hai ricevuto la tua eredità?

Bando all’indugio, da un po’ volevo farlo. Eccoti un racconto che ho scritto, pubblicato sul numero tredici di DIMENSIONE COSMICA del 2021. Riguarda il ritrovamentio di un frammento di William Shakespeare che ho ereditato da mio zio. Buona lettura! Il suo titolo è:

A CHE PUNTO È LA NOTTE?

In molti se l’erano chiesto da dove arrivasse, come l’avevo ricevuto e perché. Sul perché non ci sono dubbi visto che era stato per espressa volontà dello zio. Oltre non si riesce a risalire se parliamo del come e da chi. Giornalisti, vicini di casa, amici, e infine i detectives della commissione d’inchiesta inglese dovettero rassegnarsi. Era tutto in regola. Mica l’avevo rubato e poi, come facevo a sapere che era così importante visto che era autentico. Ma quello l’ho saputo dopo. Dovettero accontentarsi delle evidenze e quelle risiedevano in una inequivoca volontà dello zio, espressa chiaramente nel suo testamento olografo. Quella cosa spettava a me di diritto. Ma andiamo per ordine per chiarire gli antefatti.
Andavamo a trovare gli zii ad agosto stipati in una Fiat 500 in quella generosa palude bonificata del ferrarese. Fratello di mia madre, lo zio conduceva un’attività di pollivendolo all’ingrosso, avendo cominciato subito dopo la guerra a vendere uova, in bicicletta, porta a porta, si era così conquistate simpatia e una fedele clientela. Mi piaceva la sua rauca risata, mi stava davvero simpatico gratificandomi nel permettermi di scivolargli addosso dopo averlo abbracciato. Un giorno lo sentii dire a mia madre: “Tuo figlio farà strada, è in gamba.” Piacevo a lui, e lui piaceva a me. Non si sa quanti dei nove anni di guerra avesse trascorso come prigioniero in uno dei duecento campi e fattorie allestiti dagli Inglesi, considerato con disprezzo uno wop, un guappo, lavorava in una fattoria, retribuito e mal tollerato dalla popolazione locale, cosa che non gli impedì, come a tanti italiani prigionieri, di entrare in affettuosa relazione col gentil sesso locale. Era così sbocciato del tenero fra lui e una maestrina inglese che frequentava il campo di prigionia, insomma lo zio non se l’era passata affatto male. Quella linguaccia di mia madre sosteneva che sarebbe stato meglio che l’avesse sposata la maestrina, invece di impalmare quella villana di mia zia, per la quale io nutrivo un sincero affetto. Ed ecco come misteriosamente il fato fa capolino bussando alla mia porta. Ci sono solo ipotesi su come mio zio divenne in possesso di quelle carte, antiche carte, come poi vedremo. Sarà stata la maestrina ad avergliele donate? Come pegno e a conferma del suo sentimento per lui? Può essere. Prove non ce ne sono, ma solo indizi di cui la commissione di inchiesta sulle opere trafugate dovette accontentarsi.  Non c’era dolo.  Si trattava di un dono passato di mano. Morendo, mio zio aveva lasciato alla moglie una redditizia attività di polleria all’ingrosso, a me vecchie scartoffie, sapendo che amavo gli scritti di ogni genere ed età. Bizzarro, vero? Se volete conferma potrete sempre chiederlo ai miei vicini di casa di via Perugino 27, a Milano, sempre se ne troverete qualcuno ancora vivo. Per diverso tempo ho avuto i giornalisti alla porta. Gli inquirenti inglesi dovettero arrendersi all’evidenza: era tutto regolare. Se era stata la sua prima fidanzata ad avergliele date quelle carte non è certo, e, se fosse stato così non si capiva comunque come lei le avesse ricevuto e da chi. Le ipotesi finivano con lei. Se ci sono troppe incognite la storia zoppica e questa addirittura è una storia che barcolla. Veniamo al sodo perché sarete stanchi di indovinare l’oggetto misterioso del contendere. Di cosa si trattava esattamente?  Di un manoscritto firmato. Poche pagine incartapecorite quasi illeggibili, solo la firma, spiccava netta e svolazzante a dichiarare che lo scritto era del grande William Shakespeare, come le indagini da me commissionate avrebbero poi confermato.
 

Il manoscritto inedito di William Shakespeare che qui presento in anteprima mondiale l’ho avuto in dono dal mio parente, posso provarlo anche a voi dopo averlo provato al mondo. I tre fogli recano una delle differenti firme del grande Bardo con cui egli era solito siglare i suoi lavori.
Mi sono infatti rivolto ad alcuni esperti di chiara fama nel settore dell’identificazione e verifica dell’autenticità di manoscritti e tutti hanno confermato senza ombra di dubbio l’autenticità e la paternità del documento: il breve dialogo dal senso compiuto potrebbe far parte di un lavoro sicuramente più complesso, andato disgraziatamente perduto, oppure potrebbe trattarsi di un dialogo poi cassato dallo stesso autore di un’opera nota, esso comunque appartiene alla penna geniale del drammaturgo inglese. Ed ecco il testo da me tradotto:

Primo personaggio: Uno spazio e un tempo senza tempo possono indurre pensieri che farebbero impallidire la mano e la tempra più salde. Se la mente non fosse pronta a rintuzzare i tentennamenti di un cuore vergine. Ahi noi.

