l'orrore puro si chiamava Lovecraft? (3)

Le infermitá, lo squilibrio mentale, infine la follia, prima del padre, poi della madre, che, a causa della sua crudele possessivitá, dopo la morte del marito, diceva al figliolo: Non andare a giocare con gli altri, sei troppo brutto, rimani a casa… Bizzarrie, costrizioni, sentimento materno distorto, fattori che devono aver agito sulla fantasia e sulla psiche del giovane e gracile Lovecraft, infatti precoci esaurimenti nervosi e un gran mal di testa lo perseguiteranno (dopo una rovinosa caduta da una impalcatura). Ci penseranno alcune sue zie a stargli vicino. Riusciva a sopravvivere con 15 dollari a settimana. Innamorato dell’antico, cordialmente aborriva il  mondo moderno, la civiltá della metropoli, meccanica e scientifica, “creazione mostruosa e artificiale” la definiva, “che non si tradurrá mai in arte o religione”. Era solito girare a piedi o in bicicletta. Si definiva ateo di ascendenza puritana. Lovecraft narrerá di incubi, e di horror declinandoli all’infinito; saranno questi i temi eminenti della sua imponente produzione letteraria, per certi versi ancora da vagliare e apprezzare appieno.

In ALLE MONTAGNE DELLA FOLLIA la mente di alcuni esploratori svanisce, annichilita e poi distrutta da innominabili orrori, prima temuti, poi manifesti in tutta la loro blasfema crudezza. Incubi paventati che si materializzano, andando ben oltre l’immaginato, con tutto l’orrore possibile, alla vista di atroci massacri, nelle lande remote di un antartico malvagio e pauroso.
Lovecraft scrive di incubi, attorno ci mette una cornice fitta di riferimenti scientifici, archeologici, inventando una vicenda capace di mutare l’improbabile e l’assurdo in verosimile fantastico, la sua abilitá risiede appunto nel farcelo credere, dosando sapientemente suspense e rivelazioni. Potrebbe essere “solo” la storia di un fumetto d’autore, invece la vicenda si iscrive a pieno titolo nella vera letteratura. Inventando una cittá abbandonata nell’abisso del tempo, una mostruosa, smisurata area geografica disertata da razze non umane. Prosa colta, talvolta ripetitiva, a tratti, arcaica, la sua. Sul diario di un membro della spedizione fa scrivere: È del tutto contro la mia volontá che mi accingo a spiegare i motivi per oppormi alla contemplata invasione dell’antartico, all’estesa ricerca di fossili, alla trivellazione su larga scala ed allo scioglimento di vaste zone della calotta ghiacciata. Sono anche riluttante a farlo perché i miei ammonimenti potrebbero riuscire vani. I fatti, come dovró rivelarli, saranno difficilmente creduti…Danforth era un accanito lettore di materiale bizzarro ed aveva parlato a lungo di Poe. Anch’io ero interessato a motivo dello scenario antartico dell’unico lungo racconto di Poe, il conturbante ed enigmatico Gordon Pym…Lake era stranamente convinto che la traccia fosse quella di qualche organismo voluminoso, sconosciuto e assolutamente inclassificcabile, di evoluzione considerevolmente avanzata…
Da quello spettacolo derivava un senso di stupenda segretezza e di potenziale rivelazione. Era come se queste cuspidi da incubo fungessero da piloni di uno spaventoso ingresso nelle sfere proibite dei sogni, nei complessi golfi del tempo remoto, dello spazio e dell’ultradimensionalitá. Non potevo trattenermi dal pensare che erano cose malvage, montagne della follia, i cui pendii piú lontani dominassero qualche maledetto abisso finale. Lo sfondo semilucido di nubi in fermento richiamava alla mente cose vaghe ed eteree, piú che ultraterrene spaziali, e ricordava in modo agghiacciante l’estrema lontananza, la separazione, la desolazione e la morte di ére infinite di questo inviolato e smisurato mondo australe.
..Il tremendo significato sta in ció che non ardimmo dire; e che non direi adesso se non sentissi il bisogno di mettere altri in guardia contro terrori inconcepibili…
La maestria di Lovecraft non risiede tanto nella descrizione dell’orrore di corpi straziati e smembrati di uomini e di cani da slitta, quanto nel suggerire, nel far temere e indurre a immaginare un orrore immanente, in agguato, un destino-passato ineludibile e tragico della spedizione in antartico.

