accusarono Henry Valentine Miller di oscenitá? (2)

La prosa di Miller, successiva a quella di De Queiroz di una sessantina d’anni, descrive una delle infinite propaggini (siamo in una sala da ballo) di un mondo nuovo e giá in palese degradazione-dissoluzione, un mondo giá alienato e a gambe all’aria (successivo alla grande Depressione) in cui il sesso funge da strumento di misura e scandaglio, il naufragio dei vecchi valori ed equilibri incarnati dai personaggi del romanzo portoghese, balza agli occhi, evidente. Confrontare i due brani scritti da due maestri della letteratura fa venire la gastrite.

Scherzi a parte, cosa è successo in poco piú di mezzo secolo? E tu dove vorresti vivere? nel Portogallo di fine secolo o nella rutilante America, padrona del mondo? Tutto e il suo contrario. Il nuovo mondo, a detta di chi ci è nato e vissuto, si è rivelato in questo modo: Nella pancia del trombone sta l’anima americana che esprime a scorregge il suo cuor soddisfatto…confrontato con la limpidezza e la soavitá di una sala da pranzo portoghese di fine Ottocento: la sala da pranzo della Torre si apriva per tre porte finestre su un’ampia veranda a colonne coperta, e conservava sin dai tempi di Nonno Damilao, il traduttore di Valerio Flacco due belle tappezzerie di Arras che rappresentavano La spedizione degli Argonauti. Piatti dell’India e del Giappone, scompagnati ma preziosi, riempivano un immenso armadio di mogano. Miller parla del sogno americano in questi termini: Nell’aureo suono sciropposo di felicitá, nella danza del piscio stantio e della benzina, la grande anima del continente americano galoppa come una piovra… C’è musica in entrambe i brani ma quella del Fado che riprende sempre piú dolce e glorificatore in TROPICO DEL CAPRICORNO è diventata veleno: Nella musica c’è sparso veleno da topi, e ancor peggio: …la musica è come una diarrea, un lago di benzina stagnante di scarafaggi e di piscio di cavallo stantio… Ora, di questi esempi, e di un’infinitá di brani si potrebbero citare e commentare. Il vecchio mondo “decrepito” che sta per lasciare il passo al nuovo è armonia di forme, ricco di stemmi, blasoni, finte o autentiche virtú, tradizione, colori, stili di vita e ambienti radicati nel passato e solo nel passato, è insomma la Tradizione, nell’accezione piú ampia, e nel bene e nel male; in questo caso si tratta di ambienti accoglienti e inconfondibili, attraenti, grati in cui il suono dolce e struggente del Fado aleggia, sono radici antiche di una illustre casata portoghese, coi suoi riti, il suo ritmo, l’orgoglio e il riflesso di una hispanidad in salsa portoghese, appena accennata, la sua (anche) civettuola e aristocratica essenza, gli inconfondibili aromi e sapori di casa Ramires. Dall’altra parte dell’oceano dopo sessant’anni tutto questo diventa: La danza del mondo del magnete, la scintilla che non scintilla, il lieve ronzio del meccanismo perfetto, la gara di velocitá sul piatto del giradischi, il dollaro alla pari, e le foreste morte e mutilate… cosí Miller scriveva nel 1940-50. E oggi cosa succede nella terra dei Cherochee e degli Sioux? Questo succede: Dati alla mano, sono oltre 25 milioni le persone che negli Stati Uniti hanno utilizzato oppioidi prescritti senza motivazioni mediche almeno una volta. Secondo i dati del Centers of Disease Control and Prevention, inoltre, nel 2017 sono stati prescritti oppioidi per 57 americani ogni 100. E dal 1999 al 2017, almeno 218mila persone sono morte di overdose da medicinali come l’oxycontin. Ovvero il malessere e il disagio si sono infiltrati, hanno messo radici, hanno dilagato e fruttificato, “infettando” come una metastasi gangrenosa l’intera societá americana. Il periodo descritto da Miller era solo un preludio alla vera attuale catastrofe.