Se il disegno voluto dal destino non giustificasse l’onere di una prova sanguinosa saremmo già dannati e le sole nostre intenzioni ci perderebbero per sempre, dannati. Affidiamoci ai pensieri che precedono l’azione e, anticipandola, ne istigano la necessaria violenza, per cui l’assiduità della mente, lontano dal venirne sconvolta, acquista nuovo vigore, rinnovato slancio, infine giustificazione.

Essa sarà pronta per il crimine più efferato solo se avrà trovato nella sua natura l’ispirazione necessaria, la persecuzione allora ci sembrerà un sentiero da percorrere obbligatoriamente, un calice dal contenuto indigesto e repellente ma indispensabile e la stessa morte ci parrà companatico intriso di tenebra se mai la tenebra può divenire nutrimento.

A che punto è la notte, Gaiard?

Secondo personaggio: Sono due tocchi prima che il gallo canti, Signore, secondo il tragitto eterno che il bianco astro impone a se stesso.

Primo personaggio: Ed è notte senza sonno codesta, Gaiard. La mente pare immagata e il nostro spirito sembra che debba difendersi dall’ insidiosa essenza della luce di luna.

Secondo personaggio: Da essa noi traiamo talvolta errato consiglio, talaltra l’ispirazione per le più nobili seppur ardite azioni. Dipende dall’inclinazione dell’astro e dalla disposizione del nostro animo, Signore.

Primo personaggio: Che vuoi dire Gaiard? Parla, su, compagno dai mille volti. Non è da te la reticenza, sebbene talvolta la tua lingua rassomigli per analogia di effetti prodotti, alla lama di un pugnale.

Secondo personaggio: Devo, Signore? Devo proprio?

Primo personaggio: È un ordine… parla onesto. 

(parlando fra sé): Costui ha più di un motivo e più di una disposizione d’animo per intuire il mio disegno. È certo che possa essermi d’aiuto.

Secondo personaggio: I libri aperti non potrebbero essere maestri più trasparenti. E il vostro volto, Signore, è un libro dalle pagine chiare che dissimulano i contorni dell’ordito come se una calligrafia incerta ne celasse volutamente il significato, senza tuttavia riuscire a coprire lo spessore del disegno.

Primo personaggio: Vedo che insisti. Avverto solo l’eco dei tuoi pensieri. Ciò che potrebbe nuocerti. L’ambiguità delle tue parole finirà per spingerti verso un contrapposto destino.

Essa ti può dannare indirizzandoti verso una morte senza scampo, come ti potrebbe esaltare rendendoti partecipe di ciò che le sorti di questa terra impongono. Il nostro giovane re ha doti, inclinazioni e temperamento che natura e stirpe gli hanno elargito, ma chi può dire per il bene stesso della nostra nazione che sia proprio lui il designato?

Una corona che vacilla sul capo di un ragazzo non è buon auspicio. E i nemici esterni ed interni di questa terra abbondano. Pur nella virtù manifesta delle sue doti il giovane sovrano è incline a seguire avvisi a noi ostili, contrari ai nostri piani e al corretto sviluppo della nazione. Mi intendi?

Secondo personaggio: Che volete dire, Signore?

Primo personaggio: Rifesser, Gilar e Gollanord non sono meno temibili per l’incolumità del giovane sovrano delle nostre stesse mire.

Ma egli è troppo inesperto per saper distinguere e crede che quelli gli siano amici e non vede il nido di serpi che la sua mano accarezza. E allora perché lasciare ad altri l’incombenza di risolvere e colmare una sovranità fittizia?

Occorre privarla di tutti quegli orpelli che la fanno meno grande. E nel farlo andare sino in fondo all’opera. Subito, ora, prima che altri agiscano.

Anticipando gli eventi e indirizzando a nostro favore un cambiamento che appare ormai inevitabile e di cui siamo disposti ad assumerci l’onere. Ora mi intendi?

Secondo personaggio: Una pagina aperta, chiara e distinta scritta da una calligrafia sicura e franca; non potrebbe essere più evidente il vostro disegno, Signore.

Primo personaggio: Hai dunque inteso chiaramente ciò che occorre fare per il bene della nostra nazione?

Secondo personaggio: Chiaro e distinto è il proponimento. Veraci le intenzioni. Gagliardi gli animi.

Primo personaggio: Lesto e sicuro ti guidi dunque l’intento di spegnere per sempre chi la morte spetta.

Il secondo personaggio vacilla e impallidisce. Si guarda attorno, nella sala deserta.

Secondo personaggio: Dite a me, Signore?… Poiché non vedo altri che possono intendere…

Primo personaggio: E a chi altri se non al falco a cui si è appena tolto il filo refe dagli occhi cuciti. A chi se non al fido cospiratore ed affermato veicolo di morte sicura?

Secondo personaggio: Io, magari… non…

Primo personaggio: Non sei stato tu, forse, quello che ha condotto all’inferno Sealand e non hai forse agito per il verso indicato dando la giusta credenziale di morte ai baroni di Lispret?

