Dopo 80 anni. La pacificazione impossibile (?)

Per comprendere cosa c’è alla base dell’Italia post bellica e cos’è accaduto all’italica stirpe in questi ultimi 80 anni ci vorrebbe un trattato di Fisica Quantistica, e di Psicopatologia sociale, forse non basterebbero, ma stando coi piedi per terra, e desideroso di saperne di più, riporto un capitolo tratto da Albione la perfida, Solfanelli edizioni, che ospita in prima battuta l’analisi schietta e limpida di Sergio Romano, ex ambasciatore, scrittore, giornalista, analista politico, con un palmares di onorificenze da urlo).

“Questioni in sospeso 
Spinosa e irrisolta, la questione del come abbiamo digerito o rimosso la sconfitta della seconda guerra mondiale rimane sottopelle. L’argomento parrebbe obsoleto ma non è così. Ce lo dice lo stesso dopoguerra e ce lo ricordano gli Inglesi. I nostri ultimi ottanta anni riguardano anche loro, essi si interrogano su questioni nostrane senza capirci molto. Sergio Romano su Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, mette a nudo alcune “peculiarità” italiche scrivendo: “(…) In Italia dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa né processi alla nazione. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio la grande maggioranza del paese si è ritirata nell’attendismo e si è limitata a guardare dalla finestra il resto del dramma misurando diplomaticamente e prudentemente il proprio consenso alle forze in campo. Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista ha stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante…I politici antifascisti potevano proclamare diessere stati ingiustamente e violentemente espropriati del potere, gli italiani potevano sostenere d’essere stati oppressi e asserviti da una dittatura aliena. Era una menzogna, naturalmente, ma presentava molti vantaggi, fra cui quello di permettere all’Italia di finire nel campo dei vincitori.” (in linea teorica perché poi non è stato così, come qui vedremo).  “Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica… nessuna potenza vincitrice era tenuta a interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo, Mussolini. Se gli italiani non avevano perduta la guerra non era necessario intentare un processo alla nazione per individuare gli errori materiali e morali che avevano portato il paese alla disfatta. In realtà tutti sapevano che le cose erano andate diversamente, che il consenso aveva accompagnato Mussolini sino alla fine degli anni Trenta e che si era gradualmente dissolto soltanto dopo i bombardamenti e le prime sconfitte. Una menzogna – “non abbiamo perso la guerra” divenne così l’ideologia fondante della Repubblica democratica”. Amen.

Se lasci “fermentare” le cocenti parole di Sergio Romano  ti accorgi che ci sarebbe moltissimo da commentare e analizzare, ma occorrerebbe spogliarsi di ogni faziosità o appartenenza. Temo al proposito che sarebbe più facile eliminare concrezioni calcaree centenarie che manco il Viakal riuscirebbe a rimuovere.  Venendo agli Albionici, essi versano sale sulle nostre ferite. Tony Barber, European comment editor su Financial Times del 27 ottobre 2022: (…) l’Italia si è scagionata dai crimini commessi sotto il Duce. Descrivere Giorgia Meloni… e Fratelli d’Italia come diretti discendenti di Mussolini e dei fascisti è fuorviante. Hanno conquistato il potere in elezioni libere e competitive; non uccidono né usano la violenza di massa contro i loro oppositori; non intendono creare una dittatura a partito unico; e non hanno intenzione di invadere paesi stranieri e costruire un impero italiano nel Mediterraneo e nell’Africa orientale. I libri, Mussolini in Myth and Memory di Paul Corner e Blood and Power di John Foot, raccontano perché l’estrema destra sta cavalcando l’onda oggi. Una spiegazione: sebbene Mussolini non sia stato ufficialmente riabilitato, molti italiani guardano al suo governo con tolleranza e ammirazione. Tendenza non limitata ai politici di destra, perché? Corner, professore emerito all’Università di Siena e autore di libri sul fascismo si chiede: “Come mai un uomo giustiziato da italiani, il cui corpo è stato appeso al cavalletto di una pompa di benzina per pubblica esecrazione, è diventato una figura a cui si guarda con un certo riguardo, persino nostalgia?” Corner sostiene che, nella memoria collettiva italiana, alcuni aspetti apparentemente benigni del fascismo sono stati “salvati” e altri – come la violenza di stato, la repressione delle libertà, la polizia segreta, le atrocità coloniali e la costante marcia verso la guerra – opportunamente dimenticati, vile la complicità dell’establishment politico e della monarchia. Di qui l’esonero di colpa o responsabilità.

Vittime, non carnefici, dunque. Corner considera la polemica sorta per l’affermazione dello storico Renzo De Felice secondo cui il fascismo aveva beneficiato del “consenso di Massa” almeno dal 1929 al 1934. Per gli italiani moderni, questo non ha indotto “costernazione e ricerca interiore sul modello tedesco ma una sorta di autoassoluzione nazionale”. Come mai? Perché gli italiani si considerano brava gente – buoni e rispettabili. Incapaci di sostenere un regime malvagio, e quindi la dittatura di Mussolini non avrebbe potuto essere così grave. Come Corner, Foot, professore di storia italiana moderna all’Università di Bristol, sottolinea che la violenza è stata il tema dell’ascesa della dittatura fascista. “essa è stata costruita su un cumulo di cadaveri, teste spaccate, vittime traumatizzate della violenza, libri bruciati, cooperative e sedi sindacali distrutte”. Il problema, descritto da Corner e Foot, è che molti italiani hanno un’immagine gravemente distorta della storia del loro paese nel XX Secolo, è difficile trovare paesi che abbiano una corretta comprensione del loro passato, delle loro “verruche” (cosi la traduzione) e di tutto il resto. La piena conoscenza di sé è dolorosa e forse impossibile da raggiungere. Ma c’è un prezzo da pagare per questo in termini di qualità della democrazia e della vita pubblica”. Ecco ciò che pensano i Brits di noi.

Agli amici inglesi dico: se democrazia fa rima con trasparenza, e se noi dobbiamo pagare un prezzo per migliorare la qualità della democrazia cosa aspettano a farlo anche loro? Di scheletri nel loro armadio ne hanno diversi. Quando i Brits prenderanno atto dei loro crimini distribuiti equamente nel mondo? Sai quante verruche abbiamo da curare tra noi e loro?! Ma ora conviene smorzare i toni. Dov’eravamo rimasti?

Nel cataclisma succeduto alla fine della seconda guerra mondiale si annidano i semi di una pianta velenosa e antica: l’inconciliabilità di fatti, opinioni, uomini e inclinazioni, tipiche del nostro modo di essere, fenomeno prettamente italico; è questo il periodo che Gianfranco de  Turris indaga nella sua ultima fatica, recensita da Giovanni Sessa su Barbadillo: Dialoghi sgradevoli , Idrovolante edizioni.
I lemmi correlati al termine sgradevole, nel titolo, secondo l’Enciclopedia Treccani riportano: spiacevole, disgustoso, nauseabondo, nauseante, repellente, ributtante, ripugnante, rivoltante, schifoso, stomachevole, vomitevole. Mi fermo qui. Per chi ha avuto amici o parenti torturati o accoppati dalla polizia segreta fascista o dal terrorista rosso di Prima Linea i sinonimi valgono un niente. Sono state vendette, delitto e crimine e il crimine non ha sinonimi se non quello di tragedia incancellabile a futura memoria. In tutte le vicende succedute dal 1945 in poi non emerge alcuna volontà di ricordare per capire e per non ripetere la tragedia nazionale, non c’è stato, come dice Sergio Romano, alcun ravvedimento, alcuna necessità o volontà di dialogo o confronto chiarificatore, si è preferito emulare gli struzzi. il Male assoluto, cioè il Fascismo, aveva scelto noi, non il contrario, come alibi traballa non poco. Tutti assolti dunque, ma così si sconfessa la storia.