Se qualcuno si offende me lo dica. In luogo dell’equilibrio, della Tradizione, della vecchia e vituperata Europa, asfittica, bolsa e codina, ormai superata dalla corsa della Storia ecco emergere il nuovo popolo del nuovo mondo. La prosa dello scrittore americano è acido solforico, un corrosivo versato sul modo di vita e i personaggi che lo animavano, fra il 1930-1950. Descritto dalla prosa sulfurea di Miller: …Da questo cono capovolto d’estasi, la vita risorgerá a prosaica eminenza di grattacielo trascinandomi pei capelli e pei denti, schifoso di urlante vuota gioia, feto animato del non nato verme di morte, che giace in attesa del marcio e della putrefazione…Sono stato troppo crudo? Non sono io a dirlo, ma uno dei loro piú eminenti e coraggiosi scrittori, che, scrivendo, si autodenunciava, coinvolgendo nella critica la societá in cui viveva, il grande Henry Miller. Di questi raffronti ed esempi un mare. Come ben sai. Oggi non avrebbero senso né la prosa di Miller, perché la porta e giá stata sfondata e nemmeno la prosa limpida, pacata equilibrata, proustianamente portoghese, di De Queiroz, perché quel Portogallo non esiste piú, come non esiste piú l’Europa.

leggevi il Libretto della vita perfetta?

Ma l’hai visto quanto costava? Ne valeva la pena! L’uomo di Dio non ha bisogno di altra legge se non quella del suo Signore. L’uomo divinizzato risulta estraneo alla legge che informa la vita esteriore degli uomini, egli è escatologicamente diverso dall’uomo non divinizzato col suo corredo di credo laico. E così che la frase: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio incespica e alla fine mostra tutta la sua inconsistenza. L’uomo che ha conosciuto Dio è una creatura che ha abbandonato il suo ego per raggiungere la perfezione della creatura in seno al creatore. Lui è in Dio, Dio è in lui, amato e voluto a seguito di quel processo di svuotamento necessario dell’essere che ha come fine ospitare l’armonia e la luce assoluta divina. Chi conosce la perfezione abbandona il frammentario, il parziale, l’io, lo dicono i santi, lo dice il libretto in questione rimandando a Eckhart. Chi fa questo va però contro la legge degli uomini. E non può pertanto dare nulla a Cesare, perché ha già dato tutto sé stesso al suo Dio. Che è divinità totalizzante, che richiede l’annullamento di qualsiasi soggettività, volontà compresa. Occorre infatti abbandonare ogni contingenza terrena, legge degli uomini inclusa. Riportiamo dal Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese un brano di pagina 53: Le parole di San Paolo: Quelli che sono guidati, spinti e condotti dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio e non stanno sotto la Legge Rm 8,14. …Non c’è neppure bisogno di comandare loro o di prescrivere di fare il bene e non fare il male, ecc. Perché quello stesso che insegna loro ciò che è bene e ciò che è male, cosa è il meglio e cosa no, esso stesso anche ordina loro e prescrive di stare al meglio e trascurare il resto, e ad esso ubbidiscono. Guarda, in questo senso non hanno bisogno di cercare alcuna legge, né per insegnamento né per comandamento. e riflessioni su queste parole ci portano lontano nello spazio e nel tempo. E, rileggendole osserviamo che, se prese alla lettera, le parole di San Paolo recano in sé potenzialità destabilizzanti fatte di eversione politica, sociale e umana. Il cristiano ortodosso non può dare a Cesare perché ha già dato tutto (compreso sé stesso) a Dio. Egli non sta sotto alcuna legge. Perché la legge di Dio è l’unica che riconosce.

Non può pertanto concepire una legge umana sovrastante a quella divina, o concorrenziale o paritaria. Pensiamo quindi all’impero di Roma, che si accontentava di imporre ai cristiani il rispetto della legge in cambio della tolleranza verso il nuovo rito. Ma i cristiani mal celavano le loro autentiche aspirazioni. Professare quella religione significava contrastare Cesare e la legge degli uomini. Al Dio dello spirito corrispondeva il Dio della Legge, dell’unica legge a cui il vero cristiano può obbedire: quella divina. E pensiamo anche al confronto sotterraneo, mai sopito, emergente in tutta la sua drammaticità, fra papato e impero. Un conflitto insanabile, motore di tutta la politica del medioevo europeo. Pensiamo alla mai sopita lotta fra potere papale e imperiale. Fra Papa Innocenzo III,