Secondo personaggio: Un re… tuttavia…

Primo personaggio: Indugi impropri che non ti fanno onore. Se l’onore deriva dal liberarsi di un ostacolo regolato dall’ingiusta legge del sangue e non del valore, che fa piccola la nostra nazione e mortifica il nostro orgoglio. Voli il tuo braccio. Sia saldo nell’intento. Non possiamo avere tutti i cento diavoli dell’inferno dalla nostra parte. Bisogna annullare ogni residua dannosa reticenza.

Ne bastano solo alcuni per quest’opera. Va’, colpisci. Subito dopo la riunione dei Pari. Domani, quando il giovane sovrano si sarà ritirato nelle sue stanze. Non attendere il suo sonno e grida subito: Congiura! All’erta! All’armi! Orrore!

Guida tu stesso l’inutile dolore degli astanti. Ma solo dopo aver gettato il pugnale lontano dal cadavere e aver imbrattato col suo sangue annerito il pavimento, in direzione della finestra.
Occorre dare subito l’idea di un assassino fuggito da poco. Hai inteso?

Secondo personaggio (parlando a se stesso): Che la bruna lama del pugnale mi sia sorella in quest’impresa. Anche se il gelo della morte che dovrò dispensare, per ora mi morde i garretti e le spalle.

I due personaggi escono di scena.

A riprova della paternità del frammento, perché ancora oggi anche a me la cosa appare incredibile, ecco quanto scrive il prof. John Moore, indiscussa autorità nel suo campo, in risposta a certi quesiti avanzati dal prof Henry Bryant.

Chiarissimo prof. Henry Bryant

Dipartimento ricerche linguistiche e di letteratura comparata 

Facoltà di lettere e filosofia dell’università di Manchester

Rispondo alla stimata sua del … dandole conferma di quanto da lei richiesto. Pur con la mancanza di elementi verificabili a cui riferirsi, il frammento in questione deve senza dubbio attribuirsi alla penna di William Shakespeare. 

Un personaggio di rango, diretto promotore di una congiura ordina a un suo sicario, o, per meglio dire usando un eufemismo: collaboratore, non estraneo a precedenti analoghe imprese,  la soppressione di un giovane re. Personaggio questi destinato purtroppo a rimanere incognito e sulla cui identità si possono avanzare solo ipotesi. Insieme al prof. Samuel Withers, esperto nell’identificazione di manoscritti e mio valido collaboratore, abbiamo elaborato alcune ipotesi di identificazione, ma ripeto, sono soltanto ipotesi senza suffragio, e tutte di grande suggestione. 

Le pagine potrebbero essere il frammento di un’opera perduta, il cui contenuto riconferma l’interesse di Shakespeare per l’analisi e l’approfondimento del potere in tutte le sue implicazioni,  e l’interesse per il tumultuoso clima politico inglese del XVII secolo. Il giovane re  in questione rammenta la figura del re Giovanni, dell’omonima opera, figlio di Enrico II e della duchessa Eleonora di Aquitania. Una trama forse ordita da lontano, da quel Filippo II di Francia il quale all’ambasceria da lui inviata a re Giovanni, contenente la richiesta di rinuncia al trono in favore di suo nipote Arturo, si vede ricevere un rifiuto. Era forse Roberto di Falconbridge che tramava nell’ombra e l’assassinio per ordine del re Filippo II? Nulla che ce lo confermi. 

Una seconda ipotesi parrebbe adombrare la figura di Enrico VI, giovane re, amante della pace. Una frase che compare nel frammento omonimo è rivelatrice: “Grave quando lo scettro è in mano a un fanciullo”. Era forse per questo che il re ragazzo riusciva scomodo? Allora chi poteva essere il mandante del suo assassinio se non il conte di Suffolk, anche se non v’è traccia alcuna a indicarcelo, e poi per le cose risapute appare altrimenti inverosimile l’ipotesi, considerata la sua intenzione di far sposare al giovane re la bella Margherita, della quale lo stesso Suffolk era invaghito, proprio per controllare meglio la condotta del giovane sovrano. 

Per quanto riguarda poi il tenore dello scritto, esso sembra rimandare ad alcuni dialoghi del Macbeth, ma Banquo ha uno spessore che l’esecutore del delitto non ha, non sembrando questi un vero soldato, com’era invece Banquo. Giungo così ad avanzare l’ipotesi che il frammento potrebbe essere qualche pagina di tragedie a noi note, un frammento successivamente stralciato dall’autore in fase di stesura definitiva, a corroborare l’idea c’è il senso compiuto del brano, che descrive una scena intera.  Emerge comunque la figura di un giovane sovrano, forse troppo fiducioso, sicuramente inesperto, da subito coinvolto nelle trame che detta il potere. 

Frammento sottratto al contesto delle opere note oppure pagine di un’opera andata perduta? Temo che non riusciremo a venirne a capo. L’unica cosa certa è l’attribuzione della paternità alla nostra gloria nazionale. Tre illustri grafologi del resto confermano l’autenticità della firma.
Gli ulteriori approfondimenti in corso e il raffronto di dialoghi analogici hanno una valenza strettamente linguistica e non recheranno modifiche all’attribuzione della paternità. Su come sia finito il manoscritto in un lascito testamentario italiano sono stati scritti fiumi di inchiostro, e non è di nostra pertinenza indagare oltre. 

