Pacificazione (im)possibile? – seconda parte

Sul tema dell’Italia post fascismo i Brits hanno le loro idee. E qualche ragione ce l’hanno. Scrive Lorenzo Ferrara, ma non andiamo a scoperchiare tutte le pentole, per favore, aggiunge.
Tony Barber, European comment editor, Financial Times, 27 ottobre 2022: “l’Italia si è scagionata dai crimini commessi sotto il Duce. Descrivere Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia come diretti discendenti di Mussolini e dei fascisti è fuorviante. Hanno conquistato il potere in elezioni libere; non uccidono né usano la violenza di massa contro i loro oppositori; non intendono creare una dittatura a partito unico; e non hanno intenzione di invadere paesi stranieri e costruire un impero italiano nel Mediterraneo e nell’Africa orientale. I libri, Mussolini in Myth and Memory di Paul Corner e Blood and Power di John Foot, raccontano perché l’estrema destra sta cavalcando l’onda oggi. Una spiegazione: sebbene Mussolini non sia stato ufficialmente riabilitato, molti italiani guardano al suo governo con tolleranza e ammirazione. Tendenza non limitata ai politici di destra, perché? Corner, professore emerito all’Università di Siena: “Come mai un uomo giustiziato da italiani, il cui corpo è stato appeso al cavalletto di una pompa di benzina per pubblica esecrazione, è diventato una figura a cui si guarda con un certo riguardo, persino nostalgia?” Corner sostiene che, nella memoria collettiva italiana, alcuni aspetti apparentemente benigni del fascismo sono stati “salvati” e altri – come la violenza di stato, la repressione delle libertà, la polizia segreta, le atrocità coloniali e la marcia verso la guerra – opportunamente dimenticati, vile la complicità dell’establishment politico e della monarchia. Di qui l’esonero di colpa o responsabilità. Vittime, non carnefici, dunque”.

Gianfranco de Turris in Dialoghi sgradevoliIdrovolante edizioni. Pag 122:
“Filarete – Dunque, il 4 settembre 1993, in vista dei 50 anni del cosiddetto “armistizio” il generale Luigi Poli, presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione e Giulio Cesco Baghino, presidente dell’Unione combattenti della RSI, inviarono un messaggio al capo dello Stato, il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo di essere ricevuti “per simbolicamente dare il via alla pacificazione e parificazione fra tutti gli italiani che in quei tragici giorni impugnarono le armi per la Patria, a prescindere dalla parte in cui si schierarono”. Non se ne fece nulla di pubblico per gli strilli degli antifascisti in s.p.e. Ma i militari con le stellette e con il gladio, come li definì Poli, un atto di riconciliazione lo fecero lo stesso.
Qualche coraggioso disse: “Un’Italia pacificata e parificata per la ricostruzione: a 50 anni dalla guerra civile, cessino le discriminazioni fra italiani, si ricrei la concordia nazionale, si mettano al bando i fomentatori di odio tra i figli di una stessa patria. La data dell’8 settembre può rappresentare l’occasione del riscatto della nazione se il presidente della Repubblica saprà dar seguito all’appello rivoltogli dal generale Poli e dall’on. Baghino a nome dei caduti e dei combattenti di 50 anni fa dell’una o dell’altra parte”.
Simplicio – Nobili e alate parole, ma senza seguito.
Chi le pronunciò?
Filarete – Effettivamente senza seguito. È una dichiarazione all’Ansa di Gianfranco Fini, segretario del MSI”.

memorie-polemica-indagine
raccolte in un volume:

Farage e noi

Era il 22 Ottobre 2022 quando Lorenzo Ferrara su Barbadillo scriveva un articolo su Nigel Farage e il suo eventuale ritorno in politica. Ecco uno stralcio:

Sette anni trascorsi ad ammirare città e amenità italiche, ma soprattutto per concludere affari come intermediatore in una società di brokeraggio. Milano, Trieste, Genova; qui, passeggiando per i carrugi Nigel Paul deve aver incontrato e solidarizzato con Beppe Grillo, noto comico nostrano, a proposito del quale disse: “Io e Grillo faremo saltare il banco dell’Unione europea, l’Europa dominata dai Tedeschi svanirà, sarà una formidabile sconfitta per la classe dominante, le grandi banche e le multinazionali subiranno pesanti sconfitte. Grillo è straordinario: totale disinteresse personale, amore autentico per la sua gente, un patriota che dalla politica non ha preso un penny, ha solo dato tutto, anche se stesso. Insieme stiamo combattendo la guerra d’indipendenza dei nostri Paesi. (dall’intervista di Aldo Cazzullo apparsa sul Corriere della Sera del 10 giugno 2016). Tutto doveva ancora succedere. “Mi dicevo: l’Italia è un grande Paese, non può farsi trattare come una colonia tedesca. La Gran Bretagna uscirà dall’Unione e cambierà le regole del gioco in Europa. Ci sarà un effetto domino. Dopo di noi usciranno Danimarca, Olanda, Svezia, Austria. L’Ue sta per disintegrarsi”.

Quattro figli e due mogli, la seconda, tedesca, Kirsten Mehr, in un’intervista al Daily Telegraph lo difende dalle accuse di xenofobia e razzismo. “Mio marito è una brava persona e non ha neanche un po’ di malizia in corpo. Il suo problema è che non ha tempo per la famiglia, è sempre molto occupato, si dimentica di mangiare e si alimenta di adrenalina. Nigel è duro e ostinato, ma non cattivo”. Bevitore e fumatore incallito, il leader dai calzini rossi sconfigge un tumore ed esce malconcio da due incidenti, uno d’auto, l’altro aereo; lo striscione pro Ukip, del suo partito, si impiglia al decollo nella deriva del velivolo, facendolo precipitare. Farage diceva di non aver niente contro camerieri e giovani italiani della City, giudicandoli meravigliosi. “Gli Italiani in gamba potranno ancora venire, ma con le nostre regole, non secondo quelle di Bruxelles” Nigel Paul Farage forse esigeva immigrati col pedigree, non digerendo lo sbarco di disperati sulle coste bretoni.
I suoi interventi erano impressionanti sceneggiate che travolgevano per la virulenza oratoria. Sollecitava istinti sottopelle dei Brits, situati nella loro memoria storica e nel quotidiano, fomentando il desiderio di sbattere la porta in faccia agli altri Paesi e di andarsene da “casa Europa”.
 Essere antieuropei si nasce per istinto o si diventa per constatazione della pochezza dell’Unione.