Gregorio IX, Urbano IV e Federico II di Svevia e ancora fra suo figlio Manfredi contro Carlo d’Angiò, la canaglia incoronata, secondo alcuni storici tedeschi, chiamato a contenere il progetto di un grande stato di concezione laica in Europa. Chi aveva perso e che cosa con la morte di Manfredi a Benevento? Un principio politico, religioso, una supremazia di un’entità sull’altra, la concezione del sacro e la sua influenza (intromissione) nella legge degli uomini che tentava, senza successo, di affrancarsi. Leggiamo ancora a pagina 53 cosa scrive l’Anonimo francofortese … Anche in un altro senso non hanno bisogno di alcuna legge: in quanto non devono tramite essa ottenere o guadagnare niente per sé, e neppure essa può esser loro utile in qualche modo. Vedi, in questo senso è vero che si può giungere al di sopra di tutte le leggi e virtù, e perfino al di sopra dell’opera, del sapere e del potere di ogni creatura. Adamo che mangia la mela contravviene a Dio e contravvenendo a Dio automaticamente afferma se stesso come volontà di indagare e di conoscere il mistero che dietro il mangiare della mela si cela. Il divieto divino infranto, ovvero la scaturigine della conoscenza esclusivamente terrena, il tentativo di sottrarsi a quel richiamo totalizzante che, se seguito, rende l’uomo illuminato, divinizzato, ma privato delle sue peculiarità ontologiche. Per l’eterna felicità occorre abbandonare ogni pretesa dell’io. Il dettato è inequivocabile e non ammette deroga alcuna. Pensiamo quindi ai re che incoronavano se vocando la protezione divina, e, in diretto collegamento con essa, godendo di un rapporto diretto, senza intermediari, volutamente privi dell’apporto ecclesiale. Pensiamo poi ai re che ancora si facevano incoronare dai ministri di Dio, suoi rappresentanti in terra. Emissari di un potere parallelo in perenne contrasto con quello del re, dell’imperatore. Sulla base di questo conflitto verranno dettate le nuove regole del potere in Europa. Enrico VIII riuscirà a svincolarsi da queste logiche. Napoleone Bonaparte, Garibaldi e Vittorio Emanuele II fecero di più, ma questa è un’altra storia. Oltre a questo tipo di lettura ce ne sono altre, assai più profonde. Il Libretto ce lo portiamo ogni giorno in metrò perché scrive cose di assoluta attualità, facendoci penetrare in quella necessità del volere Dio, come unico atto utile alla realizzazione dell’uomo illuminato, affrancato finalmente dalla contingenza terrena e dall’insopportabile disservizio della rete metropolitana milanese. 100 pagine per mezzo euro!! Dio non ti lascia troppe alternative Il Dio dei Cristiani non lascia alternative. O con lui, con la ricompensa del Paradiso e della vita eterna, o senza di lui, scaraventati nel buio dell’inferno. Detto così sembra un ricatto, ma ricatto non è; le cose infatti sono molto più semplici e nel contempo assai complesso. GOT LEIDEN: patire Dio, come spesso si legge nel Libretto della vita perfetta di Anonimo francofortese è la chiave per tentare di comprendere. Ma cosa occorre comprendere? Il Libretto ripete col Vangelo una cosa sola, scolpita nelle pagine di pietra della Fede: rinuncia a te stesso, perdi l’anima tua, è così che troverai te stesso, facendo posto a Dio, il quale dilagherà nella tua anima, come bene perfetto, assoluto, totalizzante, e tu così salverai la tua anima. Ma salvarla da cosa? Da te stesso, dalla finitezza dell’essere, da ogni volontà invidiale, da ogni presunzione di potenza, salvarla dalla tentazione dell’anima nel volersi ritenere autosufficiente. Rinuncia e distacco da sé stessi riempiono di desiderio e amore supremo e di nobiltà che rifiuta ogni finitezza per raccogliere l’Uno, il Dio che ama, in cui le creature illuminate esistono. Patire Dio non avrà il significato di sofferenza ma di accoglienza di Dio in tutte le cose, poiché Dio è in tutte le cose. A pagina 10 nella cospicua prefazione di Marco Vannini leggo: C’è qualcosa di fondamentale da comprendere, ed è la radicale malvagità del nostro essere, proprio in quanto volontà determinata. Una malizia che non si esprime necessariamente in atti cattivi…ma che consiste nell’affermatività del soggetto, nella sua volontà di appropriazione, di essere, di avere, di sapere. (Chi è che lo dice a Friedrich Wilhelm Nietzsche?) In essa tutte le cose vengono distorte, sottomesse a un perché, utilizzate, distinte in buone o cattive a seconda della rispondenza o no al nostro fine, che è necessariamente determinato. Il male è innanzitutto nel fatto stesso che la volontà non trova mai pace, ma solo inquietudine e dolore-…è la coscienza religiosa a scoprire la pochezza, la finitezza, la determinatezza e con ciò la meschinità, l’utilitarismo, la radicale negatività della volontà propria, in rapporto all’Assoluto, che, come il sole, su tutto risplende. A pagina 29 si legge: Finché l’anima ha di mira il corpo e le cose che gli appartengono, il tempo e le creature, viene così sfigurata e resa molteplice, ed allora ciò non è possibile. Infatti, se l’anima vuole giungere a quel punto (dare uno sguardo all’eternità e pregustare la vita eterna) deve essere pura e vuota di tutte le immagini, distaccata da tutte le creature, e soprattutto da sé stessa. E questo si pensa non sia mai avvenuto nel tempo. Ma San Dionigi lo ritiene possibile. Lo si ricava dalle parole che scrisse a Tolomeo: – Per la contemplazione del mistero divino devi abbandonare sensi e sensazioni, tutto ciò che la percezione sensibile può afferrare, ed anche la ragione e l’intelletto, e tutto quello che la ragione può concepire e conoscere…unisciti a ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscere. Se c’è qualcosa di rivoluzionario nelle pieghe di questo Libretto, soprattutto in un periodo come questo, che dura ormai da qualche secolo, in cui scienza e tecnologia hanno alimentato illusioni di onnipotenza, è il ritorno all’idea di Dio. Il Libretto è una fonte generosa e dissetante in questo senso e un invito attualissimo alla distanza di settecento anni. L’anonimo francofortese ci induce a bere ancora a quella fonte. Dipende se uno ha sete o no. E la sorpresa è grande: da quella fonte sgorga un’acqua fresca e ristoratrice che non vorremmo smettesse mai. Tascabili Newton: cento pagine mezzo euro!! Accadeva un tempo ormai remoto.

