nei sotterranei del Maschio Angioino…

Napoli, nei sotterranei del Maschio Angioino ritrovato un tesoro d’arte abbandonato

Ecco un articolo davvero scoraggiante rilevato da FINESTRE SULL’ARTE qualche giorno fa.

di Redazione , scritto il 04/05/2021, 17:42:55
Categorie: Attualità

 

A Napoli sono state scoperte per caso, nei sotterranei del Maschio Angioino, ben 400 opere antiche, che vanno dal Quattrocento al Novecento: forse sono state abbandonate lì dopo il terremoto del 1980.

Napoli, nei sotterranei del Maschio Angioino (Castel Nuovo), è stato trovato un prezioso tesoro di tantissime opere d’arte (addirittura “innumerevoli” secondo la giunta comunale, circa 400 secondo quanto riporta la stampa locale), di varie epoche, dal Quattrocento al Novecento: c’è anche una grande Madonna del Rosario con santi domenicani di Luca Giordano (di 4 metri per 2,64), e poi opere di artisti come Francesco De Mura, Paolo De Matteis, Giuseppe Bonito, Onofrio Avellino, Jacopo Cestaro e altri importanti pittori e scultori del territorio. La scoperta è avvenuta in modo del tutto fortuito: le opere sono infatti “riemerse” il 1° dicembre scorso, quando gli addetti del Comune di Napoli si sono recati nelle sale che custodivano le opere per verificare, a seguito di una forte ondata di maltempo che si era abbattuta sulla città nelle ore precedenti, se ci fossero stati degli allagamenti nei locali. I tecnici hanno scoperto le opere, abbandonate a loro stesse, alcune delle quali deteriorate a causa dell’umidità dei locali: sono presumibilmente lì da decenni.

La notizia si è diffusa perché il 23 aprile la giunta di Napoli si è riunita proprio per discutere di questo caso. “Il Comune di Napoli”, si legge nella delibera di giunta, “detiene un patrimonio ragguardevole di beni mobili di valore artistico, databili dall’antichità greco-romana (Collezione Santangelo presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli) fino ai giorni nostri, costituitosi attraverso acquisti, donazioni e a seguito della Legge Regionale n. 65 dell’11 novembre 1980 con la quale sono passati alla competenza giuridica dell’Amministrazione Comunale gli edifici ecclesiastici cittadini appartenenti ai cosiddetti ’enti soppressi’, ovvero gli IPAB, gli Istituti per l’Assistenza e la Beneficenza (quali la Real Casa dell’Annunziata, l’Albergo dei Poveri, l’Istituto per l’Istruzione e l’Educazione Femminile Sant’Eligio, ecc.), unitamente alla loro ingente consistenza patrimoniale di opere d’arte (dipinti, sculture, argenti, arredi ecc.)”.

L’ipotesi è che si tratti proprio di opere degli IPAB che furono ricoverate nel Maschio Angioino dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, che danneggiò anche diversi edifici a Napoli. Tra questi, anche gli edifici degli Istituti per l’Assistenza e la Beneficenza, che ospitavano numerose opere d’arte: così, per salvarle, furono dislocate su diverse sedi (alcune andarono a Palazzo Reale, altre ancora a Capodimonte e in diversi altri depositi temporanei). Alcune finirono al Maschio Angioino e adesso dunque si pensa che le opere appena ritrovate siano proprio quelle trasferite dopo il sisma dell’Irpinia. Le opere sono state esaminate durante un sopralluogo con il sindaco, Luigi de Magistris, e con il soprintendente di Napoli, Luigi La Rocca.

Dato lo stato in cui si trovano queste opere, si legge nella delibera, “sono necessari improcrastinabili interventi di manutenzione e restauro dei beni artistici, in particolare dei dipinti, beni più soggetti al deterioramento, per garantirne la salvaguardia e una successiva fruizione museale, arricchendo le collezioni del Museo Civico di Castel Nuovo, ampliandone l’offerta culturale e facendo scoprire alla cittadinanza, ai visitatori, agli studiosi del settore un patrimonio artistico per troppi decenni negletto e negato”. Il Comune avrebbe già proposto un progetto in tre fasi: la messa in sicurezza sino alla velinatura delle opere con la redazione di schede conservative (50.000 euro), il restauro conservativo della Madonna del Rosario di Luca Giordano e un’altra opera di grandi dimensioni da selezionare tra quelle di maggior pregio e musealizzazione delle stesse opere (50.000 euro), il restauro di altri quadri di valore e pregio come quelli di De Mura, De Matteis, Cestaro Bonito, Giacinto Diano, Agostino Beltrano (150.000 euro). Il progetto è dunque quello di fare in modo che il pubblico possa di nuovo tornare a vedere le opere.

