il Gran Vecchio…

C’è chi lo chiama affettuosamente Gran Vecchio o fratello maggiore, chi Maestro, mecenate e guida, altri ancora ispiratore e mentore, ma in primis, per tutti è l’Amico. Personaggio (quasi) mitico, ecco un (altro) libro che lo riguarda. Considerazione, gratitudine, commozione e affetto per un giovanotto di 80 anni traspaiono dalle pagine. Il tutto si ridurrebbe a peana di consenso un poco stucchevole verso l’uomo e il suo lavoro di una vita che sconfinerebbe nella celebrazione. Il soggetto, indovino che rifiuterebbe tale cornice. Gli apprezzamenti riuscirebbero indigesti anche al festeggiato -tuttora attivissimo e impegnato culturalmente in nuovi progetti.- Il volume, invece, è sorprendentemente ricco, vivace e di facile lettura e sa svincolarsi dall’aspetto privato e di encomio. Sa insomma farsi racconto. Spaccato culturale della vita di destra, per molti versi ignoto, degli ultimi 50 anni. Il volume in questione pubblicato da Oaks edizioni  costituisce una miniera di informazioni, molte delle quali di prima mano. Aneddoti, amarcord, riferimenti a opere, citazioni ti fanno capire quanto vivace e attivo sia stato ed è tuttora il macrocosmo di destra dagli anni ‘50 ad oggi. E su quanti uomini di valore abbia potuto contare quella cultura; ancora oggi demonizzata dai brandelli marxisti leninisti (chi scrive ricorda le “occupazioni rosse” degli anni ‘70 delle facoltà umanistiche a Palazzo Nuovo a Torino). Volume denso di citazioni, riferimenti a opere, personaggi, filosofie, convegni, forum, mostre come quella recente, sui dipinti di Evola. Gli argomenti: da Julius Evola “all’imbecille” D’Annunzio, dai Manga a Tolkien, da Lovecraft alla passione politica, e poi la miriade di riviste e pubblicazioni cult, la Storia ucronica e la magia.
La cura maniacale del dettaglio, l’attenzione scrupolosa di citazioni e riferimenti a garanzia di esattezza filologica e semantica sono una delle cifre distintive del lavoro di GdT, (il baffuto individuo col sigaro della copertina). Un’esistenza diversa da quella che conduce, un’esistenza ucronica, ad esempio, per lui non avrebbe alcun senso avendo egli perseguito tutto ciò che animo, cultura e sensibilità gli suggeriscono.
In Fisica Quantistica si è soliti affermare che tutto ciò che potrebbe accadere, sicuramente accadrà. Il giovanotto di 80 anni sembra rappresentare tale assioma. 

Difficile la spigolatura del testo che si legge tutto d’un fiato, come se fosse l’avventura galoppante dello spirito ribelle; si desidererebbe ancora più dettaglio. Ho dovuto scegliere solo alcuni brani per ragioni di spazio, ma tutti gli interventi meriterebbero citazione.

Dall’introduzione: “è la cartografia di tutto un ambiente culturale, fatto di uomini e incontri, libri e convegni, iniziative progettate e altre realizzate, che ha visto in Gianfranco de Turris un punto di riferimento. Il volume nasce da un’idea di Nuccio D’Anna, accolta dai curatori e quindi da Luca Gallesi che ci ha permesso di farlo arrivare in libreria, trasformando efficacemente la dimensione privata di una «festa a lungo attesa» in una controstoria della cultura italiana.”

“In tempi non sospetti, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco ci hanno detto che i capolavori del Fantastico non hanno nulla da invidiare ai grandi classici della letteratura convenzionale e, pertanto, come tali devono essere trattati.” Giuseppe Aguanno

“GdT ha continuato e continua nella sua opera di divulgazione, instancabile facitore di conoscenza in un mondo di ignoranti, con la consueta curiosità unita all’umiltà propria delle Grandi anime… i primi ottant’anni spesi bene, sono certo che i successivi saranno spesi benissimo! Mario Bortoluzzi

“Non esistono molte persone capaci di ragionare di questi tempi. Qualcuna l’ho incontrata. Gianfranco de Turris è una di loro.” Alessandro Bottero

“Tra mille incontri e telefonate ha sempre manifestato l’entusiasmo e la pazienza, l’attenzione, la fiducia e la complicità, nei tratti distintivi di un padre.” Giorgio Calcara

“Amico di una vita, grazie per essere stato un così prezioso compagno di strada …mi auguro di poter, ancora insieme, percorrere molte miglia sul sentiero affascinante della conoscenza, scrivendo e pubblicando tante pagine che nutrono l’anima.”  Giovanni Canonico

“il rischio di cascare a piedi uniti nella celebrazione è seriamente tangibile. Non lo farò: in troppi siamo debitori a GdT, a vario titolo …non nutro sensi di colpa, ma, semmai, un’immensa gratitudine per il mio intrattabile mentore.” Marco Cimmino

“Gianfranco, l’augurio migliore che posso farti per il tuo compleanno è che tu possa continuare ancora per molto tempo a donarci l’irrazionale, linfa insostituibile per lo spirito e per il cuore, per sognare e per costruire mondi.” Alessandra Colla

“Merito di Gianfranco de Turris è il recupero di un patrimonio spirituale e culturale enorme. Ma aggiungerei anche l’aver saputo vedere l’interesse duraturo di un insieme di opere, scritti e forme speculative che hanno dato consistenza a un aspetto della cultura italiana troppo spesso ignorato anche dai più attenti ricercatori.” Nuccio D’Anna

“Può essere orgoglioso di ciò che ha raggiunto – e di ciò che raggiungerà ancora, ne sono certo, perché si può avere ottant’anni ed essere più creativi che mai! Ad multos annos, caro Gianfranco! Alain de Benoist (Traduzione di Andrea Scarabelli)

“Navigatore ardito, avventuroso come gli eroi mitici che, al seguito di Giasone, parteciparono al viaggio dalla Grecia alla Colchide per la conquista del Vello d’Oro: Gianfranco de Turris è l’archetipo dell’argonauta, per il rigore intellettuale e il coraggio nel difendere le idee scomode in nome di una visione del mondo senza tempo.” Michele De Feudis

“Che piacere riabbracciarci, io e Gianfranco, due vecchi dinosauri sopravvissuti al fatale meteorite dell’esistere, lui sordastro, io quasi, entrambi con la barba bianca, entrambi con mezzo sigaro trale labbra.” Luigi De Pascalis

“L’ARGONAUTA: Quattordici anni di vita, 468 puntate, oltre 2500 interviste!…Uomo estremamente generoso, uno dei pochi “maestri” incontrati nella mia vita; il maestro che stimola, sprona, forma e soprattutto insegna, o sarebbe meglio dire consegna l’esperienza e il sapere ai suoi allievi.” Roberta Di Casimirro

“La sua identità è scivolosa; sì, proprio come la forza da cui molte esistenze sono di fatto animate; quella che proviene dal centro di tutto; dal fondo incondizionato che, del mondo, ci costringe a riconoscere la radicale inesistenza; senza invitarci a procedere al di là di esso, verso un mondo che non c’è.” Massimo Donà  

“In tanti anni, non l’ho mai visto scendere a un compromesso, mai venir meno a un impegno preso, mai commettere un atto d’ingenerosità, mai deflettere da quello che considerava il giusto cammino. Da ragazzo io ero un po’, diciamo così, scapestrato. Mia madre, che l’aveva conosciuto praticamente quando l’avevo conosciuto io, per cercare di temperarmi mi diceva sempre: «Ma lo vedi Gianfranco? Non puoi prendere esempio da lui?» Sebastiano Fusco

“Riscrivere, correggere, correggere ancora: non è proprio per tutti. Ad alcuni potrebbe addirittura parere, talvolta, di aver a che fare con un nume corrucciato, mai soddisfatto e intento a evidenziare il proverbiale pelo nell’uovo. Ma è apparenza, che vela invece l’amore per gli scritti chiari, ben ponderati.” Andrea Gualchierotti 

“È stato, l’avanguardia, o l’araldo di uno scontro tra diverse visioni dell’uomo e della sua storia che è, oggi, sempre più drammaticamente in corso.” Andrea Marcigliano

“Lei è l’emblema dell’onestà intellettuale, dell’aulicità priva di affettazioni e dello spirito di abnegazione necessari a chi è costantemente impegnato nella ricerca della verità…In Russia il Suo nome è molto conosciuto e stimato.” Dmitry Moiseev

“De Turris ha passato al setaccio tutto della modernità: indizi, simboli, presagi, analizzato l’Utopia e le ideologie del Novecento, la tecnica e internet, la letteratura fantasy e il revisionismo, il millenarismo e cosa accade dietro le quinte della storia, il folklore e le altre dimensioni. Senza mai dimenticare la critica e la cultura politica, agganciate all’attualità, alle spie che indicano i cambiamenti nella società e nella contemporaneità.” Manlio Triggiani

E, fuori dal contesto del volume: L’ho conosciuto a Milano decine di secoli fa, col suo amico editore Marco Solfanelli. Gli ho spedito mini Garuda augurali in ebano da Bali, e qualche cartolina, ma temo non si ricordi. Se qualche volta pubblico lo devo a lui, mi ha insegnato a mettere i punti e le virgole al loro posto e, ovviamente, tutto il resto.

scendeva la morte dal cielo

Racconto pubblicato su Decamerovirusa cura di Gianfranco de Turris

GIORNATA NONA

Può una storia apocrifa come quella che sto per raccontarvi essere considerata inverosimile e poi possibile? Temo di sì. Quanti  simboli e riferimenti essa riesuma e promuove per indurvi a considerarla autentica! La mia narrazione parla di un orrore antico che erompe in luoghi disparati, a distanza di anni, incarnato in una figura attraente e malvagia. Eventi tenuti a bada dalla memoria, che vorrebbe, invano, sbiadirli, condensati in vicende raccapriccianti, Il cui riscontro si conferma ma confuso e incerto. Così accade che disperazione e disfatta ribadiscano il passato, preconizzino il futuro, additando debolezze e miti infranti, lasciando libero campo alla pena. Questa, fra tante, è la storia di un incubo. Non sono del resto gli incubi, detentori di primordiali saggezze più reali del vero? Non è forse nel cuore del buio che ci destiamo di soprassalto, angosciati, stretti alla gola da una mano malefica?  è solo un sogno, è solo un sogno, ci affrettiamo a voler credere, stropicciando il cuscino. La mia storia è come uno di quei sogni, in cui i simboli appaiono, svaniscono come ombre cinesi.  Una vita parallela, che ospita brani di noi, sedimentati come ciottoli di fiume, in cui dovremmo cercare oltre le apparenze.  Invano. Perché proprio qui, passato, presente e futuro, spogliandosi di senso, diventano un tempo ellittico, inquinato dalla fantasia, come recita appunto la mia storia. Tra Monferrato, Londra, Kaffa sul Mar Nero, teatri di sconcertanti profezie, l’eco del crollo dell’Occidente, consecutivo a sovvertimenti inimmaginabili. La “collusione” delle mie visioni col nostro presente smarrisce.  Il primo virus, infatti,  non fu che un incidente, elaborato in laboratorio o meno non si sa, un fiammifero gettato nella polveriera del pianeta, già pronta al collasso per altri motivi. L’inizio della fine, incapaci di difesa contro la marea montante del “pericolo giallo”. 

                          LA MORTE DAL CIELO

La Cina dopo aver fiaccato e poi smembrato intere economie “amministrava”, se così posso dire, i Paesi del sud Europa e gli Stati Uniti con pugno fermo, il suo controllo, dopo aver ridotto a “province” dell’impero Stati sovrani e imparato a “usare” il virus Covid 19 come arma, era incontrastabile. Numerosi i campi di rieducazione chiamati dai cinesi “centri di formazione professionale volontaria” che nel passato avevano “ospitato” nello Xinjiang centinaia di migliaia di Uiguri. In Italia i centri erano insediati a Mori, in Trentino. Nella Penisola i cinesi si erano attestati, senza quasi colpo ferire, lungo la costa tirrenica, “punendo” immediatamente ogni presunta velleità di ribellione, rara peraltro. Incuriositi da quel secondo leader bianco vestito, seduto su un gran trono come  il loro ultimo imperatore, fra croci e incensi biascicando l’incomprensibile, gli concessero la libertà di languire in un convento-carcere. L’eredità di Pietro cessava con lui.