c’erano i libri?

Non è che sono un fissato, è che ogni giorno di più mi convinco di una cosa, invecchiando, si impara, appunto. come fai a dire: io lo so, se non c’eri, e non hai visto, e come facevi ad esserci alle guerre puniche o alla congiura di Catilina o alla rivoluzione francese o alla corte del Kublai Khan in Cina mentre Marco Polo prendeva appunti, e coi Vichinghi che scorazzavano sulle coste inglesi?

Nemmeno là potevi esserci, come non hai potuto partecipare al fervore della bottega del Verrocchio, avresti incontrato Leonardio Da Vinci, allora. Ti ricordi di quanti libri hai letto di quelli che contano? Quelli di oggi contano? No, o meglio: non ancora, non quelli di oggi, ma quelli di ieri, assiepati nelle biblioteche e nelle librerie fra i classici. Lì vai a colpo sicuro. Ci sono i classici a darti una mano, non quelli pallosi che ti hanno costretto a imparare sui banchi di scuola. Ma gli altri, quelli che hai scoperto tu, da solo, senza costrizione, ficcanasando qua e là seguendo il tuo istinto. Cos’è un’opera classica? Qualcosa che resiste agli insulti del tempo e che ti parla, descrive, rinnega o esalta qualcos’altro di unico, di inconfutabile, o anche di allegorico, qualcosa che ti fa esclamare: finalmente! ce n’era davvero bisogno. Un luogo, un’epoca un personaggio, un evento. Qualcosa che ti fa odiare o amare o identificare col personaggio, scorrendo certe pagine. Se vuoi sapere d apocalissi, di immani sventure o di conquista che poi sono la stessa cosa, di speranze di popoli, o qualcosa di rivoluzionario o di delittuoso come la calata di Napoleone Bonaparte in Italia con conseguente spoliazione di chiese e musei come fai a comprendere, a farti un’idea se non leggi, solo così puoi dire: lo so, io c’ero, alla battaglia di Gaugamela, ad esempio, insieme ad Alessandro il grande, o alla conquista della Gallia coi centurioni di Giulio Cesare, o seduto alla tavola del nobile Ramires in una casa portoghese di fine Ottocento, te c’eri, ma solo se leggi puoi dire di esserci stato davvero. E immaginare come sarebbe stata l’Italia se invece di Mussolini l’avesse governata Gabriele D’Annunzio, che considerava Hitler un pagliaccio feroce mettendo in guardia Mussolini verso un uomo “dall’ignobile faccia offuscata sotto gli indelebili schizzi della tinta di calce e di colla”; quell’ex imbianchino, capito l’antifona? E fu a un passo dal vincerla D’annunzio la partita. Tutto scritto e registrato, ma non puoi esserci dappertutto, non sei Mandrake. Non potevi esserci mentre Filippo Brunelleschi progettava i suoi capolavori a Firenze, ma ci sono i testi a descriverlo. C’è il libro per te, i libri. C’è Omero che scrive del raccapricciante duello fra Achille ed Ettore. Se provi a immaginare quei due vedi che sono ancora là a inseguirsi sotto le mura di Troia, alimentando un odio senza fine. A tanto vale la vera poesia, e la prosa e la cronaca vissuta di eventi, a tanto valgono i testi. Smuovono mondi, epoche, eserciti, illusioni e velleità, saziano la tua curiostà e ti fanno più ricco. Non altro. Ma tanto basta. Tutto quello che ti fa dire lo so, io c’ero, so cos’è il Portogallo di José Maria de Eça de Queiroz, il Medio Oriente,