A Farage è riuscita la cosa senza sforzo, essendo erede di un impero che piantava la sua bandiera ovunque decidesse, come poteva uniformarsi alle regole? Un attore, Nigel, che tuonava: “Il popolo britannico non sarà mai schiavo di nessuno”.
Sono certo che sei al corrente contro chi devono vedersela Tories e Labour, oggi. Già, proprio lui, il Nigel d’acciaio, tornato alla grande nell’arena politica. L’Europa si sta sfasciando, diceva Farage profetico, ma non per le cause che prevedeva lui, ci ha pensato un uomo, lo zar rosso a farlo e in modo tre anni fa impensabile. Sul secondo volume, dopo Albione la perfida, questo e altro.

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raccolte in un volume:

c’era la bandiera rossa?

Il collo della signora mostra un vasto tatuaggio multicolor. Seduti allo stesso tavolo del tiepido pasto di nostra Signora della misericordia, a Londra, scambiamo qualche parola. La signora è russa, conosce l’Italia per aver, in tempi meno ostici, esercitato l’export di calzature italiane, nelle Marche era di casa. Si fa presto in certi casi a fare conoscenza ed è sbalorditivo che in meno di cinque minuti con facilità, e dopo averle chiesto il permesso, riesca a chiederle cosa pensi dell’aggressione del suo paese all’Ucraina. La sua risposta: “Putin ha fatto la sola cosa giusta da fare”. La mia perplessità non la turba. “Per te Putin è un dittatore?” “No, è uno che ama il suo paese e si è sacrificato ed è amato dalla gente”. “Ma non ha avvelenato un po’ di gente? “No, e poi non ci sono prove, si sono montati dei casi”. “Navalny morto in carcere. Cosa ne pensi?” “L’ha voluto lui. E poi nessun media occidentale ha detto che insultava Putin ogni volta che poteva, non si fa così, non è educazione”. “Quindi Navalny non è stato “suicidato?” “No, per niente, è morto perché era malato”. “C’era molta gente al funerale”. “Erano perlopiù giovani. E poi i vostri giornali fanno vedere quello che vogliono”. “Secondo te Putin non è un criminale? Uccide bambini, vecchi, donne con le sue armi”. “E in Vietnam cosa è successo? Dispiace certo, ma è la guerra.” “Come andrà a finire?” “Speriamo che non sia costretto a usare l’atomica. In questo caso Londra sarebbe la prima a fare Puff!”.

Sulle pagine del Daily mail, 12 febbraio 2023, il famoso giornalista Peter Hitchens: “«Questa non è una semplice battaglia tra il bene e il male: più a lungo evitiamo i colloqui di pace in Ucraina, più ci avviciniamo all’Armageddon.» È il titolo del suo articolo a caratteri cubitali, che continua: “Aiutare l’Ucraina a difendersi da un attacco illegale era una questione semplice. E l’offensiva russa, condotta in modo incompetente e mal pianificata, è stata mutilata e in gran parte fermata molto rapidamente. Ma fornire armi altamente offensive, carri armati, missili a lungo raggio, forse bombardieri, è diverso. Se il tuo vicino viene attaccato, lo aiuti. Ma se poi desidera attaccare a sua volta, potresti non essere così entusiasta di unirti a lui. E l’aiuto che l’Occidente sta ora dando all’Ucraina può, e probabilmente sarà, essere utilizzato per attaccare, forse in Crimea, dove ci sono molti russi che non desiderano essere governati dall’Ucraina. La Russia sotto attacco, in particolare difendendo quello che considera il suo legittimo territorio in Crimea, sarà un nemico molto diverso dalla Russia impegnata in un’invasione illegale… credo che questa guerra sia più complessa di quanto molti pensino. I trent’anni di espansione verso est della NATO sono stati un errore avventato, che ha minato i democratici e i liberali russi e ha rafforzato Putin e i suoi sostenitori nazionalisti… La George Washington University possiede documenti che dimostrano la violazione delle promesse fatte a Mosca dai principali leader occidentali. Lungi dal “negare” le atrocità russe, sottolineo il fatto che (come è terribilmente normale in guerra) entrambe le parti hanno fatto cose malvagie. L’Ucraina è, in ogni caso, uno stato corrotto, fortemente dominato da miliardari, dove i media non sono così liberi. Non è troppo diverso dalla Russia… Più combattimenti ci saranno, più sangue, urla e tragedie ci saranno… Più a lungo attendiamo, maggiore è il rischio di guerre devastanti e totali e più difficile sarà l’accordo. È tempo di parlare.”
E invece son passati più di due anni.

Un’altra voce fuori dal coro, il libro di Orlando Figes, La Storia della Russia. “La Russia voleva essere trattata con considerazione. Così non è stato. Sai benissimo come sta andando in Ucraina, il tamarro russo non molla l’osso. Certi miei “sospetti” trovano conferma leggendo la recensione di Karl Schlögel del 1 ottobre 2022 sul Financial Times del libro di Orlando Figes, The Story of Russia: «(…) Isolata dall’Occidente, la Russia sarà costretta a ruotare verso est, una svolta accelerata dalla guerra e accolta con favore da alcuni ideologi del Cremlino, che credono che il futuro della Russia risieda in un blocco eurasiatico, contrario ai valori liberali occidentali e al potere globale degli Stati Uniti, con la Cina come principale alleato.» A suo avviso, il crescente isolamento è principalmente il risultato della mancanza di comprensione e buona volontà in Occidente: «La Russia voleva far parte dell’Europa, essere trattata con rispetto – scrive Figes –, invece, è stata respinta dai leader occidentali che hanno approfittato della sua debolezza per sminuirla. Si perse un’opportunità per porre fine a un ciclo storico di incomprensioni e antagonismo, creando le basi su cui Putin ha costruito la sua ideologia antioccidentale. La storia della Russia è fatta anche da sforzi secolari per mettersi al passo con l’occidente, spesso sfociati in frustrazioni, sentimenti anti-occidentali e complessi di inferiorità…» E se Figes avesse ragione?

