte di grande suggestione. 

Le pagine potrebbero essere il frammento di un’opera perduta, il cui contenuto riconferma l’interesse di Shakespeare per l’analisi e l’approfondimento del potere in tutte le sue implicazioni,  e l’interesse per il tumultuoso clima politico inglese del XVII secolo. Il giovane re  in questione rammenta la figura del re Giovanni, dell’omonima opera, figlio di Enrico II e della duchessa Eleonora di Aquitania. Una trama forse ordita da lontano, da quel Filippo II di Francia il quale all’ambasceria da lui inviata a re Giovanni, contenente la richiesta di rinuncia al trono in favore di suo nipote Arturo, si vede ricevere un rifiuto. Era forse Roberto di Falconbridge che tramava nell’ombra e l’assassinio per ordine del re Filippo II? Nulla che ce lo confermi. 

Una seconda ipotesi parrebbe adombrare la figura di Enrico VI, giovane re, amante della pace. Una frase che compare nel frammento omonimo è rivelatrice: “Grave quando lo scettro è in mano a un fanciullo”. Era forse per questo che il re ragazzo riusciva scomodo? Allora chi poteva essere il mandante del suo assassinio se non il conte di Suffolk, anche se non v’è traccia alcuna a indicarcelo, e poi per le cose risapute appare altrimenti inverosimile l’ipotesi, considerata la sua intenzione di far sposare al giovane re la bella Margherita, della quale lo stesso Suffolk era invaghito, proprio per controllare meglio la condotta del giovane sovrano. 

Per quanto riguarda poi il tenore dello scritto, esso sembra rimandare ad alcuni dialoghi del Macbeth, ma Banquo ha uno spessore che l’esecutore del delitto non ha, non sembrando questi un vero soldato, com’era invece Banquo. Giungo così ad avanzare l’ipotesi che il frammento potrebbe essere qualche pagina di tragedie a noi note, un frammento successivamente stralciato dall’autore in fase di stesura definitiva, a corroborare l’idea c’è il senso compiuto del brano, che descrive una scena intera.  Emerge comunque la figura di un giovane sovrano, forse troppo fiducioso, sicuramente inesperto, da subito coinvolto nelle trame che detta il potere. 

Frammento sottratto al contesto delle opere note oppure pagine di un’opera andata perduta? Temo che non riusciremo a venirne a capo. L’unica cosa certa è l’attribuzione della paternità alla nostra gloria nazionale. Tre illustri grafologi del resto confermano l’autenticità della firma.
Gli ulteriori approfondimenti in corso e il raffronto di dialoghi analogici hanno una valenza strettamente linguistica e non recheranno modifiche all’attribuzione della paternità. Su come sia finito il manoscritto in un lascito testamentario italiano sono stati scritti fiumi di inchiostro, e non è di nostra pertinenza indagare oltre. 

Onorato del suo interesse la prego di accettare i segni della mia stima e la invito ad estendere i miei saluti al prof Thomas Higgins, mio indimenticato compagno a Cambridge ai gloriosi tempi che furono della nostra gioventù. Mi aspetto di vedere entrambi il giorno della conferenza stampa, che avrò cura di comunicarvi quanto prima. I media di tutto il mondo sono impazienti e ci chiedono conferme. Non bisogna farli aspettare troppo.

prof. John Moore

c’era l’uomo?

Il teatro ha la funzione di divulgare, esaltare e chiarire il patrimonio mitico e religioso, i grandi e cruciali momenti della storia patria, le irrisolte e piú inquietanti passioni dell’animo umano. Scrive Luigi Lunari nel maggio 1989, presentando le tragedie di Eschilo, edito da UNIVERSALE LETTERARIA SANSONI.
Da AGAMENNONE leggo le parole del soldato di vedetta che scruta l’arrivo di Agamennone:
Qui, sul tetto degli Atridi, accovacciato per terra e con la testa sollevata tra i gomiti a guisa di cane, ho imparato a conoscere le adunate notturne degli astri che brillano padroni luminosi del cielo, …E anche ora aspetto il segnale della fiaccola, il raggio del fuoco che rechi la notizia, che gridi la presa della cittá. Cosí vuole di una donna il maschio cuore impaziente. …Ben venga alla fine la liberazione da questa fatica, risplenda una volta fra le tenebre la buona novella del fuoco…Voglio danzare io stesso il proemio dell’inno…Possa io dunque, al suo ritorno, prendere e baciare la mano del mio signore….
Dal CORIFEO:
Il decimo anno è questo da quando il grande aversario di Priamo, Menelao re con lui Agamennone, duplice trono e duplice scettro avuti in onore da Zeus, saldo giogo di Atridi, da questa terra uno stuolo di mille navi argive levarono, esercito vendicatore. ….

