c’era il Fantastico?

Si fa presto a dire fantastico! Un viaggio, un pranzo, un amico, possono riuscire fantastici, o un programma tv, come quello del 6 ottobre 1979 quando andò in onda la 1ª di dodici puntate di “Fantastico”, condotto da Loretta Goggi e Beppe Grillo con Heather Parisi. Quanta acqua sotto i ponti! dirai. Ma niente di tutto questo c’entra col nostro fantastico, e allora cosa? Il Fantastico è qui soggetto eminente di un’opera singolare che si legge come un romanzo d’avventura. Edita da Solfanelli in onore dei 60 anni di attività di Gianfranco de Turris, noto internazionalmente per essere uno dei più accreditati conoscitori di questa osmotica materia. Il Viaggiatore Immobile, a cura di Andrea Gualchierotti, alla seconda edizione riveduta e ampliata – e già si parla di una terza ristampa – tratta di un altro genere di Fantastico, che questa volta non rima con meraviglioso, favoloso, sensazionale o formidabile, ma col quotidiano. A definire il Fantastico in questa sede ci aiutano i giornalisti Louis Pauwels e Jacques Bergier, autori de Le Matin des magiciens, opera del ‘60. Ecco cosa dicono: “il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi…” Cose astruse? Affatto, perché ci toccano da vicino più di quanto pensi. Fantasy, fantascienza, fantastico, science fiction e via dicendo: solo alcuni dei termini descriventi una dimensione che fa dell’onirico e del virtuale una eventualità possibile; quanti milioni di persone si sono incollate agli schermi, soggiogate dalle vicende di Odissea 2001 nello spazio, Blade Runner, Interstellar, Ex Machina, famose pellicole cult che rivelano tuttavia inquietudini riflesse e prospettive potenziali di un futuro possibile: di intelligenza artificiale  si imbottiscono ormai anche i materassi. Punto di forza de Il Viaggiatore Immobile una serie di testimonianze autografe imperniate sulla figura di Gianfranco de Turris, che descrivono un’avventura pluridecennale di cui non si percepisce la fine, perché il fantastico nasce e vive con noi, inossidabile compagno di ogni vicenda umana, in forza del suo significato: rappresentare la parte più autentica che è sogno, desiderio dell’ulteriore, fuga dal quotidiano. 

Così la “rivelazione dell’inconsistenza ultima della realtàsi legge nel libro, fa pensare. Tolkien, Lovecraft, Evola, Meyrink, Jung, sono i nomi che più compaiono, in una fitta sequenza di amarcord talvolta accorati, fatti di date, incontri e scontri, ricordi di tumultuose avventure editoriali e filosofico letterarie; contigue alla politica, esse sono apportatrici di nuove idee e interpretazioni del quotidiano,  conquistate con fatica e lotta. Al centro di questa avventura c’è lui, il viaggiatore immobile, ovvero Gianfranco De Turris, amato e osannato, o vilipeso e osteggiato, sempre scomodo, perché granitico nelle sue idee “scomode”, ingombrante presenza fuori dal coro, sempre. Dai numerosi interventi offerti dall’opera, che si legge come un racconto avventuroso, uno significativo, quello di Chiara Nejrotti tratto dal capitolo Nostalgia del sacro e critica alla modernità, l’opera di J.R.R. Tolkien: Negli anni Settanta del secolo scorso Gianfranco de Turris, insieme a Sebastiano Fusco, propose un’interpretazione simbolica del fantastico che si dimostrò particolarmente feconda nell’indicare chiavi di lettura e significati, che probabilmente sarebbero rimasti nascosti secondo analisi meramente letterarie o di stampo strutturalistico, così in voga in quegli anni. Egli, infatti, indicò per primo in Italia il legame esistente tra mito, epica e letteratura fantastica, mostrando come quest’ultimafosse l’erede – più o meno consapevole – delle prime due e, per suo tramite, si manifestasse, nell’epoca del modernismo razionalista e del disincanto, una autentica e, a prima vista insospettata, “nostalgia del sacro…”