A crowd of people gathers at the Piazza Venezia in front of the Palazzo Venezia, the headquarters of Mussolini. The fascist prime minister Benito Mussolini stands on the balcony and gives a speech.); © SZ Photo / Scherl.

Come fai a rinnegare le immagini d’epoca di piazze strabocchevoli inneggianti al Duce? I fotomontaggi sono venuti dopo. Il libro di de Turris, appena uscito, parla di questi conflitti irrisolti, rovistando in armadi che custodiscono nomi, fatti, sconvenienze, interessi e voltafaccia. Dialoghi sgradevoli è assimilabile a una serrata partita di tennis condotta in forma di dialogo tra Simplicio e il ben informato e polemico Filarete, un volo d’uccello radente che rispolvera antichi e nuovi dilemmi politici, dissidi, faziosità incendiarie e contrasti irrisolti fino alle tragedie ricorrenti. 

Consentimi una digressione personale. Avevo un amico, spirito bizzarro, provocatorio ma verace e sincero. Non nascondeva affatto le sue frequentazioni in ambiente nobiliare e monarchico e contestava, sarcastico, i compagni di classe, contestatori del ‘68. Viveva in una casa in collina nel torinese, in cui infissa al muro c’era una lapide, alla memoria di una partigiana, Eleonora Gazzignato che lui spolverava. Dall’animo socialista era convinto che capitalisti e imprenditori britannici dell ‘800-’900, se non avessero imposto turni inumani a giovani e donne, che per questo si ammalavano gravemente, Marx non avrebbe avuto quel successo che ha avuto. Il mio amico incarnava, senza saperlo, l’inconciliabilità dei fenomeni della storia, infatti teneva sul comodino Rivolta contro il mondo moderno di Julius. Evola, che consultava assiduamente e alcuni brani sottolineati di Gabriele D’annunzio, uno dei quali recitava: “Liberiamoci dell’Occidente che non ci ama e non ci vuole. Separiamoci dall’Occidente degenerato, divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica”. Ma non divaghiamo.  L’autore non risparmia nessuno e l’ultimo libro è una carrellata impietosa sul chi come dove e perché del dopoguerra, che pare non finisca mai. La sua narrazione non fa sconti e mette in luce anche il ruolo non secondario di una stampa a dir poco faziosa che si sente investita di Verità assoluta. 

Alcuni stralci aiutano a capire il contenuto del volume:
Pag 107: “Filarete – Della guerra… Perduta, e non certo vinta come da decenni ci si vorrebbe far credere. Nonostante il cambiamento di campo dell’8 settembre – una resa incondizionata e non un vero armistizio – nonostante il Regno del Sud alleato degli angloamericani, nonostante il sacrificio di sangue dei militari del Sud aggregati alle armate alleate, non ci venne fatto alcuno sconto: sconfitti eravamo e sconfitti siamo rimasti, il Trattato di Pace di Parigi ci ha considerato tali privandoci delle colonie, di ampi lembi di territorio nazionale, condannandoci alle riparazioni di guerra, alla perdita della flotta. Ti sembra che siamo stati trattati da alleati-vincitori?” 

Pag 122: “Filarete – Dunque, il 4 settembre 1993, in vista dei 50 anni del cosiddetto “armistizio” il generale Luigi Poli, presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione, e Giulio Cesco Baghino, presidente dell’Unione combattenti della RSI, inviarono un messaggio al capo dello Stato, il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo di essere ricevuti “per simbolicamente dare il via alla pacificazione e parificazione fra tutti gli italiani che in quei tragici giorni impugnarono le armi per la Patria, a prescindere dalla parte in cui si schierarono”. Non se ne fece nulla di pubblico per gli strilli degli antifascisti in s.p.e. Ma i militari con le stellette e con il gladio, come li definì Poli, un atto di riconciliazione lo fecero lo stesso. Qualche coraggioso disse: “Un’Italia pacificata e parificata per la ricostruzione: a 50 anni dalla guerra civile, cessino le discriminazioni fra italiani, si ricrei la concordia nazionale, si mettano al bando i fomentatori di odio tra i figli di una stessa patria. La data dell’8 settembre può rappresentare l’occasione del riscatto della nazione se il presidente della Repubblica saprà dar seguito all’appello rivoltogli dal generale Poli e dall’on. Baghino a nome dei caduti e dei combattenti di 50 anni fa dell’una o dell’altra parte”.
Simplicio – Nobili e alate parole, ma senza seguito. Chi le pronunciò?
Filarete – Effettivamente senza seguito… È una dichiarazione all’Ansa di Gianfranco Fini, segretario del MSI.”

Se delitti e infamie politiche dell’Italia del Duecento e Trecento. così ben tratteggiate da Dante Alighieri, fra Guelfi e Ghibellini, fra bianchi e neri, fra papato e impero, e tra lega e impero, si fossero trasferiti paro paro, radicandosi nei nostri giorni, per scandire nuovi tragici contrasti, nuove contrapposizioni? Ovvero impedendoci di realizzare la parte migliore di noi, vietando di stimare e promuovere la nostra unicità, il valore e le virtù italiche?  Se insomma quegli antichi dissidi si fossero trasformati in una cifra ontologica, in connotato ineliminabile, perdurante, descrivendo un’inclinazione tutta e solo italiana alla rissa, all’isteria, al sopruso, alla vendetta, all’incapacità di farsi vera nazione. -Sei di destra?- -NO,- -sei di sinistra?- -NO…sono “solo” italiano.-
Scritti come quelli di Sergio Romano e di Gianfranco de Turris e, in fin dei conti anche quelli degli studiosi inglesi, sono sale sulle piaghe ma anche stimolo per tentare una vera, definitiva riconciliazione patria e cercare una via d’uscita. Spetta alla nostra generazione farlo, prima che il velo d’ignavia e indifferenza scenda, irreparabile, ad annebbiare ancora di più quegli eventi.

