Il bestiario magico di Nichola Theakstone

Ma sí, anche a Londinium, mirabolante paesone cresciuto a dismisura c’è del buono e del bello, basta frugare.
Non troppo lontano nel tempo da non essere ricordate, c’erano le creature cosí come le aveva fatte la mano di Dio. L’eden in terra, l’intonso creato pieno di meraviglie, erbe e animali. Ciò non e piú, mortificato e seviziato dall’uomo stolto. A saperle cercare, tracce cospicue di quel mondo esistono ancora e parlano. Sono gli animali e le loro essenze che ci indicano, severi, la loro precaria esistenza. Il loro monito silenzioso è potente, basta gironzolare nei pressi di Piccadilly street per verificarlo.

Arrivano dalla banchisa polare, dall’India, dalla steppa e dalla foresta. Sono gorilla, leoni, lepri, orsi polari e vacche sacre, e cani e cavalli ancestrali che evocano miti irricordabili e dimensioni di vita scomparse da migliaia di anni. Questa fauna eterogenea la trovi riunita in schiera silenziosa a poca distanza da Piccadilly street, dentro i recinti di Sladmore, galleria che ospita mostre dedicate ai nostri amici in via di drammatica e rapida estinzione. Dopo essere passato più volte davanti alle sue vetrine sono finalmente entrato nel bestiario. Sculture in bronzo che catturano a prima vista, evocazioni di mondi e vite minacciati dall’ignavia e dalla stupidità dei contemporanei.

Lí rivivono e fanno meditare. Nichola Theakstone, scultrice di straordinario talento, ha saputo catturare perfettamente, oltre allo spirito che anima tutti gli esemplari, le loro più riposte e intime essenze, lasciando parlare le espressioni talora assorte, intente o contemplative, nelle varie pose dei soggetti. C’è qualcosa di indefinibile e attraente in quelle creazioni, nelle espressioni dell’orso, del felino, e del gorilla di montagna. Quasi un richiamo. Una sorta di straniamento emana dalle loro espressioni. Essi ci rimandano a un mondo antico, che un tempo era anche il nostro. La scultura di Nichola Theakstone senza strepiti e proclami è anche denuncia di un mondo in rapido dissolvimento. Essa ci riporta alla radice di dimensioni ataviche seviziate dalla modernitá.

Quando eravamo cacciatori, e ci difendevamno dalla leonessa e dal giaguaro, quando eravamo cavalieri, in sella a mitiche cavalcature. Le opere della scultrice ci restituiscono brandelli di quel mondo che ci apparteneva e dal quale ci siamo stoltamente allontanati. Il misterioso felino guarda proprio te, mentre il caos impazza davanti all’hotel Ritz, a pochi metri di lí.

www.craftinfocus.com/nichola-theakston-sculptor: “Nichola afferma: “Gli esseri umani hanno una ricca storia di coinvolgimento artistico con il mondo animale per una varietà di scopi. Per me è la straordinaria bellezza del mondo naturale e la mia risposta fisica ad esso; un tentativo di comprendere e ritrarre creature così diverse eppure simili sotto molti aspetti. Mi sembra un’attività molto pertinente, con l’elenco degli animali in pericolo critico in continua crescita. Oltre all’ovvio apprezzamento della forma, spero che l’opera susciti una risposta personale e varia, da questioni di fragilità dell’esistenza a idee meno tangibili e più effimere. L’idea che una singola creatura possa sperimentare una dimensione spirituale al di là dei suoi comportamenti animali istintivi è la premessa alla base di gran parte del mio lavoro. Sebbene i primati siano un tema ovvio e avvincente data la loro vicinanza genetica al genere umano, è importante per me che tutti i soggetti siano scolpiti con sensibilità ed empatia, rispecchiando elementi della nostra coscienza condivisa e invitando l’osservatore a relazionarsi e riflettere.” 

Sladmore Gallery è una galleria d’arte londinese situata al 57 di Jermyn Street dal 2007. La sua specialità sono gli scultori animalier (la sede di Bruton Place è specializzata in scultori contemporanei e quella di Jermyn Street in scultori del XIX e inizio XX secolo).

c’era sua Maestà il re Ooni?