Nelle immagini: dipinto di Julius Evola e la copertina dell’opera.

il viaggiatore immobile

(…) “come tutti, combatto quotidianamente con la Realtà, che mi diventa sempre più insopportabile per come è stata resa artificiosamente complicata e totalmente inumana.”
GdT

Un’opera singolare edita da Solfanelli: Il Viaggiatore Immobile, a cura di Andrea Gualchierotti, è alla seconda edizione riveduta e ampliata, e già si parla di una terza ristampa. Qualche motivo deve pur esserci. Il gran nocchiere, suo principale attore, scrutatore degli abissi del reale, attende. Oggi c’è bonaccia. Non è fisico il suo sguardo ma interiore. Sulla fiancata del suo naviglio sta incisa la frase del Principe Guglielmo d’Orange il Taciturno «Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare.» L’opera: una sorta di canto corale di chi ha conosciuto da vicino il personaggio. Ma anche pretesto per trattare sotto varie angolazioni e raccogliere testimonianze sul Fantastico. Qui risiede la sua originalità. Il suo protagonista, diretto verso il mundus imaginalis, ha “interpretato leggende narrate da geroglifici fatali”, attraversato i territori dell’angoscia e del rifiuto di Lovecraft, le imaginifiche lande di Tolkien dove nascono e muoiono regni e sogni. Il suo equipaggio: quelli che hanno lavorato con lui e per lui confidando ora che il nocchiero, come Ulisse, Giasone navighi ancora. A molti di loro egli ha impartito severe lezioni di ars scribendi che coniugano rigore, ricerca, ostinazione nel voler dare il meglio, insegnando la scoperta di segrete cose, celate alla vista dei più. Paola De Giorgi non teme di definire Il taciturno nocchiere col suo sigaro spento incollato all’angolo della bocca: “il nostro stregone del XXI secolo. Uno dei pochi ancora rimasti di una generazione di stregoni che avevano l’arduo compito di effettuare la grande ricerca…Un maestro ha l’arduo compito di indicare la strada, senza mai sostituirsi ai propri allievi.” Dal vasto arazzo alle sue spalle traspare anche l’ucronica visione della storia. Egli ha indicato il legame tra mito, epica e letteratura fantastica, rilevando insospettabili legami fra mondi antichi e l’oggi, basta che leggi l’ultimo capitolo di suo pugno, dove il Mito cede il passo al Fantasy. Il nostro ha lavorato per decenni con lo spirito dell’alchimista, la precisione dello scienziato. A lui è toccato dirimere, collegare e proporre nuove letture del “reale”, insospettabilmente collegato col fantastico. 

Il gran nocchiere si chiama GdT l’acronimo del suo nome: Gianfranco de Turris.

L’opera parla delle avventure dirette o riflesse che lo vedono coinvolto, ma non solo. Un romanzo? un saggio? un racconto? o una serie di testimonianze? Nulla di “solo” questo. Piuttosto un amarcord redatto da ex “alunni”, colleghi e amici. Il Viaggiatore Immobile si avvale di testimonianze autografe per descrivere un’avventura senza fine. Il nocchiere ha la smodata passione per la Fantascienza, onnivora medusa che si nutre di sogni e di reale. Gianfranco de Turris è definito da chi lo conosce bene: “mastro orologiaio, promotore, animatore culturale, ispiratore, mentore, benevolo demiurgo, critico letterario, intellettuale acuto e stregone…” per il momento basta. L’individuo non è incline al complimento. L’immobile viaggiatore GdT ha solcato mondi iperuranici, messo alla frusta e aiutato a dare il meglio di sé decine di masochisti aspiranti Lovecraft. Il “Diogene del fantastico” sta rimuginando se, per caso, avesse lasciato qualcosa di inesplorato che valga la pena di sondare. Marco Solfanelli, uno dei suoi editori preferiti ed amico afferma: “Ancora oggi, la nostra collaborazione prosegue. Il mio atteggiamento nei suoi confronti è: Io con Gianfranco non ci discuto; faccio tutto quello che mi dice. La stima che provo nei suoi confronti mi fa accettare qualsiasi sua proposta editoriale, perché è per me garanzia di qualità…” GdT da decenni, è solito rilevare riscontri e legami, per scovare un indizio, il bandolo dell’intricata matassa che si chiama fantasy, termine così pregnante da scoraggiare la più caparbia volontà di interpretazione.