il Gran Vecchio…

C’è chi lo chiama affettuosamente Gran Vecchio o fratello maggiore, chi Maestro, mecenate e guida, altri ancora ispiratore e mentore, ma in primis, per tutti è l’Amico. Personaggio (quasi) mitico, ecco un (altro) libro che lo riguarda. Considerazione, gratitudine, commozione e affetto per un giovanotto di 80 anni traspaiono dalle pagine. Il tutto si ridurrebbe a peana di consenso un poco stucchevole verso l’uomo e il suo lavoro di una vita che sconfinerebbe nella celebrazione. Il soggetto, indovino che rifiuterebbe tale cornice. Gli apprezzamenti riuscirebbero indigesti anche al festeggiato -tuttora attivissimo e impegnato culturalmente in nuovi progetti.- Il volume, invece, è sorprendentemente ricco, vivace e di facile lettura e sa svincolarsi dall’aspetto privato e di encomio. Sa insomma farsi racconto. Spaccato culturale della vita di destra, per molti versi ignoto, degli ultimi 50 anni. Il volume in questione pubblicato da Oaks edizioni  costituisce una miniera di informazioni, molte delle quali di prima mano. Aneddoti, amarcord, riferimenti a opere, citazioni ti fanno capire quanto vivace e attivo sia stato ed è tuttora il macrocosmo di destra dagli anni ‘50 ad oggi. E su quanti uomini di valore abbia potuto contare quella cultura; ancora oggi demonizzata dai brandelli marxisti leninisti (chi scrive ricorda le “occupazioni rosse” degli anni ‘70 delle facoltà umanistiche a Palazzo Nuovo a Torino). Volume denso di citazioni, riferimenti a opere, personaggi, filosofie, convegni, forum, mostre come quella recente, sui dipinti di Evola. Gli argomenti: da Julius Evola “all’imbecille” D’Annunzio, dai Manga a Tolkien, da Lovecraft alla passione politica, e poi la miriade di riviste e pubblicazioni cult, la Storia ucronica e la magia.
La cura maniacale del dettaglio, l’attenzione scrupolosa di citazioni e riferimenti a garanzia di esattezza filologica e semantica sono una delle cifre distintive del lavoro di GdT, (il baffuto individuo col sigaro della copertina). Un’esistenza diversa da quella che conduce, un’esistenza ucronica, ad esempio, per lui non avrebbe alcun senso avendo egli perseguito tutto ciò che animo, cultura e sensibilità gli suggeriscono.
In Fisica Quantistica si è soliti affermare che tutto ciò che potrebbe accadere, sicuramente accadrà. Il giovanotto di 80 anni sembra rappresentare tale assioma. 

Difficile la spigolatura del testo che si legge tutto d’un fiato, come se fosse l’avventura galoppante dello spirito ribelle; si desidererebbe ancora più dettaglio. Ho dovuto scegliere solo alcuni brani per ragioni di spazio, ma tutti gli interventi meriterebbero citazione.

Dall’introduzione: “è la cartografia di tutto un ambiente culturale, fatto di uomini e incontri, libri e convegni, iniziative progettate e altre realizzate, che ha visto in Gianfranco de Turris un punto di riferimento. Il volume nasce da un’idea di Nuccio D’Anna, accolta dai curatori e quindi da Luca Gallesi che ci ha permesso di farlo arrivare in libreria, trasformando efficacemente la dimensione privata di una «festa a lungo attesa» in una controstoria della cultura italiana.”

“In tempi non sospetti, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco ci hanno detto che i capolavori del Fantastico non hanno nulla da invidiare ai grandi classici della letteratura convenzionale e, pertanto, come tali devono essere trattati.” Giuseppe Aguanno

“GdT ha continuato e continua nella sua opera di divulgazione, instancabile facitore di conoscenza in un mondo di ignoranti, con la consueta curiosità unita all’umiltà propria delle Grandi anime… i primi ottant’anni spesi bene, sono certo che i successivi saranno spesi benissimo! Mario Bortoluzzi

“Non esistono molte persone capaci di ragionare di questi tempi. Qualcuna l’ho incontrata. Gianfranco de Turris è una di loro.” Alessandro Bottero

“Tra mille incontri e telefonate ha sempre manifestato l’entusiasmo e la pazienza, l’attenzione, la fiducia e la complicità, nei tratti distintivi di un padre.” Giorgio Calcara

“Amico di una vita, grazie per essere stato un così prezioso compagno di strada …mi auguro di poter, ancora insieme, percorrere molte miglia sul sentiero affascinante della conoscenza, scrivendo e pubblicando tante pagine che nutrono l’anima.”  Giovanni Canonico

“il rischio di cascare a piedi uniti nella celebrazione è seriamente tangibile. Non lo farò: in troppi siamo debitori a GdT, a vario titolo …non nutro sensi di colpa, ma, semmai, un’immensa gratitudine per il mio intrattabile mentore.” Marco Cimmino

“Gianfranco, l’augurio migliore che posso farti per il tuo compleanno è che tu possa continuare ancora per molto tempo a donarci l’irrazionale, linfa insostituibile per lo spirito e per il cuore, per sognare e per costruire mondi.” Alessandra Colla

“Merito di Gianfranco de Turris è il recupero di un patrimonio spirituale e culturale enorme. Ma aggiungerei anche l’aver saputo vedere l’interesse duraturo di un insieme di opere, scritti e forme speculative che hanno dato consistenza a un aspetto della cultura italiana troppo spesso ignorato anche dai più attenti ricercatori.” Nuccio D’Anna

“Può essere orgoglioso di ciò che ha raggiunto – e di ciò che raggiungerà ancora, ne sono certo, perché si può avere ottant’anni ed essere più creativi che mai! Ad multos annos, caro Gianfranco! Alain de Benoist (Traduzione di Andrea Scarabelli)

“Navigatore ardito, avventuroso come gli eroi mitici che, al seguito di Giasone, parteciparono al viaggio dalla Grecia alla Colchide per la conquista del Vello d’Oro: Gianfranco de Turris è l’archetipo dell’argonauta, per il rigore intellettuale e il coraggio nel difendere le idee scomode in nome di una visione del mondo senza tempo.” Michele De Feudis

“Che piacere riabbracciarci, io e Gianfranco, due vecchi dinosauri sopravvissuti al fatale meteorite dell’esistere, lui sordastro, io quasi, entrambi con la barba bianca, entrambi con mezzo sigaro trale labbra.” Luigi De Pascalis

“L’ARGONAUTA: Quattordici anni di vita, 468 puntate, oltre 2500 interviste!…Uomo estremamente generoso, uno dei pochi “maestri” incontrati nella mia vita; il maestro che stimola, sprona, forma e soprattutto insegna, o sarebbe meglio dire consegna l’esperienza e il sapere ai suoi allievi.” Roberta Di Casimirro

“La sua identità è scivolosa; sì, proprio come la forza da cui molte esistenze sono di fatto animate; quella che proviene dal centro di tutto; dal fondo incondizionato che, del mondo, ci costringe a riconoscere la radicale inesistenza; senza invitarci a procedere al di là di esso, verso un mondo che non c’è.” Massimo Donà  

“In tanti anni, non l’ho mai visto scendere a un compromesso, mai venir meno a un impegno preso, mai commettere un atto d’ingenerosità, mai deflettere da quello che considerava il giusto cammino. Da ragazzo io ero un po’, diciamo così, scapestrato. Mia madre, che l’aveva conosciuto praticamente quando l’avevo conosciuto io, per cercare di temperarmi mi diceva sempre: «Ma lo vedi Gianfranco? Non puoi prendere esempio da lui?» Sebastiano Fusco

“Riscrivere, correggere, correggere ancora: non è proprio per tutti. Ad alcuni potrebbe addirittura parere, talvolta, di aver a che fare con un nume corrucciato, mai soddisfatto e intento a evidenziare il proverbiale pelo nell’uovo. Ma è apparenza, che vela invece l’amore per gli scritti chiari, ben ponderati.” Andrea Gualchierotti 

“È stato, l’avanguardia, o l’araldo di uno scontro tra diverse visioni dell’uomo e della sua storia che è, oggi, sempre più drammaticamente in corso.” Andrea Marcigliano

“Lei è l’emblema dell’onestà intellettuale, dell’aulicità priva di affettazioni e dello spirito di abnegazione necessari a chi è costantemente impegnato nella ricerca della verità…In Russia il Suo nome è molto conosciuto e stimato.” Dmitry Moiseev

“De Turris ha passato al setaccio tutto della modernità: indizi, simboli, presagi, analizzato l’Utopia e le ideologie del Novecento, la tecnica e internet, la letteratura fantasy e il revisionismo, il millenarismo e cosa accade dietro le quinte della storia, il folklore e le altre dimensioni. Senza mai dimenticare la critica e la cultura politica, agganciate all’attualità, alle spie che indicano i cambiamenti nella società e nella contemporaneità.” Manlio Triggiani

E, fuori dal contesto del volume: L’ho conosciuto a Milano decine di secoli fa, col suo amico editore Marco Solfanelli. Gli ho spedito mini Garuda augurali in ebano da Bali, e qualche cartolina, ma temo non si ricordi. Se qualche volta pubblico lo devo a lui, mi ha insegnato a mettere i punti e le virgole al loro posto e, ovviamente, tutto il resto.