l’America di ieri e di oggi.Sindibad il marinaio, Jane Austen e lo sbarco sulla luna e la condanna del frate domenicano Giordano Bruno bruciato vivo sul rogo per eresia da parte di Santa Madre Chiesa, il libro della storia, di emisferi mai compresi fino in fondo, della scimmia nuda e dell’ultimo viaggio di Charles Darwin intorno al mondo, a osservare, su un brigantino, cosa era il mondo prima dell’avvento dell’era industriale e non sarebbe più stato in seguito, ma lui non lo sapeva. Sciocchezze? Nemmeno un po’. Pensa a Севастопольские рассказы, non allarmarti, sono I RACCONTI DI SEBASTOPOLI scritto in russo, che avevano suscitato le lagrime nella zarina e perplessità e turbamento nello zar e anche all’immenso GUERRA E PACE di quel prodigioso scrittore filosofo Lev Nikolayevich Tolstoy il cui pensiero influenzerà Gandhi e Martin Luther King! Potenza invasiva delle idee! Se vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno dopo le sbornie della rivoluzione industriale informatica e digitale devi pur leggere qualche testo per poi confrontare l’uomo nuovo con quello rinascimentale o coi cow boys o con i pellerossa Scioscioni e Sioux, annientati dall’uomo europeo perché gli premeva fondare una nuova civiltà (surrogato di civiltà, aggiungo io) in realtà gli inglesi avevano bisogno di terra e sono andati a prendersela dove ce n’era tanta e gratis. Al proposito sorella Wikipedia specifica che: I colonizzatori che si stabilirono nel Nuovo Mondo erano assai diversi tra loro, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Gli olandesi dei Nuovi Paesi Bassi, i quaccheri della Pennsylvania, i puritani della Nuova Inghilterra, i cercatori d’oro di Jamestown ed i forzati della Georgia: ognuno arrivò in America per motivi assai differenti e le colonie che fondarono furono, di conseguenza, molto diverse sotto il profilo sociale, religiosopolitico e delle strutture economiche.

