“Sei tu che hai preso il miele?” “Si, però…” “Ma non ti sgrido, sai, però devi dirmelo quando prendi il miele…” “Ma devo chiederlo ogni volta, anche quando lei suona il piano o dipinge? o è ancora a letto?” “Non è che devi chiederlo ogni volta, è che poi credo di averne ancora e invece non ne ho più quando ne ho davvero bisogno.” Ha quasi ottant’anni l’anziana signora, e figlia dell’impero britannico, avendo avuto padre british che lavorava nelle ambasciate in giro per il mondo, e madre bangladeshi, per cui ha vissuto tempi migliori di questo, tra feste, party e bel mondo. Non è una eccezione in questi luoghi. L’impero fa ancora scuola di vita e produce nostalgia. La vecchia, datrice di lavoro della moglie di Lorenzo Ferrara, osserva che anche qualche nocciolina manca all’appello. L’anziana pretende di impartire lezioni su come si fa a vivere. E trascina ogni volta che la spunta le due riottose gemelle, sue nipoti, in giro per gallerie e musei, con buona pace delle due smorfiose. Il genero, svizzero, traffica con miniere di rame, litio e oro e imprese di costruzioni ed è affetto da sindrome compulsiva del perfetto pulito, malattia che, si sa, può portare alla demenza per chi non ne e giàaffetto in forma strisciante. La moglie di Ferrara diceva di avere le prove che qualcuno nascondeva una foglia sotto il tappeto per controllare se lei andasse a pulire anche là. Malizie passeggere, indubbiamente. Lei, la figlia e il genero sono a favore di un mondo bio e il risparmio energetico e cercano di inquinare il meno possibile, infatti sbattono nella pattumiera quintali di cibo nemmeno scaduto e tengono il riscaldamento acceso anche a luglio. Con lei la moglie di Ferrara saprà di appartenere a una casta inferiore a quella dei componenti della famigliola ecologica.
Nel 1947 gli hanno meritatamente conferito, anche il premio Nobel per la Letteratura con questa motivazione: “for his comprehensive and artistically significant writings, in which human problems and conditions have been presented with a fearless love of truth and keen psychological insight“.
Ti ricordi dell’emozione che davano le sue pagine quando André Paul Guillaume Gide scriveva: Mucchi di grano, canterò le vostre lodi. Cereali; grano fulvo; ricchezza in attesa; inestimabile provvista. Si consumi pure il nostro pane! Granai, ho la vostra chiave. Mucchi di grano, voi pure siete là. Sarete tutti mangiati prima che la mia fame sia saziata?….chicchi di grano, conservo di voi una manciata, la semino nel mio fertile campo e poi, a proposito di latte e formaggio: ...Quiete; silenzio; sgocciolio senza fine dai graticci su cui si riducono i formaggi…l’odore del latte cagliato pareva più fresco e più scipito…di un’asprezza così discreta e slavata che non la si sentiva che in fondo alle narici e gia più gusto che profumo….La crema affiora lentamente; si gonfia e si increspa e il latticello se ne spoglia…
Non mi è mai piaciuto riportare gli scritti di altri autori, ma quanto srive Gide in Nutrimenti terrestri andrebbe detto e ripetuto e insegnato nelle scuole, adottando l’opera come testo obbligatorio, anche se i cattolici avrebbero da ridire. Le sue affermazioni su Dio fanno riflettere anche se non posseggono la virulenza iconoclasta di quelle di Nietzsche: –la-responsabilità dell’uomo aumenta col diminuire di quella di Dio…La crudeltà è il principale attributo di Dio….. Comandamenti di Dio, avete reso dolente la mia anima…Fino a che punto ridurrete i vostri confini? Insegnerete forse che sempre più numerose sono le cose proibite?…Comandamenti di Dio, avete reso la mia anima malata, Avete cinto di muri le sole acque per dissetarmi…