La più potente portaerei al mondo, la Shandong, fiore all’occhiello della Marina delle Forze Armate Popolari di Liberazione, con quasi duemila uomini,  attraversato lo stretto di Gibilterra e messasi alla fonda al porto di La Spezia, era venuta a riscuotere i crediti della politica di egemonia cinese nel Mediterraneo. A contrastarla, ma solo simbolicamente, si erano levati in volo, senza precise indicazioni, due aerei da combattimento Rafale d’Assault dalla base aerea 701 di Salon-de-Provence. Teatrale avvertimento di un fittizio asse franco-tedesco prossimo a dissolversi. Poi presero a giungere notizie frammentarie su orrori di armi immonde usate dai “gialli” per tenere a bada i territori soggiogati. Cosa c’era di vero?

Ottiglio Monferrato, 6 maggio 20…, giorno che mai dimenticherò.
Tutto il pomeriggio ero rimasto a bearmi davanti a un anfiteatro di verde di rara suggestione. Obelischi di campanili, anfratti impenetrabili, ombre di chiese, cascine sparse  su fazzoletti di verde, ocra, viola e giallo. Il bel suol d’Aleramo, cantato da Rambaldo di Vaqueiras mostrava un arazzo mosso dai tenui vapori della foschia serotina. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo, teatro di fantastiche letture, a due passi da lì infatti si aprivano le grotte dei Saraceni con le loro turbinose leggende. Oltre il dosso le rovine di una casa di tufo, tra le cui mura, adolescente, ero stato a lungo ospite felice. Quanti anni erano trascorsi da allora! Le prime ombre già abbrunavano alcuni sentieri e lo sterrato, passando davanti alla cava di tufo. Complice di grati ricordi la profondità dell’azzurro sbiadente. Alle mie spalle la deliziosa chiesetta romanica di Moleto. Infine il piazzale davanti al bar all’aperto posto su un pendio.
Stavo per abbandonare quell’incanto quando un fatto singolare, che riconobbi decenni appresso profetico, catturò la mia attenzione. Un rumore dalle parti della cava, poi un clamore crescente, forse lo sferragliare di ruote sullo sterrato, irraggiungibile con lo sguardo, come di chi, si stesse avvicinando in tutta fretta. 

Oh! Mah! Sulla stradina un tiro a quattro apparve! Trascinava a folle velocità una carrozza. Quattro cavalli lucidi  e neri scalpitano e l’esperta mano del cocchiere li blocca appena in tempo prima di piombare nel dirupo. Sbalordito, fissavo la scena. L’attesa durò lunghi minuti durante i quali fui tentato di avvicinarmi alla carrozza, quando la portiera venne aperta dal cocchiere e una figura nascosta da un mantello con cappuccio, a nascondere i connotati, scese lentamente. S’incamminò senz’altro verso il parapetto prospiciente il belvedere, seguita dal cocchiere che già aveva tranquillizzato i quattro animali. Il suo braccio coperto fino alle dita dal mantello fece un gesto indicando una zona, mentre il cocchiere assentiva. Il mio stupore non mi impedì di rilevare dettagli, ma l’animo distillava angoscia. I cavalli impennacchiati di nero se ne stavano immobili come pietra, in attesa. Mi sforzavo invano di scoprire le fattezze della figura intabarrata. Poi sembrò che  la sagoma volesse passarmi accanto di proposito, e a due metri ne adocchiai finalmente il volto. Il sangue raggelò all’istante. 

Felice allora se, prima di quella vista, fossi stato accecato da spiedi roventi. Non so se femmina o maschio o quant’altro di diverso dai due generi, una bellezza sovrumana si celava sotto il mantello. Ma gli occhi! Oh gli occhi! Malvagi e perversi, gli occhi, infernali, crudeli e beffardi, maligni e atroci, suggerivano abominio e scelleratezza oltre l’immaginazione, essi mi colpirono come lame in pieno petto. Caddi all’indietro felice di morire all’istante per aver constatato che nature simili esistevano. Precipitai nel baratro che si apriva oltre il belvedere del bar. Non potrei giurarlo ma nel cadere mi parve di udire le note ossessive di una chitarra e una risata, sicuramente frutto del mio intendere sconvolto. Mi spiacque destarmi all’improvviso  perché la visione di quel volto infernale rimase nella veglia a tormentarmi, mentre, agitato, sapevo che mi avrebbe accompagnato per la vita.

Londra, luglio 20…
Stanco di aspettare invano postino e moglie col carrello della spesa uscii verso Sheperd Bush. Dai rari amici italiani nessuna notizia. Mi azzardai a salire sulla Circle line, poca gente con mascherine, visiere e tubi di disinfettante ai tornelli. La calca di un tempo un ricordo. Il periodico riapparire del morbo dopo anni dalla sua prima comparsa aveva stremato l’ottimismo dei metropolitani scompaginando economia e politica.  La Gran Bretagna non apparteneva più agli Inglesi: un padrone poco visibile giunto da lontano reggeva la sua sorte. Il morbo dipingeva la città coi toni lividi dello scoramento. Dopo lunghe tregue che facevano ben sperare il male tornava a colpire, improvviso, come una maledizione biblica. A Ruislip  in un ex parcheggio avevano appena “inaugurato” un cimitero per 1600 salme. Obitori e ospedali temporanei a forma di igloo, ovunque. Era la nuova Londra.

The famous London Underground logo advertises the Moorgate subway station. England.

Scesi a Moorgate come un tempo, per ammirare i fastosi edifici della City, caratteristici di un passato dissolto. Quel giorno una sorprendente novità: doppie transenne proprio all’inizio di Roman Wall verso le rovine di pietra del monastero-ricovero St Alphage. E a ogni dieci metri un agente armato. Davanti al vecchio pub Globe, sei blindati della polizia, due ambulanze e un camion tir candido senza insegne. Qualcosa di clamoroso doveva essere appena successo. Non un passante!  Nell’aria una indistinta minaccia. Girai l’angolo verso i bastioni del Barbican, alle spalle l’incisione murale a rammentare lo scoppio della prima bomba tedesca nel 1940. Non più nazisti ora, ma cinesi a presidiare la città, celati da amministratori-paravento indigeni. Proprio allora mi vennero in mente le parole dell’ex direttore dell’FBI che decine di anni prima aveva detto: “La Cina tenterà di imporsi come unica superpotenza dettando il suo volere al mondo con ogni mezzo”. Parole profetiche? Mezzi che in modo sinistro dovevano manifestarsi anche quel giorno in tutta la loro allucinante perversione.
Poco prima della loro rimozione, riuscii a osservarli, li stavano fotografando: detriti elettromeccanici sparsi davanti al pub Globe. Curioso e bizzarro. Pezzi di motori elettrici, con la matassa di filo di rame del rotore sbobinata, uno dei quali era finito su una siepe di bosso, pale di eliche mozzate, fusoliere contorte e poi cofani contenitori per il carico, sfasciati.
Il tutto suggeriva lo scontro accidentale di due droni a bassa quota. Ma non era tutto e non il peggio. Con ogni mezzo, ripensai. Accanto ai resti dei droni una decina di sacchi candidi, alcuni dei quali lacerati, a rivelare nefandi contenuti. Oltre l’incrocio, celati da un secondo cordone di incappucciati in tuta, cadaveri. Le tute stavano “maneggiando” le ultime salme spingendole dentro il tir refrigerato. La ruota di una lettiga si sfilò e il pesante sacco scivolò a terra, rabbrividii al rumore sordo dell’impatto del cadavere col selciato. Il mio stomaco in rivolta, polmoni e  orecchie, compresse, come capita in apnea.  Immaginai il ghigno dei poveri cadaveri che si beffavano di noi, non ancora come loro. Mi figurai le misere salme che guardavano me senza vedermi, col giallo delle cornee, bovine, oscene.
La memoria ora inorridisce. Dove? Chi? Quando? La galleria cieca, davanti a “Costa Café” sprangato da anni, lasciava intravvedere un varco. Vi entrai a fatica, oltrepassando una soglia non esclusivamente fisica. Subito avvertii un tempo alieno, anteriore, impadronirsi di me, avvolgendomi. Cosa ci faccio qua? Rabbrividii. Non ebbi tempo di riflettere che fui urtato con violenza: senza neppure accorgersi, un soldato con una gran fascina, di furia mi era venuto addosso.  Strepiti, ordini e un lezzo bestiale. Correvano stravolti, dal deposito dei carri allo spiazzo dove fiamme crepitavano. Quelli di fuori lanciavano, questi bruciavano. Cadaveri dal cielo e nel rogo, catapultati dentro le mura di Kaffa. Tramortito dal peso dei secoli e dall’orrore, abbassai lo sguardo, appoggiandomi per non cadere al muro di “Costa Café”. Indietreggiai, varcando ancora la soglia. La visione svanì. Libero! Libero? Era stato, nel
1347, a Kaffa, colonia genovese sulle rive del Mar Nero. Mongoli, capeggiati da Khan Ganī Bek, lanciavano cadaveri infetti all’interno delle mura, prima di levare l’assedio. Sono stato là dentro, io, e poi ora a Moorgate pensavo. Morti attraverso tempo e spazio. Allora la peste, ora il virus mortale. L’arma perfezionata dalla tecnologia moderna, assai più efficace delle catapulte mongole, droni assassini che seminavano morte, allora come ora! Non sapevo se avessi potuto respirare.

Per non cadere sedetti su un gran lastrone di pietra. I cinesi tenevano in scacco il mondo con piogge di cadaveri, liberando all’occorrenza nuvole di zanzare infettate dal virus. Quel giorno ne avevo avuto diretto riscontro. Il vaccino made in China funzionava sin dall’inizio per loro e solo per loro. Sciami di droni pronti a colpire per soffocare  qualsiasi tentativo di ribellione nelle regioni sotto il loro impero. Obitori e ospedali rifornivano abbondanza di “materiale”. Mi chiedevo dove fossero in realtà diretti quelli incidentati. 

Telefonai a casa. “Ma dove sei? Ma sai che ore sono? Vieni a casa, è tardi. Vieni a casa ti dico!” “Come?” La linea disturbata cadde. Sarei arrivato col buio, non me la sentivo di riprendere il tube. Per la prima volta constatai l’agonia della città sconsacrata, la più ricca del mondo un tempo, ora dimentica dell’antica frenesia; dietro le imposte di negozi sprangati da cui era sparita la merce, il suo illustre scheletro resisteva, carcassa ancora fastosa. Il notiziario della BBC delle venti avrebbe riportato un incidente nei pressi di Moorgate. Due droni GA da 880 libbre, ovvero con capacità totale di carico di 440 chili appartenenti a uno stormo diretto a Manchester si erano scontrati. Non si registravano vittime. Dei sacchi, caduti coi droni nemmeno un accenno. Chi stavano andando a punire? mi chiesi. La censura impediva di sapere il resto ... Con ogni mezzo e a costo zero, riflettei.

Dall’Italia le notizie dell’amico astigiano, brutte; dicevano di certi balordi che avevano fatto scoppiare petardi davanti a un posto di blocco a Moncalvo, i cinesi avevano subito reagito, pensando che fosse una bomba. “Di notte ne hanno lanciati non so quanti dal cielo.” Davanti al municipio di Bosco Marengo e anche a Moncalvo, pareva. “Chi li va a raccogliere? Son tutti infetti i morti. Chi li va a benedire adesso? Qualcuno dice che ha visto una carrozza e dei cavalli neri correre verso Moleto….”… Quei cavalli neri? …. pensai, atterrito.

Non so cosa potessi pretendere dalla notte incipiente dopo i fatti di Moorgate e le notizie dall’Italia. Se non avessi tentato di distrarmi in qualche modo altri turbamenti avrebbero compromesso il mio già precario equilibrio. Così chiesi a mia moglie di uscire. “Ma non sei stanco?” “No”. 