Devi leggere libri, non hai scelta se vuoi sapere cos’è successo. Gioco forza e leggere VERSO DAMASCO che non è proprio uno scherzo, nemmeno scorrevole o piacevole, ma quando mai la realtà è piacevole? Di grande aiuto nel capire il vuoto cosmico in cui brancola l’uomo d’oggi. Ne esce davvero con le ossa rotte in quelle pagine così dense di significato. Lo svedese aveva visto giusto. Davvero istruttivo visto che parla del rapporti uomo donna, divorzi, matrimoni e legami parentali (esplosi) Strindberg in Verso Damasco, e di indimenticabili ritratti dei nuovi Americani che si agitano ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA e di quanto torto o ragione avesse Catilina con la sua congiura anti Roma. Giuro che non ho niente contro gli altri mezzi del sapere. Se mi vuoi fare l’elenco te ne sarò grato. Il libro, quello di ieri, quello sancito e onorato da lettori, critica e dal tempo (forse è la cosa piu rilevante, perché il tempo non perdona). Lascia stare i buoni compagni di una estate o di svago. Come dice la professoressa o la pubblicità di libri balneari. Quelli sono i libri gelato e aperitivo, scritti da chi ha tempo di farti perdere tempo o trastullarti, ce ne sono un sacco, scritti da calciatori, veline, presentatrici. Quelli te li vieto d’ufficio! Vai invece a leggerti IL MANOSCRITTO TROVATO A SARAGOZZA, del  conte polacco Jan Potocki che vi dedicò buona parte della vita.

Sono solo ottocento pagine, cosa vuoi che siano, ma sono più di un romanzo, ovvero un labirinto di primo Ottocento. L’opera non può essere confinata in un solo genere: infatti dentro di essa convivono il romanzo di formazione, quello d’avventura, il romanzo picaresco, il romanzo erotico, il fantastico e il meraviglioso. Non è quello di cui mi urge parlarti, ma di comprendere per valutare, confrontare, ampliare la possibilità delle tue meningi già peraltro stressate da impegni di lavoro, di cuore, da impicci e ostacoli della quotidianità e dai giocattoli che ti porti in tasca, che sono iPhone e Headphones and earphones. Sarei contento di sbagliarmi, ovviamente. Cosa te ne fai dei libri se non vuoi migliorare veramente la tua vita?

alcuni lettori ti scrivevano?

Caro Sandro,
Una risposta dell’autore di VERSO KABUL, dopo 3 anni! Ebbene sì! Meglio tardi che mai! Come passa il tempo! Sembra ieri. Non sono un animale tecnologico e arrivo sempre a scoppio ritardato. Però volevo proprio scriverti anche per ringraziarti. E per aver detto la tua opinione sul mio libro, che oggi probabilmente riscriverei in altro modo. Ma chi e cosa rimane uguale a se stesso dopo decine di anni? Per quanto riguarda il “sesso” e pertinenze ad esso affini, in cui mi pare di rilevare una tua critica: allora erano sempre improvvise “quelle presenze”, all’insegna dell’arrembaggio, dell’effimero e del provvisorio (per lungo tempo). Io allora ero proprio così, succube di quelle subitanee e forse improvvide apparizioni erotiche; difficilmente si sarebbe chiamato amore e infatti non lo era, ma rapina, sottrazione, arrembaggio facendo scempio programmatico di (eventuali) sentimenti altrui. Non posso negarlo. Voglio tuttavia sottolinearti che l’Eros, l’attrazione verso l’altrui sesso, l’amore nelle sue infinite declinazioni hanno sempre rivestito per me un ruolo rilevante,  indocile allora come oggi,  sempre attirandomi nelle loro spire e sono state la trama stessa non secondaria della mia vita e di molti miei lavori successivi. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Roberto Donadelli,
perdona il ritardo con cui ti scrivo, ma ci tenevo a risponderti. Il tempo passava, ignobile tempo! Hai ragione tu, c’era del mitico e del leggendario nel viaggio (e anche non poca angoscia esistenziale, allora si chiamava cosi, te ne ricordi?!) nei giovani e meno giovani che ho incontrato andando a Kabul. Alcuni ragazzi veneti avevano un biglietto di sola andata per quei luoghi! Mi ha fatto una grande impressione incontrarli, vestiti come afghani, e senza il desiderio di tornare, alla ricerca di paradisi artificiali. Ti ringrazio per aver letto con acutezza invidiabile il mio lavoro e Spero che mi seguirai sul mio blog: tiricordiquando.com e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario paluan ti saluta

Caro Emanuele,
Ti rispondo dopo quattro anni! Quasi ne provo vergogna, dicendoti che hai ragione tu. Poteva essere un’altra la meta e non Kabul, oggi assolutamente non raggiungibile secondo il tragitto che avevo compiuto. Non ho potuto dare una descrizione dettagliata anche perché non ne avevo l’intenzione. Del resto il viaggio in compagna di amici malesi, era un percorso dentro di me che poco aveva da spartire col vero paesaggio esteriore a cui tu alludi. Oggi pur senza rinnegare quella scrittura la rifarei in un altro modo, mettendo (solo) qualche indicazione topografica per favorire l’orientamento. Quello è stato un viaggio (dalle cento insidie) all’insegna del rischio, dell’improvvisato e dell’incoscenza giovanile. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora. Mario Paluan ti saluta!