Sono pagine magistrali anche perché dettagliate nella descrizione minuziosa e imaginifica di labirintiche caverne, costruzioni, edifici, architetture, scenografie in cui fanno da sfondo paesaggi aspri, desolati, maledetti, in cui hanno vissuto misteriosi esemplari biologici, infernali organismi archeani. Gli esploratori non si daranno pace sino a quando non si spiegheranno la presenza di quella strana “steatite verdastra” e di certe misteriose tracce triangolari. Ancora dal diario di bordo dello stesso esploratore si legge: È adesso mio terribile dovere ampliare quel racconto colmando le pietose omissioni con accenni a ció che veramente vedemmo nel misterioso mondo di lá dai monti, accenni alle rivelazioni che causarono il collasso nervoso di Danforth. …Da parte mia non posso che ripetere i suoi sconnessi bisbigli circa ció che aveva causato le sue urla, subito dopo quel reale e tangibile choc che subii io pure sussurratimi mentre l’aeroplano sorvolava quel passo torturato dal vento sulla via del ritorno. Questa sará la mia ultima parola. Se i segni evidenti di antichi orrori sopravvissuti di cui diró non saranno sufficienti a distogliere gli altri dall’interessarsi dell’Antartico piú interno, o per lo meno dal frugare troppo a fondo in quella landa di segreti proibiti e disumani e di desolazione immemorbile, non sará mia la responsabilitá di sciagure senza nome e forse senza limiti….Tutti i contorni, le dimensioni, le proporzioni, le decorazioni e le particolaritá costruttive di quel blasfemo ed arcaico monumento di pietra avevano qualcosa di vagamente ma profondamente disumano. Ci rendemmo conto presto, da ció che le sculture rivelavano, che quella mostruosa cittá era vecchi di milioni di anni…Ma chi aveva infine abitato la sterminata cittá estinta da tempo immemore?…I Grandi Esseri antichi dalla testa stellata filtrati giú dalle stelle quando la Terra era giovane, esseri la cui sostanza era il risultato di un’evoluzione estranea alla terra…esseri che attraversavano l’etere interstellare con l’aiuto di grandi ali membranose…

Niente male per essere “solo” un racconto di fanta horror. Con LE MONTAGNE DELLA FOLLIA Lovecraft sdogana definitivamente il genere fantastico horror facendogli assumere vera, autentica, e definitiva dignitá letteraria, se mai ce ne fosse stata necessitá, collocandosi degnamente fra i maestri del genere (pur con tutte le diverse connotazioni, variazioni sul tema e sfumature) come Ann Radcliffe, Mary Wollstonecraft Shelley, Fitz-James O’Brien, Robert Louis Stevenson, Edgar Allan Poe, Guy de Maupassant.

l'orrore puro si chiamava Lovecraft? (2)