Il Viaggiatore Immobile è il diario di bordo di un’avventura ancora lontana dal concludersi, talvolta commovente, verso il “maestro, lo stregone, il mentore, infine il gentiluomo.” E intanto il Fantastico irrompe tra le pagine del volume, come mai prima lo abbiamo considerato. 
A descrivere Gianfranco de Turris ci pensa Errico Passaro: “(…) è il critico che questa Italia faziosa e provinciale non merita. Non è eccessivo definirlo il più grande di tutti i tempi, nel campo della critica fantastica…ovvero il più grande esperto del fantastico italiano.”

Nelle immagini: la copertina del libro, Gianfranco de Turris, un dipinto di Julius Evola.

Sotto il segno di Urania

Ci sono opere delle quali si apprezzano anche i punti e le virgole, è il caso de Sotto il segno di Urania  (per una storia dell’immaginario italiano), recita il sottotitolo, di Gianfranco de Turris. Il volume è stato appena pubblicato da Oaks editrice. L’opera sfugge a ogni seppur volenterosa classificazione, se mai ci fosse bisogno di inquadrarla in un genere letterario. Si legge come un romanzo, ma romanzo non è, e neppure saggio o antologia, quello che sicuramente fa è fornire gli strumenti a chi intenda inoltrarsi nell’intricato dedalo della genesi della fantascienza italiana. Sotto il segno di Urania  riserva sorprese a non finire, appassiona e intriga, attraverso la formidabile messe di nomi, date, riferimenti storici, sociali, politici e culturali. La sua equilibrata prosa trascina comunque spingendo a leggere ancora e ancora, fino all’appendice, anch’essa di rilievo. L’opera soddisfa gli appetiti degli appassionati di fantascienza e non. I primi scopriranno la ricchezza racchiusa in una miniera di informazioni e dati tutti godibili, i secondi saranno tentati di sondare l’universo fantastico italiano dischiuso dall’opera. Basta lasciarsi trasportare dal racconto (forse abbiamo trovato il termine appropriato) da rimandi, annotazioni e confronti per scoprire una verità parallela e affascinante. Sotto il segno di Urania suscita anche interrogativi: la davvero impressionante marea di titoli, autori, editori che si sono cimentati nell’offrire supporto e nutrimento alla nascita e al prodigioso sviluppo del fantastico italiano, conduce a un dubbio: e se la vera realtà, la più autentica, genuina e spontanea non fosse quella quotidiana, ma quella descritta nelle opere? onirica e imaginifica, grottesca e formidabile, spesso eccessiva e sbalorditiva proprio come il pensiero dei suoi creatori? La vera vita, insomma, sarebbe quella immaginata/immaginaria, col corredo dei suoi ambienti e invenzioni fantastiche, riedificata infine dalla Fantascienza. Ovvero la dimensione virtuale onirica che diventa autentica vita, in sostituzione di quella assai più piatta del quotidiano. Essa realizza il pensiero senza limite, dando corpo all’incubo o al sogno di un mondo migliore. 
Sarebbe poi eresia includere negli autori del fantastico quello più spettacolare e grande del mondo, interprete del fantastico allegorico teologico, ma sì, l’insuperato Dante Alighieri? A mio avviso scrittore fantastico per eccellenza. Una cosa appare fuori di dubbio: il termine “fantascienza” con la sua osmotica natura e le innumerevoli sfumature e contaminazioni appare sfuggente, pregnante, penetrabile al massimo grado; indica una morfologia concettuale e creativa vastissima e Gianfranco de Turris in questa opera, ce ne fornisce ampia dimostrazione. Qui di seguito alcuni suoi interventi più significativi: 