Vagammo senza meta dopo aver imboccato una laterale di Askew Road dove c’era l’insegna spenta di “Fish and Chips bar St. Elmo”. Sconvolto a dir poco. Non un’anima e subito, paurose, chiome mormoranti di alberi e muretti bassi che potevano occultare i volti dei cadaveri in agguato di Kaffa e Moorgate! La fantasia sovreccitata non mi risparmiava nulla. Non c’era tregua per me, ogni cosa, anche la più innocua, rimandava a quegli orrori.  Seguivo taciturno le orme di mia moglie. Più intenso, ora, corroborato da un filo di ragione, il primo sgomento alternato alla pioggia di cadaveri su Moleto, Moncalvo e Bosco Marengo, secondo le notizie dell’amico astigiano, l’orrore mi scoppiava dentro. 

Improvvisa e a tutto volume una musica che ben conoscevo, le cui note ossessive ora mi perseguitavano! È me che vogliono! mi hanno scoperto! ormai è chiaro! Questo pensai. Era il brano Asturias di Isaac Albéniz, famoso pezzo per chitarra. Tanto più sinistro in quanto amavo il suo ritmo incalzante, ma qui fuori posto e a quell’ora, e poi nessuna autoradio era nei pressi, di furia mi diressi verso casa. Braccato e delirante.  

Svoltammo in Wormholt Road, mia moglie evitò di chiedermi cosa mi avesse preso, sapendo quanto sono bizzarro. Poi a casa disse: “Non ne ho più”. “Fa niente, ci vorrebbe mezzo litro di Valium, non camomilla” risposi. Che un nuovo incubo mi attendesse al varco appena addormentato?
Dopo aver paventato il precipitare di eventi orrifici, aggrappato all’idea che tutto sarebbe svanito se solo avessi spalancato gli occhi, cado in un sonno penoso.  Non devo attendere a lungo:
L’invito online descrive l’evento come il rave party più fabulous della stagione. Rigorosamente vietato dalla legge e dal nuovo incalzare del virus;  è ancora buio quando a Ravenscourt mi infilo nel tube deserto della District. Scendo a Tower Hill mentre un’alba livida annuncia basse nuvolaglie in transito. Non occorre cercare il luogo, piantato davanti al nuovo ciarpame edilizio simboleggiato dall’ogiva di cristallo del Gherkin, che una fiumana gozzovigliante  si sta dirigendo verso un punto preciso. La massa urla, scalpita, impreca, premendo per infilarsi dentro le mura. Sgomento, mi accorgo che non riuscirei a risalirne il flusso, tanto è fitta. Sei Beefeater impacciati con le loro ridicole livree bordate d’oro e il cappello a catino, indirizzano gli scalmanati all’interno della Torre di Londra. Dal primo cortile nei cui pressi un tempo scivolavano nel Tamigi i resti dei condannati, le raffiche di una musica urtante, contro lo stomaco. La massa si arresta, ondeggia, riprende ebbra. Alcuni invitati, a torso nudo, con lo scalpo dei Mohicani azzurro e rosa scivolano a terra, fradici di droga e alcool, tre ragazze lucide di sudore si avvinghiano ai forsennati, ululando. La folla si scalmana. Le torce ai muri lasciano fitte zone di buio.
In direzione di un secondo cortile, oltre il fossato, è già iniziato uno strano esodo. Alla spicciolata e poi sempre più folta una processione si trascina, mesta. Gli stessi che poco prima facevano baldoria, a capo chino ora barcollano. Senza capire li seguo. Inciampo, calpestando qualcosa di elastico che emette un rantolo! Aguzzo la vista e l’orrore mi infilza. Sto costeggiando una fila di cadaveri e di corpi esalanti l’ultimo respiro. Nuovi infettati dal virus! Fuggo verso il primo cortile, in tempo per scorgere il maestro di cerimonie ergersi sul palco dell’immondo conclave, è lui, è lei, la sagoma intabarrata di Moleto, vomitata dal basso inferno. Ora dirige la danza macabra alla Torre. Mi vede l’infame, fa cenno a tre Beefeater che ora calpestano vivi e morti per agguantarmi. Imbocco un varco che si rivelerà cieco. Con le spalle al muro, il loro ghigno, stanno per afferrarmi. Grido da far spavento. Non è la prima volta. “Ma cos’è? ma sei impazzito?  ma cos’è stato?” “…Scusa, dormi, scusa” balbetto verso mia moglie tapina.
Ci sono orrori indicibili capaci di estendere  le loro propaggini alle ore diurne. Tre giorni appresso la mia angoscia distilla raccapriccio, poi orrore. Proprio davanti alla porta di casa la carrozza coi quattro neri cavalli, immobili come pietra, nessun altro in vista; è me che cerca, lo so, me che vuole, lo sento. 

Pubblicato da Homo Scrivens

Racconto pubblicato su Decamerovirusa cura di Gianfranco de Turris

c’era il fiume con i suoi misteri?

Racconto fantastico pubblicato da Dimensione Cosmica – autunno 2022

Al fiume andava il mercoledì, il suo giorno libero. Il lavoro dell’uomo era compilare bollette di spedizione in un’azienda di trasporti. Ancora due anni e poi sarebbe andato in pensione. Ogni volta che poteva se ne veniva in quel posto, con il motorino. Dieci chilometri col sole o col freddo per andare a pescare in un angolo di pietraia del fiume Sesia, da solo. Lanciava cibo per il brumeggio, gettava la lenza e si metteva a gambe larghe, ben piantato sui sassi, e aspettava.

Gli piaceva il posto, il sole e la riva opposta che si allargava in una ripida spiaggia dove la melma era di casa. Magari non succedeva nulla per un’ora intera, nemmeno uno strappo, niente. Ma non importava. Il galleggiante correva lontano, poi la corrente lo succhiava via e allora lui recuperava il filo e poi rilanciava, per ore a quel modo. Così il tempo passava immemore e senza scosse.

Sopra il fiume un’estesa, abbacinante pietraia, capace di raccogliere la piena di primavera sino al margine dei pioppi. Scendeva con leggero pendio, solcata dalla traccia delle gomme delle auto, fino a riva. Ci venivano a fare il picnic, resistendo alla vampa che batteva sullo spiazzo. Qualche ombrellone, l’odore acre e dolce di carne alla brace. Ma non quel giorno e non di mercoledì, comunque.
Il ponte reggeva strada e ferrovia. Corti treni di provincia trainati da motrici diesel passavano, lenti.
Il fiume scendeva in certi tratti profondo, franando ciottoli ed erbe nell’acqua pesante. Ogni tanto guizzava un pesce, piccoli salti d’argento, sopra il pelo dell’acqua. Più avanti un tronco calcinato, incagliato sul fondale dove il corso era più basso e la corrente meno forte.

L’uomo recuperò la lenza impigliata in una bava d’alga. Si spostò di un passo, fece sibilare di nuovo la lenza. Ne aveva pescati davvero pochi quel mercoledì. Li sentiva sbattere contro la parete della nassa, appena presi. Gli doleva il collo e fra un po’ sarebbe tornato a riva. E poi quel giorno non era in vena; il freddo dell’acqua gli stava andando su per la la schiena. Formiche di freddo dentro le cosce, attorno alle ossa. Rabbrividiva, infastidito da un disagio che non sapeva spiegare. Avrebbe fatto meglio a starsene a casa e poi era troppo il pesce che, inspiegabilmente, quel giorno stava rifiutando la lenza. Immerso fino all’inguine contava gli stralci di muschio che il fiume gli buttava contro la gomma dello stivale. No, non ci doveva venire quel giorno.
L’orizzonte era chiuso verso la direzione della corrente dai profili di alte bordure; alberi pallidi che facevano macchia alzandosi nella calura. 

L’auto sbucò dalla macchia ai lati del sentiero. Una Volvo grigio metallizzato scese il leggero pendio e andò a fermarsi a pochi passi dalla riva. Un uomo e una donna ancor giovani, il pescatore li vide scendere dall’auto.
Gonfiarono un poco il materassino e posero al fresco bottiglia e cocomero. Si erano messi proprio di fianco a lui, stando immerso nell’acqua e guardando di lato, poteva verificare ogni loro movimento.
La donna si stese subito a prendere il sole, in reggipetto rosso fuoco. Aveva gambe lunghe e bei fianchi. Ma il viso non riusciva a vederlo. Poggiò il capo sopra il cuscino del materassino, supina. L’uomo aprì il baule, estrasse una saponetta e una spugna poi andò alla riva a riempire una tanica d’acqua.
Arrivò una seconda macchina. Fece un largo giro sino al confine della pietraia, lì si fermò poi, in retromarcia, tornò indietro e scomparve. Il rauco grido del gabbiano graffiò lo smalto del cielo, e la nuvolaglia dileguò rivelando uno squarcio di sereno troppo pallido per dirsi azzurro. S’era alzato un po’ di vento e subito la zona morta del fiume si  increspò, vestendo lamine luccicanti d’acciaio.
Sull’altra sponda della gente pareva indicare un punto sulla stessa riva del pescatore. Stavano a guardare, si paravano gli occhi poi facevano gesti verso un punto.
L’uomo aveva insaponato cofano e portiere e già sudava. Anche lui guardò in quella direzione.
La donna in reggiseno rosso si era assopita; giaceva con la bocca semiaperta, il capo reclinato sul cuscino sgonfio. Così, come il sonno l’aveva colta il suo corpo non appariva granché attraente; il viso, leggermente insaccato, sembrava senza collo, rivolto alla radice del seno, come se cercasse di individuare qualcosa sulla pelle. Il pescatore udì l’uomo che diceva: “Elena, non stare così, ti fa male dormire al sole.” Le labbra della donna si mossero appena. Quelli sull’altra sponda, smesso di fare gesti, s’erano messi a sedere per terra. Erano arrivati altri curiosi. Ma la leggera ansa nascondeva la scena.
Gli sguardi del pescatore e dell’uomo che aveva appena insaponato capotte e vetri si volsero verso il crepitio di un piccolo fuoribordo levatosi da dietro la giuncaia; una barca stretta e lunga apparve.
“Cos’è successo laggiù? azzardò l’uomo della Volvo. Risposero.
“Come?” disse l’uomo. Il pescatore udì: “Troppo avanti è andata, non riescono a tirarla su”


Due uomini e un ragazzo immobile, inginocchiato sul fondo della barca proseguirono risalendo la debole corrente, bordeggiando verso l’auto impantanata. Il suo sguardo serio, indecifrabile non aveva smesso di fissare l’uomo con la tanica vuota in mano, che ora indugiava, incerto sul da farsi, quasi imbarazzato dallo sguardo del ragazzo.  Il pescatore bevve a lungo senza staccare lo sguardo dalla barca che filava via. Anche lui aveva notato il ragazzo il cui sguardo non era mai stato indirizzato a lui, ma esclusivamente all’uomo che lavava l’auto. Rimboccò gli stivali rovesciando la gomma fino a metà coscia e bevve ancora dalla borraccia foderata di stoffa. L’imbarcazione scomparve dietro la giuncaia per riapparire poco oltre. Il ragazzo impassibile, a scrutare l’uomo della Volvo, non si era mosso. Cercavano ancora i suoi occhi calmi e severi, come per comunicargli qualcosa, nostromo silenzioso, dallo sguardo magnetico inevitabile, messaggero di indicibili incognite, pareva fatto di pietra. L’uomo se n’era accorto e ora ricambiava apertamente il ragazzo che intuiva lo stesse ancora fissando, mentre la barca si allontanava.  Lucido di sudore, eppure improvvisamente infreddolito, e con un senso di inspiegabile disagio ora fattosi inquietudine.
“Che c’è?” disse la donna appena destata e ancora assopita. “mi gira la testa, ho sete”
“Niente” si affrettò a dire il compagno “stanno provando a tirarla su”
“Tirar su cosa?”
“…una macchina, ma da qui non riesci a vederla” E il pescatore al quale le parole arrivavano ovattate ma distinte udì ancora: “non stare più al sole, Elena, poi ti viene mal di testa, vuoi una fetta di cocomero?”
Non fece caso il pescatore, che stava pensando di raccogliere le sue cose e andarsene, al senso di apprensione con cui l’uomo aveva accompagnato le sue premure verso la donna. L’imbarcazione era sparita. 