Onorato del suo interesse la prego di accettare i segni della mia stima e la invito ad estendere i miei saluti al prof Thomas Higgins, mio indimenticato compagno a Cambridge ai gloriosi tempi che furono della nostra gioventù. Mi aspetto di vedere entrambi il giorno della conferenza stampa, che avrò cura di comunicarvi quanto prima. I media di tutto il mondo sono impazienti e ci chiedono conferme. Non bisogna farli aspettare troppo.

prof. John Moore

gli angeli han fatto le valigie?

UN DIALOGO (IMMAGINARIO MA VEROSIMILE) TRA JULIUS EVOLA E RICHARD FEYNMAN

Due giganti del sapere a confronto. Ma quale sapere? Quello del filosofo non ortodosso, interprete e difensore della Tradizione e di dimensioni ultramondane o quello dello scienziato americano premio Nobel, indagatore dell’atomo, ex enfant prodige della fisica quantistica. Il dialogo inedito immagina un faccia a faccia sottolineando la critica all’indagine scientifica odierna, basata su astrazione, probabilità e paradosso, espressa in due capitoli su CAVALCARE LA TIGRE; coi suoi limiti evidenti e la pretenziosità di unico sapere possibile, dogmatico e totalizzante. Confronto utile a comprendere ciò che si è perduto e ciò che la scienza moderna oggi va perseguendo. Il sito della FONDAZIONE JULIUS EVOLA ha pubblicato il seguente racconto:

FEYNMAN -Buongiorno ingegnere; da dove arriva? Anche lei ha fatto un lungo viaggio per poterci incontrare?

EVOLA -Buongiorno a lei, da molto lontano arrivo, guardi che la laurea volutamente non l’ho conseguita

F -Di onorificenze e diplomi non so che farmene nemmeno io, mi impacciano

E -La sua notorietà è invidiabile, da suonatore di bongo al Nobel

F -E lei da imbrattatele e aspirante stregone alla ribalta del Nazionalsocialismo. Ha mai provato a suonare i bonghi? Le sarebbe passata la voglia di dar lezione a dittatori omicidi

E -Si dice tanto su di me, spesso a sproposito. Al bongo preferisco gong rituale e corno tibetano

F -Non mi divertirebbero, uno quando vibra ti muove le budella, l’altro sembra un tubo di stufa mal riuscito

E -Strumenti rituali, aiutano ad accedere ad altri stadi dello spirito

F -Non mi sono mai soffermato sullo “spirito”. Gong e corno si suonano nei monasteri, che noi Americani apprezziamo poco. A proposito, lei con noi non è tenero: infantili e pieni di tabù, dice, e ci assimila agli ortaggi…

E -Dove l’ha letto?

F -Me lo hanno riferito. Tornando allo spirito: il mio lo “sollevo” ballando la samba. Ma perché ce l’ha con noi? Non siamo bolscevichi

E -Origini e mete diverse, effetti analoghi e poi: “Una foresta pietrificata contro cui si agita il caos” l’ha scritto il suo connazionale Henry Miller sulle vostre città

F -Si chiama libertà di espressione!

E -Tanto per dirne un paio: “l’utile è il criterio  del vero” e “il valore di ogni concezione, perfino metafisica va misurato dalla sua efficacia pratica” è di un vostro filosofo, certo  William James. Un po’ limitativo, no?   “Get rich quick!” ovvero il valore fondante gli USA. E al rogo la Tradizione

F -Ancora tradizione! Ora ricordo…il suo latte di fiamma: originale! L’unico che ricordo è quello che mia madre mi faceva ingurgitare da piccolo

E -Tradizione. Da non confondere con folklore e tradizioni locali

F -Nutriamo visioni del mondo diverse. Pensi che io parto da un bicchiere di vino. Contiene l’universo intero, sa? 

E -Pittoresco! Ma presumere di detenere il primato della conoscenza vi nuocerà

F -Non sia serioso barone. Frugare nei segreti della materia le pare cosa da poco? Io parto dal vino e anche da una scarpa. Se questa non è modestia! 

E -Trovo riprovevole che sulle vostre ricerche l’industria ci costruisca su modelli di vita coercitivi spacciandoli per progresso

F -Mai stato tenero verso istituzioni e industria. E poi quello che si fa sfruttando la ricerca non mi compete. Ma lei non è curioso di vedere come si comporta l’atomo?

E -Do la precedenza a una realtà che guarda all’eterno incorruttibile

F -Non le sembra di essere sorpassato? Guardi che fine hanno fatto fare a Dio i suoi colleghi

E -Col Dio di cui parla io c’entro poco, comunque a smantellare l’idea del divino hanno cominciato i suoi colleghi, scrutando il cielo…i filosofi hanno poi preso atto della cosa

F -Torniamo alla conoscenza, tema del nostro incontro. Ai miei studenti dico che lo strumento eletto per i ricercatori è il cestino della carta straccia, deve essere sempre ricolmo. Non è apprezzabile? Penso di sapere perché lei non ci ami. Abbiamo scacciato gli angeli a suon di formule e quelli han fatto le valigie

E -Angeli?