Asclepio, nume eroe e figlio di Apollo ti faceva guarire?

Sognare e guarire – Asclepio e l’incubatio rituale

Patrono dei medici, eroe, guaritore in grado di restituire la salute perduta, e infine nume capace di risuscitare i morti. Se c’è un dio, durante il tramonto del mondo antico, la cui fama pare non conoscere declino, questi è Asclepio. E tutto ciò a dispetto del suo ingresso tardivo, imprevisto, nel pantheon delle grandi divinità dell’Ellade, che distanzia persino quello di un altro celebre ritardatario, Dioniso.
Quando Omero vergava i suoi versi, il figlio di Apollo – tale era l’ascendenza olimpica di Asclepio – si mischiava ancora alla calca innumerevole di progenie divina che affollava il mito greco, pur fregiandosi del notevole, ma ancora umano, rango di eroe. E come tale, sebbene al centro di vicende eccezionali, aveva affrontato il fato comune di tutti gli uomini, la morte.
Colui che i latini avrebbero chiamato Esculapio infatti, aveva ereditato dal padre divino una somma perizia nell’arte medica, giungendo a guarire i casi più disperati. Quando però le sue abilità si erano spinte fino ad arrivare a strappare all’Ade la sua tetra messe di ombre, ecco che Zeus in persona, tutore dell’ordine cosmico, l’aveva incenerito con le sue folgori, uccidendolo. Non l’ultimo, come è noto, di mortali puniti per aver osato tentare di trascendere i vincoli della propria natura.

E’ all’alba del VI secolo, quando ancora l’età classica non è sorta, che avviene la trasmutazione di Asclepio, la sua ascensione ontologica. Zeus l’ha ucciso, sì, ma non distrutto. Apollo, non immemore di quel figlio sfortunato, ottiene per lui una più che rara resurrezione, anzi di più: una vera apoteosi, che non solo riporta Asclepio alla vita, ma gli dona una completa natura divina, imperitura come quella degli olimpi.

Questa, almeno, è la versione del mito che inizia a circolare in quegli anni nella regione dell’Argolide, presso Epidauro, dove il misconosciuto culto oracolare di una divinità locale – Maleátas, patrono di una fonte sacraviene associato prima ad Apollo, nella sua veste di medico divino, e poi, quasi senza soluzione di continuità, a quel suo figlio divenuto immortale.

E’ l’inizio del diffondersi prodigioso del culto: dopo il primo Asklepeion di Epidauro, nel giro di meno di un secolo, altri grandi santuari cominciano a sorgere negli angoli più disparati del mondo greco, assumendo l’aspetto di monumentali centri religiosi e di pellegrinaggio per i malati afflitti da ogni tipo di morbo. Cos, Pergamo: sono solo un paio delle sedi rinomate della venerazione di Asclepio, in cui sacerdoti e adepti – assieme medici e ierofanti – offrono l’opportunità ai sofferenti di guarire grazie alle norme sapienziali trasmesse dal dio. A Roma, preannunciato da una apparizione miracolosa del suo animale sacro – il serpente – gli viene eretto un celebre tempio sull’Isola Tiberina già in età repubblicana, dove ancor oggi sorge non a caso un ospedale.
Eppure, in diversi casi, per ottenere la guarigione non bastano le cure ordinarie, sovente indirizzate su pratiche salutari come digiuni, esercizi ginnici e bagni in acque medicamentose. A volte i malanni accusati dai pellegrini sono tali che solo il nume che regge il santuario può rivelarne il misterioso rimedio.

Ecco dunque che gli Asklepeia si dotano di stanze segrete, sotterranei dove i malati, ivi condotti dopo precise purificazioni rituali (in base a una rigorosa Lex Sacra, basata su sacrifici e invocazioni), compiono il rito della cosiddetta incubatio. Lasciati soli a giacere nelle sale ipogee, dopo aver bevuto spesso bevande dal contenuto soporifero, essi dormono, in attesa che Asclepio in persona, comparendo loro in sogno, gli indichi la via della guarigione.

E così spesso accade.
Infiniti, incisi nella pietra e nel marmo con artistici rilievi, sono gli ex voto che testimoniano l’intervento benefico del dio. E non mancano neanche le testimonianze letterarie; una per tutte, quella famosissima di Elio Aristide, il celebre retore del II secolo, ricordato non solo per la sua orazione “A Roma” che descrive i fasti del secolo d’oro dell’Impero, ma anche per la sua devozione, a tratti morbosa e patologica, per il medico divino. 
Nei suoi quattro “Discorsi sacri”, Aristide, che essendo natio dell’Asia Minore frequentava il grande Asklepeion di Pergamo, narra senza reticenze e con entusiastica emozione il suo legame con Asclepio, che durerà tutta la sua vita. Afflitto da infiniti malanni, probabilmente attribuibili a un disagio di natura psicosomatica, l’oratore frequenta i templi e i santuari del dio, offre continui sacrifici, e soprattutto viene sovente visitato in sogno dal nume, sia durante la pratica di diverse incubationes, sia in contesti più ordinari, quotidiani. Egli è infatti un prescelto, salvato più volte da malattie che l’avrebbero portato alla morte certa senza i ricorrenti salvataggi del suo patrono celeste, di cui elenca con certosino zelo apparizioni, moniti, miracoli.

Seppur unica in termini letterari, la testimonianza di Aristide non doveva costituire una così grande eccezione nel sentire dei devoti. Proprio il santuario di Pergamo, in quegli anni, veniva frequentato da veri esperti di quel tempo nel campo della medicina, come Galeno, e il numero di ex voto pervenuto ci indica un afflusso di visitatori imponente, spesso appartenenti a ranghi sociali elevati.
Questa ascesa, comune a tutti gli altri grandi centri templari, continua ininterrotta almeno fino alla metà del III secolo, quando il dio – da tempo adorato anche in nella Pars Occidentalis del dominio romano – viene acclamato addirittura come Zeus Asklepio Soter, in una sincretistica assimilazione salvifica col sovrano dell’universo.