C’era la luce del mezzogiorno e il calore veniva su alitando dalle pietre. Una leggera foschia vagava oltre la pioppaia e il tronco incagliato. La calura maturava, inarrestabile. L’aria mortificata pareva refluire in un’invisibile voragine. Solo l’acqua, costellata del bruno spessore da barbe d’alga, rimandava a una incerta idea di vita. Biancheggiava in qualche gorgo, sotto i fittoni del ponte, si appianava per tornare crespa e poi ancora liscia. Attirava a sé ogni tarassaco, trattenendo chissà quali misteri e fiori putridi sul fondo.

Le due nature rimanevano estranee, non assimilabili: aria e acqua, esponenti di immemori repulsioni. Ogni bava d’aria era scemata, dissipata dalle vipere di fuoco della pietraia, né meta alcuna per la verde caligine di muschio che vagava sul pelo della debole corrente. Il conflitto perdurava, patrocinato dalla febbre del cielo. Lotta invisibile e tenace lungo l’istmo e la penisola dei salici. Un altro gabbiano si librò, questa volta assai più vicino ai salici, mandando allarmate strida.
Un attento spettatore si sarebbe chiesto a che scopo voler rintracciare indizi di infauste metamorfosi. Per provare forse che sasso non era sasso e carne non era carne, per restituire ai sensi una natura tranquillizzante e plausibile, infine per non soccombere all’angoscia ridando alla mente indispensabili premesse per esistere? L’inevitabile non necessita di giustificazione.
La verosimiglianza di polle, gorghi, sterpi era in forse. Perplessità ignote affioravano ponendo dubbi sulla natura del fiume, sul gabbiano, la libellula, il tronco calcinato, il ragazzo sfinge,  messaggero del nulla.
Il fiume sigillava col suo cofano liquido melme impenetrabili, misteri.
Apparteneva a un altro pianeta quella terra; attraverso minimi indizi il luogo veniva dichiarandosi non conforme a natura. Qualcosa di iniquo stava maturando, oppresso dalla cappa di calore. Sulla riva, deserta di brezza, il nido di fuoco del mezzogiorno infieriva.
Gli alti steli del canneto ora nascondevano il pescatore che si era spostato. Senza essere scorto lui poteva ancora vedere e ascoltare. Il pescatore, nell’acqua a mezza gamba, stava di nuovo lanciando per aria vermi e pane. Eppure avrebbe voluto andarsene da un pezzo.

“Vieni anche tu,” gli giunsero le parole.

“Fin dove?” chiese la donna col reggiseno rosso.

“Fin là,” disse l’uomo indicando un punto del fiume, verso cui si era diretta l’imbarcazione.

“Ma è profondo,” disse la donna. Si misero a mezza coscia tenendosi per mano nell’acqua, badando a reggersi in piedi nella corrente. Appena sorridenti.

“Ti porta via la corrente,” disse lei, rabbrividendo. Avanzarono ancora sino a bagnare gli inguini. La spuma bianca barbugliava poco sotto i fittoni del ponte mutandosi poi in un verde liquore. Gli slip della donna si inzupparono del tutto, inscurendosi.
I due bagnanti rimanevano uno di fianco all’altra, immobili. Si potevano toccare e guardavano entrambi nella stessa direzione.
Il pescatore non li perdeva d’occhio. Poi l’uomo avvicinò il capo all’orecchio della donna; parve sussurrarle qualcosa, questa sembrò annuire. Restavano tranquilli guardando oltre il tronco incagliato.
Subito dopo quel movimento ebbe inizio la follia del pescatore.
Un’espressione di sbigottimento penoso fu il preludio a un orrore senza freno. Ora la prima espressione, ora la seconda e adesso è il panico che si stampa nel suo sangue e nell’intestino.
Uno di fianco all’altra, con le spalle girate alla riva i due bagnanti si immobilizzarono, statue bizzarre, piantate nella discesa dell’alveo.
Prima la donna poi l’uomo, progressivamente, irreparabilmente, iniziarono a mutare colore e il processo fu conseguente al luogo, all’estraneità dei pressi.
Divennero d’argento. Luccicarono. Pelle del volto, pelle del collo e del petto, poppe, costole, schiena, culo, pube, braccia, spalle e mani si inargentarono. Le statue di sasso mutarono in sagome d’argento.
Lentamente ma inesorabilmente, nell’infima schiuma nata dal muschio trasportato dall’acqua accade. Il pescatore ora  è solo occhi, esclusivamente orrore, soltanto coscienza infranta.

Le statue d’argento lo costringono a bere l’essenza del loro incubo, ed egli trangugiò l’indigesta visione. Era puro delirio, l’insania di un inferno meridiano. L’uomo si sente perduto, indifeso, assalito dai mille aghi del cervello. Avverte le membra diventare liquide come il fiume, infuocate come la pietra. Il sasso gli entra in bocca per quello che sta vedendo. I bagnanti si disfecero della consuetudine dei loro corpi.
Rinnegarono le sembianze, ancora per poco umane, fintantoché sagome oscene presero il sopravvento, sostituendosi alle primitive, senza grida, senza lamento. Trachea, polmoni, unghie, capelli, piedi e fianchi dei due si mutarono in pinne, code, squame e branchie. Occlusero la loro mente i due, rinnegando se stessi. Divennero pesci, infine, sparirono nella corrente. Guizzarono, poi, i due pesci. Per aria, scintillando, tuffandosi infine nel labirinto d’acqua, e scomparendo definitivamente alla vista.L’ambulanza giunse poco prima del buio, chiamata da gente che aveva visto un uomo starsene immobile, per ore, piantato nell’acqua, con le braccia abbandonate sui fianchi.
“Devi vederlo. Sembra scimunito!”
“Scherzi del sole” disse l’altro infermiere.
“Sembra perso. Dice che al mercoledì non verrà più a pescare, e gli vengono le lacrime e si impappina ogni volta che tenta di spiegare quello che ha visto. Ma sembra un ebete, scherzi del caldo, sì.”
Vennero col carro attrezzi a prelevare l’auto sul greto e fu aperta l’indagine sulla scomparsa di un uomo e una donna con una Volvo grigio metallizzato.

Edito da Dimensione Cosmica

c’era il virus?

La copertina di DECAMEROVIRUS

Lei: “Cos’avrebbe di tanto speciale? Sentiamo.”
Lui: “Trame, soggetti, situazioni, tanto per cominciare, alcuni racconti sono da premio letterario. Nel cenacolo degli anti moderni si alternano storytellers sopraffini che conoscono bene suspense, intrigo, colpi di scena, analisi psicologica, delirio e altro.”
Lei: “Ma non sarà un calderone? Con troppa roba dentro?”
Lui: “Il rischio c’era ma le domande dell’anfitrione e le sue esortazioni verso i narranti di turno, inquadrano e definiscono le loro storie facendo emergere opinioni spesso discordanti, e significati, i quali tirano in ballo pure Dio, intelligenze artificiali, e un elegante signore che si chiama dottor Morte e anche universi paralleli.”
Lei: “Per tutti i gusti, insomma.”
Lui: “Sei la solita scettica. Ti dico che subito dopo aver letto circa le sue  trecento pagine che non ti fanno sbadigliare, mi è venuta voglia di ri leggere diverse storie. Alcune aprono spazi alla riflessione, gettano una luce impietosa e lucida sul nostro modo di vivere ed essere.”

Gianfranco De Turris, forse il conte N. del DECAMEROVIRUS

Lei: “Ho capito, ho capito, e come si chiama?”
Lui: Decamerovirus, curato da Gianfranco De Turris che, secondo me, si nasconde dietro la figura del conte N. proprietario del castello e, nell’occasione, ospitale anfitrione. Alcuni racconti potrebbero essere sviluppati fino a farne romanzi o pellicole cinematografiche. E poi c’è Abboccandrino…”.
Lei: “Abbocca che..? e chi sarebbe?”
“Un tonto presuntuoso che si fa menare per il naso dai colleghi. E la banda dei romani furfanti che ricordano i personaggi di Pasolini e Boccaccio ed  Enoch, il cacciatore che fa strage di rabid a più non posso…e anche Alessio Vouttari, Archimandrugo della Chiesa Paupastologica di Occitania che narra la storia di Marco Cocilovo ovvero il porno archeologo…”
Lei: ”Acc! Insomma un buon acquisto.”
Lui: “A proposito, che tu sappia, un virus si può beccare leccando vecchi francobolli della Prima Guerra Mondiale?”
Lei: “Mi informo. Poi ti dico.”
Lui: “E già che ci sei, puoi informarti anche se c’è stato nel 1968 un universo parallelo che ha squassato il mondo? Son cose che stanno dentro le narrazioni degli ospiti.”
Lei: “ E chi è l’editore?”
Lui: “Homo Scrivens di Napoli, con la copertina che è un programma.”

Gli autori: Donato Altomare, Alessandro Bottero, Vitaldo Conte, Luigi De Pascalis, Emanuele Delmiglio, Alessandro Forlani, Claudio Foti, Andrea Gualchierotti, Max Gobbo, Francesco Grasso, Emanuele La Rosa, Matteo Mancini, Luca Ortino, Mario Paluan, Errico Passaro, Massimiliano Prandini, Pierfrancesco Prosperi, Enrico Rulli, Ivo Scanner, Antonio Tentori.

Dalla copertina:
…Può la letteratura sconfiggere il virus? Certamente no, ma esiste modo più sano di affrontare il male che affidarsi alla forza salvifica della narrazione?…

Dalla postfazione del libro:
…I tempi rispetto ai sei secoli che ci dividono da Boccaccio sono molto diversi esteriormente, ma l’essere umano è in fondo sempre lo stesso nonostante la tecnologia: sentimenti base assolutamente simili anche se sono mutati radicalmente gli scenari…
Un’opera anomala, ti dico io che l’ho letto, perché a ogni racconto, più  o meno lungo, cambi canale, ambiente, soggetto, trama, ti sintonizzi col passato e con gli incerti presente-futuro, colmi di incognite e insoddisfacenti. Insolito il libro e la casa editrice, che qualcosa di nuovo e inedito propone nella palude dell’attuale panorama editoriale italiano.

c’era l’alba?

Ripropongo un post di Paolo Novaresio tratto dai suoi quaderni africani, pubblicato anni fa

CANTO PER L’AFRICA

1.