Pag. 144 “(…) La parabola di Luigi Capuana sembra quasi quella di Sir Arthur Conan Doyle che passò dal razionalismo assoluto di uno Sherlock Holmes allo spiritismo di cui divenne famoso sostenitore e divulgatore. Un aspetto dello scrittore siciliano che è come una filigrana sottotraccia della sua sterminata narrativa e che sarebbe il caso di riscoprire e studiare finalmente e in modo organico per fargli assumere il posto che gli compete alle origini del fantastico e della fantascienza italiani…”


Pag. 160: “(…) Verne e Salgari sono
riusciti a ben individuare quali sarebbero stati i lati negativi, gli errori del “mondo moderno”, del brave new world: il progresso vertiginoso che immaginavano ai loro tempi non avrebbe portato soltanto benefici materiali, ma anche effetti nefasti sull’umanità che non sarebbero riusciti a ripagare del tutto il benessere fisico. È una critica, anche abbastanza esplicita, a quella che oggi viene definita l’“americanizzazione del mondo”, non tanto in termini di super tecnologia alla portata di tutti, quanto di come l’American way of life ha profondamente modificato il nostro modo di vivere e di essere, quindi la nostra mentalità: ricerca disperata della prosperity a ogni costo, efficientismo, velocità, spasmodico arrivismo, commercializzazione di tutto (compresa l’istruzione e la cultura), ogni cosa ridotta a merce, declassamento dell’umanesimo, trionfo dello scientismo, dittatura delle banche e della finanza. È lo Specchio Oscuro della Modernità in cui noi oggi ci riflettiamo. Basti osservare l’umanità odierna che in tutto il mondo cammina, mangia, conversa, lavora, gioca con in mano cellulare e smartphone che guarda o maneggia incessantemente, always connected con tutto il mondo...Quello di Verne e Salgari era un mettere in guardia i contemporanei nei confronti di un futuro negativo che non volevano si realizzasse. Hanno fallito, non ci sono riusciti, si deve dire, ma così hanno scritto entrambi delle vere, piccole distopie anticipandone i dettami concettuali: società che paventavano e che noi viviamo in pieno sulla nostra pelle…”

Pag. 199: “ (…) L’Italia non ha una “tradizione” fantastica e fantascientifica vasta come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna: il “fantastico” si bloccò con l’Orlando furioso dell’Ariosto, e dal Cinquecento in poi praticamente nulla apparve, imperando l’Umanesimo prima, l’Illuminismo poi (le eccezioni– Carlo Gozzi, ad esempio – confermano la regola). Per di più, il Romanticismo italiano fu essenzialmente “politico” e “civile”, impegnato come fu nelle Guerre d’indipendenza…”

Dalle note dell’autore: “ (…) Uno dei temi che più mi ha interessato nella mia vita di critico e antologista è stato, dal momento in cui ne ho avuto consapevolezza, quello del nostro immaginario, delle origini e dello sviluppo nel corso dei decenni della narrativa fantascientifica, fantastica e orrorifica italiana, e che penso di essere stato uno dei primi, se non forse il primo, a indagare con una certa metodicità, insomma, la cosiddetta “protofantascienza”. 

nelle immagini: la copertina, l’autore Gianfranco de Turris, la città di Antonio Sant’Elia.

c’era il virus?

La copertina di DECAMEROVIRUS

Lei: “Cos’avrebbe di tanto speciale? Sentiamo.”
Lui: “Trame, soggetti, situazioni, tanto per cominciare, alcuni racconti sono da premio letterario. Nel cenacolo degli anti moderni si alternano storytellers sopraffini che conoscono bene suspense, intrigo, colpi di scena, analisi psicologica, delirio e altro.”
Lei: “Ma non sarà un calderone? Con troppa roba dentro?”
Lui: “Il rischio c’era ma le domande dell’anfitrione e le sue esortazioni verso i narranti di turno, inquadrano e definiscono le loro storie facendo emergere opinioni spesso discordanti, e significati, i quali tirano in ballo pure Dio, intelligenze artificiali, e un elegante signore che si chiama dottor Morte e anche universi paralleli.”
Lei: “Per tutti i gusti, insomma.”
Lui: “Sei la solita scettica. Ti dico che subito dopo aver letto circa le sue  trecento pagine che non ti fanno sbadigliare, mi è venuta voglia di ri leggere diverse storie. Alcune aprono spazi alla riflessione, gettano una luce impietosa e lucida sul nostro modo di vivere ed essere.”