E nel QUINTO EPISODIO della tragedia:
EGISTO Bada, anche domani io ti posso punire.
CORIFEO No, se un dio guidi a queste case Oreste.
EGISTO Si sa bene che le speranze sono il cibo degli esuli.
CORIFEO E tu fai pure, ingrassati di delitti, insudicia Giustizia, puoi farlo.
EGISTO Mi pagherai cara questa tua demenza, ricordati.
CORIFEO Ardito sei e tronfio come un gallo davanti alla gallina.
CLITENNESTRA Non badare a questi vani latrati. Io e tu, padroni ormai di questa reggia, ristabiliremo l’ordine come si deve.

da LE COEFORE
Zeu, Zeu, vieni a vedere quello che qui accade! Vedi la prole dell’aquila fatta priva del padre….

DOPO TREMILADUECENTOVENTI ANNI:

da VERSO DAMASCO
Lo sconosciuto dice: Ci sono momenti i cui mi sembra di portare in me il peccato e il dolore e il sudiciume e la vergogna del mondo intero, ore in cui credo che perfino la cattiva azione , perfino il delitto, siamo punizioni che ci vengono inflitte! Lo sai, sono stato malato, tempo fa avevo la febbre, e fra l’altro, fra le tante cose che mi succedevano, mi sognai una croce senza crocefisso. Quando interrogai un domenicano sul significato quello rispose: Tu non puoi credere che lui soffra per te e allora soffrici tu, per te!
LA SIGNORA dice: Ed è perció che le coscienze cominciano a farsi tanto pesanti quando non c’è nessuno che ci aiuti a sopportare.

Da FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett dice HAAM, cieco e costretto sulla carrozzella: Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in un qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me…Ho fatto male a sedermi, ma visto che mi sono seduto resteró seduto …Quando riaprirai gli occhi il muro non ci sará piú. Intorno a te ci sará il vuoto infinito, tutti i morti di tutti i tempi non basterebbero risuscitando, a colmarlo, e sarai come un sassolino in mezzo alla steppa….Ma riflettete, riflettete, ormai siete al mondo, non c’e piú rimedio….La fine è nel principio eppure, eppure si continua…piantare le unghie nelle crepe e trascinarmi avanti a forza di polsi. Sarebbe la fine e io mi chiederei che cosa mai l’ha fatta arrivare e io mi chiederei …perché ha tanto tardato. Se riesco a tacere, e a restare tranquillo, mi saró liberato del suono e del movimento

Sono passate alcune migliaia di anni da quando la sentinella sul monte scrutava l’oscuritá cercando un segnale che annunciasse il ritorno di Agamennone in patria. Quello che nel frattempo è successo sino ad oggi non si puó dire confortante. Perché? Ti ho fatto qualche esempio prendendo a prestito dal teatro tre giganti che mi servono nell’occasione: Eschilo, Strindberg e Beckett. Le loro opere mettono in scena l’uomo e le sue vicende e cosí facendo (qui il tempo gioca un ruolo fondamentale) qualcosa cambia dentro l’uomo, mentre le vicende, si puó dire rimangono uguali a se stesse, come l’aria che si respira. È l’uomo che è cambiato nel profondo. Dalla tragedia greca grondante sangue e destino, in AGAMENNONE, allo stupore per la disgregazione in essere e ancora in divenire di ogni relazione sociale, parentale, religiosa, in VERSO DAMASCO, sino alla méta ultima, ovvero la celebrazione e messa in scena della vuotezza dell’esistere con quella frase sintetica e senza speranza che la sottende: Siamo in vita. Ormai non c’ è piú rimedio.