E da ultimo, ma non certo per minore importanza di contenuto, il volume di Sacha Cepparulo, prefatto da Gianfranco de Turris La Russia allo specchio, Idrovolante edizioni.
Non si sorprendano autore e lettori se per descrivere la sua fatica uso termini “medici” come endoscopia, gastroscopia, colonscopia, essi infatti si attagliano perfettamente al tipo di indagine che egli effettua nel suo saggio. Non la Russia vista dall’esterno, ma dall’interno -anche perché l’autore ci vive da anni- partendo dal suo cervello, dai suoi organi tutti e dalle sue viscere e infine della sua complessa spiritualità che talvolta riecheggia un fatalismo di origine asiatica. La Russia che molti conoscono solo per le altissime vette raggiunte dai suoi scrittori-filosofi e poeti e per le vicende dell’ultimo secolo, qui, nelle duecento pagine del saggio, presenta il suo vero volto o meglio le sue cento facce, spesso tra loro conflittuali e sorprendentemente complesse. Fa bene l’autore a non sposare alcuna tesi, giudizio o teorema precostituiti. La sua scelta non facile di reggersi in equilibrio è apprezzabile.  C’eravamo illusi che dopo la caduta dell’impero rosso tutto fosse cambiato, che ci fosse stata una presa di coscienza nazionale, simile a quella tedesca sotto un diverso versante. Così non è stato. E non poteva essere diversamente, infatti il volume illustra una complessità che non sospettavamo e una contraddittorietà di tesi che stupisce.

Oggi dalle parti di Albione, suo acerrimo rivale storico, il suo attuale czar, viene definito dai media: Macho man, mariuolo col mitra, nano con la sindrome dell’altezza. E delinquente. Condannabile a giudizio della corte di giustizia occidentale, sempre se riesci ad acciuffare il marrano. Ma non tutto il mondo la pensa così. I media inglesi vanno giù duro a scimmiottare il lestofante russo, ultimo nemico del loro ex Impero, pubblicando le sue immagini con scarpe di tre centimetri più alte per aumentare la statura, rimarcando il suo complesso di inferiorità. Dai numerosi brani del saggio che avrei voluto riportare evidenzio alcuni “passaggi” illuminanti,
Pag. 43:  passi tratti dall’articolo “L’URSS non è la Russia” (1947): 

(…) Cosa teneva unita la Russia? Essa si fondava sull’istinto di autoconservazione nazionale e assumeva le forme dell’autocoscienza russa, del nazionalismo e del patriottismo. Essa si fondava sulla fede ortodossa in Dio e in Cristo, Figlio di Dio: una fede che predicava l’amore, l’umiltà, la pazienza e il sacrificio, rafforzando nei cuori un sano senso della gerarchia e la disponibilità a obbedire a un potere giusto e devoto legato al popolo da un’unica fede e da un giuramento. La fedeltà nazionale russa si basava sull’amore per i sovrani e sulla fiducia nella loro buona e giusta volontà. Essa si fondava sulla coscienza personale, rafforzata dal cristianesimo e purificata dal pentimento. Essa si fondava su un sano senso dell’onore nazionale, di classe e personale. Sul fondamento famigliare, con le sue radici spirituali e istintuali. Sulla proprietà privata, tramandata “di generazione in generazione”, e sulla libera iniziativa economica legata al desiderio di dare con il lavoro onesto una vita migliore ai propri discendenti. Di tutto ciò, cosa ha riconosciuto e rispettato la rivoluzione? N-u-l-l-a. Per 24 anni i comunisti hanno imposto l’internazionalismo e cercato di estinguere nel popolo russo il sentimento nazionale e il patriottismo, accorgendosene solo nel 1941, quando era ormai tardi e videro che i soldati russi non volevano combattere per l’internazionale sovietica. (…)  Sostituirono l’amore con l’odio di classe, e poi con l’odio universale. Rimpiazzarono l’umiltà con l’arroganza e la superbia rivoluzionaria. Calpestarono il prezioso senso della gerarchia, ridicolizzando i migliori e promuovendo i peggiori: ignoranti, feroci, opportunisti, corrotti, ciarlatori, adulatori privi di coscienza e di capacità di giudizio autonomo. Sostituirono il potere giusto e devoto con una tirannia atea, facendo di tutto per convincere il popolo che il nuovo governo non ha né buona volontà né giustizia. Per 30 anni hanno calpestato il senso della dignità e dell’onore personale con il terrore, la fame, le delazioni e le esecuzioni. Fecero tutto il possibile per corrompere la famiglia, indebolirne le radici e aumentare il numero di bambini abbandonati, che successivamente venivano arruolati come agenti del regime. Abolirono la proprietà privata e soffocarono l’iniziativa economica…”   

Un altro significativo stralcio, pag. 52:
“Gli studi di tutti gli autori e gli studiosi citati rilevano il carattere violento della forma mentis sovietica. Il significato di tale aggettivo non deve essere inteso in senso politico-umanitario (vale a dire a fenomeni quali il terrore rosso, le repressioni, le migrazioni forzate, il controllo sull’individuo), ma ontologico. La violenza sull’essere in quanto tale si basa, come già mostrato, sulla fede semplicistica nell’onnipotenza dell’Uomo che si accontenta della convinzione della giustizia dei propositi formulati e dell’analisi razionale del rapporto tra modalità d’attuazione e risorse disponibili. L’assolutizzazione dell’agire e il tentativo di sostituirsi a Dio in nome di “nobili” ideali implicano la legittimità di ogni sconvolgimento: l’essere, persa la “rigidità” che seguiva dal suo fondamento trascendente, diventa flessibile, modellabile, plasmabile. Ogni ambito può e deve essere “riformato”; per questo motivo l’azione rivoluzionaria sovietica non ha risparmiato nessun aspetto della vita individuale, sociale, culturale e politica (…) Nel contesto italiano, una voce autorevole e, da questo punto di vista, eterodossa è quella del diplomatico, storico e giornalista Sergio Romano, il quale parla di “suicidio dell’URSS”.

Pag 75:
“ In linea di massima gli eurasiatisti russi sostengono che la Russia sia uno Stato-Civiltà (Gosudarstvo-Civilizacija) eurasiatico. Questo aggettivo esprime la specificità geografica, geopolitica, storica, culturale, religiosa, linguistica ed etnica della Russia che di conseguenza viene distinta sia dai paesi “occidentali” sia da quelli “orientali”. Spesso tale “unicità” è intesa come combinazione originale di elementi sia occidentali sia orientali. Aleksandr Gel’evič Dugin è un filosofo tradizionalista e sociologo russo. Egli è principalmente noto per aver tradotto in lingua russa autori come Julius Evola e René Guénon e aver elaborato la “quarta teoria politica”. 