Gianfranco De Turris, forse il conte N. del DECAMEROVIRUS

Lei: “Ho capito, ho capito, e come si chiama?”
Lui: Decamerovirus, curato da Gianfranco De Turris che, secondo me, si nasconde dietro la figura del conte N. proprietario del castello e, nell’occasione, ospitale anfitrione. Alcuni racconti potrebbero essere sviluppati fino a farne romanzi o pellicole cinematografiche. E poi c’è Abboccandrino…”.
Lei: “Abbocca che..? e chi sarebbe?”
“Un tonto presuntuoso che si fa menare per il naso dai colleghi. E la banda dei romani furfanti che ricordano i personaggi di Pasolini e Boccaccio ed  Enoch, il cacciatore che fa strage di rabid a più non posso…e anche Alessio Vouttari, Archimandrugo della Chiesa Paupastologica di Occitania che narra la storia di Marco Cocilovo ovvero il porno archeologo…”
Lei: ”Acc! Insomma un buon acquisto.”
Lui: “A proposito, che tu sappia, un virus si può beccare leccando vecchi francobolli della Prima Guerra Mondiale?”
Lei: “Mi informo. Poi ti dico.”
Lui: “E già che ci sei, puoi informarti anche se c’è stato nel 1968 un universo parallelo che ha squassato il mondo? Son cose che stanno dentro le narrazioni degli ospiti.”
Lei: “ E chi è l’editore?”
Lui: “Homo Scrivens di Napoli, con la copertina che è un programma.”

Gli autori: Donato Altomare, Alessandro Bottero, Vitaldo Conte, Luigi De Pascalis, Emanuele Delmiglio, Alessandro Forlani, Claudio Foti, Andrea Gualchierotti, Max Gobbo, Francesco Grasso, Emanuele La Rosa, Matteo Mancini, Luca Ortino, Mario Paluan, Errico Passaro, Massimiliano Prandini, Pierfrancesco Prosperi, Enrico Rulli, Ivo Scanner, Antonio Tentori.

Dalla copertina:
…Può la letteratura sconfiggere il virus? Certamente no, ma esiste modo più sano di affrontare il male che affidarsi alla forza salvifica della narrazione?…

Dalla postfazione del libro:
…I tempi rispetto ai sei secoli che ci dividono da Boccaccio sono molto diversi esteriormente, ma l’essere umano è in fondo sempre lo stesso nonostante la tecnologia: sentimenti base assolutamente simili anche se sono mutati radicalmente gli scenari…
Un’opera anomala, ti dico io che l’ho letto, perché a ogni racconto, più  o meno lungo, cambi canale, ambiente, soggetto, trama, ti sintonizzi col passato e con gli incerti presente-futuro, colmi di incognite e insoddisfacenti. Insolito il libro e la casa editrice, che qualcosa di nuovo e inedito propone nella palude dell’attuale panorama editoriale italiano.

gli editori facevano bene il loro mestiere?