Sulla vicenda è intervenuta anche Margherita Del Sesto, deputata campana del MoVimento 5 Stelle in commissione Cultura, che intende portare il caso in Parlamento. “È strano”, afferma “che la notizia abbia trovato diffusione solo poche ore fa, in seguito alla pubblicazione di una delibera della Giunta comunale contenente informazioni sommarie sulla scoperta. A breve depositerò un’interrogazione al ministro Franceschini per fare luce sulla vicenda. Se dopo il terremoto del 1980, quando si presume che quelle opere d’arte siano state prelevate da molti edifici ex IPAB (Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficenza), non è stato redatto nessun inventario c’è il rischio che possano essersi verificati furti o dispersioni. È importante e urgente fare chiarezza su eventuali responsabilità e mettere in campo interventi tempestivi: quel patrimonio di grande valore va subito messo in sicurezza, salvaguardato e restaurato, nell’ottica di un’auspicata esposizione al pubblico”.

Ecco il mio desolato commento: è come scoprire che in cantina tua nonna aveva dimenticato lingotti d’oro, lì confinati durante una emergenza. O che nel tuo garage avevi una Bugatti insieme al tesoro dei Saraceni di Moleto Monferrato. Mah, a me viene tanta di quella tristezza e poi rabbia, che non immagini. Tutto questo accade …ancora, da noi, in modo insultante per il nostro passato e la nostra negletta cultura italica. Un altro “scandalo” passato quasi sotto silenzio, segnalato da FINESTRE SULL’ARTE

c’era l’Italia? (2)

Quel pezzo d’Italia che si chiama Liguria, ad esempio, che per i Liguri è tutta l’Italia, avendo problemi di intesa anche coi confinanti riservati Piemontesi, tanto per citarne un pezzo, perché per i Liguri ce n’è una sola di Italia, la loro, (e non solo per loro) appunto quella fetta di terra che si affaccia sul mare omonimo, ma non sono i soli a nutrire sentimenti regional nazionalistici. E non puoi dargli torto e biasimare il risentimento di una regione dal forte passato e orgoglio politico militare e dalla esclusiva connotazione identitaria, diciamo che la maggioranza delle regioni in questo senso è assimilabile alla Liguria, avara delle sue tradizioni ai cui abitanti danno fastidio le torme di turisti che affollano ogni anno le sue spiagge e che, pare lo facciano ancora, affittano le loro abitazioni, per avere qualche soldo in più, condividendole con i detestati invasori nordisti. Dite che non è cosi? Ne ho le prove. A Varazze io ci andavo in vacanza proprio in quel modo. Si nasce, vive e muore da Liguri, ma io mi sento ligure come loro, come faccio a dirglielo agli spezzini, savonesi e genovesi che la loro terra appartiene anche a me? Magari si incazzano se glielo dico.

