ti addormentavi col Musichiere?

Ti ricordi quando ti trascinavano controvoglia, al bar? Ci andavi di sabato sera, passando nel gran viale dove il profumo dei tigli ti stordiva. Sapevi già di andare incontro al sonno e alla noia. Il Musichiere, presentato da Mario Riva, ti attendeva, implacabile. Si trattava della mondanità casalinga che la tua famiglia si concedeva ad ogni fine settimana.

Erano gli anni Cinquanta e al bar tu eri solito addormentarti, mentre dal tubo catodico partivano lampi intermittenti, che dipingevano sulle facce dei presenti strane maschere; la saletta del bar si riempiva, ma c’era sempre qualche sedia disponibile nell’ultima fila. Era la televisone fruita in “comunità”, nella saletta di un bar e i programmi della RAI, e a una certa ora della notte si interrompevano perché bisognava andare a letto. Altro da vedere non c’era per il resto della serata. La prima TV in bianco e nero era la bacchetta magica, la pietra filosofale, gran Moloch, da non sottovalutare, metteva tutti d’accordo, titolare di “entusiasmanti” sfide mnemoniche o canore. Davanti ai primi presentatori e concorrenti, alcuni dei quali icone TV indimenticabili, come l’estroso dandy prof. Marianini, protagonista indiscusso di Lascia o Raddoppia, autentico pozzo di sapere; incollavi lo sguardo e aprivi la bocca per esclamare che bravo! Ma che antipatico! Ma come fa a sapere tutto?! guarda com’ è vestito! non è andato dal barbiere, ma dal tosacani! Prendevi le parti e facevi il tifo per certi concorrenti. Mario Riva, e poi Mike Bongiorno e Corrado, fino a Pippo Baudo ne presentavano a centinaia. Sfide all’ultimo quiz, all’ultimo secondo, all’ultima lambiccata risposta. L’adrenalina andava a mille. Che peccato! Ha perso! Ma te sapevi la risposta. Scusi lei ma chi l’ha mandata alla nostra trasmissione? Mi ha iscritto mio zio! …Di nascosto. La sai o non la sai la risposta? So più risposte io di quella! Pensavi, sbocconcellando una fetta di ciambella. Simpatico o simpatica ma non all’altezza, fuori uno dentro l’altro. Una razza di presentatori della porta accanto, tutti ciarlieri e “casalinghi” rassicuranti nata dal desiderio dell’Italia che si rifugiava in svaghi innocui per tutte le età e che voleva sentirsi indirizzata nel costume, sulla buona via del Progresso. La TV di stato ti permetteva la vista di certe caste presentatrici, tutte all’acqua e sapone, innocue e anche loro rassicuranti come spose. Per rifarsi la vista si è dovuto aspettare il 1961 con quei pezzi di tonno delle gemelle Kessler, manna per gli occhi e il palato.