E se si tratta di un fenomeno comune anche ad altre divinità guaritrici (Serapide, per esempio), il grido “Grande è Asclepio!” continua a risuonare a lungo anche quando inizia il declino dei suoi santuari più grandi.
Associata alla generale decadenza che affligge da tempo le province elleniche in età imperiale, li diradarsi delle visite alle case di guarigione del nume si può attribuire non tanto al diffondersi, specie nelle regioni microasiatiche, del culto cristiano, quanto all’aumentata insicurezza dei tempi, che rende costoso e sconsigliabile il pellegrinaggio agli Asklepeia. Le invasioni degli Eruli in Grecia, giunti fino ad Atene, dei Goti nelle metropoli della provincia d’Asia, contribuiscono a fiaccare territori in cui la spinta religiosa dei secoli passati si è trasformata ormai, in bulimia superstiziosa, affamata di prodigi sempre nuovi, come già l’episodio narrato da Luciano di Samosata del culto fasullo del serpente Glicone (paradossalmente una sorta di reincarnazione di Asclepio), cento anni prima, aveva iniziato a mostrare.
E certamente, la presenza sempre maggiore nelle metropoli degli adepti di un altro Salvatore, non poté non incrinare la predilezione di alcuni per il medico divino figlio di Apollo. Tuttavia, se celebre in quei giorni era la disputa tra Celso e Origene su quale dei due – Cristo o Asclepio – meritasse davvero il titolo di Soter, vero segno dei tempi, gli Asklepeia restarono in attività ancora per molto.
Specie la pratica oniromantica, legata all’interpretazione dei sogni inviati dal dio, continuò ad essere portata avanti da specifici sacerdoti, sulla scorta anche di trattati come quello di Artemidoro di Daldiano, che nel II secolo redasse un apposita opera in cinque volumi divenuta celebre nel mondo antico.
Quando già il culto di suo padre Apollo si era spento e i suoi oracoli tacevano, dunque, Asclepio ancora regnava, venerato nel tardo impero sempre più come immagine benevola del dio “Uno” e non “Unico” vagheggiato dai neoplatonici. In questo senso però, il suo essere stato uno degli avversari finali del Cristianesimo, temuto dai Padri della Chiesa come demoniaco imitatore del vero medicus animarum, si risolse sempre di più ad una questione di stampo polemico: materia per pochi, mentre il fuoco della devozione bruciava ormai altrove.
Privato di santuari ormai deserti, oppure addirittura occupati dai fedeli del suo nemico per farne chiese, il dio venuto da Epidauro dovette accontentarsi di onori privati, di sacrifici di teurgi solitari, cedendo infine il passo alla nuova religione nel corso del V secolo.

La fonte sacra di Epidauro, acqua di salvezza per almeno dieci secoli, scorreva ormai silente.

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Andrea Gualchierotti, romanziere e saggista, collaboratore di Tiricordiquando? ci ha inviato il post su Asclepio.

Andrea Gualchierotti (Roma, 1978) vive e lavora in provincia di Roma. Appassionato del Fantastico e del mondo antico, ha pubblicato romanzi e racconti per diversi editori fra cui Gli Eredi di Atlantide, Le guerre delle Piramidi e La stirpe di Herakles. Collabora con l’associazione culturale Italian Sword&Sorcery . Suoi contributi, che spaziano dal fantasy fino alla storia delle religioni e alla numismatica, possono trovarsi sulle pagine delle riviste Dimensione Cosmica, il Giornale OFF, Hyperborea e L’Intellettuale Dissidente.

il Fantastico rimava con la realtà?

Gli appassionati di Fantascienza già lo conoscono, Max Gobbo non ha bisogno di molte presentazioni, essendo da anni uno dei protagonisti del Fantastico italiano e autore di opere pubblicate da prestigiosi editori. Qualche dettaglio sulla sua attività comunque non guasta: tra i suoi interessi principali: la narrativa dell’immaginario, la letteratura e il cinema. È autore di diversi romanzi e di racconti fantastici come Garibaldi e i mostri meccanici e la Maschera nera, che rileggono in chiave “retrofuturista” la storia d’Italia. Nel 2010 esordisce con Protocollo Genesi edito da Aracne editrice presentato al XXIII Salone internazionale del libro di Torino.
    Nel 2012 è finalista a Giallolatino col suo racconto La palude dei caimani.
    Nel 2013 ha presentato al festival internazionale di fantascienza, Sticcon di Bellaria il suo Capitan Acciaio supereroe d’Italia edito da Psiche e Aurora editore, con prefazione di Gianfranco de Turris.
    Maggio 2014, sulla prestigiosa rivista “Robot” (Delos Books) appare il suo racconto a tema steampunk, L’incontro di Teano.
    Luglio 2014, sulle pagine di “IF – Insolito e Fantastico” rivista edita da Solfanelli compare il suo Aeronavi Italiche.
  Nel 2015 un suo romanzo L’Occhio di Krishna, Bietti Editore.
    Collabora con diverse riviste: “Skan Amazing Magazine”, “Politicamente.net”, “Letteratura Horror”, e col quotidiano on line “Barbadillo”. È curatore della sezione narrativa per la rivista “Antarès”.

DIMENSIONE COSMICA edita dal Gruppo editoriale Tabula Fati. ospita un suo racconto. Nell’edizione primavera 2023, la suggestiva copertina di ispirazione medievale con una attraente fanciulla guerriero, realizzata da Andrej Vasilcenko, cattura l’attenzione. Tema principale dell’edizione la Fantascienza russa, introdotto e commentato dalla penna esaustiva di Gianfranco de Turris con articoli, racconti, analisi, commenti. Illuminanti gli interventi di Sacha Cepparulo, Andrea Gualchierotti, Eugenij Lukin.

Il racconto di Max Gobbo su DIMENSIONE COSMICA:

SEMBRA UN CONIGLIO 

Il deserto si dispiegava all’infinito come una coltre d’oro sotto il sole cocente. L’auto impolverata si fermò con un sussulto accanto alla locanda calcinata dai dardi di luce. Padre e figlio scesero impolverati pure loro, il padre tossì. Tutti e due si sedettero a un tavolo sgangherato senza dire una parola. Faceva molto caldo e l’aria riarsa seccava la gola e impastava la bocca di sabbia.  

Un cameriere con un grembiule sudicio e l’aria d’un gatto sornione si avvicinò e domandò: «Cerveza 
Il padre sorrise e fece cenno di sì con la testa riccioluta dai riflessi di cenere: 
«Dos Cervezas 
Il cameriere dall’aria sorniona sparì dietro una vecchia tenda di perline di legno ingiallite dal sole. 
Il figlio, poco più d’un ragazzo, si mise a fissare le montagne che davano a Ovest. 
«Quella è la Sierra Madre occidentale,» disse il padre indicando con un dito le cime bianche che riflettevano i raggi solari come piramidi di ghiaccio. 

«Perché siamo venuti in questo deserto?» domandò il figlio senza staccare lo sguardo dai monti. 
«Bisogna attraversarlo se vogliamo arrivare a Veracruz prima di notte.»  
Il cameriere ricomparve con un vassoio di latta con sopra un paio di boccali di birra con due dita di schiuma. Mise sul tavolo i sottobicchieri di cartone e vi posò i bicchieri con la birra. La schiuma colò dalla cima dei bicchieri e bagnò i sottobicchieri. 
«Ah, ci voleva proprio!» esclamò sorbendo la birra il padre mentre il cameriere tornava nella locanda di mattoni giallastri e scrostati. 
«E’ buona,» osservò il ragazzo con la bocca sporca di schiuma. Se la ripulì con la manica della camicia con un gesto goffo. 
«Sì, è fredda al punto giusto, la birra deve esserlo, soprattutto nel deserto.»  
«E’ la prima volta che bevo birra,» disse il figlio guardando la schiuma densa e bianca come neve che ondeggiava. «Non me lo hai mai permesso.» 
«Be’, che vuoi è roba da uomini.» 
«Allora sono un uomo?» 
«Lo sei, quasi.» 
«Perché bevo birra?» 
«Perché ora lo puoi fare.» 
Il ragazzo meditò su quelle parole, si sentiva confuso. Tutto di quel lungo viaggio lo aveva frastornato. 
«Pa’, non sembra anche a te che abbia la forma d’un coniglio?» 
«Che cosa?» 
«Quella grossa nuvola laggiù,» e indicò un fronte nuvoloso che s’arrampicava sulle vette montuose. 