È l’alba. Le piccole orme della volpe pallida spiccano nitide sulla sabbia gialla. È venuta nell’ora più buia della notte, ha bevuto l’acqua e mangiato le noci di cola, poi si è trattenuta a lungo all’interno del riquadro sacro, spostando gli stecchi di divinazione sistemati dall’indovino. Per suo volere, dalla polvere prenderanno forma i disegni divini, così svelati agli uomini. Fu Volpe a fecondare per la prima volta la Madre Terra, sola e senza il conforto vitale della parola, dando forma e contenuto al vuoto immobile in cui giaceva il mondo. La domanda è stata posta nel modo giusto, il responso è stato chiaro: col consenso degli antenati presto cadrà la pioggia e l’acqua riempirà i canali di irrigazione fra i campi di miglio e cipolle, salvando il raccolto. Il vecchio indovino Dogon scruta l’orizzonte polveroso verso il Sud, oltre la grande piana di sabbia ed erba gialla. Le nuvole nere, cariche di pioggia, verranno di laggiù, annunciate da un odore pungente di terra e alghe. Il sole si alza lentamente nel cielo lattiginoso. Le prime luci proiettano sulle rocce l’ombra dei tetti appuntiti dei granai in terra cruda. Anche le voci dei bambini sembrano zampilli d’acqua fresca stamattina, tra le case del  villaggio di Irelì, Falaise di Bandiagara, Mali.
2.

novaresione 1

Fa troppo freddo, stamattina è un giorno crudele. Per tutta la settimana il termometro è sceso sotto lo zero, ogni giorno. Le Colline dell’Acqua Bianca sono coperte di brina e sopra la città incombe una nube di fumo denso e nero: laggiù, fra le distese senza fine di baracche di legno e lamiera, si brucia di tutto per scaldarsi, anche i copertoni. Questo inverno sembra non finire mai, se non si ha una casa. Sylvia una casa ce l’ha, o almeno una parte: manca il tetto. Ci sono voluti due anni di attesa, fasci di documenti in tre lingue diverse, code interminabili: poi, improvvisamente, l’assegnazione. Ma dei soldi stanziati dal governo non restava più nulla: spariti nelle tasche di qualche funzionario disonesto. Niente soldi, niente lamiera ondulata, niente tetto. Equazione elementare, sorry. Solo quattro muri di cemento grezzo e, sulla testa, il cielo. Un uomo in giacca e cravatta, dietro il vetro di un ufficio polveroso, le ha detto che deve attendere ancora, ma è questione di poco.  Quanto?  pensa Sylvia  Quanti giorni, o mesi, o forse anni? E con uno stipendio da donna delle pulizie, ottocento rand al mese per tre giorni alla settimana di lavoro garantito, due figli e un marito disoccupato, riuscirò a pagare l’affitto? I cumuli di detriti minerari, colline squadrate di polvere giallo limone, sembrano blocchi di ghiaccio. Il taxi collettivo abbandona il confine di Soweto per inoltrarsi fra i viali alberati dei sobborghi residenziali di  Johannesburg, Gauteng, Sud Africa.

3.

I leopardi stanno in cima alle colline, ma ne sono rimasti pochi per fortuna. Con la guerra sono arrivati i kalashnikov dall’Angola, un fucile per due vacche, e gli Himba ne hanno approfittato per far fuori i predatori. A dire il vero, oltre alle loro mandrie, nella boscaglia è rimasto ben poco su quattro gambe. La guerra è finita da un pezzo ormai, e i due bambini ne hanno solo sentito parlare dai genitori. Quattro anni uno e sette anni l’altra: sono stati lasciati qui, presso la sorgente, a sorvegliare gli agnelli. Il posto più vicino con una parvenza di civiltà è ad Epupa Falls, quattro ore di cammino tra pietraie insensate. Non ci sono capanne, né ripari provvisori, né ombra degna di questo nome: appesi ad un alberello senza foglie alcuni vasi per la mungitura, una cetra, un coltellaccio nel fodero di legno, una zangola e pochi altri utensili. I pastorelli dormono con gli animali, all’aperto, su due stuoie di pelle di capra. La bambina non sorride mai, parla sottovoce e si muove con passi di danza. E’ bellissima. Guarda con indifferenza i miei scarponi da montagna, grossi e pesanti. Camminare è un’arte di leggerezza quaggiù, nella valle del Kunene, Kaokoveld, Namibia.

4.

William Lepukei è uomo di due mondi. E’ un Turkana ma capisce i wazungu, i bianchi, e da anni lavora con loro, accompagnandoli lungo i sentieri impervi del deserto di lava e assistendoli nelle loro occupazioni. Alcuni cercano gli animali-pietre, i fossili di cui la zona è ricchissima, altri vengono a censire gli uccelli migratori  che fanno sosta sul lago, altri ancora semplicemente a fare i turisti. C’è chi ha i soldi e chi no, Lepukei ha imparato anche questo durante gli anni: i wazungu non sono tutti uguali. Gli anni passano, Lepukei ha le tempie grigie e sempre lo stesso problema: come sbarcare il lunario. Oggi, per esempio, non sa cosa mangerà. Solamente pensare al pesce, l’unico cibo sempre disponibile, gli dà la nausea: vorrebbe della carne, ma al solito ha le tasche vuote quanto lo stomaco. I bei tempi dei grandi safari a piedi sembrano essere tramontati; il Grande Progetto annunciato, che dovrebbe cambiare la sua vita e portare nuova linfa a tutta la regione, non arriva mai. I soldi degli aiuti per l’Africa sono bloccati in Europa da anni, nessuno sa perché. E’ un mondo di iene e nessuno meglio di Lepukei sa cosa ciò significhi. Le cose sono peggiorate, tutto costa ogni giorno di più, tirare avanti è sempre più difficile nella maledetta Loyangallani, sponda orientale del lago Turkana, Kenya.

5.

Un piede davanti all’altro, quarto della fila. Sessanta dromedari, sei uomini, tre tonnellate e mezzo di sale in pani a forma di cono. Assenza totale di paesaggio, niente a cui lo sguardo esausto possa aggrapparsi. Alla sete non bisogna pensare. E’ il lavoro dei Tuareg, la carovana. Il sole scompare, ingoiato dall’ orizzonte piatto. Calano le ombre della sera. Oltre il cerchio di luce del fuoco, nel buio nulla, danzano i djenoun, gli spiriti del deserto, burloni e maligni. Suo padre ci credeva e li temeva. Lui, Mamoudane, non ne é più sicuro: la terra scricchiola e si muove la notte, questo è vero, e all’orecchio non si può mentire. Ma saranno davvero i djenoun? Suo figlio, che ha studiato e lavora alle miniere di uranio di Arlit, gli ha spiegato che quei rumori sono provocati dalla differenza di temperatura tra il giorno e la notte. La terra si contorce, allora, come fosse viva. E non è la stessa cosa? Sia quel che sia, conclude Mamoudane, non ci sono buone ragioni per lasciare il campo e addentrarsi nel vuoto minerale dell’Adrar Bous, deserto del Tenerè, Niger occidentale.

di Paolo Novaresio

L’uomo con la valigia

le foto sono del sottoscritto

hai ricevuto la tua eredità?

Bando all’indugio, da un po’ volevo farlo. Eccoti un racconto che ho scritto, pubblicato sul numero tredici di DIMENSIONE COSMICA del 2021. Riguarda il ritrovamentio di un frammento di William Shakespeare che ho ereditato da mio zio. Buona lettura! Il suo titolo è:

A CHE PUNTO È LA NOTTE?

In molti se l’erano chiesto da dove arrivasse, come l’avevo ricevuto e perché. Sul perché non ci sono dubbi visto che era stato per espressa volontà dello zio. Oltre non si riesce a risalire se parliamo del come e da chi. Giornalisti, vicini di casa, amici, e infine i detectives della commissione d’inchiesta inglese dovettero rassegnarsi. Era tutto in regola. Mica l’avevo rubato e poi, come facevo a sapere che era così importante visto che era autentico. Ma quello l’ho saputo dopo. Dovettero accontentarsi delle evidenze e quelle risiedevano in una inequivoca volontà dello zio, espressa chiaramente nel suo testamento olografo. Quella cosa spettava a me di diritto. Ma andiamo per ordine per chiarire gli antefatti.
Andavamo a trovare gli zii ad agosto stipati in una Fiat 500 in quella generosa palude bonificata del ferrarese. Fratello di mia madre, lo zio conduceva un’attività di pollivendolo all’ingrosso, avendo cominciato subito dopo la guerra a vendere uova, in bicicletta, porta a porta, si era così conquistate simpatia e una fedele clientela. Mi piaceva la sua rauca risata, mi stava davvero simpatico gratificandomi nel permettermi di scivolargli addosso dopo averlo abbracciato. Un giorno lo sentii dire a mia madre: “Tuo figlio farà strada, è in gamba.” Piacevo a lui, e lui piaceva a me. Non si sa quanti dei nove anni di guerra avesse trascorso come prigioniero in uno dei duecento campi e fattorie allestiti dagli Inglesi, considerato con disprezzo uno wop, un guappo, lavorava in una fattoria, retribuito e mal tollerato dalla popolazione locale, cosa che non gli impedì, come a tanti italiani prigionieri, di entrare in affettuosa relazione col gentil sesso locale. Era così sbocciato del tenero fra lui e una maestrina inglese che frequentava il campo di prigionia, insomma lo zio non se l’era passata affatto male. Quella linguaccia di mia madre sosteneva che sarebbe stato meglio che l’avesse sposata la maestrina, invece di impalmare quella villana di mia zia, per la quale io nutrivo un sincero affetto. Ed ecco come misteriosamente il fato fa capolino bussando alla mia porta. Ci sono solo ipotesi su come mio zio divenne in possesso di quelle carte, antiche carte, come poi vedremo. Sarà stata la maestrina ad avergliele donate? Come pegno e a conferma del suo sentimento per lui? Può essere. Prove non ce ne sono, ma solo indizi di cui la commissione di inchiesta sulle opere trafugate dovette accontentarsi.  Non c’era dolo.  Si trattava di un dono passato di mano. Morendo, mio zio aveva lasciato alla moglie una redditizia attività di polleria all’ingrosso, a me vecchie scartoffie, sapendo che amavo gli scritti di ogni genere ed età. Bizzarro, vero? Se volete conferma potrete sempre chiederlo ai miei vicini di casa di via Perugino 27, a Milano, sempre se ne troverete qualcuno ancora vivo. Per diverso tempo ho avuto i giornalisti alla porta. Gli inquirenti inglesi dovettero arrendersi all’evidenza: era tutto regolare. Se era stata la sua prima fidanzata ad avergliele date quelle carte non è certo, e, se fosse stato così non si capiva comunque come lei le avesse ricevuto e da chi. Le ipotesi finivano con lei. Se ci sono troppe incognite la storia zoppica e questa addirittura è una storia che barcolla. Veniamo al sodo perché sarete stanchi di indovinare l’oggetto misterioso del contendere. Di cosa si trattava esattamente?  Di un manoscritto firmato. Poche pagine incartapecorite quasi illeggibili, solo la firma, spiccava netta e svolazzante a dichiarare che lo scritto era del grande William Shakespeare, come le indagini da me commissionate avrebbero poi confermato.
 

Il manoscritto inedito di William Shakespeare che qui presento in anteprima mondiale l’ho avuto in dono dal mio parente, posso provarlo anche a voi dopo averlo provato al mondo. I tre fogli recano una delle differenti firme del grande Bardo con cui egli era solito siglare i suoi lavori.
Mi sono infatti rivolto ad alcuni esperti di chiara fama nel settore dell’identificazione e verifica dell’autenticità di manoscritti e tutti hanno confermato senza ombra di dubbio l’autenticità e la paternità del documento: il breve dialogo dal senso compiuto potrebbe far parte di un lavoro sicuramente più complesso, andato disgraziatamente perduto, oppure potrebbe trattarsi di un dialogo poi cassato dallo stesso autore di un’opera nota, esso comunque appartiene alla penna geniale del drammaturgo inglese. Ed ecco il testo da me tradotto:

Primo personaggio: Uno spazio e un tempo senza tempo possono indurre pensieri che farebbero impallidire la mano e la tempra più salde. Se la mente non fosse pronta a rintuzzare i tentennamenti di un cuore vergine. Ahi noi.

Se il disegno voluto dal destino non giustificasse l’onere di una prova sanguinosa saremmo già dannati e le sole nostre intenzioni ci perderebbero per sempre, dannati. Affidiamoci ai pensieri che precedono l’azione e, anticipandola, ne istigano la necessaria violenza, per cui l’assiduità della mente, lontano dal venirne sconvolta, acquista nuovo vigore, rinnovato slancio, infine giustificazione.

Essa sarà pronta per il crimine più efferato solo se avrà trovato nella sua natura l’ispirazione necessaria, la persecuzione allora ci sembrerà un sentiero da percorrere obbligatoriamente, un calice dal contenuto indigesto e repellente ma indispensabile e la stessa morte ci parrà companatico intriso di tenebra se mai la tenebra può divenire nutrimento.

A che punto è la notte, Gaiard?

Secondo personaggio: Sono due tocchi prima che il gallo canti, Signore, secondo il tragitto eterno che il bianco astro impone a se stesso.

Primo personaggio: Ed è notte senza sonno codesta, Gaiard. La mente pare immagata e il nostro spirito sembra che debba difendersi dall’ insidiosa essenza della luce di luna.