Pag 95:
(…) Nonostante in un post sia addirittura precisato che la vittoria di Trump non comporta direttamente il trionfo russo nella guerra ucraina (dato che egli rimane comunque il presidente di un’altra nazione con interessi assai differenti, se non opposti), la sua elezione segna sicuramente la fine della “globalizzazione monopolare” e di tutti i liberali e i globalisti. A dimostrazione di queste tesi sono addotti i seguenti argomenti: Trump è un “nazionalista americano”, e non un “atlantista”, e un “tradizionalista”.

La Russia è un universo a sé stante, chiuso per secoli, e non desideroso di contaminazioni esterne, tuttavia curioso delle culture dei “vicini” Oriente Occidente. L’enciclopedico e tuttavia scorrevole lavoro di Cepparulo traccia una mappa politico sociale e psico-morale comportamentale di rara intensità. La Russia non è dunque come appariva e allora com’è?  Le duecento pagine dell’itinerario all’interno del suo “organismo” ce lo spiegano. La complessità dei suoi dettati è sbalorditiva. C’è poi un aggettivo fra i tanti possibili che si adatta  perfettamente a descrivere la funzione del saggio di Cepparulo: indispensabile. Per comprendere attraverso indagini scrupolose e a largo spettro moltissimi risvolti e aspetti, sovente poco noti della Rossijskaja Federacija. divenuta (ma non all’improvviso) e, lasciami dire, anche per nostra insipienza, assai problematica.
La Russia è ora nemica dichiarata e convinta dell’Occidente e non si sa se in via definitiva. Avremmo potuto evitarlo? Forse sì, a leggere quello che hanno scritto Orlando Figes e, su un altro versante, ma fra le righe, Sacha Cepparulo.

Nella foto di destra: Aleksandr Gelyevich Dugin is a Russian far-right political philosopher

Dopo 80 anni. La pacificazione impossibile (?)

Per comprendere cosa c’è alla base dell’Italia post bellica e cos’è accaduto all’italica stirpe in questi ultimi 80 anni ci vorrebbe un trattato di Fisica Quantistica, e di Psicopatologia sociale, forse non basterebbero, ma stando coi piedi per terra, e desideroso di saperne di più, riporto un capitolo tratto da Albione la perfida, Solfanelli edizioni, che ospita in prima battuta l’analisi schietta e limpida di Sergio Romano, ex ambasciatore, scrittore, giornalista, analista politico, con un palmares di onorificenze da urlo).

“Questioni in sospeso 
Spinosa e irrisolta, la questione del come abbiamo digerito o rimosso la sconfitta della seconda guerra mondiale rimane sottopelle. L’argomento parrebbe obsoleto ma non è così. Ce lo dice lo stesso dopoguerra e ce lo ricordano gli Inglesi. I nostri ultimi ottanta anni riguardano anche loro, essi si interrogano su questioni nostrane senza capirci molto. Sergio Romano su Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, mette a nudo alcune “peculiarità” italiche scrivendo: “(…) In Italia dopo la seconda guerra mondiale, non vi sono stati né desiderio di rivalsa né processi alla nazione. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio la grande maggioranza del paese si è ritirata nell’attendismo e si è limitata a guardare dalla finestra il resto del dramma misurando diplomaticamente e prudentemente il proprio consenso alle forze in campo. Dopo la sconfitta della Germania e del suo satellite fascista ha stretto un patto tacito con l’antifascismo trionfante…I politici antifascisti potevano proclamare diessere stati ingiustamente e violentemente espropriati del potere, gli italiani potevano sostenere d’essere stati oppressi e asserviti da una dittatura aliena. Era una menzogna, naturalmente, ma presentava molti vantaggi, fra cui quello di permettere all’Italia di finire nel campo dei vincitori.” (in linea teorica perché poi non è stato così, come qui vedremo).  “Se il fascismo era davvero, come essi avevano sostenuto per meglio vincere la guerra, una sorta di incarnazione satanica… nessuna potenza vincitrice era tenuta a interrogarsi sulle cause della seconda guerra mondiale e sulle proprie responsabilità dopo la fine della prima. Promuovendo il fascismo al rango di “male assoluto” gli alleati permisero agli italiani di sbarazzarsi del loro passato con una menzogna e di mettere la guerra sulle spalle di un uomo, Mussolini. Se gli italiani non avevano perduta la guerra non era necessario intentare un processo alla nazione per individuare gli errori materiali e morali che avevano portato il paese alla disfatta. In realtà tutti sapevano che le cose erano andate diversamente, che il consenso aveva accompagnato Mussolini sino alla fine degli anni Trenta e che si era gradualmente dissolto soltanto dopo i bombardamenti e le prime sconfitte. Una menzogna – “non abbiamo perso la guerra” divenne così l’ideologia fondante della Repubblica democratica”. Amen.

Se lasci “fermentare” le cocenti parole di Sergio Romano  ti accorgi che ci sarebbe moltissimo da commentare e analizzare, ma occorrerebbe spogliarsi di ogni faziosità o appartenenza. Temo al proposito che sarebbe più facile eliminare concrezioni calcaree centenarie che manco il Viakal riuscirebbe a rimuovere.  Venendo agli Albionici, essi versano sale sulle nostre ferite. Tony Barber, European comment editor su Financial Times del 27 ottobre 2022: (…) l’Italia si è scagionata dai crimini commessi sotto il Duce. Descrivere Giorgia Meloni… e Fratelli d’Italia come diretti discendenti di Mussolini e dei fascisti è fuorviante. Hanno conquistato il potere in elezioni libere e competitive; non uccidono né usano la violenza di massa contro i loro oppositori; non intendono creare una dittatura a partito unico; e non hanno intenzione di invadere paesi stranieri e costruire un impero italiano nel Mediterraneo e nell’Africa orientale. I libri, Mussolini in Myth and Memory di Paul Corner e Blood and Power di John Foot, raccontano perché l’estrema destra sta cavalcando l’onda oggi. Una spiegazione: sebbene Mussolini non sia stato ufficialmente riabilitato, molti italiani guardano al suo governo con tolleranza e ammirazione. Tendenza non limitata ai politici di destra, perché? Corner, professore emerito all’Università di Siena e autore di libri sul fascismo si chiede: “Come mai un uomo giustiziato da italiani, il cui corpo è stato appeso al cavalletto di una pompa di benzina per pubblica esecrazione, è diventato una figura a cui si guarda con un certo riguardo, persino nostalgia?” Corner sostiene che, nella memoria collettiva italiana, alcuni aspetti apparentemente benigni del fascismo sono stati “salvati” e altri – come la violenza di stato, la repressione delle libertà, la polizia segreta, le atrocità coloniali e la costante marcia verso la guerra – opportunamente dimenticati, vile la complicità dell’establishment politico e della monarchia. Di qui l’esonero di colpa o responsabilità.