La bellezza femminile stava per essere sdoganata anche sul piccolo schermo. Non volgare ma decisamente sexy. Quello che passava il convento cioe la Rai era una serie di varieta per tutti. Occorrevano i loro volti sorridenti dalla faccia ricca di bonomia e di humor innocente. La versione per fanciulli dei paludati quiz per adulti si chiamava Chi sa chi lo sa? ed era condotta dall’inappuntabile Febo Conti, sorridente quanto basta; sbadigliavi anche lì perché tutti quei ragazzi secchioni ti annoiavano. I bambini allo sbaraglio li vedevi senza denti e a calcare il palcoscenico condotti per mano da Cino Tortorella, alias Mago Zurlì, mentre lo Zecchino d’oro imperversava. Nilla Pizzi ce la metteva tutta per rimanere regina della canzone italiana; in compagnia di Claudio Villa, Giacomo Rondinella, Gino Latilla incarnavano la melodia italiana mentre tu crollavi addormentato la testa a metà del Musichiere o di Lascia o Raddoppia. L’Italia che cantava, l’Italia che rispondeva e si appassionava ai quiz sorbendo un punch al mandarino o succhiando un cannolo alla vaniglia e poi applaudiva e poi scommetteva e sempre rispondeva ai quiz, dicendo ma e proprio bravo quello! La penisola veniva catechizzata e istruita a suon di quiz, di informazioni in pillole, contrabbandate per cultura. Cementava il sentimento patriottico, a suon di battute innocue di terz’ordine, siglava l’interesse di una stirpe casalinga di spettatori dal gusto sempliciotto, i quiz impazzavano e rispecchiavano l’Italia alla buona, senza troppe pretese. Il programma teneva incollata una nazione al piccolo schermo. C’era qualche vicino di casa, la droghiera, il signor Dino, orfano fresco della madre, che tentava di socializzare. Riuniti in una saletta del bar appositamente predisposta. Bastava consumare una bibita, un caffè, un cono gelato, o un punch quando faceva freddo. Cominciava verso le nove il tuo tormento. Prima c’erano le signorine Buonasera e gli austeri, ma comunque amichevoli, presentatori con la brillantina che leggevano i telegiornali. Ti ricordi quando il Quartetto Cetra faceva Du du du du, Era qualcosa in più la loro melodia, erano facce serene, rassicuranti, paciose. E di coraggio a quei tempi ce ne voleva, davvero perche la ricostruzione nazionale esigeva sacrifici e cambi di stili di vita che non erano uno scherzo da digerire. La televisione ti aiutava. Il pubblico batteva le mani, mentre le macerie (quelle visibili) erano ancora visibili. Ti ricordi della faccia mansueta del maestro Manzi che insegnava a leggere e scrivere e a fare di conto ai villici illetterati di mezza penisola? Il programma si chiamava: Non è mai troppo tardi. Encomiabile, senza alcuna ironia. Ti inteneriva vedere vecchi contadini del Salento compunti, tenere la penna in mano e scrivere sotto dettatura televisiva. E che dire dei maestosi intervalli e della loro soporifera musichetta in cui suonava un’arpa. Greggi di pecore, gloriose rovine del nostro passato, fermo immagine su specchi lacustri, paesaggi montani, marine. Tutto in bianco e nero e niente affatto nitido. Ti sembrava innocua allora la TV, anch’essa alle prime armi, alla buona, titolare di un’epica faticosa riconquista del nostro ruolo nel mondo. Ti intratteneva, ti faceva sbadigliare, ti dava il lecca lecca, ma lo faceva sottotraccia, quasi timidamente. Proponendo modelli sociali tranquillizzanti, l’onnipresente presidio della Chiesa. Pier Paolo Pasolini ed Enzo Biagi sarebbero apparsi molto tempo dopo. Per decenni eri rimasto in sonno.

scriveva il grande Conrad?

CUORE DI TENEBRA. Sostengo da sempre che alcuni libri andrebbero resi obbligatori nelle nostre scuole, come sussidiari, testi su cui far riflettere i nostri giovani , fra questi e alcuni altri, insieme a Memorie di un pazzo di Flaubert, di Nutrimenti terrestri di Gide e Verso Damasco di Strindberg c’è anche Cuore di tenebra di Conrad insieme a Orgoglio tricolore, del mio amico Lorenzo Fornaca.