Secondo personaggio: Da essa noi traiamo talvolta errato consiglio, talaltra l’ispirazione per le più nobili seppur ardite azioni. Dipende dall’inclinazione dell’astro e dalla disposizione del nostro animo, Signore.

Primo personaggio: Che vuoi dire Gaiard? Parla, su, compagno dai mille volti. Non è da te la reticenza, sebbene talvolta la tua lingua rassomigli per analogia di effetti prodotti, alla lama di un pugnale.

Secondo personaggio: Devo, Signore? Devo proprio?

Primo personaggio: È un ordine… parla onesto. 

(parlando fra sé): Costui ha più di un motivo e più di una disposizione d’animo per intuire il mio disegno. È certo che possa essermi d’aiuto.

Secondo personaggio: I libri aperti non potrebbero essere maestri più trasparenti. E il vostro volto, Signore, è un libro dalle pagine chiare che dissimulano i contorni dell’ordito come se una calligrafia incerta ne celasse volutamente il significato, senza tuttavia riuscire a coprire lo spessore del disegno.

Primo personaggio: Vedo che insisti. Avverto solo l’eco dei tuoi pensieri. Ciò che potrebbe nuocerti. L’ambiguità delle tue parole finirà per spingerti verso un contrapposto destino.

Essa ti può dannare indirizzandoti verso una morte senza scampo, come ti potrebbe esaltare rendendoti partecipe di ciò che le sorti di questa terra impongono. Il nostro giovane re ha doti, inclinazioni e temperamento che natura e stirpe gli hanno elargito, ma chi può dire per il bene stesso della nostra nazione che sia proprio lui il designato?

Una corona che vacilla sul capo di un ragazzo non è buon auspicio. E i nemici esterni ed interni di questa terra abbondano. Pur nella virtù manifesta delle sue doti il giovane sovrano è incline a seguire avvisi a noi ostili, contrari ai nostri piani e al corretto sviluppo della nazione. Mi intendi?

Secondo personaggio: Che volete dire, Signore?

Primo personaggio: Rifesser, Gilar e Gollanord non sono meno temibili per l’incolumità del giovane sovrano delle nostre stesse mire.

Ma egli è troppo inesperto per saper distinguere e crede che quelli gli siano amici e non vede il nido di serpi che la sua mano accarezza. E allora perché lasciare ad altri l’incombenza di risolvere e colmare una sovranità fittizia?

Occorre privarla di tutti quegli orpelli che la fanno meno grande. E nel farlo andare sino in fondo all’opera. Subito, ora, prima che altri agiscano.

Anticipando gli eventi e indirizzando a nostro favore un cambiamento che appare ormai inevitabile e di cui siamo disposti ad assumerci l’onere. Ora mi intendi?

Secondo personaggio: Una pagina aperta, chiara e distinta scritta da una calligrafia sicura e franca; non potrebbe essere più evidente il vostro disegno, Signore.

Primo personaggio: Hai dunque inteso chiaramente ciò che occorre fare per il bene della nostra nazione?

Secondo personaggio: Chiaro e distinto è il proponimento. Veraci le intenzioni. Gagliardi gli animi.

Primo personaggio: Lesto e sicuro ti guidi dunque l’intento di spegnere per sempre chi la morte spetta.

Il secondo personaggio vacilla e impallidisce. Si guarda attorno, nella sala deserta.

Secondo personaggio: Dite a me, Signore?… Poiché non vedo altri che possono intendere…

Primo personaggio: E a chi altri se non al falco a cui si è appena tolto il filo refe dagli occhi cuciti. A chi se non al fido cospiratore ed affermato veicolo di morte sicura?

Secondo personaggio: Io, magari… non…

Primo personaggio: Non sei stato tu, forse, quello che ha condotto all’inferno Sealand e non hai forse agito per il verso indicato dando la giusta credenziale di morte ai baroni di Lispret?

Secondo personaggio: Un re… tuttavia…

Primo personaggio: Indugi impropri che non ti fanno onore. Se l’onore deriva dal liberarsi di un ostacolo regolato dall’ingiusta legge del sangue e non del valore, che fa piccola la nostra nazione e mortifica il nostro orgoglio. Voli il tuo braccio. Sia saldo nell’intento. Non possiamo avere tutti i cento diavoli dell’inferno dalla nostra parte. Bisogna annullare ogni residua dannosa reticenza.

Ne bastano solo alcuni per quest’opera. Va’, colpisci. Subito dopo la riunione dei Pari. Domani, quando il giovane sovrano si sarà ritirato nelle sue stanze. Non attendere il suo sonno e grida subito: Congiura! All’erta! All’armi! Orrore!

Guida tu stesso l’inutile dolore degli astanti. Ma solo dopo aver gettato il pugnale lontano dal cadavere e aver imbrattato col suo sangue annerito il pavimento, in direzione della finestra.
Occorre dare subito l’idea di un assassino fuggito da poco. Hai inteso?

Secondo personaggio (parlando a se stesso): Che la bruna lama del pugnale mi sia sorella in quest’impresa. Anche se il gelo della morte che dovrò dispensare, per ora mi morde i garretti e le spalle.

I due personaggi escono di scena.

A riprova della paternità del frammento, perché ancora oggi anche a me la cosa appare incredibile, ecco quanto scrive il prof. John Moore, indiscussa autorità nel suo campo, in risposta a certi quesiti avanzati dal prof Henry Bryant.

Chiarissimo prof. Henry Bryant

Dipartimento ricerche linguistiche e di letteratura comparata 

Facoltà di lettere e filosofia dell’università di Manchester

Rispondo alla stimata sua del … dandole conferma di quanto da lei richiesto. Pur con la mancanza di elementi verificabili a cui riferirsi, il frammento in questione deve senza dubbio attribuirsi alla penna di William Shakespeare. 

Un personaggio di rango, diretto promotore di una congiura ordina a un suo sicario, o, per meglio dire usando un eufemismo: collaboratore, non estraneo a precedenti analoghe imprese,  la soppressione di un giovane re. Personaggio questi destinato purtroppo a rimanere incognito e sulla cui identità si possono avanzare solo ipotesi. Insieme al prof. Samuel Withers, esperto nell’identificazione di manoscritti e mio valido collaboratore, abbiamo elaborato alcune ipotesi di identificazione, ma ripeto, sono soltanto ipotesi senza suffragio, e tutte di grande suggestione. 

Le pagine potrebbero essere il frammento di un’opera perduta, il cui contenuto riconferma l’interesse di Shakespeare per l’analisi e l’approfondimento del potere in tutte le sue implicazioni,  e l’interesse per il tumultuoso clima politico inglese del XVII secolo. Il giovane re  in questione rammenta la figura del re Giovanni, dell’omonima opera, figlio di Enrico II e della duchessa Eleonora di Aquitania. Una trama forse ordita da lontano, da quel Filippo II di Francia il quale all’ambasceria da lui inviata a re Giovanni, contenente la richiesta di rinuncia al trono in favore di suo nipote Arturo, si vede ricevere un rifiuto. Era forse Roberto di Falconbridge che tramava nell’ombra e l’assassinio per ordine del re Filippo II? Nulla che ce lo confermi. 

Una seconda ipotesi parrebbe adombrare la figura di Enrico VI, giovane re, amante della pace. Una frase che compare nel frammento omonimo è rivelatrice: “Grave quando lo scettro è in mano a un fanciullo”. Era forse per questo che il re ragazzo riusciva scomodo? Allora chi poteva essere il mandante del suo assassinio se non il conte di Suffolk, anche se non v’è traccia alcuna a indicarcelo, e poi per le cose risapute appare altrimenti inverosimile l’ipotesi, considerata la sua intenzione di far sposare al giovane re la bella Margherita, della quale lo stesso Suffolk era invaghito, proprio per controllare meglio la condotta del giovane sovrano. 

Per quanto riguarda poi il tenore dello scritto, esso sembra rimandare ad alcuni dialoghi del Macbeth, ma Banquo ha uno spessore che l’esecutore del delitto non ha, non sembrando questi un vero soldato, com’era invece Banquo. Giungo così ad avanzare l’ipotesi che il frammento potrebbe essere qualche pagina di tragedie a noi note, un frammento successivamente stralciato dall’autore in fase di stesura definitiva, a corroborare l’idea c’è il senso compiuto del brano, che descrive una scena intera.  Emerge comunque la figura di un giovane sovrano, forse troppo fiducioso, sicuramente inesperto, da subito coinvolto nelle trame che detta il potere. 

Frammento sottratto al contesto delle opere note oppure pagine di un’opera andata perduta? Temo che non riusciremo a venirne a capo. L’unica cosa certa è l’attribuzione della paternità alla nostra gloria nazionale. Tre illustri grafologi del resto confermano l’autenticità della firma.
Gli ulteriori approfondimenti in corso e il raffronto di dialoghi analogici hanno una valenza strettamente linguistica e non recheranno modifiche all’attribuzione della paternità. Su come sia finito il manoscritto in un lascito testamentario italiano sono stati scritti fiumi di inchiostro, e non è di nostra pertinenza indagare oltre. 

Onorato del suo interesse la prego di accettare i segni della mia stima e la invito ad estendere i miei saluti al prof Thomas Higgins, mio indimenticato compagno a Cambridge ai gloriosi tempi che furono della nostra gioventù. Mi aspetto di vedere entrambi il giorno della conferenza stampa, che avrò cura di comunicarvi quanto prima. I media di tutto il mondo sono impazienti e ci chiedono conferme. Non bisogna farli aspettare troppo.

prof. John Moore

il Barone non voleva essere chiamato “Maestro”?

Alla voce Mao Tse Tung il dizionario di Filosofia della Rizzoli del 1977, revisione e bibliografie di Emanuele Ronchetti dell’università di Milano, redattore capo Italo Sordi si legge: Rivoluzionario, pensatore e uomo politico cinese, figlio di contadini, eccetera…ma la parola criminale non compare, possibile che quelli della Rizzoli ignorassero le sue nefandezze a carico del suo popolo? Ovviamente il dizionario riporta i nomi di Marx, Lenin, Sartre, Marcuse e anche Nietzsche, dedicando loro ampio spazio. Il libro di Jung Chang e Jon Halliday MAO the unknown story sostiene che a carico del dittatore cinese ci sono, malcontati, circa settanta milioni di morti. Ovvero un criminale sfuggito al giudizio della storia. Rammento ancora, sbarbatello, i cortei per le vie di Milano e Torino che gridavano: Boia Johnson! (non che questi fosse un’anima candida) e Viva Mao! E altri studenti che avevano rifiutato un incontro con Alberto Moravia sbattendogli in faccia la porta e dicendo: “Mao sì, Moravia no.” La RIZZOLI mi dovrebbe spiegare perché non ho trovato sul suo dizionario le voci che cercavo: Evola, Tradizione e Rivolta contro il mondo moderno, la sua opera più complessa ed esaustiva. Forse perché il Barone Julius Evola era colluso col Fascismo anche se critico non poco nei confronti di Mussolini e perché teneva contatti col Nazismo, da cui peraltro veniva spiato, perché individuo sospetto. Chi teme ancora questo personaggio? Gigante del pensiero europeo, filosofo controcorrente del Novecento. Perché Mao sì e lui no?
Dopo questo lungo preambolo introduttivo ecco un libro appena pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI. Curato da Gianfranco De Turris IL RITORNO DEL BARONE IMMAGINARIO, una raccolta di diciassette racconti ispirati a questo, per certi versi, enigmatico personaggio, che ha subito e tuttora subisce l’ostracismo di critici e storici italici. Racconti che hanno Evola, il Barone ritornato alla ribalta, per protagonista.