Vittime, non carnefici, dunque. Corner considera la polemica sorta per l’affermazione dello storico Renzo De Felice secondo cui il fascismo aveva beneficiato del “consenso di Massa” almeno dal 1929 al 1934. Per gli italiani moderni, questo non ha indotto “costernazione e ricerca interiore sul modello tedesco ma una sorta di autoassoluzione nazionale”. Come mai? Perché gli italiani si considerano brava gente – buoni e rispettabili. Incapaci di sostenere un regime malvagio, e quindi la dittatura di Mussolini non avrebbe potuto essere così grave. Come Corner, Foot, professore di storia italiana moderna all’Università di Bristol, sottolinea che la violenza è stata il tema dell’ascesa della dittatura fascista. “essa è stata costruita su un cumulo di cadaveri, teste spaccate, vittime traumatizzate della violenza, libri bruciati, cooperative e sedi sindacali distrutte”. Il problema, descritto da Corner e Foot, è che molti italiani hanno un’immagine gravemente distorta della storia del loro paese nel XX Secolo, è difficile trovare paesi che abbiano una corretta comprensione del loro passato, delle loro “verruche” (cosi la traduzione) e di tutto il resto. La piena conoscenza di sé è dolorosa e forse impossibile da raggiungere. Ma c’è un prezzo da pagare per questo in termini di qualità della democrazia e della vita pubblica”. Ecco ciò che pensano i Brits di noi.

Agli amici inglesi dico: se democrazia fa rima con trasparenza, e se noi dobbiamo pagare un prezzo per migliorare la qualità della democrazia cosa aspettano a farlo anche loro? Di scheletri nel loro armadio ne hanno diversi. Quando i Brits prenderanno atto dei loro crimini distribuiti equamente nel mondo? Sai quante verruche abbiamo da curare tra noi e loro?! Ma ora conviene smorzare i toni. Dov’eravamo rimasti?

Nel cataclisma succeduto alla fine della seconda guerra mondiale si annidano i semi di una pianta velenosa e antica: l’inconciliabilità di fatti, opinioni, uomini e inclinazioni, tipiche del nostro modo di essere, fenomeno prettamente italico; è questo il periodo che Gianfranco de  Turris indaga nella sua ultima fatica, recensita da Giovanni Sessa su Barbadillo: Dialoghi sgradevoli , Idrovolante edizioni.
I lemmi correlati al termine sgradevole, nel titolo, secondo l’Enciclopedia Treccani riportano: spiacevole, disgustoso, nauseabondo, nauseante, repellente, ributtante, ripugnante, rivoltante, schifoso, stomachevole, vomitevole. Mi fermo qui. Per chi ha avuto amici o parenti torturati o accoppati dalla polizia segreta fascista o dal terrorista rosso di Prima Linea i sinonimi valgono un niente. Sono state vendette, delitto e crimine e il crimine non ha sinonimi se non quello di tragedia incancellabile a futura memoria. In tutte le vicende succedute dal 1945 in poi non emerge alcuna volontà di ricordare per capire e per non ripetere la tragedia nazionale, non c’è stato, come dice Sergio Romano, alcun ravvedimento, alcuna necessità o volontà di dialogo o confronto chiarificatore, si è preferito emulare gli struzzi. il Male assoluto, cioè il Fascismo, aveva scelto noi, non il contrario, come alibi traballa non poco. Tutti assolti dunque, ma così si sconfessa la storia.


A crowd of people gathers at the Piazza Venezia in front of the Palazzo Venezia, the headquarters of Mussolini. The fascist prime minister Benito Mussolini stands on the balcony and gives a speech.); © SZ Photo / Scherl.

Come fai a rinnegare le immagini d’epoca di piazze strabocchevoli inneggianti al Duce? I fotomontaggi sono venuti dopo. Il libro di de Turris, appena uscito, parla di questi conflitti irrisolti, rovistando in armadi che custodiscono nomi, fatti, sconvenienze, interessi e voltafaccia. Dialoghi sgradevoli è assimilabile a una serrata partita di tennis condotta in forma di dialogo tra Simplicio e il ben informato e polemico Filarete, un volo d’uccello radente che rispolvera antichi e nuovi dilemmi politici, dissidi, faziosità incendiarie e contrasti irrisolti fino alle tragedie ricorrenti. 

Consentimi una digressione personale. Avevo un amico, spirito bizzarro, provocatorio ma verace e sincero. Non nascondeva affatto le sue frequentazioni in ambiente nobiliare e monarchico e contestava, sarcastico, i compagni di classe, contestatori del ‘68. Viveva in una casa in collina nel torinese, in cui infissa al muro c’era una lapide, alla memoria di una partigiana, Eleonora Gazzignato che lui spolverava. Dall’animo socialista era convinto che capitalisti e imprenditori britannici dell ‘800-’900, se non avessero imposto turni inumani a giovani e donne, che per questo si ammalavano gravemente, Marx non avrebbe avuto quel successo che ha avuto. Il mio amico incarnava, senza saperlo, l’inconciliabilità dei fenomeni della storia, infatti teneva sul comodino Rivolta contro il mondo moderno di Julius. Evola, che consultava assiduamente e alcuni brani sottolineati di Gabriele D’annunzio, uno dei quali recitava: “Liberiamoci dell’Occidente che non ci ama e non ci vuole. Separiamoci dall’Occidente degenerato, divenuto una immensa banca giudea in servizio della spietata plutocrazia transatlantica”. Ma non divaghiamo.  L’autore non risparmia nessuno e l’ultimo libro è una carrellata impietosa sul chi come dove e perché del dopoguerra, che pare non finisca mai. La sua narrazione non fa sconti e mette in luce anche il ruolo non secondario di una stampa a dir poco faziosa che si sente investita di Verità assoluta. 