Era una nube imponente arrossata come la fucina d’un fabbro dalla luce del tardo pomeriggio. Aveva proprio la forma d’un coniglio, o almeno così pareva. 
Il padre sogguardò distrattamente la nuvola, si grattò la barba di due giorni e sogghignò: 
«Mah, non saprei, a me sembra più un cane, però è la tua nuvola e se ci vedi un coniglio, allora è un coniglio.» 
«E’ la mia nuvola?»  
«Certo che lo è, se guardi bene ci vedrai scritto sopra il tuo nome.» 
Il ragazzo sorrise; ma poi tornò serio. Stava per aggiungere altro quando un rombo di tuono lo fece trasalire. Improvvisamente, proprio tra le orecchie del coniglio di vapore, saettò una scia di fuoco. 
«Che cos’è?» fece spalancando gli occhi. 
«Un razzo, direi,» rispose il padre aggrottando la fronte. 
«E’ il cargo del pomeriggio,» gracchiò con la sua voce nasale il cameriere ricomparendo da dietro la tenda. «Qui ne passano in continuazione. Oltre la Mesa, in direzione di Veracruz ci sono le piattaforme di lancio.» 
«Ne decollano molti?» domandò il figlio rimirando il cargo che scintillava ai raggi del sole come una punta di diamante che tagliava il cielo. 
«Ve l’ho detto señor, quei bolidi non la finiscono mai di decollare. Oggigiorno sembra che tutti muoiano dalla voglia d’andarsene sulla Luna,» rispose il cameriere e si ritirò nella locanda come una lumaca nel suo guscio. 
Il figlio fissò ancora per un poco il razzo finché questo divenne un punto indistinto nell’azzurro del cielo. Rimase solo una lunga scia biancastra a testimoniare il suo passaggio. 

« Pa’,» chiese mandando giù un altro sorso di birra, «farà male?»  
Il padre fissò il tavolo e con una mano rigirò il suo bicchiere, disse: 
«Ma no, è una cosa da nulla, vedrai.» 
«Sì, ma che mi faranno?» 
«Non vuoi aiutare la tua famiglia?» grugnì l’uomo sollevando lo sguardo severo, «non ti piacerebbe far star bene i tuoi fratelli e le tue sorelline più piccole?» 
«Sì, certo…» balbettò il ragazzo. 
«Senti un po’ figliolo,» disse il genitore rabbonendosi. «Se fossi più giovane l’avrei fatta io questa cosa, ma lo sai, quelli della mia età non li vogliono. Sono troppo vecchio per certe faccende.» 
«Dici che dopo posso compramela una macchina?» domandò il ragazzo tornando improvvisamente allegro. 
«Sicuro, potrai comprati un sacco di cose.» 
«E i miei fratelli avranno abiti nuovi?» 
«Ci puoi scommettere.» 
«E andranno a  scuola?» 
«Sì, se lo vorranno.» 
«E mangeremo tutti quegli hamburger con le cipolle, la salsa agrodolce, e poi anche il gelato alla fragola?» 
«Certamente e ci potrai mettere su in cima una montagna di panna fresca.» 
Il figlio non disse più niente, stava immaginandosi tutto quel gelato con la panna e via dicendo. Entrambi non parlarono per un bel po’. Un altro razzo prese il volo sfrecciando come un gigantesco fuoco d’artificio tra le nuvole. 

Il coniglio s’era ormai dissolto assumendo contorni vaghi e indistinti. Pareva un’immensa massa di cotone sparsa sulle cime delle montagne. 
Il ragazzo si riparò gli occhi con il palmo d’una mano per vedere il razzo che s’innalzava fiero verso le stelle.  
«Dove sarà diretto?» chiese infine riabbassando lo sguardo. 
Il padre piegò le labbra con fare incerto. 
«Hai sentito anche tu quello che ha detto il cameriere: probabilmente andrà sulla Luna o su una sua stazione orbitale. Chi può dirlo?» 
«Forse non lo sa nessuno,» disse il figlio. 
«Sì, che lo sanno,» rispose il padre. 
«No, che non lo sanno, nessuno lo sa mai.» 
«Che vuoi dire?» 
«Io non so dove sto andando.» 
«A Veracruz, te l’ho detto, no?» 
«Non so dove sia.» 
«Presto lo scoprirai. E’ un gran bel posto, non sei curioso?» 
«Non sono sicuro di volerlo sapere.» 
Il padre annuì con la testa, aveva capito che era inutile insistere.  
«Riguardo quella faccenda,» disse poggiando le mani grosse e nodose sul tavolo, «se non vuoi, non è che devi farlo per forza.» 
«Sentirò male?» 
«No, te l’ho già detto, non ti farà male. Quando dormi non senti niente.» 
«Come fai a saperlo?» 
«Lo so e basta.» 

Il figlio bevve un altro sorso di birra, quel sapore amarognolo non gli piaceva troppo, però era sempre una novità. Guardò la strada che s’allungava come un lungo serpente nel deserto messicano. A un certo punto, gli parve, che piegasse verso una collinetta riarsa. Pensò che forse il coniglio di prima ci si era nascosto dietro. I conigli alle volte lo fanno, si disse. 
«Credi che mi permetteranno di andare a caccia di conigli?» 
«Là non ci sono conigli,» rispose il padre un po’ seccato. 
«Metti che uno ce li porti?» 
«Allora, ma è solo un’ipotesi, li si potrebbe cacciare.»  
«Ne ero sicuro,» concluse il ragazzo tutto soddisfatto. «Allora si va?» 
Il padre sembrò non ascoltarlo. Per la prima volta da quando si erano fermati pareva dubbioso, esitante. Nella sua mente, forse, si agitavano strani pensieri. Improvvisamente aveva l’aria triste. Sollevò il mento ponendosi le mani sullo stomaco prominente. Con lo sguardo vagò su per le montagne che davano verso Veracruz, vaghi, indifferenti giganti di pietra, e sospirò. 
Il figlio si alzò dal tavolo, aveva finito la sua birra e adesso era ansioso di ripartire. 
«Pa’, che facciamo, andiamo?» 
«Ah sì, certo,» mormorò l’uomo riemergendo dai suoi pensieri con una strana luce negli occhi. «Però prima di rimetterci in viaggio dobbiamo assolutamente fare una cosa.» 
«Cosa, Pa’ ?» 
«Farci portare altre due birre gelate.» 

Poco dopo, quando la macchina s’era già allontanata tra le sabbie roventi lasciandosi una densa cortina di polvere alle spalle, il cameriere sbucò fuori dalla locanda per recuperare i bicchieri. 
Sul tavolo notò un volantino pubblicitario lasciato dai due clienti. Lo prese in mano e vi lesse: 
La compagnia estrattiva lunare cerca nuovi minatori. 
Requisito di base: essersi sottoposti alla procedura chirurgica di riadattamento organico alle condizioni ambientali del satellite.          

c’era il Fantastico?