Un puzzle di brevi narrazioni fantastiche e realistiche, tutte interessanti, basate su personaggi, fatti e luoghi reali, che concretizzano una idea di Gianfranco De Turris, curatore del volume, il quale nell’introduzione del libro scrive: “Julius Evola resta in fondo l’unico e forse ultimo tabù della cultura italiana del secondo Dopoguerra. Questo libro che segue il primo è un po’ la risposta per dimostrare che Evola è una personalità/personaggio tale da superare tanti ostracismi al punto da indurre una quarantina di scrittori a porlo al centro di altrettante storie…io credo che il Barone, quello in carne ed ossa ci avrebbe celiato su dopo averlo letto.” Le opere di Evola sono conosciute all’estero e la loro diffusione è crescente, ma l’Italia lo elimina dall’elenco dei grandi protagonisti del pensiero occidentale. Il volume publicato, da IDROVOLANTE EDIZIONI è un omaggio dovuto e sentito all’uomo ironico e autoironico che ha sempre rifiutato l’etichetta di Maestro o di Guru. Nelle foto il suo ritratto durante la Prima Guerra mondiale e un suo dipinto dadaista. Il volume pubblicato da IDROVOLANTE EDIZIONI va così incontro a un’esigenza, una curiosità di sapere, alla volontà di non dimenticare l’uomo e la sua opera ancora avvolte nel limbo di un incomprensibile ostracismo, dettati probabilmente da trascuratezza e timore. Ma occorre non mitizzare Evola, non lo avrebbe gradito.

Che il filosofo, storico esoterista e pittore Dada risulti oggi un antidoto è evidente, le sue analisi e tesi appaiono, dopo decenni, lucide e profetiche; a chi si rifiuta di studiarlo o anche solo di prenderlo in considerazione bastano evidentemente lo sfascio, l’oblio di grandezze trascorse, l’approssimazione infine, caratteristiche del nostro essere moderni. Ma i balbettii di chi cerca e non trova nessun appiglio nell’odierno, ovvero le stimmate del sordo e del cieco, non possono costituirsi valori di riferimento in alcun modo. Il Nichilismo di Nietzsche del resto ha fatto il suo tempo da un pezzo. Delle innumerevoli frasi che emergono dall’opera di Evola, superato l’imbarazzo della scelta, ne scelgo alcune tratte da RIVOLTA CONTRO IL MONDO MODERNO: “L’uomo tradizionale sapeva della realtà di un ordine dell’essere molto più vasto di quello a cui oggi corrisponde di massima la parola “reale”. Oggi come realtà, in fondo, non si concepisce nulla più che vada oltre il mondo dei corpi nello spazio e nel tempo. …Le basi della gerarchia e della civiltà tradizionale, in tutto e per tutto sono state distrutte dalla trionfante civiltà “umana” dei moderni…”

c’era il Barone immaginario? (3)

IL RICHIAMO DI KRODO di Alberto Henriet. Un’intervista ad Atene a Kaiadas, leader e artista Heavy Metal dei Naer Mataron ed esponente di spicco di Alba Dorata, Leonida Baldur, si conclude con successo.

L’intervistatore il giorno dopo dell’incontro verrà coinvolto in una avventurosa missione esoterica davvero incredibile. Incontrerà un ufficile delle SS, ovvero il Doppelgänger di Karl Maria Wiligut, che gli spiega il funzionamento della Campana, ovvero della macchina del tempo, un prisma di cristallo meta temporale attivato dall’energia oscura, nota agli SS sin dagli anni Trenta, il cui funzionamento si basa sul concetto di sincronicità analogica. Leonida Baldur “proverà” o subirà (?) affascinato, la macchina del tempo, indotto a proiettarsi nel 1944. E quindi 1944: Hyperborea, e i versi oscuri dedicati al Mito del Sole Nero e il progetto di Hyperborea a cui partecipava anche il barone Evola descritto come un dandy esoterico in visita turistica nel luogo più sacro della paganità nazista del Terzo Reich. Quindi il capitolo su Krodo, dio solare sassone, il Krist nordico e ancora Il richiamo di Krodo e Il sogno artico descriventi fantastiche dimensioni e avventure. Quando Leonida Baldur si svegliò era cosciente che quel viaggio metatemporale non sarebbe stato un’esperienza isolata ma soltanto il primo di una lunga serie di avventure controcorrente e antimoderne.

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EVOCAZIONE di Giulio Leoni. Bombe nei pressi della vecchia stazione viennese, bombe attorno all’uomo col bavero del cappotto alzato e muraglie di polvere causate dalle esplosioni. E poi, una donna bellissima, bionda, quasi incuriosita dal gran caos. Una donna che dice: “Io vi conosco, Barone. Da tempo.” Alla perplessità di Evola essa risponde: “Vi ringrazio del vostro aiuto ma sono in grado di badare a me stessa.” Evola la vede salire su una grossa berlina scura in direzione dell’hotel Mercure. Maria Orsic, si chiama. Ma certo, Maria Orsic! adesso ricordava chi fosse la donna. Evola si trovava a Vienna per alcune ricerche. L’ufficiale tedesco a cui Evola ora si rivolge gli vieta l’accesso a certi documenti contenuti negli archivi della Massoneria Internazionale. Contrariato, decide di rintracciare la donna.

L’interrogatorio al portiere dell’albergo aveva dato i suoi frutti. Maria Orsic! La famosissima e bellissima medium, donna dai poteri psichici straordinari, intima di Joseph Goebbels, lo ha invitato e ora lo sta aspettando con alcune compagne, nella sua stanza. Sta tentando un rito, per evocare gli antichi dei germanici della guerra onde mutarne il corso. Qualcosa di incredibile stava davvero per succedere, qualcosa o qualcuno aveva risposto all’evocazione della donna e ora stava dietro di lui, nella sua stanza. Poi, improvvisi, i lampi sulla città, le sirene dell’allarme antiaereo, una vampata di luce accecante dalla finestra e la montagna di polvere e calcinacci. Maria Orsic e le sue compagne sparite! A Evola non rimane che dirigersi verso il suo destino. Era il 24 gennaio 1945.
DOPPELGANGER di Marcello de Angelis.”Herr Braconens, mi può sentire?” E d’improvviso vide l’infermiera. Sul letto di un ospedale a Vienna quando lo avevano raccolto, inerte, dopo l’esplosione della bomba d’aereo. Pruriti, fitte, dolori dappertutto, il suo corpo si stava risvegliando. Dalle gambe nessun segnale, nemmeno il minimo dolore. “Cosa ci faceva in giro sotto i bombardamenti?” gli chiede il medico. “L’hanno portata qui in stato di incoscienza…tra poche settimane i sovietici sarano qui, cercheremo di portarla via con noi. Buona fortuna herr Karl von Bracorens…” Karl Bracorens, ovvero il suo doppio, il suo nemico del Destino, ma lui era Evola, il Barone Evola….e se lui fingeva di essere me, tanto valeva che io fingessi di essere lui. Mille volte meglio un cattivo re che una plebe incontrollata, andava pensando. Evola era a Vienna per tentare un esperimento cruciale, che, se riuscito, avrebbe potuto cambiare gli eventi e risvegliato nel futuro il glorioso passato….Non mi è stato possibile eseguire il rito, i tempi non sono ancora maturi…dalle mie gambe non sento alcun segnale ma non me ne dò cruccio….sarò un guerriero immobile….
L’ULTIMA VETTA di Mariano Bizzarri. E di lui cosa restava? Un corpo storpio, un peso morto. Uno spirito vivo incarcerato in una prigione di carne sorda al comando, dove anche l’energia dell’anima minacciava di consumarsi giorno dopo giorno, come lume di candela….Pensava a se stesso e alla Medicina moderna che non era riuscita a debellare il più diffuso dei mali moderni: l’infelicità. La sua salute fisica? Non solo, era il suo spirito a essere chiamato in causa…La malattia che colpisce un uomo lo pone dinanzi a un compito, dicendogli: “scacciami con la potenza del tuo stesso spirito e poter divenire signore della materia…, come già lo fosti prima della caduta.” Parole di Meyrink che aveva fatto proprie. …Se non avesse più potuto scalare le montagne, avrebbe scalato quelle del suo spirito. …Non avrebbe seguito i consigli dei medico. L’intervento chirurgico poteva aspettare….
INCONTRO A CASTEL SAVOIA di Augusto Grandi. “Avete davvero sbagliato tutto” disse Evola al “re di maggio“. Umberto di Savoia annuì. “Avete tradito un popolo, il vostro popolo, coprendo di fango la dinastia…un popolo che si era fatto uccidere gridando Savoia!…” Evola guardando Umberto di Savoia si chiedeva se facesse davvero parte di quelle genealogie mistiche e leggendarie che determinavano il diritto dei Re….

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“Dunque non abbiamo più speranza? E non mi riferisco a un mio ritorno dall’esilio, o a un futuro da re per mio figlio Vittorio.
È finita la monarchia in Italia?…” chiese il re di maggio. Dopo avergli risposto Evola aggiunse: “…Se vi può consolare, anche nella società dei consumi c’è ancora qualche azienda o qualche negoziante che si vanta di essere fornitore della real Casa. Nessuno che sostenga di essere fornitore del presidente della repubblica.” Risero entrambi.

IL FUOCO INVISIBILE di Andrea Scarabelli. “Sono Ernst Jünger. Avverta il professore” ribatté, lottando contro il malessere che da lì a poco sarebbe misteriosamente scomparso. “Un momento, bitte.” Il Barone e l’anarca, uno di fronte all’altro, ora. Jünger ascolterà il Barone attentamente. Era come se quell’incontro fosse l’intersezione di campi elettromagnetici molto potenti, …stava muovendo energie più antiche delle loro stesse individualità….La necessità di attraversare la distruzione uscendone indenni. Finanche rafforzati. ” disse Evola, aggiungendo: ” Nesuna rivolta contro lo stato delle cose è possibile senza il ricorso alla trascendenza.” Ernst Jünger si trovava d’accordo praticamente su tutto….E poi egli vide le serpentine dei quadri dadaisti che ornavano la stanza prendere vita e disporsi a raggiera,

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formando un sole, attorno a una ciotola di latte, sull’Eremo della Ruta…Si rivide tenente Sturm astrattista mistico dalle unghie laccate di verde a passeggio tra le gallerie e le trincee, al canto del fuoco. …Si risvegliò bruscamente …Gettò un’occhiata a Evola, che si era assopito, o così gli sembrava, evitando l’ascensore si precipitò lungo la tromba delle scale, e poi all’aria aperta….Impossibile trasmettere ciò che non consente di essere comunicato a parole, ma solo sperimentato interiormente.
IL BARONE E L’ASSASSINO di Antonio Tentori. Sono fuori dal corpo, sono fuori dal corpo”….Il giovane comincia a camminare, quasi fluttuando…Quindi si volta verso la sedia, dove giace il suo corpo fisico e lo osserva….
Mi chiamo Giorgio D. e da anni sono amico e collaboratore del Barone….Erano usciti articoli velenosi su alcuni giornali e riviste contro di lui e le sue idee…lo scopo era isolare e mettere all’indice un personaggio come lui, scomodo e ingestibile. Fra i ragazzi che frequentano la casa di Evola, incontri durante i quali egli parlava della Tradizione spirituale e della necessità di spostare le proprie energie sul piano superiore dello spirito, uno in particolare colpiva l’attenzione. Sconosciuto e strano, e la precisa sensazione di Evola che da quel bel ragazzo silenzioso non potesse venire altro che male…”Questa volta il barone è finito” sorrise un uomo dopo aver brindato con altri al successo dell'”impresa”. Il ragazzo sconosciuto aveva una missione da compiere, quella di eliminare il Barone che qualcuno aveva definito “cattivo maestro di una generazione.”