Alcuni stralci aiutano a capire il contenuto del volume:
Pag 107: “Filarete – Della guerra… Perduta, e non certo vinta come da decenni ci si vorrebbe far credere. Nonostante il cambiamento di campo dell’8 settembre – una resa incondizionata e non un vero armistizio – nonostante il Regno del Sud alleato degli angloamericani, nonostante il sacrificio di sangue dei militari del Sud aggregati alle armate alleate, non ci venne fatto alcuno sconto: sconfitti eravamo e sconfitti siamo rimasti, il Trattato di Pace di Parigi ci ha considerato tali privandoci delle colonie, di ampi lembi di territorio nazionale, condannandoci alle riparazioni di guerra, alla perdita della flotta. Ti sembra che siamo stati trattati da alleati-vincitori?” 

Pag 122: “Filarete – Dunque, il 4 settembre 1993, in vista dei 50 anni del cosiddetto “armistizio” il generale Luigi Poli, presidente dell’Associazione nazionale combattenti della guerra di liberazione, e Giulio Cesco Baghino, presidente dell’Unione combattenti della RSI, inviarono un messaggio al capo dello Stato, il cattolicissimo Oscar Luigi Scalfaro, chiedendo di essere ricevuti “per simbolicamente dare il via alla pacificazione e parificazione fra tutti gli italiani che in quei tragici giorni impugnarono le armi per la Patria, a prescindere dalla parte in cui si schierarono”. Non se ne fece nulla di pubblico per gli strilli degli antifascisti in s.p.e. Ma i militari con le stellette e con il gladio, come li definì Poli, un atto di riconciliazione lo fecero lo stesso. Qualche coraggioso disse: “Un’Italia pacificata e parificata per la ricostruzione: a 50 anni dalla guerra civile, cessino le discriminazioni fra italiani, si ricrei la concordia nazionale, si mettano al bando i fomentatori di odio tra i figli di una stessa patria. La data dell’8 settembre può rappresentare l’occasione del riscatto della nazione se il presidente della Repubblica saprà dar seguito all’appello rivoltogli dal generale Poli e dall’on. Baghino a nome dei caduti e dei combattenti di 50 anni fa dell’una o dell’altra parte”.
Simplicio – Nobili e alate parole, ma senza seguito. Chi le pronunciò?
Filarete – Effettivamente senza seguito… È una dichiarazione all’Ansa di Gianfranco Fini, segretario del MSI.”

Se delitti e infamie politiche dell’Italia del Duecento e Trecento. così ben tratteggiate da Dante Alighieri, fra Guelfi e Ghibellini, fra bianchi e neri, fra papato e impero, e tra lega e impero, si fossero trasferiti paro paro, radicandosi nei nostri giorni, per scandire nuovi tragici contrasti, nuove contrapposizioni? Ovvero impedendoci di realizzare la parte migliore di noi, vietando di stimare e promuovere la nostra unicità, il valore e le virtù italiche?  Se insomma quegli antichi dissidi si fossero trasformati in una cifra ontologica, in connotato ineliminabile, perdurante, descrivendo un’inclinazione tutta e solo italiana alla rissa, all’isteria, al sopruso, alla vendetta, all’incapacità di farsi vera nazione. -Sei di destra?- -NO,- -sei di sinistra?- -NO…sono “solo” italiano.-
Scritti come quelli di Sergio Romano e di Gianfranco de Turris e, in fin dei conti anche quelli degli studiosi inglesi, sono sale sulle piaghe ma anche stimolo per tentare una vera, definitiva riconciliazione patria e cercare una via d’uscita. Spetta alla nostra generazione farlo, prima che il velo d’ignavia e indifferenza scenda, irreparabile, ad annebbiare ancora di più quegli eventi.

te lo facevano studiare a scuola?

MACHIAVELLI IL PRINCIPE . Entra questi pidocchi traggo il cervello di muffa, scrive il nostro uomo. Te lo ricordi quanto volte ci dicevano: studiatelo ragazzi, è uno degli autori italiani ed europei più importanti. E io e immagino anche te, non capivamo come Niccolò Machiavelli potesse essere così importante. A cosa si dovesse la sua grandezza non ci era per niente chiaro. Eppure è conosciuto più all’estero che in Italia. Si vede che fuori dal nostro Paese ne sanno fare buon uso. Gioca in taverna partite a cricca, a trichetrac, in compagnia di un oste e un beccaio, tra contese e bestemmie per la posta di un quattrino. Aiuta litigiosi boscaioli a tagliare alberi per arrotondare il gruzzolo e chiacchiera per strada con alcuni passanti. Qualche ora di lettura e il ricordo di passati amori e poi subito a nanna presto.