Si fa presto a dire fantastico! Un viaggio, un pranzo, un amico, possono riuscire fantastici, o un programma tv, come quello del 6 ottobre 1979 quando andò in onda la 1ª di dodici puntate di “Fantastico”, condotto da Loretta Goggi e Beppe Grillo con Heather Parisi. Quanta acqua sotto i ponti! dirai. Ma niente di tutto questo c’entra col nostro fantastico, e allora cosa? Il Fantastico è qui soggetto eminente di un’opera singolare che si legge come un romanzo d’avventura. Edita da Solfanelli in onore dei 60 anni di attività di Gianfranco de Turris, noto internazionalmente per essere uno dei più accreditati conoscitori di questa osmotica materia. Il Viaggiatore Immobile, a cura di Andrea Gualchierotti, alla seconda edizione riveduta e ampliata – e già si parla di una terza ristampa – tratta di un altro genere di Fantastico, che questa volta non rima con meraviglioso, favoloso, sensazionale o formidabile, ma col quotidiano. A definire il Fantastico in questa sede ci aiutano i giornalisti Louis Pauwels e Jacques Bergier, autori de Le Matin des magiciens, opera del ‘60. Ecco cosa dicono: “il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi…” Cose astruse? Affatto, perché ci toccano da vicino più di quanto pensi. Fantasy, fantascienza, fantastico, science fiction e via dicendo: solo alcuni dei termini descriventi una dimensione che fa dell’onirico e del virtuale una eventualità possibile; quanti milioni di persone si sono incollate agli schermi, soggiogate dalle vicende di Odissea 2001 nello spazio, Blade Runner, Interstellar, Ex Machina, famose pellicole cult che rivelano tuttavia inquietudini riflesse e prospettive potenziali di un futuro possibile: di intelligenza artificiale  si imbottiscono ormai anche i materassi. Punto di forza de Il Viaggiatore Immobile una serie di testimonianze autografe imperniate sulla figura di Gianfranco de Turris, che descrivono un’avventura pluridecennale di cui non si percepisce la fine, perché il fantastico nasce e vive con noi, inossidabile compagno di ogni vicenda umana, in forza del suo significato: rappresentare la parte più autentica che è sogno, desiderio dell’ulteriore, fuga dal quotidiano. 

Così la “rivelazione dell’inconsistenza ultima della realtàsi legge nel libro, fa pensare. Tolkien, Lovecraft, Evola, Meyrink, Jung, sono i nomi che più compaiono, in una fitta sequenza di amarcord talvolta accorati, fatti di date, incontri e scontri, ricordi di tumultuose avventure editoriali e filosofico letterarie; contigue alla politica, esse sono apportatrici di nuove idee e interpretazioni del quotidiano,  conquistate con fatica e lotta. Al centro di questa avventura c’è lui, il viaggiatore immobile, ovvero Gianfranco De Turris, amato e osannato, o vilipeso e osteggiato, sempre scomodo, perché granitico nelle sue idee “scomode”, ingombrante presenza fuori dal coro, sempre. Dai numerosi interventi offerti dall’opera, che si legge come un racconto avventuroso, uno significativo, quello di Chiara Nejrotti tratto dal capitolo Nostalgia del sacro e critica alla modernità, l’opera di J.R.R. Tolkien: Negli anni Settanta del secolo scorso Gianfranco de Turris, insieme a Sebastiano Fusco, propose un’interpretazione simbolica del fantastico che si dimostrò particolarmente feconda nell’indicare chiavi di lettura e significati, che probabilmente sarebbero rimasti nascosti secondo analisi meramente letterarie o di stampo strutturalistico, così in voga in quegli anni. Egli, infatti, indicò per primo in Italia il legame esistente tra mito, epica e letteratura fantastica, mostrando come quest’ultimafosse l’erede – più o meno consapevole – delle prime due e, per suo tramite, si manifestasse, nell’epoca del modernismo razionalista e del disincanto, una autentica e, a prima vista insospettata, “nostalgia del sacro…”

Nelle immagini: dipinto di Julius Evola e la copertina dell’opera.

il viaggiatore immobile

(…) “come tutti, combatto quotidianamente con la Realtà, che mi diventa sempre più insopportabile per come è stata resa artificiosamente complicata e totalmente inumana.”
GdT

Un’opera singolare edita da Solfanelli: Il Viaggiatore Immobile, a cura di Andrea Gualchierotti, è alla seconda edizione riveduta e ampliata, e già si parla di una terza ristampa. Qualche motivo deve pur esserci. Il gran nocchiere, suo principale attore, scrutatore degli abissi del reale, attende. Oggi c’è bonaccia. Non è fisico il suo sguardo ma interiore. Sulla fiancata del suo naviglio sta incisa la frase del Principe Guglielmo d’Orange il Taciturno «Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare.» L’opera: una sorta di canto corale di chi ha conosciuto da vicino il personaggio. Ma anche pretesto per trattare sotto varie angolazioni e raccogliere testimonianze sul Fantastico. Qui risiede la sua originalità. Il suo protagonista, diretto verso il mundus imaginalis, ha “interpretato leggende narrate da geroglifici fatali”, attraversato i territori dell’angoscia e del rifiuto di Lovecraft, le imaginifiche lande di Tolkien dove nascono e muoiono regni e sogni. Il suo equipaggio: quelli che hanno lavorato con lui e per lui confidando ora che il nocchiero, come Ulisse, Giasone navighi ancora. A molti di loro egli ha impartito severe lezioni di ars scribendi che coniugano rigore, ricerca, ostinazione nel voler dare il meglio, insegnando la scoperta di segrete cose, celate alla vista dei più. Paola De Giorgi non teme di definire Il taciturno nocchiere col suo sigaro spento incollato all’angolo della bocca: “il nostro stregone del XXI secolo. Uno dei pochi ancora rimasti di una generazione di stregoni che avevano l’arduo compito di effettuare la grande ricerca…Un maestro ha l’arduo compito di indicare la strada, senza mai sostituirsi ai propri allievi.” Dal vasto arazzo alle sue spalle traspare anche l’ucronica visione della storia. Egli ha indicato il legame tra mito, epica e letteratura fantastica, rilevando insospettabili legami fra mondi antichi e l’oggi, basta che leggi l’ultimo capitolo di suo pugno, dove il Mito cede il passo al Fantasy. Il nostro ha lavorato per decenni con lo spirito dell’alchimista, la precisione dello scienziato. A lui è toccato dirimere, collegare e proporre nuove letture del “reale”, insospettabilmente collegato col fantastico. 

Il gran nocchiere si chiama GdT l’acronimo del suo nome: Gianfranco de Turris.

L’opera parla delle avventure dirette o riflesse che lo vedono coinvolto, ma non solo. Un romanzo? un saggio? un racconto? o una serie di testimonianze? Nulla di “solo” questo. Piuttosto un amarcord redatto da ex “alunni”, colleghi e amici. Il Viaggiatore Immobile si avvale di testimonianze autografe per descrivere un’avventura senza fine. Il nocchiere ha la smodata passione per la Fantascienza, onnivora medusa che si nutre di sogni e di reale. Gianfranco de Turris è definito da chi lo conosce bene: “mastro orologiaio, promotore, animatore culturale, ispiratore, mentore, benevolo demiurgo, critico letterario, intellettuale acuto e stregone…” per il momento basta. L’individuo non è incline al complimento. L’immobile viaggiatore GdT ha solcato mondi iperuranici, messo alla frusta e aiutato a dare il meglio di sé decine di masochisti aspiranti Lovecraft. Il “Diogene del fantastico” sta rimuginando se, per caso, avesse lasciato qualcosa di inesplorato che valga la pena di sondare. Marco Solfanelli, uno dei suoi editori preferiti ed amico afferma: “Ancora oggi, la nostra collaborazione prosegue. Il mio atteggiamento nei suoi confronti è: Io con Gianfranco non ci discuto; faccio tutto quello che mi dice. La stima che provo nei suoi confronti mi fa accettare qualsiasi sua proposta editoriale, perché è per me garanzia di qualità…” GdT da decenni, è solito rilevare riscontri e legami, per scovare un indizio, il bandolo dell’intricata matassa che si chiama fantasy, termine così pregnante da scoraggiare la più caparbia volontà di interpretazione.