Propaggini del tempo, residui fossili del nostro passato e della nostra mente. Sono le foreste del primordio, ultime aree momentaneamente risparmiate dagli obbrobri della devastante civilizzazione. Perché ne parliamo? Sono bastati un’ottantina di anni, forse meno, un niente se confrontato alla storia, e tutto è successo, irreversibilmente, irreparabilmente. La capacità di incidere e stravolgere il territorio, di deviare fiumi, cementificare, creare immense alienanti periferie metropolitane ha stravolto e inquinato ambienti e habitat che perduravano da millenni, e con essi la loro storia, cioè la nostra. Non diciamo nulla di nuovo, parole superflue perché inutili. Ne siamo coscienti. Agli spazi metropolitani, alle aree occupate dall’industrializzazione, sottratte alla selva, alla stessa montagna, con l’edificazione di villini a schiera e di condomini, ai paesaggi pesantemente modificati e sfigurati, per ottemperare alle esigenze, spesso fittizie, dello sviluppo, si oppongono ancora alcune (non molte) aree off limits dove la natura detta legge ristabilendo rapporti psichici, fisici e primordiali con abitanti e visitatori. È il caso della foresta fluviale del Congo, in CUORE DI TENEBRA, quella di Conrad, per intenderci o quella delle Isole Salomone di Jack London ne L’AVVENTURA e, ancorché devastata dai coloni inglesi, spagnoli, e francesi sul Mississipi, quella di Faulkner ne LA GRANDE FORESTA, in cui viveva l’orso primordiale, per far posto alla ferrovia e alla città. Sono le foreste tenebrose, territori impraticabili, ma indispensabili oggi, e che ci diamo briga di distruggere (guarda quello che sta succedendo in Amazzonia) insegne di una sovranità che è pericoloso guastare. La foresta (quella foresta) è lo spazio in cui l’uomo perde il senso del tempo, paesaggio onirico eppure reale, pericoloso e talvolta letale.

Un paesaggio che è prima di tutto dentro l’uomo. E perciò insopprimibile. Quindi stiamo uccidendo pezzi di noi. Basta leggere alcuni brani da CUORE DI TENEBRA per capire di cosa stiamo parlando: a pagina 55: dell’edizione FELTRINELLI economica con prefazione di Anna del Bo Boffino: …Le grandi mura della vegetazione (una massa esuberante ed intrecciata di tronchi, rami, fronde, festoni, immobile sotto la luce lunare) erano simili all’invasione riottosa della vita silente, ad un’ondata rotolante di piante ammucchiate, un’ondata che si gonfiava… a pagina 60: Risalire quel fiume era come viaggiare all’indietro nel corso del tempo, ritornare ai primordi, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un fiume, un deserto, un silenzio solenne, una foresta impenetrabile… a pagina 63: Eravamo come i visitatori di una terra preistorica su una terra che aveva gli aspetti di un pianeta sconosciuto. Avremmo potuto immaginare di essere i primi uomini che prendevano possesso di un’eredità maledetta che bisognava sottomettere a costo di grandi dolori e di fatiche a pagina 116: a proposito del misterioso Kurtz: La sua era una tenebra impenetrabile. E io lo guardavo così come si potrebbe guardare, giù, un uomo che giace nel fondo di un precipizio dove non brilla mai il sole…(come una foresta?) Ricettacolo di paure, aggiungiamo noi, inquietudini, insondabili misteri, fascinosa e impenetrabile in cui l’uomo smarrisce valori e misura. Ma quella foresta è nell’uomo e dell’uomo. È in questo tipo di ambiente che si dissolvono le smanie civilizzatrici, ultimo brandello di natura che esige rispetto, incute timore, respingendo l’intruso. La foresta selvaggia sta alla metastasi urbana come l’antidoto sta al male incurabile, viva, terribile e potente, luogo d’elezione perché non coercibile e cieca. Non madre, anzi, creatrice di incubi, non culla, tuttavia capace di suscitare riflessioni sull’aberrante devastazione cui l’uomo ha dovuto ricorrere per realizzare i suoi ultimi sogni. Foreste africane, asiatiche, dell’Amazzonia, di sperdute isole, ultimi spazi sovrani dove la mente può soccombere, ma in cui può comunque riconoscersi accettando la superiorità della natura. London, Faulkner, Conrad ne avevano rilevato il potere, l’avevano capito, trascrivendone la forza simbolica e il mistero, riuscendo a farne percepire la vita oscura, insopprimibile, perché dentro l’esperienza umana (oggi addormentata) che in essa si celava. Se ti ricordi di cosa scriveva Conrad allora non tutto è definitivamente perduto. Se mi dici cosa ne pensi te ne sono grato.