Gide è un autore che andrebbe riscoperto, non tanto perché abbia avuto il coraggio durante un viaggio in Tunisia, Algeria e Italia, di portare avanti la sua liberazione morale e sessuale (lo ha già osannato la critica) ma per la sua sincerità e il suo ascoltare l’ultima parte di mondo che parla ancora di semplicità, autenticità, di nutrimento rustico, di cibo intatto da millenni e di cui l’uomo di allora poteva ancora disporre, ma non quello di oggi. ...Ogni fecondazione s’accompagna a voluttà. Il frutto s’ammanta di sapore; e di piacere il perpetuarsi della vita. Polpa del frutto, prova sapida dell’amore…e, a proposito delle fonti: Vi sono fonti che zampillano dalle rocce; Ve ne sono che si vedono sgorgare di sotto ai ghiacciai; Ve ne sonono di così azzurre che paiono piu profonde. …Piccole fonti assai semplici, che languiscono fra i muschi e i giunchi…Vi sono straordinarie bellezze nelle sorgenti; …vi sono straordinarie delizie a berle: sono pallide come l’aria, incolori come se non fossero, e senza gusto….Le gioie più grandi dei miei sensi sono state seti appagate. Gide è uno dei miei autori preferiti, soprattutto in Nutrimenti terrestri, per vari motivi. Gide, senza comprenderlo, vede un mondo che ha i giorni contati, le sue illuminazioni, la comunione con paesaggi naturali genuini e incontaminati è commovente, corrispondono a liberazioni ma noi oggi possiamo solo verificare la perdita di quel mondo da lui percepito e goduto, di quelle fragranze che ormai ci paiono sepolte, distrutte, perdute. Il nostro nuovo mondo si è riempito di pattume sintetico, indistruttibile, mortifero per la stessa nostra vita. Oggi Gide non potrebbe più scrivere il suo capolavoro. Perché oggi Gide, tanto per dirne una, non potrebbe piu scrivere : Ho bevuto dell’acqua quasi disteso sulla sponda dei ruscelli in cui avrei voluto tuffarmi, Acque che mai non han visto la luce; Acque straordinariamnete trasparenti, e che avrei voluto azzurre, meglio verdi…O campi bagnati d’azzurro! O campi imbevuti di miele! Prova a pensarci, dove sono oggi quelle acque e la loro purezza? Dove quei sapori antichi, intatti da secoli?
Quello che Gide non conoscerà mai, è la turpe. sistematica devastazione del nostro suolo, delle fonti, della ancora intatta natura di cui lui può disporre e godere a sazietà. La rivoluzione industriale con le sue scorie e detriti bussa freneticamente alle porte e il suo pattume non cessa nemmeno oggi di essere prodotto e diffuso, tutt’altro, esso sta crescendo a livello esponenziale. Ora, non dico che non ci siano più oasi sulla faccia della terra, zone franche o desertiche, campi incolti perché inservibili o abbandonati, o aree montagnose non calcate dall’uomo, ma certo non più incontaminate, quello che vedrà e sublimeà a Gide nessun uomo dopo di lui potrà farlo, così naturalmente, semplicemente. Oggi gli sarebbe impossibile scrivere: Scorta inesauribile! Zampillare d’acque. Abbondanza d’acqua nel profondo delle sorgenti…i paesi aridi si faranno ameni e tutta l’amarezza del deserto fiorirà. Scaturiscono più sorgenti dalla terra di quanta sete abbiamo per berle...Quanto si sbagliava Gide! E a te bastano questi dati? Sono del 22 marzo 2016 (non ho motivo di credere che il rapporto dopo 8 anni sia meno desolante, anche se posso ovviamente sbagliarmi)- Dati più che allarmanti direttamente dal Ministero della Salute: in Italia esistono ben 44 aree inquinate oltre ogni limite di legge, in cui l’incidenza di tumori sta aumentando statisticamente a dismisura. Nelle zone maggiormente contaminate, le malattie tumorali sono aumentate anche del 90% in soli 10 anni. Amen.