Aveva lasciato credere a sua moglie di averle concesso il divorzio.  Ma lo scioglimento del legame non fu mai formalizzato legalmente, sebbene lo scrittore le avesse assicurato che le pratiche erano state presentate, non firmò mai il decreto finale. Una “stranezza” di Lovecraft, fra le tante, come quella di aver sposato Sonja Simonovna Šafirkin  un’ebrea brillante e imprenditrice di successo, di origine ucraina, nonostante i sentimenti dichiaratamente antisemiti dello scrittore. Tralascio le vicissitudini casalinghe di Lovecraft per tornare al nocciolo della sua arte. A questo proposito non ha osato tanto nemmeno Edgar Allan Poe, capostipite e maestro indiscusso dell’horror, suggerendo e inducendo angoscia e incubo, ma rispettando certi limiti. Lovecraft, al contrario, osa l’inosabile non rispettando alcun limite (anche se azzardato il riferimento mi viene in mente il marchese De Sade che di limiti proprio non sa che farsene.) Soggetti, odori, situazioni, ambienti e pensieri non lasciano dubbi, non potrebbero essere piú espliciti, e spesso rivoltanti, egli abbatte le pareti che isolano in zona off limits dannazione, necrofilia, perdizione e insania mentale. Li rende soggetto dei suoi lavori. Cala sul tavolo della narrazione carte estreme, delineando spesso situazioni e propensioni che rimandano al patologico. Alcuni suoi racconti potrebbero rientrare a buon titolo in una raccolta di casi clinici. Lovecraft inoltre è i suoi personaggi, Lovecraft esorcizza il suo demone facendolo rivivere nelle sue pagine, ora è un nobile ufficiale tedesco superstite che sta colando a picco col suo sommergibile, ora l’ultimo discendente di una stirpe maledetta che rimira con gioia golosa la bara in cui desidera calarsi, ora il becchino che sale su una pila di bare che si sfasciano sotto il suo peso, ora il necrofilo che ama stringere a sé cadaveri nudi e fetidi, (cosí scrive lui stesso) ora il demone che si cela nel lupo zoppicante che assale improvvidi visitatori nella casa del bosco. Storie manifestamente speculari all’insofferenza di Lovecraft per il quotidiano, il “normale”, per l’insopportabile opacitá che riveste le cose e gli uomini ordinari; infatti scrive nella prima pagina del racconto LA TOMBA:…. È una vera sciagura che la gran massa dell’umanitá possegga una visione mentale troppo ristretta per valutare con obiettivitá e intelligenza quei rari e particolari fenomeni -visti e percepiti esclusivamente da una minoranza di individui psicologicamente sensibili-che trascendono l’esperienza ordinaria. Gli uomini di piú vasto intelletto ben sanno che non esiste una netta distinzione tra il reale e l’irreale, e che tutte le cose devono la loro apparenza soltanto ai fallaci mezzi mentali e psichici di cui l’individuo è dotato, attraverso i quali prende coscenza del mondo. Il prosaico materialismo della maggioranza condanna invece quei lampi di una visione superiore che penetrano il velo comune dell’ovvio empirismo, classificandoli come manifestazioni di follia.

Mi chiamo Jervas Dudley e, fin dalla primissima infanzia, sono stato un sognatore e un visonario. Lovecraft dirá in seguito: «Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.» Ovvero traspare una lucida non accettazione della banalitá del quotidiano e il desiderio timore-orrore di aprirsi a quell’abisso cosmico in cui si annidano impensabili insidie per gli umani. Di rilievo la nota in calce a LA TOMBA (pubblicata da Tascabili economici Newton) che aggiunge: Il protagonista, Jervas Dudley, è il primo degli avatar letterari nei quali Lovecraft fotocopierá ossessivamente la propria stessa figura di estraneo al mondo triviale, antiestetico, stolidamente noioso dell’esistenza comune.

All’inizio dello stesso racconto un verso di Virgilio: Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora. Caratteristica riscontrabile in personaggi e situazioni delle sue molte opere: la creazione di “assurditá” verosimili; ovvero la trasposizione sulle pagine di incubi e ossessioni genuine, proprio questa è la chiave per interpretare e amare le opere di Lovecraft. La non finzione, la sinceritá dell’incubo verace messa su carta. Qualsiasi altro narratore, rivelando temi e argomenti simili, alla base della sua narrazione, correrebbe il rischio di apparire esagerato, enfatico e per questo non credibile.
Molti biografi hanno attribuito a Lovecraft tratti del disturbo schizoide di personalità o della sindrome di Asperger. 

l'orrore puro si chiamava Lovecraft?