F -Ai miei studenti un giorno ho detto: Keplero ha sudato sette camicie per convincere i dotti che le sue idee non erano bislacche, che i pianeti attorno al sole non venivano sospinti dalla pressione dell’aria prodotta dal battito delle ali, sospesi a mezz’aria a reggere il mondo, ma da forze gravitazionali. Uno può anche credere agli angeli, più difficile conciliare il fatto che la pressione prodotta dal battito delle loro ali era diretta altrove, non c’entrava col moto dei pianeti. Una volta scoperto il trucco…

E -Vedo che le allegorie, da lei definite “trucco”, le sono indigeste

F -Chi sosteneva certe allegorie ovvero la Chiesa, coltivava ignoranza commettendo crimini, sentendosi minacciata

E -Vero. Tralasciamo gli angeli. Ma la scienza moderna non ha cambiato il mondo in meglio, che rimane per addetti ai lavori, se si esclude il clamore sulle vostre scoperte di cui subito ci si dimentica. Siete su un binario cieco, vi inciampate nelle formule

F -Cieco! Lei parla di cecità descrivendo il tentativo della Fisica quantistica di forzare la cassaforte della materia, affermando che è secondario conoscerne l’origine, il come e il quando. Come faccio a descrivere fenomeni senza usare formule?

E -Io sono più modesto. Mi bastano conoscenze maturate millenni fa, risvegli, illuminazioni, realtà invisibili in cui vive una doppia realtà fenomenica, da voi trascurata

F -Mi sembra che la sua conoscenza sia datata, millenni di…buio e di false interpretazioni, ma vi capisco…senza strumenti adatti

E -Sarebbe perfetto se dopo la scoperta della curvatura dello spazio tempo, ovvero della deformazione causata dalla massa degli oggetti  nello spazio tempo le scoperte fossero messe al servizio di altre conoscenze

F -Lei è bene informato. Ma ne abbiamo fin troppe di matasse da sbrogliare per pensare ad altro. La natura si comporta in modo tale che risulta impossibile prevedere cosa succederà in un dato esperimento. Si immagini quanto mi piacerebbe scoprire su due piedi anche il perché di tutta questa meravigliosa baracca. Mi capisce? 

E -Certo, sfere di competenze distinte, ma c’è sempre chi invade il campo altrui e voi avete tracimato

F –I suoi colleghi filosofi avevano stabilito come uno dei requisiti della scienza fosse che nelle stesse condizioni dovesse verificarsi la stessa cosa. Falso. Il fatto è che non succedendo la stessa cosa possiamo trovare solo una media dei risultati. Nella fisica, tutto quello che può succedere succede, è già successo e succederà, e tutti questi eventi, presenti, passati e futuri stanno succedendo allo stesso tempo. Non le sembra abbastanza complicato? I filosofi poi blaterano su cosa sia necessario per la scienza, sbagliando

E -Sbagliata è la vostra nozione di realtà

F -Ma lei cosa intende per reale? Pensa che una bottiglia sia reale? Una vite, una scarpa, secondo lei sono “reali?” Lei ed io siamo reali? Me lo dica, così usciamo dall’equivoco

E -Quello che attiene alla Tradizione non all’effimero; Io parlo di immutabilità, ossia del contrario di ciò che voi indagate

SE HAI VOGLIA DI CONTINUARE A LEGGERE IL RACCONTO CLICCA SU DIALOGO IMMAGINARIO TRA JULIUS EVOLA E RICHARD FEYNMAN, PUBBLICATO DA FONDAZIONE JULIUS EVOLA

alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

Un dipinto inedito eccezionale, di grande suggestione

Quadro di Matilde Izzia.jpgMatilde si muoveva raramente, organizzò un lungo, e per lei faticoso viaggio, e venne a portarmi il quadro, che si vede di fianco,  nella mia casa in Brianza, in provincia di Milano, dove allora abitavo. Insieme al quadro mi portò, però, anche una voluminosa cartella, di quelle grandi, da pittore, con dentro decine di fogli da disegno constudi vari e abbozzi di figure che riguardavano tutti Padre Pio. A quanto ho potuto capire in seguito, osservando quei disegni, in quel periodo, anni 1994-1995, Matilde Izzia deve avere dedicato molta attenzione al “frate con le stigmate”. In quei grandi fogli ci sono abbozzi per una specie di storia dei momenti emblematici della vita del santo: le estasi, le visioni, le stigmate, le guarigioni, Padre Pio che insegna, Padre Pio che soffre, Padre Pio che prega: scene che richiamano le storie popolari come venivano raccontate negli antichi ex voto. Matilde deve aver meditato a lungo sulla vita e sul messaggio di Padre Pio e deve essersi impegnata con passione per cercare modi significativi per raccontarlo con la sua arte. Non so se poi abbia realizzato i quadri abbozzati nei disegni, ma il suo progeera importante e grande. Di tutto questo avrei voluto parlare con Matilde, ma non ho potuto farlo perché, dopo quell’incontro, non l’ho più vista. Non so perché abbia voluto portarmi, insieme al quadro, tutti quei disegni riguardanti la sua ricerca pittorica su di lui. Forse voleva ringraziarmi perché, con i miei libri, avevo contribuito ad aumentare la sua conoscenza di Padre Pio. Può darsi, ma non lo so. E quando guardo il quadro che sta nel mio studio, mi sembra di vedere, accanto alla figura di Padre Pio, Matilde che, con un sorriso dolce ed enigmatico, mi scruta. In quel quadro, Matilde ha ritratto Padre Pio secondo un piano americano. Il religioso tiene le braccia aperte e mostra le stimmate delle sue mani dalle quali escono vistosi rivoli di sangue. È un quadro sereno e gioioso. Il colore dominante è il marrone chiaro del saio francescano, che si spande, come una luce soffusa e discrete, per tutta la tela, anche sul volto del personaggio, che è incorniciato dalla barba bianca e da corti capelli grigi. La testa del santo è appoggiata a una grande croce di luce, intorno alla quale danzano oggetti imprecisati, rotondi, di varie dimensioni, di color marrone chiaro, con al centro macchie bianche, che creano una atmosfera di festa e che potrebbero richiamare presenze soprannaturali, angeli, astri, pianeti e cose del genere. Il volto di Padre Pio è quasi sorridente. Ma di un sorriso che palesa anche un dolore acuto, espresso con la tipica contrazione facciale di chi ha nel corpo una piaga viva, aperta, martellante, e sta attento a  non fare movimenti inopportuni per non accentuare lo spasimo, che però egli non odia, non rifiuta, anzi lo interiorizza, lo vive e vorrei dire lo ama. È un atteggiamento singolare e insieme emblematico. “Trasmette”, secondo me, in modo perfetto, lo stato d’animo del santo. Padre Pio è consapevole che quelle misteriose piaghe, con le quali convive giorno e notte, sono sì un martirio ininterrotto, ma sa che sono anche il mezzo con cui può testimoniare il suo amore per Dio e per il prossimo, come aveva fatto Gesù sulla croce. E poiché il  suo amore per Dio e per il prossimo è grande, immenso, egli affronta quel dolore lancinante abbracciandolo, amandolo, diventando lui stesso “dolore sorridente”.

Renzo Allegri

Non ce l’ho fatta prima. Perdona

Cara Matilde,
Non ce l’ho fatta prima. Perdona. Ho dovuto invecchiare, viaggiare, avere un figlio, Edoardo Simone, che spesso mi chiede: -Ma com’era la tua amica?- Unica, gli rispondo. Gran personaggio, artista incomparabile e incompresa.
Ho mantenuto la promessa che ti feci mille anni fa, quando, davanti a una cotoletta e a mezza mela discutevamo con passione sull’esistenza, sull’insipida società d’allora che avrebbe distrutto ogni autorità e intelligenza, e su cosa avresti trovato nelle tenebre dell’al di là. -Ti aiuto io, Matilde,- ti dicevo, convinto. -Te la faccio fare io una bella mostra. Non ti preoccupare.- Hai dovuto aspettare molto, troppo. Hai dovuto scivolare nella voragine del Nulla. Ora vaghi nel regno delle ombre che tanto ti assillava. Non puoi vederci all’opera, maneggiare, misurare, scegliere le tue opere con cura e ammirazione, lodando la tua arte, unica, potente, incantatrice. Mi pare ancora di sentirti: -Ciao, sono io, che fai stasera? Sei libero o hai le tue donzelle?- E la mia immancabile risposta: -Al solito posto, alla solita ora. Aspettami.-
matildemario2Ho dovuto conoscere Lorens, l’amico Lorenzo Fornaca, l’editore astigiano che ha pubblicato i libri di Aldo, tuo marito. E poi incontrare Gianfranco Cuttica di Revigliasco e suo figlio Cesare, nobili di nome e di fatto. Con loro abbiamo allestito la mostra al complesso monumentale di Bosco Marengo. E poi ancora l’amico Antonio Barbato, ammiratore sia di te che di Aldo. Anche se temeva l’irruenza del tuo Gin Gin credendolo un cane mordace. Li conoscevi tutti e tutti ti apprezzavano, lodando ospitalità e cordialità che sapevi offrire loro con spontaneità, da autentica gentildonna monferrina. Alla lunga lista di amici ora si aggiungono: Maria Rita Mottola, presidente di A.L.E.R.A.M.O. onlus e suo marito Giancarlo Boglietti. Senza il loro intervento la mostra di Moncalvo non ci sarebbe stata. Matisse italiana ti ha definito Roberto Coaloa, giornalista e storico, giovanissimo frequentatore del Romito, in un suo recente articolo apparso sul giornale LIBERO. Altri ancora ammiravano te ed Aldo come Pierangelo Torielli e Luigi Bavagnoli, speleologi, custodi di segreti tesori dei Saraceni, racchiusi nella valle del Guaraldi. Artefice riservata e assidua di un’arte raffinata e potente, ancora oggi tutta da scoprire, sei stata una grande artista misconosciuta, anche se oggi qualcuno comincia ad accorgersi e ad appezzare la tua pittura. Meglio tardi che mai. Che ne è stato delle nostre elucubrazioni sul mondo, l’arte, l’amore, la filosofia e sulla dignità perduta degli esseri? Mah!? nei più rinomati bar di Torino ti facevi tentare dai bignè alla crema e da certi babà al cioccolato. Davanti a quelle squisitezze non resistevi più di un minuto, golosa, e mentre mi chiedevi: -Secondo te mi faranno ingrassare?- Pensavi al regno delle ombre, agli spiriti, a certi fenomeni medianici di cui eri protagonista o spettatrice. E al mistero che crea la vita e la distrugge. Non finivi di chiederti: Perché? Ma è mai possibile tutto questo?!