E intanto l’Italia se ne va in malora, cadendo letteralmente a pezzi, contesa tra Francia e Spagna, mentre la Chiesa temporale ne approfitta, appoggiandosi ora qua, ora là, dimenticando i suoi impegni evangelici. Un disastro insomma i cui effetti devastanti e la sua cattiva e nefasta eredità si possono riscontrare ancora oggi. Lo avevano cacciato via con ignominia il gran Niccolò, e destituito da ogni carica politica, sospettandolo di congiura, poi incarcerato e quindi persino torturato. Era il 1532, una manciata di secoli fa. Cioè ieri. Ma chi era che litigava all’osteria, covando acredine e vendetta? Chi era che, costretto a un forzato esilio nel suo podere di Sant’Andrea in Percussina, dopo la restaurazione del regime dei Medici, conduceva quell’esistenza umile, degradata e tuttavia partecipe, coltivando un fervore culturale e umanistico davvero inestinguibile? Era il grande, intrepido, intramontabile Niccolò Machiavelli, alle prese con la nuova scienza della politica, fondata sulla scoperta delle leggi e delle dinamiche che la regolano da tempo immemore ma che sono da sempre mascherate o confuse per i più. Una scienza vera e propria che continua a far scalpore ancora oggi. Nella stesura di quel capolavoro che è IL PRINCIPE, da lui stesso definito: opuscolo, c’entrano papi, principi, eserciti invasori e truppe mercenarie e potenze straniere e logiche di potere tutte perfettamente riscontrabili. In quell’Italia più schiava degli Ebrei di allora, senza capo, senza ordine, battuta, spogliata, lacera, oltraggiata e vilipesa, egli delinea le sue spericolate teorie. In quelle vicende, riferendosi a fatti precisi e noti del passato remoto e recente della storia, attraverso analisi puntuali e oggettive si esalta e si delinea il vero soggetto dei suoi studi, il naturale protagonista di tutte le sue analisi e confronti, ovvero: LA POLITICA. Lo Stato che propone è disegnato per l’emergenza politica del suo tempo e fa riferimento a Borgia che nutriva un disegno complesso e ardito riguardante la riunificazione degli stati italiani. Di Borgia, si sa che è stato scritto di tutto e il suo contrario fino a farne un film con Orson Welles (Borgia) e Tyrone Power dove si capisce che il regista della pellicola, spettacolarizzando il film, aveva capito sì e no delle intenzioni del Borgia. Ma non divaghiamo! Nell’accurata introduzione di Nino Borsellino, l’edizione integrale de IL PRINCIPE nell’edizione della newtoncompton si legge inoltre: Si è detto che Machiavelli mette allo scoperto le leggi della politica, ma l’arte del politico va appresa valutando le circostanze, misurandosi con le difficoltà della conquista, del dominio e del governo. E ancora: IL PRINCIPE non è un opuscolo per politici di parte. È un libro per lettori liberi, disposti a confrontarsi da soli con le sue verità talvolta assai scomode, aggiungiamo noi. E il grande Niccolò che cos’ha da dire? A pagina 26 leggiamo: Gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere: perché si vendicano delle leggiere offese, delle gravi non possono; sì che l’offesa che si fa l’uomo debba essere in modo che non tema la vendetta. Parole valide ancora oggi, che fan riflettere tanto son crude e, probabilmente, valide ancora per molto tempo a venire. Machiavelli muore nel 1527 in povertà, ancora in tempo, ahimé, per constatare le condanne che si stavano addensando come nubi minacciose su di lui.

Mezzo euro per cento pagine! in quella straordinaria collana del 1995 della NEWTON COMPTON quando di editori veri e che si occupavano di diffondere cultura in Italia ce n’erano ancora.

si faceva la Grande Storia?

MONGOLIA CHIAMA, ITALIA RISPONDE
Per onorare e commemorare un evento determinante della storia mongola, nel solco della più alta Tradizione. -ovvero il genere di notizie che i media nostrani tendono a ignorare.- Forse sono in pochi a sapere che la nazione mongola deve i suoi natali e la ratifica del suo atto di nascita a un accorto fautore dalle ascendenze italiane: Il brillante diplomatico Ivan Jakovlevich Korostovetz (1862-1933) assiduo promotore di una impresa di altri tempi- non è il solito modo di dire – visto che l’evento si colloca nel periodo della Russia Zarista di Nicola II. La nascita dell’odierna Mongolia vede in Ivan Jakovlevich Korostovetz il suo sagace e infaticabile propugnatore a livello politico, amministrativo e diplomatico. La sua firma infatti compare negli atti di formazione di quel Paese.


Dall’articolo di Pavel N. Dudin: “Il creatore della Mongolia e missione diplomatica russa a Urga nel 1912” (…) Il 30 novembre 2016 la Mongolia ha celebrato il 105° anniversario dell’indipendenza, una data significativa sia per il Paese stesso che per la Russia. La Mongolia non solo confina territorialmente con il nostro stato, ma anche, in termini di caratteristiche etno-culturali e confessionali, è imparentata con Buriazia, Kalmykia, Tuva…La politica dell’estremo oriente russo non era una priorità all’inizio del XX secolo, dando il via alla soluzione dei problemi europei e ha dato origine a una certa alienazione dei territori periferici, che alla fine è diventata una minaccia per l’economia nazionale e per la sicurezza. La Rivoluzione Xinhai del 1911-1912 e il crollo dell’Impero Qing contribuirono alla consapevolezza della possibilità di prendere piede nella regione e garantire interessi economici e geopolitici in molti modi. Non essendo interessato all’aggravarsi delle relazioni con la Cina, il governo russo attraverso il Ministero degli Affari Esteri ha affidato la soluzione dell’improvviso problema della dichiarazione di indipendenza della Mongolia Esterna a un diplomatico esperto, l’ex inviato alla corte di Qing – Ivan Korostovets. Tuttavia, un compito semplice a prima vista è stato complicato dal fatto che i rappresentanti della parte mongola…non si consideravano parte della Cina, mentre la Russia riconosceva per il suo vicino il principio dell’integrità territoriale. A sua volta, la Cina considerava le attività
della parte russa come un’interferenza nei suoi affari interni…A seguito di lunghi e difficili negoziati, Korostovetz persuase i mongoli a fare concessioni, i cinesi a non avviare operazioni militari e a evitare provocazioni e il ministero degli Esteri russo sull’importanza e il significato dell’operazione. L’esperienza, la determinazione, la forza d’animo e l’autorità hanno fornito il successo alla missione russa a Urga e la protezione dei confini orientali russi nei decenni successivi.”

E oggi? Carlo Gastone, il cui bisnonno era proprio quell’Ivan Jakovlevich Korostovetz è stato invitato a Ulan Bator dal professor Ookhnoi Batasikhan della Accademia delle Scienze della Mongolia e dall’Istituto di Studi Internazionali. Carlo Gastone dice: “Mio bisnonno è oggi considerato come il Creatore della Mongolia moderna. In sostanza nel 1912 fu lui a firmare il Trattato di Amicizia Russo-Mongolo ad Urgà oggi U.Bator che è considerato il primo documento legale della Sovranità della Mongolia.
Il mio è stato un viaggio nel Tempo e nello spazio, un viaggio nella Storia,” continua Carlo Gastone “sono andato a ritroso nel tempo per rintracciare le orme del mio avo anche in groppa a un cammello! Emozionante devo dire, un percorso all’insegna di una scoperta continua. L’accoglienza è stata calorosa e famigliare. Tutto questo insegna che le opere buone e giuste, anche se ardue da attuare, come in questo caso, non hanno confini né limiti. Il Tempo non le corrompe, anzi le esalta. La storia e la memoria degli uomini sono un libro aperto su cui si possono scrivere imprese come quella del bisnonno. Occorrono volontà e buoni propositi, requisiti che, ahimè, oggi non abbondano.”