Quando The LOVED DEAD apparve con la firma di C.M. Eddy, sul numero di maggio- giugno-luglio 1924 di Weird Tales, la rivista venne pesantemente criticata, e, in certe zone degli Stati Uniti, tolta dalle edicole: l’urtante tema necrofilo del racconto aveva infatti ferito la sensibilitá dei benpensanti. Si legge in una nota del bel libretto pubblicato nella collana I TASCABILI NEWTON COMPTON. Tre evviva per questa casa editrice che al costo di un caffè mi faceva conoscere l’autore americano. Tornando alla nota: io non amo i benpensanti, diciamo che mi sono indifferenti, di solito fanno rima con retrivo, codino, reazionario, peró, in questo caso, magari qualche striminzita ragione ce l’hanno. Devi essere di stomaco molto forte per leggere I CARI ESTINTI di Howard Phillips Lovecraft che le immagini ritraggono con la faccia lunga, cavallina, con una espressione indecifrabile stampata in viso. Presentando il volume TUTTI I ROMANZI E RACCONTI la stessa casa editrice scrive: Il terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard R. Lovecraft è raccolto in queste pagine.

Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L’uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la dimensione dell’essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l’unico modo per esorcizzarli. Incubi, sogni e miti creati da un maestro dell’orrore e del fantasy per turbare le notti dei lettori. In questo volume è presentata tutta la produzione del “solitario di Providence”, compresi capolavori famosi che ancora oggi ispirano scrittori e sceneggiatori, come “Le montagne della follia”, “Lo strano caso di Charles Dexter Ward”, “L’orrore di Dunwich”, “La ricerca onirica dello Sconosciuto Kadath”.
Pensavo che dopo aver letto LE HORLA di quel maestro che si chiama GUY DE MAUPASSANT, non potessero esistere orrori ulteriori, e invece sí, essi esistono, sotto altre configurazioni. Lovecraft ce li spiattella sulle sue pagine, nella loro inumana crudezza, nella loro (ahimé) possibilitá di attuazione, emendando poi il protagonista come nel caso di questo racconto con un gesto insano e risolutore. Orrore dell’ignoto, il corollario di defunti, bare, fosse, cimiteri, sono riscontrabili in certi eccezionali racconti dello scrittore americano. Dove l’arte della narrazione fa tuttuno con la cronaca di incubi intollerabili, di terrori innominabili, con esistenze senza luce, destinate ad abortire la vita che li rifiuta e che essi rifiutano. Un esempio, fra i moltissimi: Mi insediai nella camera ardente in cui giaceva mia madre con l’anima assetata del nettare diabolico che pareva saturare l’aria buia. Ogni respiro mi rafforzava , mi sollevava ad altezze inaudite di soddisfazione e d’estasi.

Scomodare Freud e Jung mi sembra il minimo da farsi. Non credo che vi azzardiate a consigliare la lettura di certi suoi racconti quando scrive:..Sapevo inoltre che, per una strana maledizione diabolica, la mia vita attingeva dai morti la sua forza; che nel mio essere qualcosa di singolare reagiva solo alla tremenda presenza di un cadavere. Ma LOVECRAFT va oltre dicendo: il signor Gresham arrivó prima del solito e mi trovó sdraiato su un freddo tavolo mortuario, immerso in un sonno pesante da vampiro. Le braccia strette attorno al corpo nudo e rigido di un cadavere ormai fetido. Il titolare delle pompe funebri mi destó da sogni lascivi…Penso che tu abbia fantasia sufficiente, come me, per capire cosa ci faceva coi cadaveri.
Scrive nostra sorella Wikipedia il 4, 1 – 2016 : Il timore dell’ignoto e dell’inconscibile pervade i lavori di Lovecraft, cosí come la nera depressione pervadeva i lavori di Edgar Allan Poe… Lovecraft temeva che questo significasse che anch’egli fosse mentalmente instabile. Un timore che permea il suo lavoro, con maledizioni ancestrali e sconosciute ereditá condannanti i suoi protagonisti.