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Ma non andrà come i committenti del delitto avevano complottato. Coinvolto in un altro crimine, il ragazzo fugge inseguito da Giorgio D. e, vistosi braccato, si uccide. Poco dopo Evola si affaccia per l’ultima volta alla finestra sul Gianicolo, raggiungendo la soglia dell’Altrove.
TRAMONTO SU ROMA di Enrico Rulli. Julius Evola ha una nuova vicina di casa, che gli vuole far visita, i doveri di buon vicinato glielo impongono. “Mi chiamo Ariana Ullastres” disse la nuova vicina. “Volevo solo conoscerla.” “Perché?” “Perché lei è famoso.” Evola si sporge per prendere il monocolo. L’incontro fra la vedova ed Evola tocca aspetti salienti della vita di entrambe; parleranno volentieri e senza maschera del loro passato, dei dipinti del filosofo inspirati all’astrattismo mistico, di preferenze, inclinazioni, di magnetismo e di rapporto uomo donna. Pranzeranno insieme a casa di Evola, una cosa improvvisata e gradita al filosofo perché molte idee di Ariana sono condivise, infatti:. “Ti posso confidare una cosa?” “Dimmi.” “Tu mi ricordi mio marito.” “In che senso?” “Hai le sue stesse idee.” Durante il commiato Evola chiede alla donna: “Quando ci vediamo?” “Domani no. Forse dopodomani,” aveva risposto Ariana con una certa esitazione. Di lei Evola aveva condiviso non il corpo ma lo spirito. Ed era contento di averla incontrata. Passano due giorni. Entrò la domestica con il vassoio dicendo: “La nuova inquilina si è buttata dalla finestra.”
“Come buttata?”
“Si è suicidata.”
“Morta?”
“Sì, morta.”
DIALOGO AGLI INFERI tra Julius Evola e René Guénon, di Marco Rossi. Un “botta e risposta” illuminante, rivelatore, un dialogo possibile che tocca la modernità, la cronaca, il costume, la politica, ma anche la musica. Un dialogo davvero “appetitoso” che fa dire a Evola rivolto a René Guénon, a proposito della musica beat o rock: “Pensa che negli ultimi anni della mia vecchiaia esisteva un gruppo di musicisti inglesi, credo che allora si chiamassero complessi beat o rock, che faceva una musica per me assolutamente infernale…si chiamavano Rolling Stones, pietre rotolanti. Sembra proprio che interpretassero e incarnassero accuratamente quello che stava accadendo e che ancora accade…”

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René Guénon: “…non ho il minimo dubbio che la dottrina delle Quattro Età sia l’unico paradigna che può spiegare l’andamento della storia umana dal punto di vista dello Spirito…Comunque, sia il mio Oriente che il tuo Nord Europa occidentale si sono persi nell’attivismo materialista, edonista, e alla fine si sono adeguati al “politicamente corretto…”
Julius Evola: “Hai visto come si sono ridotte le religioni occidentali? si sono tutte piegate al ruolo che i Padroni del Mondo hanno disegnato per loro: alla fine hanno formato una specie d’immensa arci confraternita votata unicamente alla beneficenza per i poveri universali….come non provare disgusto a vedere…che la Terra è in mano a pochissimi Padroni del Mondo che hanno sotto di loro una dinastia discendente di camerieri? A partire dai banchieri, seguono le multinazionali, seguono i grandi mezzi di comunicazione con la loro funzione sacerdotale, seguono i politici e poi tutti gli altri….”
MURSIA

non riuscivi più a prendere sonno dopo averlo letto?

Un gigante della scrittura, un forzato della penna malato, e consapevole di esserlo, un grafomane che non riusciva a staccarsi dalla pagina, uno che denunciava l’inutilità e lo scandalo della guerra e che scendeva nell’abisso della mente umana…la sua. Forse unico a riuscire a indagare sulla natura, non solo esclusivamente intellettuale del suo tremendo male. Il dottor Thomas affermava che la sifilide lo divorava dall’interno, giorno per giorno, altri parlano di demenze ereditarie. Morì infatti dopo mesi di pazzia furiosa il grande Henri René Albert Guy de Maupassant amicissimo di Gustave Flaubert. Se te sfogli Le Horla e altri racconti dell’orrore (nella consueta strepitosa edizione da urlo dei Tascabili Economici Newton – cento pagine mille lire! Che meraviglia! e che presentazione!) capisci il motivo della sua grandezza che esula ovviamente dai soli racconti dell’orrore. Come dice l’acuta analisi di Lucio Chiaravelli: I racconti dell’orrrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati (ma c’e poi tanta differenza per lui?) sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L’orrore e per lui: la paura della paura. Balza subito all’occhio qualcosa di terrificante, mortifero, angosciosamente possibile, e senza scampo. Chi scrive non finge, la trama aderisce alla maledizione della sua malattia.

Encomiabile, si sforza di esorcizzare il suo male, di tenere un resoconto dei suoi stati nervosi attraverso alcuni racconti, che non voglio dirti in dettaglio. Un male che tenterà invano di esorcizzare, un male che gli sgorga continuamente nell’animo affettando nervi e mente. Anche quando scrive di una bella giornata e del suo stato d’anino radioso e pieno di levità, 8 maggio: Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull’erba…Mi piace questo paese mi piace viverci perché qui sono le mie radici, radici profonde e sottili…mi piace la casa dove sono cresciuto. Come si stava bene quella mattina!…dietro due golette inglesi …veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza sapere perché gli feci cenno di saluto tanto mi faceva piacere vederlo. E poi il 12 maggio: Da qualche giorno ho un po’ di febbre, non mi sento bene, o meglio mi sento triste e il 16 maggio: Sto sicuramente male… Ho una febbre atroce…la sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l’apprensione per una sciagura , segno della morte vicina, il presentimento d’un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne...il 3 giugno: Notte orribile. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano. mentre il 2 luglio: Ritorno a casa. Sono guarito, e inoltre ho fatto una splendida escursione…

ma il 4 luglio: …Sono tornati gli stessi incubi. Ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì , l’aspirava dalla mia gola come una sanguisuga....e di nuovo la speranza di essere normale e sereno, il 14 luglio:…Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo. E il 7 agosto: …il sole inondava di luce, il fiume spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. …Mi sembrava che una forza occulta mi intorpidisse le membra…il doloroso bisogno di rincasare... e il 14 agosto: Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Eppure il 17 agosto ha la lucidità di scrivere: Noi siamo così impotenti, così imbelli, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d’acqua..….e via di questo passo, ma non voglio privarti del piacere di altre scoperte. Perché ti guasterei la lettura. Cos’ha di speciale Le Horla e gli altri suoi brevissimi racconti dell’orrore? Sono anche cronaca. La cronaca di un malato consapevole di esserlo fino a quando la pazzia non prenderà il sopravvento.

Vissuta sulle spalle dell’autore. Diverso dall’orrore pensato, filtrato e, se vogliamo, artefatto di Edgar Allan Poe (solo nel senso di accuratamente costruito). Qui si avverte un’urgenza di narrare la (sua) sofferenza, il progredire del male, l’inutile esorcismo tentato attraverso la scrittura, l’orrore di un male interno all’uomo che riesce a farsi arte. Se ti riferisci alla pittura ti viene alla mente Van Gogh e Ligabue, i naif che interpretavano incubi e oppressioni dello spirito e della mente, dentro e fuori da manicomi e case di cura, dentro e fuori dalla realtà, a scrutarsi, a esorcizzare incubi e mostri della loro fervida immaginazione. Maupassant vede il possibile e lo teme, dà corpo alle voci, alle malie riflesse dalla sua anima ossessionata. Nel Maupassant di Horla ti vengono addosso brividi supplementari, sai che è tutto vero, vorresti fare qualcosa, ma cosa? Allucinazioni, febbri, visioni notturne, si vive da geni e si muore da folli. Nel prezioso libretto pubblicato nella collana Tascabili Newton una acuta annotazione di Antonia Fonyi relativa al titolo Hors-la cioè Fuori di li! Esso sarebbe un invito a rompere il cordone ombelicale che metaforicamente e (morbosamente?) legò sempre Maupassant alla madre. E un suggerimento di ordine associativo può persino ricordare che Horla è l’anagramma vocale di Laura, la madre. Non ti voglio dire altro perché non voglio toglierti il piacere e…il brivido di leggerlo. Maupassant penned his own epitaph: “I have coveted everything and taken pleasure in nothing.” Nel suo epitaffio scrisse: “Ho desiderato tutto e preso piacere in nulla.”

incontravi Ethan Frome?

Il gigante irraggiungibile e scontroso, che, scendendo dal calesse, poggia le redini sulla groppa concava del suo cavallo baio. Zoppo, rattrappito, era uno che teneva a bada il suo ostico e sfortunato passato, col silenzio e la solitudine e la memoria di un dramma antico. Ethan Frome, ovvero il contadino precocemente invecchiato e senza vocazione, castigato due volte dalla sorte. Alzi la mano chi non conosce questo autentico capolavoro. Edith Wharton, scrittrice americana scrive questo lungo racconto spietato, crudo e duro, che si discosta nettamente dai temi che predilige. Fatto di destini drammaticamente incrociati, indissolubili, di povertà e fatica ingrata, e avvilente, in un paesaggio del New England che non concede nulla alla poesia e al sogno. Al pari dei personaggi che ospita si tratta di un misero villaggio Starkfield, già simbolicamente allusivo con quell’aspro nome, tra avari paesaggi “raggelati” all’interno di un Massachusetts rurale: si legge nell’efficace presentazione di Tommaso Pisanti dell’encomiabile libretto, edito da Newton nella collana tascabili economici. Cento pagine mille lire! Stampato su carta Tambulky nel 1994.

Come scrive la stessa autrice a proposito dello stile volutamente asciutto e spoglio: “l’argomento va trattato in modo secco e sommario, così come la vita s’era sempre presentata a quei personaggi; e qualunque tentativo di elaborare e complicare i loro sentimenti avrebbe necessariamente falsato il tutto”.
A mio avviso la prima attrice di questa tragedia sfiorata e vera protagonista del dramma è Zeena, querula moglie di Ethan: lei tiene le redini del menage a trois, sì, perché c’è anche la sua bella, giovane e fresca parente che la impensierisce, oltre ai vari malanni da Zeena cui si crede afflitta senza rimedio, la cugina Mattie Silver, venuta a casa sua ospite e sguattera, perché non aveva altri parenti, a turbare e ad affascinare il marito Ethan che non ne può più di vivere una vita grama con quella bisbetica zitella di moglie. Ecco, te l’ho già raccontata tutta la storia. Il resto è gia scritto ma il finale fa parte delle insospettabili sorprese che la vita tiene talvolta in serbo per stupirti e confonderti. Faccio silenzio su come va a finire la faccenda per non guastarti la lettura di Ethan Frome da cui è stato tratto un film.

Come scrive l’acuta presentazione dell’opera su Kindle di una storia cupa e indimenticabile, un canto d’amore e di morte, uno specchio perfetto della delusione e sofferenza amorosa patita dalla scrittrice che, solo a quarantacinque anni, visse la sua prima, divampante e inarrestabile passione. Voglio tornare a Zeena, non per il fatto che susciti simpatia, tutt’altro, visto che proprio lei caccia di casa la sua lontana cugina, senza un saluto e senza il becco di un quattrino, ma perché di donne così fatte io ne ho conosciute. Non voglio dire altro per non attirare l’ira dei defunti. Donne come Zeena, la cui sorte riserva come premio-punizione il dover accudire i due amanti virtuali, marito e cugina, per sempre, finché lei avrà forza e lume della ragione. Li terrà sott’occhio, li potrà controllare, sarà questa la sua vittoria, la sua amara rivincita sui due impotenti, imbelli, vince alfine, rinunciando a tutte le sue malattie incurabili che secondo lei la affliggevano. Strano e beffardo destino quello di Zeena, costretta suo malgrado (?) a reggere, padrona e vittima, una vita singolare in cui emergono la maligna gelosia, gli scrupoli stessi e i sensi di colpa di tutta una tradizione di rigido puritanesimo. Zeena li avrà in cura sarà loro infermiera, custode e carceriera fino alla fine dei giorni, nell’incupita domesticità della solitaria e tetra fattoria. Se la figura di Zeena rifugge da esplicite connotazioni diaboliche, certo la sua psicologia deve avere subito un rivoluzionamento estremo. Da vittima per la presunta infedeltà coniugale a carnefice silenziosa e a sua volta vittima. Dall’ultima pagina dell’opera ti leggo: “Parve rimettersi immediatamente quando arrivò la chiamata…Zeena ha avuto il dono della forza di occuparsi di quei due per oltre vent’anni, anche se, prima della disgrazia, era convinta di non avere nemmeno la forza di badare a se stessa.” Nulla di perfido, masochistico e autocompiaciuto nell’animo di Zeena?

Il mio insopprimibile desiderio di scrivere su Amazon.