c’era l’uomo?

Il teatro ha la funzione di divulgare, esaltare e chiarire il patrimonio mitico e religioso, i grandi e cruciali momenti della storia patria, le irrisolte e piú inquietanti passioni dell’animo umano. Scrive Luigi Lunari nel maggio 1989, presentando le tragedie di Eschilo, edito da UNIVERSALE LETTERARIA SANSONI.
Da AGAMENNONE leggo le parole del soldato di vedetta che scruta l’arrivo di Agamennone:
Qui, sul tetto degli Atridi, accovacciato per terra e con la testa sollevata tra i gomiti a guisa di cane, ho imparato a conoscere le adunate notturne degli astri che brillano padroni luminosi del cielo, …E anche ora aspetto il segnale della fiaccola, il raggio del fuoco che rechi la notizia, che gridi la presa della cittá. Cosí vuole di una donna il maschio cuore impaziente. …Ben venga alla fine la liberazione da questa fatica, risplenda una volta fra le tenebre la buona novella del fuoco…Voglio danzare io stesso il proemio dell’inno…Possa io dunque, al suo ritorno, prendere e baciare la mano del mio signore….
Dal CORIFEO:
Il decimo anno è questo da quando il grande aversario di Priamo, Menelao re con lui Agamennone, duplice trono e duplice scettro avuti in onore da Zeus, saldo giogo di Atridi, da questa terra uno stuolo di mille navi argive levarono, esercito vendicatore. ….

E nel QUINTO EPISODIO della tragedia:
EGISTO Bada, anche domani io ti posso punire.
CORIFEO No, se un dio guidi a queste case Oreste.
EGISTO Si sa bene che le speranze sono il cibo degli esuli.
CORIFEO E tu fai pure, ingrassati di delitti, insudicia Giustizia, puoi farlo.
EGISTO Mi pagherai cara questa tua demenza, ricordati.
CORIFEO Ardito sei e tronfio come un gallo davanti alla gallina.
CLITENNESTRA Non badare a questi vani latrati. Io e tu, padroni ormai di questa reggia, ristabiliremo l’ordine come si deve.

da LE COEFORE
Zeu, Zeu, vieni a vedere quello che qui accade! Vedi la prole dell’aquila fatta priva del padre….

DOPO TREMILADUECENTOVENTI ANNI:

da VERSO DAMASCO
Lo sconosciuto dice: Ci sono momenti i cui mi sembra di portare in me il peccato e il dolore e il sudiciume e la vergogna del mondo intero, ore in cui credo che perfino la cattiva azione , perfino il delitto, siamo punizioni che ci vengono inflitte! Lo sai, sono stato malato, tempo fa avevo la febbre, e fra l’altro, fra le tante cose che mi succedevano, mi sognai una croce senza crocefisso. Quando interrogai un domenicano sul significato quello rispose: Tu non puoi credere che lui soffra per te e allora soffrici tu, per te!
LA SIGNORA dice: Ed è perció che le coscienze cominciano a farsi tanto pesanti quando non c’è nessuno che ci aiuti a sopportare.

Da FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett dice HAAM, cieco e costretto sulla carrozzella: Un giorno sarai cieco. Come me. Sarai seduto in un qualche luogo, un piccolo pieno perduto nel vuoto, per sempre nel buio. Come me…Ho fatto male a sedermi, ma visto che mi sono seduto resteró seduto …Quando riaprirai gli occhi il muro non ci sará piú. Intorno a te ci sará il vuoto infinito, tutti i morti di tutti i tempi non basterebbero risuscitando, a colmarlo, e sarai come un sassolino in mezzo alla steppa….Ma riflettete, riflettete, ormai siete al mondo, non c’e piú rimedio….La fine è nel principio eppure, eppure si continua…piantare le unghie nelle crepe e trascinarmi avanti a forza di polsi. Sarebbe la fine e io mi chiederei che cosa mai l’ha fatta arrivare e io mi chiederei …perché ha tanto tardato. Se riesco a tacere, e a restare tranquillo, mi saró liberato del suono e del movimento

Sono passate alcune migliaia di anni da quando la sentinella sul monte scrutava l’oscuritá cercando un segnale che annunciasse il ritorno di Agamennone in patria. Quello che nel frattempo è successo sino ad oggi non si puó dire confortante. Perché? Ti ho fatto qualche esempio prendendo a prestito dal teatro tre giganti che mi servono nell’occasione: Eschilo, Strindberg e Beckett. Le loro opere mettono in scena l’uomo e le sue vicende e cosí facendo (qui il tempo gioca un ruolo fondamentale) qualcosa cambia dentro l’uomo, mentre le vicende, si puó dire rimangono uguali a se stesse, come l’aria che si respira. È l’uomo che è cambiato nel profondo. Dalla tragedia greca grondante sangue e destino, in AGAMENNONE, allo stupore per la disgregazione in essere e ancora in divenire di ogni relazione sociale, parentale, religiosa, in VERSO DAMASCO, sino alla méta ultima, ovvero la celebrazione e messa in scena della vuotezza dell’esistere con quella frase sintetica e senza speranza che la sottende: Siamo in vita. Ormai non c’ è piú rimedio.