Sarei crollato se non se non avessi potuto provare di nuovo l’ebbrezza che soltanto la vicinanza dei defunti poteva darmi… Ti risparmio la fine di questo afasica, ipnotica narrazione, scritta da un condannato.
Scrive Salvatore Liguori: C’è una cosa che non vi abbiamo detto: in molte delle lettere che scambiava con altri amici autori, Lovecraft dichiarò che si era ispirato per le sue storie ai propri incubi. Infatti la figura dell’artista o dell’intellettuale che per via della sua naturale empatia riusciva a entrare in connessione con le realtà dell’orrore cosmico, e quindi impazzire, è molto comune. E questo ci lascia con un dubbio…Se fosse tutto vero? “Ya Ya Cthulhu Fhtang!”
Una riflessione la voglio ancora fare pensando anche che Lovecraft meriti altri post: All’ombra costante dell’angoscia, col timore di essere afflitto da malattie mentali sempre in agguato, sicuramente instabile dal punto di vista psico emotivo, Lovecraft scrive i suoi capolavori, come De Maupassant, come Poe, indagando nel mondo dell’incubo, rivitalizzando quelle lamie che egli temeva volessero annientarlo, materializzando, per tentare l’esorcismo, angosce e incubi, in compagnia di lutto, orrore, demoni e morte. La “malattia” di questi autori si fa grande arte, si fa premonizione e annuncio della nostra epoca di disvalori e caos. Il loro “male” fa rima con angoscia cosmica, smarrimento davanti al vuoto del creato, alta letteratura e consapevolezza. Del resto fu proprio Poe a scrivere in Eleonora, 1841: «Mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia sia o non sia la più elevata forma d’intelligenza, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non derivi da una malattia del pensiero, da umori esaltati della mente a spese dell’intelletto generale.»

accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (1)

E fu subito processo, l’accusa riguardava oscenitá e pornografia. Si sa che negli Stati Uniti queste cose vengono prese sul serio. Ottanta anni fa quelle pagine causarono vero scandalo, furono ritenute oscene e scabrose. I romanzi divennero famosi, oltre che per la loro esplicita e spesso accurata descrizione del sesso, anche per la prosa colta, corrosiva ed elaborata, una prosa che fa diventare TROPICO DEL CANCRO («Il libro più tremendo, più sordido, più veritiero che abbia mai letto; al suo confronto l’Ulisse di Joyce sa di limonata», così Jack Kahane definisce Tropico del Cancro, primo romanzo di Henry Miller) , suito dopo ci fu TROPICO DEL CAPRICORNO, due incontestabili capolavori letterari del ventesimo secolo. Qualche esempio non guasta, per introdurre l’argomento, tratto da: TROPICO DEL CAPRICORNO leggo: la ninfomane Paula ha l’andatura sciolta e slegata del sesso a doppia canna… Ecco l’incarnazione dell’allucinazione del sesso, la ninfa marina che si torce nelle braccia del maniaco…
…Fra i tentacoli spenzolanti scintilla e sfolgora la luce poi rompe in una cascata di sperma e acqua di rose…Una piovra d’oro sciropposa coi giunti di gomma e gli zoccoli fusi, il sesso disfatto e intrecciato a nodo…

Nella musica c’è sparso veleno da topi, …la musica e come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio. …Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto… Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra…La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate…Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…
Prosa sulfurea, dico io, immersa nel mondo nuovo e (subito) profondamente degradato e irriconoscibile, sviluppatosi oltreoceano. Non è per capriccio o bizzarria che voglio confrontare quella prosa nuova e “scandalosa” condannata e sequestrata, (siamo negli anni ’50) con questo tipo di prosa, risalente alla fine dell’Ottocento. Appartiene a José Maria de Eça de Queiroz, considerato da Emile Zola superiore a Flaubert e definito il Proust portoghese, ma lasciamo stare le etichette che possono confondere.