Mia cara, unica, ineffabile amica, che ne sarà di noi? Forse qualche anima ben disposta  proverà a salvare la tua e la mia arte dall’oblio. Quale il mistero che ci lega ancora dopo anni dalla tua scomparsa? Non saprei dire. Rimane nella memoria una grata immagine, tu splendente di bellezza e vigore con in braccio l’amato Gin Gin, io, esile, impacciato, timido scudiero alla corte del Romito. Ma ora basta, che l’emozione sbarra il passo a sentimenti e volontà più costruttive. Lorenzo, Gianfranco, Cesare, Antonio, Edoardo Simone, Luigi, Maria Rita e Giancarlo hanno raccolto il testimone, promettendo di promuovere la tua arte, facendoti rivivere ancora, serena, attiva, entusiasta dell’esistenza e dei mille misteri nascosti in grembo al caotico intervallo che si chiama …vita.

L’amico Mario al quale riesce impossibile dimenticare te, Aldo e il vostro magico mondo.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE

una selezione delle opere di Matilde Izzia di Ricaldone allestita da A.L.E.R.A.M.O. onlus per il Museo civico di Moncalvo www.aleramonlus.it www.facebook.com/museocivicomoncalvo http://www.facebook.com/aleramonlus

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Mio cugino, per la paura, fuggì a gambe levate

IMG-20160514-WA0009.jpgSarà perché tutti quelli della mia famiglia non ci credevano molto a santi, Madonne, preti e via dicendo che qualcosa dovevamo pur cercare e trovare. La fede non era poi così profonda. Ma mica potevamo stare senza risposte.  Il pallino dell’esoterismo non me lo sono inventato io, era una necessità condivisa della famiglia. Cercare di dare una risposta a interrogativi che opprimevano un po’ tutti: E dopo cosa c’è?  Tutto finito e buona notte ai suonati e suonatori? Quando sta manfrina di vita finisce ci aspetta solo più il buio? Per dare una risposta negli scantinati di palazzo Mellana a Casale organizzavamo sedute spiritiche, pare che lì ci fossero delle concentrazioni di spiriti e di presenze ultraterrene. Mah! Roba seria, perdinci, così seria che una sera mio cugino si prese uno di quegli spaventi che mollò la seduta spiritica a metà e fuggì a gambe levate. Il motivo è che la seduta spiritica stava riuscendo proprio bene.

Domande, solo domande. C’è qualcuno? Qualcosa che ci attende dopo la morte?

Ah! Che ne so? Aldo non sa spiegarmelo. Ho letto libri, articoli, io stessa sono la protagonista di fatti inspiegabili a cui ormai ho fatto l’abitudine. Fatti insoliti, straordinari, episodi paranormali che ho raccolto in un libro. Ma le risposte che voglio sono altre. Quando crepi, dopo morta succede ancora qualcosa o te ne vai nel gran buco nero o vieni parcheggiata momentaneamente in un gran parco spiriti come dice Mario. Per ritornare a nuova vita in seguito. Boh! L’idea del dopo vita mi ha sempre affascinato e tormentato, ho conosciuto anche una persona che ne sapeva parecchio sull’argomento, il giornalista e scrittore Renzo Allegri che ho ricevuto al Romito e sono andata anche a trovare. L’unico che non mi ha delusa, l’unico che mi ha dato alcune risposte ma non ha chiarito tutte le mie incertezze. Gli ho voluto fare un regalo. Insieme alla tela gli ho portato i disegni preparatori. Il soggetto è Padre Pio da Pietrelcina. So che il dipinto gli è piaciuto molto e ha anche scritto qualcosa sull’argomento.