Questo post l’ho già pubblicato il 14 gennaio, ma penso sia il caso di riproportelo, anche perché, se hai la pazienza di arrivare in fondo a leggere, troverai una loro novità.
Prima o poi doveva capitare qualcosa del genere. Qualcosa di davvero importante anche se sottotraccia. Pochi si sono accorti della cosa e della sua rilevanza. Non occorre scomodare Darwin, le mutazioni, la fisica quantistica, o l’inclinazione dell’essere mutante che intende sopravvivere e poi affinarsi. Il terremoto non ha fatto il gran botto, la trasformazione è strisciante; sto parlando della trasformazione di una specie, che, di solito, inizia con eventi minimi per poi definirsi macroscopica. Ovvero il nano metterà in crisi i giganti, ma né uno né gli altri ora ne hanno contezza. E il seme darà i suoi frutti o prima o poi. La mutazione potrà mettere in crisi l’intero sistema, una prassi consolidata e un malcostume in via di peggioramento vertiginoso. Succede a Napoli, patria delle eccelse sculture di Antonio Corradini, custodite nella cappella San Severo. Napoli, scrigno di bellezze segrete, e che nel 700 era una fra le prime città europee in fatto di cultura e innovazione, più grande di Milano, tanto per dirne una. Bando alle ciance e vengo al sodo. Avevo scritto che gli editori (dicesi editore individuo che in virtù del suo fiuto scopre, scommette investe e lancia un autore, convinto del valore del suo lavoro) erano una razza in via di estinzione, salvo alcuni eroici individui che hanno impegnato anche la camicia per tentare di fare cultura.

Un volume di HOMO SCRIVENS

Le case editrici di grido languono incapaci di svolgere il vero ruolo che è quello di promuovere cultura e civiltà o anche solo dibattito e ricerca: languono in un pantano fatto di pubblicazioni apocrife, di volumi a pagamento (succede anche nelle grandi case editrici, e io ne so qualcosa visto che ho le mani in pasta anche nell’attività di ghost writer.) Dicevo?! Ah! sì. Della scomparsa della razza degli editori, sostituiti da tipografie paludate, da stampatori blasonati e intrallazzati, che fanno di tutto all’infuori di stimolare idee e ricerca. Gli editori di oggi non sanno più scoprire Jack London, Italo Svevo o Stephen Crane, ammesso che autori di quel calibro siano oggi in circolazione. Sono lontani i tempi in cui Gabriele D’Annunzio citava il suo editore chiamandolo Monte d’oro di stirpe Aldina (era Mondadori). Monopolizzando lo spazio in libreria gli editori moderni devono piazzare il loro prodotto, come fosse shampoo o tonno in scatola, non esiste differenza. Tu dirai che è aria fritta, che non dico nulla di nuovo e hai ragione. Ma per confortarti ti dirò due parole su quanto è successo a Napoli e che merita attenzione. L’autore ha preso il posto dell’editore, ovvero alcuni scrittori si son detti basta! e, senza troppo clamore, son diventati editori, protagonisti della loro scelta e lettori, in un colpo solo, lo riporta il quotidiano IL MATTINO di Napoli. E tu non chiami questa rivoluzione? Succede a Napoli, città verace e con ogni evidenza alternativa e creativa. Così è accaduto che gli editori autori si sono dati un nome chiamando la nuova creatura HOMO SCRIVENS, descritta in modo limpido e onesto da Aldo Putignano.

Nella presentazione gli autori-editori-lettori precisano che non intendono annegare nel fango dell’editoria a pagamento ne’ che sono la casa editrice più importante dell’universo ma: “siamo brava gente”. Affermazioni che la dicono lunga sull’attuale situazione editoriale italiana e, forse, mondiale. A HOMO SCRIVENS gli autori editori hanno preso il timone in mano, collaborano con istituzioni e editori amici e si danno un sacco da fare tentando altre strade, seguendo la loro creatività tutta partenopea. Non è fumosa o velleitaria la loro intenzione, basata sulla precisa decisione di eludere logiche di mercato grottesche e stantie. Basta ascoltare il breve video di presentazione. Voglio fare un augurio a questi prodi: che la loro iniziativa prenda piede, che porti a qualcosa di nuovo, capace di smuovere le mefitiche acque di una palude che conduce alla morte della lettura e quindi della conoscenza, che insegni qualcosa di sano e originale ai grandi nomi promotori della ex cultura italiana, fagocitati nel loro recente passato da inclinazioni politiche e ora sorrette dal nulla e da sclerotiche logiche di mercato.