I brani son tratti da L’ILLUSTRE CASATA RAMIRES, uno dei suoi capolavori:
Pur non venendo come lui da una casa di altissimo lignaggio, anteriore al regno, del miglior sangue dei re goti, non si poteva peró negare che André Cavalaiero fosse un ragazzo di ottima famiglia. Era figlio di un generale, nipote di un consigliere di Stato, aveva un blasone genuino sul Palazzo di Corinde. Con ricche terre intorno ottimamente coltivate e libere da ipoteche …inoltre nipote di Rei Gomes, uno dei capi del partito Storico, al quale si era iscritto anche lui fin dal secondo anno di universitá. La sua carriera era sicura e sarebbe stata brillante sia in politica che in amministrazione. E infine Gracinha amava svisceratamente quei baffoni rilucenti, le forti spalle da ercole educato, il fiero portamento che sembrava rivestirgli il petto di una corazza, e che veramente impressionava. Al contrario, lei era piccola e fragile con gli occhi timidi e verdi che il sorriso inumidiva e illanguidiva, la pelle trasparente come finissima porcellana e magnifici capelli piú lucidi e neri della coda di un puledro da battaglia, che le scendevano fino ai piedi e nei quali poteva avvolgersi tutta, cosí delicata e piccina com’era…..la chitarra risuonó nel corridoio, accompagnata dai passi pesanti di Gouveia E il Fado riprese sempre piú dolce e glorificatore:
O vecchia casa Ramires
fiore e gloria del Portogallo

…La sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. E sul marmo dei tavolini di servizio brillavano i residui opulenti della famosa argenteria di casa Ramires, che Bento costantemente strofinava e lucidava con cura amorosa.
….Gonzalo, specialmente d’estate, faceva colazione e pranzava sempre nella fresca e luminosa veranda, dove dalle stuoie ben tese partivano fino a mezzo muro le lucide piastrelle di ceramica del secolo XVIII. In un angolo, un ampio divano di vimini coi cuscini di damasco invitava alle delizie del sigaro…

Nel prossimo post cerco di spiegare, a volte le cose ovvie possono sembrarae strane, il perché di questo confronto.

c’erano rape, sesso, Dio e l’auto nuova?

Le rape fanno gola a molti. Cosa c’è di più succulento? Per le rape si arriva alla zuffa, del resto è l’unico cibo reperibile nel raggio di 20 miglia. Il loro legittimo e momentaneo proprietario vorrebbe legare al letto la sua sposa dodicenne, ritrosa bambina dai cappelli d’oro, spaurita al punto da negarsi ai desideri legittimi del marito. Così egli viene a chiedere consiglio al suocero il quale, attirato dalle rape, gli piomberà addosso per divorare quel bendidio. Nel frattempo, la cognata del proprietario delle rape, orrida maschera dal labbro spaccato, dà spettacolo, strofinandosi addosso a costui, affamata di sesso e rape.

Intanto c’è qualcuno che spara pallonate contro una parete, schiodando le tavole di casa sua. È il fratello della bambina sposa e della ragazza dalla faccia di coniglio. Si chiama Dude, è un po’ tonto e verrà sposato a forza a una predicatrice mignotta e senza naso. Gli altri personaggi non si elevano al di sopra di questi disperati senza futuro e nemmeno l’incendio finale riuscirà a purificare la prospettiva di quelle vite miserrime. La storia l’ha scritta il grande Erskine Caldwell. LA VIA DEL TABACCO è il ritratto duro e inesorabile di una parte d’America in panne, ai tempi della grande crisi. Campi di cotone della Georgia ormai abbandonati, miseria sociale, umana, futuro negato e fame. Perché riparlarne? Perché nei mattoni che hanno fatto la grandezza dell’America odierna ci sono anche o soprattutto loro, disperati e perdenti, appartenenti a livelli psicologici sub umani. Risulta quindi talvolta arduo rintracciare i semi generativi della grandezza di quella nuova civiltà. (o suo surrogato) Soprattutto se pensiamo a UOMINI E TOPI, a IL GRANDE GATSBY, all’inarrestabile opera di devastazione che si avverte ne LA GRANDE FORESTA di Faulkner, o ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA. Una crisi di valori, sociale, umana e psicologica e una miseria di anime senza precedenti accompagna e (inquina?) la fondazione dell’impero a stelle e a strisce.