Il Viaggiatore Immobile è il diario di bordo di un’avventura ancora lontana dal concludersi, talvolta commovente, verso il “maestro, lo stregone, il mentore, infine il gentiluomo.” E intanto il Fantastico irrompe tra le pagine del volume, come mai prima lo abbiamo considerato. 
A descrivere Gianfranco de Turris ci pensa Errico Passaro: “(…) è il critico che questa Italia faziosa e provinciale non merita. Non è eccessivo definirlo il più grande di tutti i tempi, nel campo della critica fantastica…ovvero il più grande esperto del fantastico italiano.”

Nelle immagini: la copertina del libro, Gianfranco de Turris, un dipinto di Julius Evola.

ogni libro era una scoperta?

È il caso di Giuman pubblicato da Solfanelli Editore nel 1989. Nella collana il Voltaluna a cura di Oreste del Buono e Lucio D’Arcangelo. Traduzione e introduzione sono di Maurizio Enoch. Un libro che chiamerei diverso. Perché diverso? Perché, oltre a farci scoprire la prosa di Prosper Mérimée, l’inventore della novella francese, ovvero del lungo racconto dell’Ottocento, ti suggerisce l’idea di quando e come gli editori facessero con gusto e passione il loro lavoro, un tempo, offrendoti una “chicca” dal sapore semi artigianale, quasi un pezzo unico fatto a mano, a partire dalla carta, dall’illustrazione di copertina, dalla nitidezza del carattere e dalla buona impaginazione. Ma non indulgiamo al fanatismo nel lodare libri così, il cui contenuto merita ancora altri elogi. Le prime righe dell’ottima introduzione parlano di una tastiera: “Mérimée ne touche que huit nots de son piano”, il giudizio ambiguo è di Stendhal, suo amico (un poco invidioso) perché impossibilitato a imitare la vita brillante e mondana, riservata a pochi autentici dandy dell’epoca, quella appunto a cui aderiva Prosper Mérimée. Nei Ricordi di Egotismo, Stendhal scrisse: “Costui aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi, piccoli e vacui, avevano sempre la solita espressione, di cattiveria”. Malgrado la prima impressione, Mérimée e Stendhal furono grandi amici per 21 anni, ossia fino alla morte del secondo. La parte mai volutamente (?) suonata della tastiera, secondo il comune parere dei critici corrisponde a un misto di freddezza, impassibilità, superficialità e acume tutte caratteristiche riscontrabili nelle sue pagine. Ma è davvero così? Mérimée nella sua scrittura, svelando le pure forze meccaniche dell’esistenza umana, passioni e avventure comprese, finisce per sacrificare la poesia che non risulta mai frutto di una osservazione distaccata come la sua bensì il frutto di compartecipazione al dramma o alla passione descritta. E per questo Mérimée sarebbe inferiore ad altri, come ad esempio a Stendhal? Io non lo credo, affatto. È come dire: a me piace il minestrone e non la pasta, ma il minestrone non è la pasta, non so se mi spiego. A volte i critici dovrebbero smetterla di affibiare etichette. Mérimée è lo scettico Mérimée, non si chiama Fyodor Mikhailovich Dostoevsky con la sua umanissima deteriore passione per il gioco d’azzardo, e nemmeno Henry Miller che ci fa sentire tutto lo sfascio e il personale disgusto per la neonata american way of life. Una scrittura asciutta, non indugiante, priva di fronzoli emotivi che rispecchiano il distacco dell’autore, priva di compromessi con le sue emozioni, l’autore non si dilunga in commenti sui fatti narrati, il suo stile è sobrio fino all’aridità. Domanda: perche mai dovrebbe assomigliare ad altri? Per cosa lo si critica? Nell’essere un perfezionista che non vuole apparire soggettivamente coinvolto nelle sue opere? È semplicemente un non emotivamente coinvolto, vuoi per carattere, vuoi per scelta. Nella scrittura alzi la mano chi trova difettoso o esecrabile o mancante di sensibilità chi privilegia trama, azione e non indulge al commento personale su situazioni e personaggi, sopprimendo ogni aderenza personale alle vicende narrate. Per questo si parla di carenza? Pare che ci sia ancora nell’aria la querelle su Mérimée cinico, insensibile e disilluso. Se Mérimée non voleva far emergere la parte buia della tastiera, corrispondenti alle tracce di una scrittura immediata e frutto di spontaneità, dove sta il problema? Mérimée non puo essere Tolstoi o Dostevsky, nemmeno Louis Ferdinand Auguste Destouches o Gide, o Henry Miller, il cui ego si affaccia prepotente e invasivo nelle loro pagine. I critici, essendo scrittori mancati, dovrebbero spesso fare professione di modestia e non instaurare una scala di valori basata sui giudizi: più grande, meno grande, distaccato, emotivo ha più o meno sensibilità, peccato che sia arido, eccetera. Amo il modo di scrivere di Prosper Mérimée che ci fornisce un saggio della sua bravura con brani come questo, tratto da Giuman: “…D’un tratto un grosso rigurgito di melma bluastra si levò dal pozzo, e da quella melma sorse la testa d’un enorme serpente, d’un livido grigio, con occhi fosforescenti… Involontariamente feci un sobbalzo all’indietro; intesi un piccolo grido e il rumore di un corpo che cadeva di peso nell’acqua… Quando riabbassai gli occhi, forse dopo un decimo di secondo, vidi lo stregone solo sul bordo del pozzo, dove l’acqua ancora gorgogliava. Tra i frantumi della pellicola iridata galleggiava il fazzoletto che copriva i capelli della bambina… Vuoi sapere qualcosa in più sulla bambina? “…Aveva occhi belli come non ne avevo mai visti, ed i capelli cadevano sulle spalle in minute trecce racchiuse da monetine, che faceva tintinnare scuotendo graziosamente il capo. Era vestita con più ricercatezza della maggior parte delle ragazze del paese: un fazzoletto di seta d’oro sulla testa, un corpetto di velluto ricamato, pantaloni corti di raso turchino che lasciavano intravedere gambe nude e cinte di anelli d’argento. Non un velo sul volto…”

Lancio un sasso in piccionaia: Ho trovato LA CERTOSA DI PARMA del suo amico Stendhal, noioso e arzigogolato, è un delitto? E pensa che l’rditore gli aveva imposto di tagliare trecento pagine del finale! Ma io sono solo un lettore, non un critico. Mentre mi piacciono le ultime osservazioni dell’aletta dell’ultima di copertina di Giuman che recitano: “simili prove narrative, d’una misura laconicamente perfetta, che dopo l’esposizione di un dramma risolvono nel mot d’esprit, appaiono infine come ostentati paradigmi di un animo profondamente assorto e cosciente del proprio scetticismo come unica possibile visione del reale. Non sono d’accordo solo su una parola: ostentati. Vai a leggerti Il vicolo di Madama Lucrezia e La camera azzurra: due gialli perfetti e inimitabili, se non è arte al massimo livello la loro io sono un dugongo.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io