Quando ascolto la tristissima, accoratissima e bellissima canzone cantata da Bruno Lauzi sull’emigrante genovese che comincia con Mi se ghe pensu.… mi identifico col protagonista e mi commuovo come una bertuccia, anche se di ligure non ho proprio niente, sebbene per anni sia stato in vacanza sul mar Ligure. Mi commuovo lo stesso perché anche dal Veneto e dal meridione salpavamo per l’altrove, cercando fortuna e lavoro. Una mia zia, infatti, si chiamava Argentina e i suoi cugini hanno colonizzato quella terra omonima, si fa per dire, proprio come i Liguri, i Veneti, Piemontesi, e i terroni, eccetera. Ma non divaghiamo. Il prezzo della riunificazione italica lo abbiamo pagato tutti e lo stiamo ancora pagando, sentendoci defraudati, disillusi e traditi gli uni dagli altri, e facendo confronti fra prima e dopo. Non è forse così ? Ovvero le regioni col loro potente irrinunciabile passato hanno dovuto delegare e affidarsi a un potere unico che stenta a meritare fiducia e consenso. Lampante. Le aspettative disilluse e le sorti delle tante Italie prima della riunificazione non corrispondono al tran tran attuale, sta sotto gli occhi di tutti, innegabile; come potrebbe l’Italia di oggi rinnovare i fasti di una repubblica di Genova, o la grandezza di Venezia e del Regno Lombardo Veneto quando battibeccava coi Turchi, e delle repubbliche marinare oppure lo splendore del regno delle due Sicilie, visto che Napoli nel Settecento era considerata una capitale della cultura e dello stile di livello europeo (vai a leggere per favore quello che scrive il portale del Sud: (Napoli era la seconda città d’Europa (dopo Parigi) e la quinta nel modo, più grande di New York! e di Tokio. Era soprattutto la splendida capitale barocca, amica delle arti, dei commerci, delle scienze, straripante di turisti e viaggiatori…) e produceva statue da mozzarti il fiato come quelle del Corradini.

Ti ricordi della Siena di Gianna Nannini? La sua Italia e Siena, quando parla della sua città le si illuminano gli occhi. Ma lei cosa ne sa di Sezzadio, Cassine, di Fubine, e di Crea o di Asti e Cuneo. Come fai a dire Italia, voglio dire? Tante Italie, come quelle esplorate dal lodevole Alberto Angela, (ma perché non lo mettiamo a capo dei Beni culturali Alberto Angela e con pieni poteri di intervento?) Nel suo infaticabile lavoro di presentazione e promozione dell’italico suolo egli ci dà risposte ghiotte e davvero interessanti che dovrebbero catalizzare il nostro interesse. Le sue trasmissioni fanno il tutto esaurito, ma l’interesse si trasformerà in noi in voglia di amare e fare qualcosa per l’Italia? Che non sono (solo) quattro stupefacenti ruderi disseminati qua e là. E intanto l’Italia muore, inarrestabile la sua fine, a partire dalle sue coste, a partire da quelle di Rosignano Sovay, ad esempio, dove un mare morto assomiglia a un mare vivo dei tropici, ma cosi non è. Ti ricordi dell’Italia? Di quale Italia? dirai te. Non so nemmeno più io su quale soffermarmi. Quella degli Etruschi, dei Sabini, dei coloni greci, dei sette re di Roma, o quella imperiale di Augusto o ancora quella antecedente, di fieri popoli incoercibili che la popolavano prima che la forza dei Romani riuscisse a fatica a prendere il sopravvento e li costringesse insieme, ma insieme non ci siamo mai stati, ….già allora c’erano problemi di comprensione. Quale Italia ti chiedo se ricordi, quella splendida che l’Europa tanto ci invidiava? Quella che nutriva il mondo intero con l’ineffabile creazione di Michelangelo, Leonardo, Crivelli, Botticelli, Mantegna e Brunelleschi? O quella successiva alla calata del bruttarello e timido re di Francia Carlo VIII in cerca di gloria e di recupero del suo regno di Napoli? Così ben documentata da Silvio Biancardi nel suo libro La chimera di Carlo VIII, o quella dei torinesi, pugnaci e tosti che tramavano per riunificarla sotto l’egida del Cavour e della mai amata dinastia dei Savoia. Ma come fa un ferrarese ad amare un Savoia, me lo spieghi? Lui ha ancora in testa la corte degli Estensi e il bollito alla piemontese mal si conciglia con la salama da sugo di Formignana e il pasticcio di maccheroni di Ferrara, arcinoti nel mondo. E a un borbonico come fanno a piacergli i Savoia? A chi lo diceva a un palermitano che non c’era più il suo Ferdinando ma un Vittorio Emanuele re d’Italia, o’ usurpatore, ovvero il nuovo padrone del vapore. Quando penso all’Italia mi gira la testa e penso anche a mia nonna che aveva fatto dodici figli spazzati via per metà da malattia e spaventi, allacampagna di Gualdo, Formignana, Tresigallo, affondata nella pianura padana che sono in pochi a conoscere, tranne Ferrara e Bologna si capisce. Ma se ti ricordi di qualche Italia in particolare, che alla fine son tutte particolari, dimmelo, a me la memoria comincia a far difetto.