Straordinaria, altre parole sarebbero limitative e non riuscirebbero a definirla. Dorme a occhi aperti? Sogna? Medita? O è semplicemente trasognata? Tutto questo, insieme. È la sua espressione assorta a suggerirlo. Forse attende visite e noi non possiamo deluderla. E così ci rechiamo a trovarla, attirati dal suo fascino, quasi dovessimo rispettare un impegno, come se fosse una persona vivente ad attenderci e non una statua, rendendo omaggio alla sua eccezionale avvenenza, alla sua fascinosa maestà, alla squisita fattura e all’enignatica espressione del volto. La nostra visita al British Museum non è casuale, ma un pellegrinaggio continuativo verso una meta precisa: un soggetto che incarna la pura Bellezza, insieme alle altre due meravigliose ancelle. Si tratta della Regina Madre del sedicesimo secolo esposta al British Museum. Una scultura in bronzo di eccezionale fattura che mai ci stancheremo di ammirare e considerare sotto molteplici aspetti. Insieme a un “lotto” di sculture bronzee che coprono un’intera parete, gli arcinoti bronzi del Benin che, reclamati legittimamente a viva voce, dovrebbero rientrare in patria, nella loro Nigeria natale. Sin qui l’omaggio scontato e dovuto e il riconoscimento di una bellezza misteriosa e senza tempo, ma volendo prendere spunto da ciò che la regina rappresenta e ispira e per approfondire un tema importante che ci sta a cuore, occorre riferirsi anche alla diversa origine, significato e interpretazione della Bellezza nella sua patria d’elezione (riconosciuta): Grecia e Italia. Punti di riferimento indispensabili per capire l’arte dell’altrove.

Se fascino e bellezza da millenni si esprimono in Europa attraverso statue di marmo, bronzi, legno e creta riscuotendo ammirazione ovunque, è altrettanto vero che l’arte africana nelle sue espressioni più alte, come dimostra la testa della regina nigeriana, allude con tutta evidenza a un’idea di bellezza universale e comprensibile da tutti e ovunque come si trattasse di una Venere greca o una Venere del Botticelli, ovvero si supera il soggetto significante rimanendo inalterato il comune significato: l’incantamento che emana dalla Bellezza. Non è ozioso pensare che l’artista nigeriano dei secoli scorsi, agendo sotto gli stimoli delle medesime pulsioni creative dell’omologo europeo sia stato “facitore di bellezza” ossia di un linguaggio universale comprensibile da chiunque. Non c’è alcun dubbio. La regina qui incarna anche la Bellezza universale, al di là del significato intrinseco dell’opera d’arte, in Europa la nostra Afrodite, in Africa regine, re e guerrieri e animali rituali.
Da rimarcare che in alcune maschere, come la Maschera-pendente della regina madre, Edo, scolpita nell’avorio risiedono altri significati, esse suggeriscono infatti lo sconfinamento in un mondo sicuramente spirituale, trascendente, dislocato al di là della dimensione realistica, un mondo fascinoso, ipnotico, pertinente al magico, annidato nella mente umana: Maschere e sculture nigeriane sono a testimoniarlo. La Bellezza nei suoi esiti più alti, come nel caso dei Bronzi del Benin, ha una funzione di estremo rilievo, una funzione catartica, rassicurante, se vogliamo, non pertinente ai capitoli artistici dell’arte europea. Ci suggerisce che arte e bellezza fanno parte di patrimoni indistinguibili, “fluidi”, comuni a tutte le genti. Patrimoni fruibili da ognuno, pur nella diversità dei significati, dei luoghi e delle tecniche di produzione. “Fruire” per così dire, o apprezzare “quella” bellezza, ovvero quella emanante da realizzazioni di altri popoli e culture che poco hanno da spartire con la nostra, significa avvicinamento, comunione nel sentire, e soprattutto comprensione dell’altrui. La funzione della Bellezza è dunque medicamento insostituibile, significa parlare una stessa lingua, esprimersi e comprendere attraverso le stesse emozioni, lo stesso stupore e desiderio di capire l’Altro. Per questo fra una statua di Afrodite e un bronzo nigeriano c’è davvero poca differenza.

Ma quella Bellezza occorre che si faccia linguaggio. Che interpreti  il presente per edificare il futuro della Nigeria e dell’Africa tutta che non può e non deve essere “solo” economico. Un linguaggio ispirato  che restituisca l’unicità rinnovata di questo Paese. Un linguaggio osmotico, ponte tra popoli, civiltà e culture assai diverse fra loro. Quella nuova lingua deve poter escludere le trascorse sopraffazioni, mettendo all’indice le umiliazioni del passato. Senza acrimonia deve esigere il dovuto non solo in termini economici per cancellare gli odiosi, barbarici colonialismi di cui è stata vittima. E per impedire il risorgere di altri più subdoli. Un linguaggio, infine, originato dall’emozionante  vista della testa della Regina Madre (XVI sec.) Benin-Nigeria, delle due teste Oba che le fanno da ancelle. E della testa del re (Ooni-14-early 15 sec.) Un nuovo idioma per il popolo nigeriano alla ribalta del futuro. Il nuovo Rinascimento africano, come quello verificatosi in Italia, e poi in Europa, oggi sulle rive del Niger? Perché no?