in FINALE DI PARTITA. Cos’è accaduto? Tutto, ovvero l’impensabile: L’uomo si è squagliato. Non c’ è piú. Al suo posto ci sono due orride creature bianche e senza gambe, collocate in due bidoni della spazzatura, e due dialoganti che si scambiano parole senza senza senso, descrivendo il nulla e mettendo in scena la fine del significato stesso della parola, in FINALE DI PARTITA. Ovvero siamo partiti da gesta epiche, da conquiste di cittá, gesta titaniche e febbri eroiche, e da personaggi correlati con gli dei per finire allo sfacelo di relitti psico fisici, relegati in una stanza perché fuori non c’è piú nulla e il deserto incombe. Sentimenti forti e barbari hanno lasciato il passo alla dissoluzione di significato, relazione e dell’uomo stesso. La vedetta esulta perché il re sta tornando vittorioso. Dolore, gioia, tradimento, vendetta e omicidio si attestano in Eschilo: tinte forti dell’uomo che vive, dibattendosi fra amore, odio, delitto e vaticinio. Le tinte forti colorano un costante fiume di sangue e i personaggi rappresentano un mondo inevitabile, tuttavia coerente con la natura umana primeva piú autentica. Per migliaia di anni accade inevitabilmente. Cosí da far sperare a qualche speranza di miglioramento? Ti chiederai. Macché! Si è tentato, quello sí. Duemiladiciannove anni fa è stata messa una pezza per rattoppare l’esistenza dell’uomo con l’idea, il patimeno della croce e la redenzione. E il Dio d’amore ha tenuto banco assai bene, che la luce divina fosse bastante a rivelare veritá e sentieri da percorrere è stata fino a ieri una solida evidenza. Poi alcune cose son cambiate, l’idea di Dio si è suicidata. Dai sentimenti e dalle pulsioni di morte-vita sino all’uomo smarrito e in disarmo di Verso Damasco, e oltre, sino alla negazione di ogni speranza, sino alla negativitá assoluta in FINALE DI PARTITA, dove Dio non viene neppur preso in considerazione. La vedetta che deve annunciare l’arrivo di Agamennone scruta con ansia nel buio, essa stessa parte della natura dell’uomo di allora, in FINALE DI PARTITA nessuno fa parte di nulla, essendo il nulla sovrano, anche qui c’è qualcuno che scruta, come la vedetta, lo fa con un cannocchiale salendo su una scaletta e sa giá che dalla finestrella col suo cannocchiale, non scorgerá che il nulla, il deserto esteso fuori dalla stanza, non scorgerá nessun evento come l’arrivo del re ma il grigiore di una natura senza maree, senza vita…Non piú vita, né desiderio, ma l’orrido finale non sense che si trascina, in cui si è giá estinto l’uomo. E te mi vieni a raccontare l’ottimistica novella che il mondo è in costante progressivo miglioramento. Che bisogna darsi da fare e il…progresso, ossia il senso del nulla attuale, sará servito in tavola. C’è da mettere qualche puntino sulle vocali I, non ti pare? Occorre prendere fiato, non c’è piú sangue, ovvero nemmeno tragedia, (ci sarebbe almeno qualcosa con la tragedia.) Ormai siamo in vita, non c’è piú speranza. Il tragico leitmotiv incombe. Per una lettura approfondita di Beckett ti rimando ad Adorno, auguri se ci capisci qualcosa.

Il linguaggio nega se stesso e il parlarsi si rivela un inganno, perché gli individui non possono comunicare conversando, (la comunicazione annuncia che non è piú possibile alcuna comunicazione, scrive Paolo Bertinetti, introducendo l’opera. FINALE DI PARTITA. Fuori di qui è la morte dice Hamm, non ci sono piú maree, non ci sono piú onde, …tutto è zero. L’incubo vissuto dai personaggi: un banale quotidiano, ovvero il nostro mondo di sempre, quello in cui gli uomini sono condannati a vivere. Beckett pensa che il peccato sia quello di essere venuti al mondo e la cui vita di patimenti è espiazione, l’espiazione di tale colpa, improntata ad una negativitá assoluta…In un mondo preoccupato unicamente del denaro e del successo a qualunque costo, desideroso soltanto di essere confermato nelle proprie volgari ed egoistiche certezze, la negazione beckettiana ci costringe in qualche modo a ripartire da zero, a ripensare alla mancanza di senso- del mondo in cui viviamo alla luce della sua laica spiritualitá, continua Paolo Bertinetti. Fammi dire che FINALE DI PARTITA è una tragedia senza sangue in cui il senso impazzito ha dissolto ogni legame col presente e coi personaggi che brancolano nel buio. Un punto d’arrivo che parte da molto lontano, dalla vedetta in attesa del re Agamennone, e che giunge sino al presente, esausto e svuotato, sino ai due tragici pupazzi viventi e senza gambe, rinchiusi in bidoni della spazzatura. Ogni allusione ai vecchi di oggi, languenti nei cronicari è puramente casuale. O no?

I miei insopprimibili indizi di scrittura

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.