Caldwell è implacabile nel ritrarre il degrado. E sotto questa luce che intendiamo, ad esempio, ricercare la figura di Dio. Se ne parla spesso, viene tirato in ballo a sproposito, ci si riempie la bocca col suo nome; mal compreso e usato per secondi fini. Dio esce piuttosto malconcio dalla vicenda, subendo un declassamento significativo. Il Dio de LA VIA DEL TABACCO è un’entità funzionale, figura da esortare e da rimbrottare se le cose non vanno per il verso sperato. Un Dio elementare, utilitaristico, scevro di profondità. Entità alla portata di tutti che permette ingiustizie e soprusi e che include, fra i suoi infimi ministri, figure come sorella Bessie, predicatrice ninfomane che impalma il ragazzo un po’ tonto, promettendogli che gli farà suonare la tromba della sua nuova auto. Esempi eloquenti del declassamento di Dio ce ne sono in abbondanza: Il Signore dovrebbe dire al diavolo di andarsene e di smettere di tentare i buoni…Forse se parlassi io stessa a Pearl invece di raccomandarla a Dio, dormirebbe con suo marito nel letto. Forse io so più di Dio quello che conviene dirle. Il Signore mi diceva che dovrei trovarmi un altro marito…Il Signore potrebbe trasformare anche mio marito in un predicatore e si viaggerebbe tutte e due diffondendo il Vangelo…il Signore ed io potremmo insegnargli come si predica. Non è difficile, quando ci si è fatta la mano. Dovrai aspettare che domandi a Dio se vai bene. Dio è un po’ difficile quando si tratta dei suoi predicatori, specie se devono sposare le sue predicatrici. Il Signore aveva maledetto questa casa disse Bessie. Non ha voluto che rimanesse ancora in piedi. Benedetto sia  il Signore….Ma ci sono altri protagonisti sulla VIA DEL TABACCO ormai dismessa. Protagonisti muti, come la vecchia nonna che sarà uccisa dall’improvvisa retromarcia dell’auto guidata dal nipote. Una morte che corrisponde perfettamente alla sua vita: silenziosa, condotta in solitudine nel mutismo totale. La nonna: non conosciamo nulla di lei, sappiamo solo che ha fame, che vede, sente, soffre e osserva come tutti gli altri, e che anche lei ama l’auto; la nonna è quasi un oggetto a cui nessuno bada, come l’auto, che invece tutti amano, tanto grande è la sua retrocessione esistenziale nell’ambito della comunità; deve badare a sé stessa, la nonna, senza un lamento. Alla nonna, corrisponde in positivo un altro soggetto, una protagonista non umana, di grande spicco e provvista di vita autonoma. Una Ford sportiva da 800 dollari, concupita da tutti, L’auto è l’oggetto meraviglioso che affascina. Il futuro, la promessa e il dono. Nera, nuova, fiammante, simbolo verace della nuova America. L’auto verrà, dopo alcuni giorni di vita, guastata per imperizia, dopo essere stata lucidata con le lunghe gonne da tutte le donne. Nulla e nessuno si salva su LA VIA DEL TABACCO. Con le balestre malandate, la carrozzeria ammaccata, la tappezzeria strappata, l’auto rappresenta il vero e unico futuro per quei disgraziati. Catalizzatrice di sogni e aspirazioni. Dea concupita al culmine del desiderio, in grado di sconfiggere Dio. Vero e unico simbolo al cui richiamo nessuno resiste.

E se il suo destino fosse quello di sostituire proprio Dio? Posseggo una edizione a cui ho incollato la copertina, che sbrindellata, cadeva a pezzi, un’edizione vintage, si direbbe oggi, pubblicata da Mondadori su licenza di Einaudi, nel 1960. I libri del Pavone. Traduzione di Maria Martone. Costava 250 lire e, fra le perle della collana cui appartiene, ci sono i 49 RACCONTI di Hemingway e IL MAGO di Maugham.

c’erano i libri?

Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?

Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,

l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religiosopolitico e delle strutture economiche.

Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del  conte polacco Jan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.

Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.