Collaboratori di HOMO SCRIVENS

Quelli di HOMO SCRIVENS meritano attenzione e successo, chissa dove approderanno?!
Scrive MACROLIBRARSI: Homo Scrivens è una casa editrice anomala: nata da un laboratorio di scrittura tenuto a Napoli, è formata da scrittori che hanno deciso di aiutare altri colleghi a far conoscere le proprie opere al pubblico, anche quelle che case editrici a pagamento decidono di rifiutare. I titoli trattati riguardano soprattutto la narrativa: racconti, romanzi, testi italiani, scrittura collettiva e saggi sulla scrittura. Un gruppo di editori che ha come obiettivo quello di fare da ponte diretto di collegamento tra i lettori e gli autori.

Ti segnalo, pubblicato da Homo Scrivens, DECAMEROVIRUS, curato da Gianfranco De Turris, si tratta della loro ultima fatica. Il virus risulta un pretesto, ma non voglio toglierti nessuna sorpresa. Nel prossimo post ti anticipo di che cosa si tratta, senza dirti troppo, si intende

c’era il Barone immaginario? (1)

Possibile che non ci sia un filo di retorica, di nostalgia, o magari di apologia? Nulla di tutto questo. E perché? Perché IL BARONE IMMAGINARIO, a cura di Gianfranco De Turris, edito da MURSIA, ha centrato l’obiettivo, andando ben oltre le aspettative, trattandosi di opera viva, attuale, originale, e di insospettata suggestione. La sua lettura risulta godibilissima, anche per chi non conosce il personaggio al quale i brevi racconti si ispirano. Il suo protagonista anima un mosaico vivace, fatto di avventure, situazioni, luoghi fantastici e non; un’impresa non da poco e di gran presa su chi legge. Il protagonista: Julius Evola, catapultato in vicende fantastiche, surreali, mistiche, improbabili o realistiche, mai comunque banali. 18 racconti ispirati alla sua figura che fanno rivivere uno dei piú straordinari, meno noti e dibattuti filosofi del nostro recente passato. Del passato europeo intendo, non solo dell’Italia.

Esponente di spicco del dadaismo in Italia, se fosse nato in Francia non si sarebbe esitato a dedicargli monumenti e intitolargli biblioteche, vie e piazze. In Italia occorre aspettare che la cultura “ufficiale” decida cosa fare di un personaggio, diciamo così, scomodo e ” contro”, che aveva legami col fascismo e il nazismo, anche se ne criticava aspramente certi aspetti. Non per niente la Gestapo aveva aperto un fascicolo su di lui e una guardia del corpo lo proteggeva per le critiche avanzate verso gli squadristi. Bisogna insomma che l’intellighenzia culturale italiana vigente (sempre se ne esiste una) sdogani personaggi di quel calibro, al punto che, tanto per dirtene una, Umberto Eco, uno dei nostri recenti maître à penser non perdeva occasione per denigrare Julius Evola e la sua opera, al salone del libro di Francoforte.
L’aletta di copertina del volume di MURSIA dice: Diciassette scrittori contemporanei oltre a Volt, il conte futurista, hanno raccolto la “provocazione” di Gianfranco De Turris e si sono misurati con il Barone, immaginandone incontri, avventure, amanti, indagini, pensieri, battaglie. Un’impresa non da poco, considerato lo spessore del personaggio, le sue tesi rivoluzionarie, maturate su antichi testi, l’osservazione del reale attuale e i suoi rapporti “imperdonabili”. Anche Mister Bannon, l’ex guru di Donald Trump, che lo ha successivamente silurato e poi, pare, recentemente riabilitato, cita Evola, questo la dice lunga sull’influenza e la fama del filosofo romano, anche in America, al punto che un articolo del New York Times ne parla. Mi rimane il dubbio se Steve Bannon e Jason Horowitz , estensore dell’articolo, conoscano a fondo il pensiero evoliano.
Gli autori: Bernardi Guardi, Bizzarri, Cimmino, de Angelis, Farneti, Frau, Gobbo, Grandi, Henriet, Leoni, Monti-Buzzetti, Passaro, Rossi, Rulli, Scarabelli, Tentori, Triggiani, Volt. Qui di seguito, suddivisi in tre post susseguenti, i loro racconti:
LE PAROLE CHE UCCIDONO, Scritto dal conte Vincenzo Fani Ciotti alias Volt futurista, il racconto apre l’antologia dei diciotto, presentati da Gianfranco de Turris ne Il Barone Immmaginario per Ugo Mursia. Personaggi e interpreti: Arnaldaz alias Arnaldo Ginna, ovvero Arnaldo Ginanni Corradini, Ettore Biunfo, bizzarra cavia calabrese, De Pero, Balla, Evola, la presenza invasiva dell’opera di Marinetti mentre si recita la sua Maria futurista, in una Roma sorniona e proiettata verso l’avvenire. Il milieu occulto del futurismo romano è il vero protagonista del racconto, fra scherzi, lazzi e scenate semiserie si parla di energia astrale, di Scienza dell’Avvenire, di pazzia che sarebbe genialità rientrata, di Genio e pazzia che rampollano da una medesima fonte, mentre Evola spiega a Balla il funzionamento del suo complesso plastico meccanico intitolato Siluro in azione.