allegriRenzo Allegri racconta come incontrò Matilde Izzia e cosa avvenne in seguito: –Al primo “contatto fisico” con le sue opera  ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a una vera, straordinaria artista. In seguito, conoscendola meglio, capii che le mie intuizioni erano ben fondate. Matilde Izzia, come pittrice, ebbe una formazione rigorosa e ad alto livello. Nel mio studio tengo un quadro che raffigura San Pio da Pietrelcina. È appeso al centro di una vasta libreria, sulla parete di fronte al mio tavolo da lavoro. È un olio di un metro per ottanta centimetri, dipinto appositamente per me, nel 1994, da Matilde Izzia di Ricaldone. Ogni volta che stacco il mio sguardo dalla tastiera del computer o dalle pagine di un libro, alzando la testa, inevitabilmente poso lo sguardo su quel quadro, e provo una strana sensazione, che non saprei come definire, ma che è simile a una “sensazione di amicizia”. Ritengo sia dovuta al fatto che vedo il volto di una persona, Padre Pio, alla quale, nel corso della mia lunga carriera di giornalista, e per ragioni misteriose e curiose, insieme, ho dedicato centinaia di articoli e anche una decina di libri che sono stati tradotti in giro per il mondo. Quindi, ho avuto, con questa persona, e, dopo la sua morte, con la sua memoria, una lunga consuetudine che ha fatto nascere spontaneamente il legame di una vera e profonda amicizia.  In questa sensazione è, però, coinvolta anche l’autrice del quadro,  Matilde Izzia, una pittrice piemontese, che avevo conosciuto per altre  ragioni.-  Brano tratto da: I TESORI DELLA VALLE DI TUFO

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

DONNADONNE – ARTE AL FEMMINILE
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Ci sarà finalmente! Una mostra delle mie tele. Dopo così tanti anni!

aaaaaa Sacra Famiglia con sant'Orsola.jpgUna selezione di ritratti femminili, ce ne sono così tanti nella mia produzione. A Moncalvo, la città che ho amato e frequentato per anni. Su e giù per la Fracia, dentro il dedalo di strette vie a saliscendi. Per disegnare, rilevare scorci, vedute di palazzi e chiese. Sarà una bella mostra organizzata da ALERAMO, e la sede non poteva essere più prestigiosa: il museo civico di Moncalvo! Accanto alle tele di una delle mie pittrici preferite: Orsola Maddalena Caccia, suora e badessa dell’ex convento di Moncalvo fondato dallo stesso padre. 
Cosa ci potrebbe unire a quattrocento anni di distanza, visto che i soggetti ispiratori sono completamente diversi. I temi sacri, a parte una grande tela dipinta quand’ero giovane e gli affreschi della chiesetta di Castel Boglione, non affollano la mia produzione. Eppure c’è qualcosa che lega la grande artista monferrina e me. Oh! Al diavolo l’immodestia! Il punto di contatto esiste, ed è evidente e non poteva che essere caccia fiorila passione per la natura, l’amore per i fiori, gli uccelli, Immagine 25 luglio 137.jpgle piccole creature che popolano prati e boschi delle nostre colline. Foglie, piante, erbe, steli e petali, la natura nei suoi particolari. Così lei vede e dipinge con accuratezza e grande attenzione vasi, fiori, uccelli, foglie, facendoli rivivere di una seconda vita, tanto sembrano reali e pitturati con cura. Anch’io li ho dipinti, anche se con esito diverso, ma l’ispirazione, chiamiamola così tanto per capirci, è identica: l’attenzione verso questi soggetti “minimi”. Mi piace pensarlo. Unite nell’amore per la natura. A quattro secoli di distanza, anche se la mia pittura vive di altre ispirazioni, è sorretta da altre energie, e si sviluppa seguendo differenti direzioni. Ma amore e rispetto verso madre natura sono gli stessi. Non per niente non farei del male a una formica.

Museo civico di Moncalvo 4 giugno – 31 luglio 2016

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Qualcosa di strano sta per succedermi, lo sento.

genitori matilde.jpgStavo piegando della biancheria che mi aveva portato Giovanna, la donna che lava e stira e viene a fare qualche pulizia. Qualcosa di strano sta per succedermi, lo sento. Una sensazione indefinibile a me ben nota, simile a quelle che ogni tanto mi capitano fra capo e collo quando sono spettatrice di un fenomeno paranormale, lo stesso genere. Sono nella camera da letto del Romito. E mi appare, nella penombra. Mio padre. No, non è un sogno, perché ho in mano la biancheria, che poso sul bordo del letto, stupefatta. Ho un preciso contatto con la realtà, con la stanza, la luce che filtra da fuori. Mio padre è morto da tempo, ci volevamo un gran bene. Mi comprendeva, mi aiutava, mi diceva: continua a dipingere Tildin, se ti piace. Mio padre era siciliano, di Vittoria, Ragusa. Mi vengono le lacrime. Ci siamo voluti un gran bene. Gli piaceva che io dipingessi. -Papà…come hai…- mormoro. Lui fa cenno col capo di tacere, sta per parlarmi. Non ho le traveggole. Lo fa a stento, ma lo capisco in modo chiaro. -Non sai che cosa ho attraversato, e cos’ho dovuto fare per venire a trovarti…non sai…Tildin, ho poco tempo…- mi rinfranca, mi consola, di non preoccuparmi, e poi dice qualcosa che riguarda la mamma, ancora viva…quindi la sua figura, prossima alla testiera del letto, svanisce e io mi appoggio all’armadio, son felice di averlo visto, rammaricata per la brevità dell’incontro…ma era lui, papà, che ha mantenuto la promessa di venirmi a trovare dopo la sua morte…non è stato un sogno, no. Non so neanch’io cosa pensare. Mi ha lasciato un gran senso di pace.