in FINALE DI PARTITA. Cos’è accaduto? Tutto, ovvero l’impensabile: L’uomo si è squagliato. Non c’ è piú. Al suo posto ci sono due orride creature bianche e senza gambe, collocate in due bidoni della spazzatura, e due dialoganti che si scambiano parole senza senza senso, descrivendo il nulla e mettendo in scena la fine del significato stesso della parola, in FINALE DI PARTITA. Ovvero siamo partiti da gesta epiche, da conquiste di cittá, gesta titaniche e febbri eroiche, e da personaggi correlati con gli dei per finire allo sfacelo di relitti psico fisici, relegati in una stanza perché fuori non c’è piú nulla e il deserto incombe. Sentimenti forti e barbari hanno lasciato il passo alla dissoluzione di significato, relazione e dell’uomo stesso. La vedetta esulta perché il re sta tornando vittorioso. Dolore, gioia, tradimento, vendetta e omicidio si attestano in Eschilo: tinte forti dell’uomo che vive, dibattendosi fra amore, odio, delitto e vaticinio. Le tinte forti colorano un costante fiume di sangue e i personaggi rappresentano un mondo inevitabile, tuttavia coerente con la natura umana primeva piú autentica. Per migliaia di anni accade inevitabilmente. Cosí da far sperare a qualche speranza di miglioramento? Ti chiederai. Macché! Si è tentato, quello sí. Duemiladiciannove anni fa è stata messa una pezza per rattoppare l’esistenza dell’uomo con l’idea, il patimeno della croce e la redenzione. E il Dio d’amore ha tenuto banco assai bene, che la luce divina fosse bastante a rivelare veritá e sentieri da percorrere è stata fino a ieri una solida evidenza. Poi alcune cose son cambiate, l’idea di Dio si è suicidata. Dai sentimenti e dalle pulsioni di morte-vita sino all’uomo smarrito e in disarmo di Verso Damasco, e oltre, sino alla negazione di ogni speranza, sino alla negativitá assoluta in FINALE DI PARTITA, dove Dio non viene neppur preso in considerazione. La vedetta che deve annunciare l’arrivo di Agamennone scruta con ansia nel buio, essa stessa parte della natura dell’uomo di allora, in FINALE DI PARTITA nessuno fa parte di nulla, essendo il nulla sovrano, anche qui c’è qualcuno che scruta, come la vedetta, lo fa con un cannocchiale salendo su una scaletta e sa giá che dalla finestrella col suo cannocchiale, non scorgerá che il nulla, il deserto esteso fuori dalla stanza, non scorgerá nessun evento come l’arrivo del re ma il grigiore di una natura senza maree, senza vita…Non piú vita, né desiderio, ma l’orrido finale non sense che si trascina, in cui si è giá estinto l’uomo. E te mi vieni a raccontare l’ottimistica novella che il mondo è in costante progressivo miglioramento. Che bisogna darsi da fare e il…progresso, ossia il senso del nulla attuale, sará servito in tavola. C’è da mettere qualche puntino sulle vocali I, non ti pare? Occorre prendere fiato, non c’è piú sangue, ovvero nemmeno tragedia, (ci sarebbe almeno qualcosa con la tragedia.) Ormai siamo in vita, non c’è piú speranza. Il tragico leitmotiv incombe. Per una lettura approfondita di Beckett ti rimando ad Adorno, auguri se ci capisci qualcosa.

Il linguaggio nega se stesso e il parlarsi si rivela un inganno, perché gli individui non possono comunicare conversando, (la comunicazione annuncia che non è piú possibile alcuna comunicazione, scrive Paolo Bertinetti, introducendo l’opera. FINALE DI PARTITA. Fuori di qui è la morte dice Hamm, non ci sono piú maree, non ci sono piú onde, …tutto è zero. L’incubo vissuto dai personaggi: un banale quotidiano, ovvero il nostro mondo di sempre, quello in cui gli uomini sono condannati a vivere. Beckett pensa che il peccato sia quello di essere venuti al mondo e la cui vita di patimenti è espiazione, l’espiazione di tale colpa, improntata ad una negativitá assoluta…In un mondo preoccupato unicamente del denaro e del successo a qualunque costo, desideroso soltanto di essere confermato nelle proprie volgari ed egoistiche certezze, la negazione beckettiana ci costringe in qualche modo a ripartire da zero, a ripensare alla mancanza di senso- del mondo in cui viviamo alla luce della sua laica spiritualitá, continua Paolo Bertinetti. Fammi dire che FINALE DI PARTITA è una tragedia senza sangue in cui il senso impazzito ha dissolto ogni legame col presente e coi personaggi che brancolano nel buio. Un punto d’arrivo che parte da molto lontano, dalla vedetta in attesa del re Agamennone, e che giunge sino al presente, esausto e svuotato, sino ai due tragici pupazzi viventi e senza gambe, rinchiusi in bidoni della spazzatura. Ogni allusione ai vecchi di oggi, languenti nei cronicari è puramente casuale. O no?

I miei insopprimibili indizi di scrittura

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.