Sembra che i protagonisti siano quattro amici al bar e invece sono l’avanguardia dei movimenti dadaisti e futuristi italiani. La Roma futurista va a mille in questo divertente racconto in cui si bighellona al Pincio per finire nello scantinato di Balla dove De Pero porta in braccio la sua marionetta, ovvero la ballerina gravida. Fra piazza di Spagna e il Pincio mentre arriva di gran carriera il camion dei pompieri per spegnere un incendio inesistente nel negozio di un ottico. Qualcuno aveva gridato al fuoco! ma per scherzo.
IL DRAGO ETERNO di Adriano Monti-Buzzetti è il secondo racconto del libro. Herman Hesse, un saggio tibetano dagli straordinari poteri e un giovane Evola che bussa e ribussa al portone di una strana casa del Canton Ticino, alla ricerca spasmodica di verità urgenti su se stesso e sul mondo. “Il cielo era cremisi e un’immensa luna color sangue incombeva sul pianoro. Incitate dagli sproni del cavaliere in armatura, le zampe del palafreno aggredivano senza suono il terreno arido e frastagliato da crepe infinite….Infine, anche in quell’eterno presente qualcosa cambiò.

Il cupo monte dispiegò le sue ali e fu un drago….”Il tuo drago” spiegherà il saggio tibetano, dopo la tenzone, al giovane Evola incredulo, “era reale, in effetti, ma su un diverso piano dell’esistere…Ogni battaglia del Cavaliere col Drago è l’immagine eterna di una lotta interiore per superare la parte oscura di noi stessi…Eppure a modo suo egli è uno sciamano” concluderà il lama riferendosi a Evola, ormai congedatosi, … e credo che la vostra strana cultura oggi, abbia bisogno di tutti gli sciamani che può trovare.” disse il lama all’indirizzo di Herman Hesse.

LA MALEDIZIONE DI PALAZZO CHIGI di Max Gobbo. C’è Mussolini nella Sala della Vittoria che sta chiedendo a Evola: “Qual’è la sua opinione sul sovrannaturale?” Il Duce, impensierito da alcuni inquietanti fenomeni, si sente spiato e non sa spiegarsi l’origine di certi rumori e di alcune cose trovate fuori posto e poi della sua Alfa Romeo che fa bizze davvero incomprensibili, senza parlare di un pugnale che va a conficcarsi nello schienale della poltrona del Duce. Illusionismo?

cospirazione? azione di campi magnetici? forze occulte invisibili? Oppure potrebbe essere Aleister Crowley il mandante? e il suo “sicario” un sarcofago egizio, dono di una delegazione straniera malintenzionata.
Un sarcofago gravato da una maledizione. Nel racconto si legge: “La scrittrice Sarfatti scrive che Mussolini, venuto a conoscenza della morte prematura di Lord Carnarvon, scopritore della tomba di Tutankhamon, ordinò che il sarcofago avuto in dono, venisse rimosso da Palazzo Chigi e trasferito d’urgenza in uno dei musei etnografici della capitale.
MURSIA