Fra le personalità incontrate durante il viaggio voglio ricordare: Sua Eccellenza Lundeg Purevsuren oggi Rappresentante Permanente della Mongolia a Ginevra, il Direttore Dott. D. Zoolbo e Prof. O. Bat Saikhan dell’Istituto di Studi Internazionali dell’Accademia Mongola delle Scienze. Il professore Pavel N. Dudin, l’Ambasciatrice Italiana Dott.ssa Laura Bottà, Sua Eminenza il Card. Giorgio Marengo.

Scrive Nikolai Anatolievich Samoylov sul giornale 
Новейшая история России: “Ivan Yakovlevich Korostovetz (1862-1933) fu uno dei più importanti diplomatici russi della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo. Ha svolto un ruolo estremamente importante nello sviluppo delle relazioni russo-cinesi e un ruolo non meno significativo nello sviluppo dei legami russo-mongoli.”

Nelle immagini dal basso:
Ivan Jakovlevich Korostovetz
Carlo Gastone sul cammello
Incontro alla House of Russia

nessuno conosceva l’Osceno Cosmico? (3)

Metto da parte l’ultimo degradante teatrino della storia americana (assalto a Capitol Hill) sul quale non c’è stato alcun commento rilevante della superstite intellighenzia (?) europea, distrattta a seguire l’evolversi della pandemia. Tratterò di un tema sottovalutato o semplicemente messo sotto il tappeto, come la polvere. Ovvero lo spirito cristiano o meglio i suoi brandelli mistificati che languono oltreoceano. Non spaventarti, non si tratta di un post emicranioso o mistico. Già con quel mattacchione di Ron Hubbard e il suo Scientology si è sfiorato il delinquenziale, ma, con la teoria dei tele evangelisti che tuttora imperversa, così si chiamano oltreoceano, si raggiunge e supera il blasfemo e il repellente. La desolazione offerta dalla rete stampa un pugno in viso. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere. Se sei troppo sensibilete ti sconsiglio di vedere i video su you tube, non dispongo di antidoti adeguati per il dopo video. Follia? Furbizia? Azione protratta tesa al turpe utilizzo di un brand super gettonato e di altissimo contenuto: Dio, condito con la politica spettacolo, anche. Tutto mescolato insieme, in un pastone indigesto. Potrei accontentarmi di dire che questi individui sono burloni, deliranti profeti dediti al lucro, così tutto finisce lì. E invece nella terra di Wonder Woman e Billy the Kid succede che decine di milioni di persone, sì, hai capito bene, li seguono, li finanziano, li osannano e li temono (?) pregando, salmodiando e facendo avanspettacolo con loro. Individui logorroici dallo sguardo terrificante e dal conto in banca stratosferico. Sono i tele evangelisti, arrivano dalla profondità del pensiero americano andato in malora. Eppure una volta c’era l’America coi suoi possenti e presunti miti di riscatto morale e sociale. I Televangelisti muovono centinaia di milioni di dollari, viaggiano sui loro jet privati, posseggono residenze e tenute da favola, arroganti e pericolosi, sono una riserva di voti ghiotta e influenzano le masse. Hanno sepolto Dio e suo figlio, fingendo di tesserne le lodi. Fenomeno prettamente statunitense. L’Osceno Cosmico in loro trova una delle sue manifestazioni più eclatanti. Se hai tempo di leggere LA VIA DEL TABACCO dell’americano Erskine Caldwell ci troverai la loro capostipite, una erotomane invasata predicatrice senza naso. Passo e chiudo.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io

Chi era che litigava all’osteria, covando acredine e vendetta?

MACHIAVELLI 12Correva l’anno 1532, una manciata di secoli fa. Costretto a un forzato esilio nel suo podere di Sant’Andrea in Percussina

dopo la restaurazione del regime dei Medici, conduceva un’esistenza umile, degradata e tuttavia partecipe, coltivando un fervore culturale inestinguibile. Era il grande, intrepido, intramontabile Niccolò Machiavelli, alle prese con la nuova scienza della politica, fondata sulla scoperta delle leggi che la regolano da sempre ma da sempre mascherate. Una scienza che continua a far scalpore ancora. Nella stesura di quel capolavoro che è IL PRINCIPE, da lui stesso definito opuscolo, c’entrano papi, principi, mercenari e potenze straniere. In quell’Italia più schiava degli Ebrei, sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa egli delinea le sue spericolate teorie. In quelle vicende, riferendosi a fatti precisi e noti del passato remoto e recente della storia, attraverso analisi puntuali e oggettive si esalta e si delinea il vero soggetto dei suoi studi, il naturale protagonista di tutte le sue analisi e confronti: LA POLITICA.

Lo Stato che propone è disegnato per l’emergenza politica del suo tempo e fa riferimento a Borgia che nutriva un disegno complesso e ardito riguardante la riunificazione degli stati italiani. Nell’accurata introduzione di Nino Borsellino, l’edizione integrale de IL PRINCIPE nell’edizione tascabile della newtoncompton  si legge inoltre: Si è detto che Machiavelli mette allo scoperto le leggi della politica, ma l’arte del politico va appresa valutando le circostanze, misurandosi con le difficoltà della conquista, del dominio e del governo. E ancora: IL PRINCIPE non è un opuscolo per politici di parte.

È un libro per lettori liberi, disposti a confrontarsi da soli con le sue verità talvolta assai scomode, aggiungiamo noi.

E il grande Niccolò che cos’ha da dire? A pagina 26 leggiamo: …Gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere: perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono; sì che l’offesa che si fa  l’uomo debba essere in modo che non tema la vendetta… Parole valide ancora oggi e, probabilmente, valide ancora per molto tempo a venire. Machiavelli muore nel 1527 in povertà, in tempo per constatare le condanne che si stavano addensando come nubi minacciose su di lui. Mezzo euro per cento pagine: l’abbiamo pagato IL PRINCIPE in quella straordinaria collana della NEWTON diretta da G.A. Cibotto. La pubblicazione settimanale porta la data del 29 luglio 1995. Quando gli editori provavano ancora a fare vera cultura a prezzi accessibili