Tempo fa ho incontrato Paolo Novaresio nella sua casa afro-torinese; storico, scrittore, e amante dell’Africa, sua terra d’adozione, ci ha affidato alcuni articoli che vorrei farvi leggere. Se avete qualcosa da aggiungere su questo argomento che ci tocca tutti da vicino….siete i benvenuti
SOS fiumi. Non importa dove nascano: da un ghiacciaio come il Gange, da una palude come il Volga, dai fianchi di una montagna come il Reno o da un immenso lago, come il Nilo. Portatori di vita e civiltà, divini nel loro incessante fluire, i grandi fiumi sono sempre stati rispettati e venerati dall’uomo. Almeno in passato
Oggi gran parte dei fiumi sono sbarrati da dighe, inquinati, costretti in alvei artificiali: in un mondo sempre più affamato d’acqua e di energia, i fiumi stanno morendo, di un’agonia lenta ma inesorabile. La catastrofe appare imminente, i suoi effetti incontrollabili. La maggior parte dei fiumi del pianeta è a rischio di collasso. Dal disastro totale, dicono gli esperti, ci separano più o meno una quindicina d’anni. L’Asia, con Cina e India in testa, tira la volata verso il baratro. Il mitico Yangtze, il Fiume Azzurro, è ridotto ad una fogna a cielo aperto, una discarica dove si accumulano montagne di rifiuti tossici, scorie radioattive incluse. Il gemello Huanghe é spossato dai crescenti prelievi per l’irrigazione, tanto che nel 1998 il suo basso corso si è prosciugato per 250 giorni filati. Stesso problema affligge il sacro (e inquinatissimo) Gange in India e l’Indo in Pakistan, la cui sopravvivenza dipende dai ghiacciai dell’Himalaya, minacciati dal riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Futuro nero anche per il Mekong, depauperato dalla pesca intensiva e obiettivo di progetti ciclopici, che prevedono la realizzazione di oltre 200 nuovi sbarramenti e canali diversivi. Brutte notizie anche dall’Africa, soprattutto per il Nilo: è questione di pochi mesi, poi la gigantesca diga di Meroe, nella Nubia sudanese, sarà operativa. Costruita da tecnici cinesi, è destinata a fornire elettricità ai ricchi Paesi della penisola arabica. Conseguenze: ecosistema stravolto, trasferimento forzato di 60.000 persone, distruzione di un patrimonio archeologico di valore incommensurabile. Ma business is business, il resto conta poco. Eppure molti si chiedono se valeva la pena di imbrigliare il Paranà-Rio de la Plata nel mare interno formato dalla diga di Itaipu, 18 anni di lavori, 20 miliardi di dollari di spesa e drastiche alterazioni ambientali garantite. I danni provocati dallo sfruttamento dissennato dei fiumi sono evidenti anche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Il possente Colorado, negli anni di persistente siccità, si inaridisce prima di raggiungere il mare. Causa: captazione selvaggia delle acque a fini agricoli. Effetti: pesci, piante e animali scomparsi; aumento della salinità dei terreni; riduzione della falda acquifera sotterranea. A questo delirio di morte non sfugge neppure la vecchia Europa: il bel Danubio blu è oggi sporco, iper-affollato e trasformato in un canale navigabile. Addio ai fiumi allora? Non ancora, forse: prima dell’Apocalisse qualcosa si può e si deve fare. Per esempio, ridurre di un decimo i prelievi per l’agricoltura significherebbe raddoppiare la disponibilità di acqua usata a fini domestici in tutto il mondo. Acqua che può essere riutilizzata, come in Israele, dove il 70% dei flussi di scarico cittadini (opportunamente depurati), sono destinati all’irrigazione dei campi. Ugualmente importante è ridurre le falle negli acquedotti: in Europa quasi un terzo dell’acqua va perduta durante il trasporto. Altro tasto dolente sono gli sprechi. Nei soli Stati Uniti, munire le abitazioni di sistemi idraulici moderni equivarrebbe a risparmiare 3 miliardi di litri di acqua al giorno, pressappoco la quantità fornita da tre super-dighe. La tecnologia può fare molto, ma per proteggere i nostri fiumi sono soprattutto necessarie leggi internazionali severe, che puniscano la deforestazione selvaggia, l’inquinamento e l’uso smodato delle risorse idriche. È possibile: sulla Loira si abbattono dighe, nel Tamigi e nel Reno sono tornati i salmoni, in Sud Africa e negli USA le politiche di river restoring (recupero degli ecosistemi fluviali degradati) sono già una realtà. Tutto è possibile. Ma bisogna agire in fretta. Prima che i grandi fiumi, arterie della Terra, si riducano ad una serie di immaginarie linee azzurre tracciate sulle carte geografiche.