Caro Maurizio Contin,
Ti rispondo dopo due anni di tempo dal tuo commento su VERSO KABUL, ringraziandoti. Non potevo dare una spiegazione dettagliata, credimi, non era nelle mie intenzioni del resto, l’eccitazione e la “follia” di quel viaggio hanno tenuto banco fino alla fine, in un crescendo di disavventure “cosmiche” Oggi ne posso sorridere, ma allora erano cose serie…Comunque hai ragione tu, oggi lo rifarei, ma come sai, sarebbe impossibile farlo sugli stessi itinerari, con lo spirito del dopo, aggiungerei quello che manca, anche se il mio occhio tende più alla psicologia che al rilevamento di luoghi e persone. Seguimi su Amazon e su questo blog, mi farà molto piacere!. Ciao! Mario Paluan ti saluta!

Caro Angelo de Angelis,
L’autore di VERSO KABUL ti risponde dicendoti che Cinque stelle non le merito, non vale tanto il mio lavoro di allora. Dopo tre anni dal tuo incoraggiante commento ti scrivo dicendoti: Grazie! Verso Kabul è stata una esperienza unica e indimenticabile,  Ancora oggi si agita in me. Lo spirito di allora è rimasto intatto, ma non l’età, e gli impegni che ho preso nella vita impongono certe cose che limitano…. Spero che mi seguirai sul mio blog e su Amazon e che avremo modo di scriverci ancora.
Mario Paluan ti saluta. A presto!

il sole era da vendere?

IL MERCANTE DI SOLE TORNO SUBITO, lo abbiamo trovato scritto una volta sul cartello appeso all’ingresso. Il tempo di un caffè, di una sigaretta, fumata velocemente sul terrazzo della stazione di Lambrate a Milano. Andrea e Mauro tornano subito al lavoro. Perché davanti alla loro vetrina e dentro la libreria c’è sempre gente. Di sabato, qualche volta di domenica, di giorno e di sera. La libreria LOGOS MONDADORI è un luogo di frontiera, un avamposto sulla linea di demarcazione che divide la città da quella zona informe che prelude agli imbocchi delle autostrade. Una libreria speciale, in un luogo particolare che merita una visita. Davanti alla sua vetrina ci passa buona parte dei dodici milioni di passeggeri che ogni anno transitano nella stazione; speciale perché i titolari consigliano e commentano l’ultimo libro del mese rendendosi partecipi delle vostre scelte. Se è la prima volta che ci andate sicuramente ci tornerete. Contigua alla libreria c’è anche un bar dove servono un caffè eccellente. Per non parlare della sala d’aspetto della stazione proprio davanti al suo ingresso. C’è un posto migliore per sbirciare le prime pagine di un libro appena comprato? Ma qual è l’ultimo libro segnalato questa settimana da Andrea e Mauro? Un libro singolare che potrete trovare solo alla LOGOS MONDADORI. IL MERCANTE DI SOLE,

titolo che Mondadori aveva un tempo in catalogo e che ora detiene l’editore Lorenzo Fornaca di Asti. Perla dimenticata di Angelo Gatti, autore poco noto al grande pubblico e ingiustamente trascurato dalla critica. Cos’ha di speciale il libro? Parecchie cose. Perché anche se l’autore non si chiama Marcel Proust tratteggia una singolare Recherche indagando i fantasmi di un mondo perduto e mai più ritrovato con un’abilità psicologica e ritrattistica eccellente. I dialoghi sono il piatto forte del romanzo. Ma non solo. C’è una serie di squarci lirici e vividi che incantano: Cominciava un pomeriggio di luglio soffocato e abbagliante, e un calore d’incendio, un odore d’arsiccio gravavano sulla campagna. Paesi calcinati, vigne bruciate dal verderame e ingiallite dalla polvere, campi mietuti spaccati dal gran secco, apparivano e sparivano nell’aria immobile. Sulle strade deserte gli alberi gettavano ombre ancora brevi. Si legge nella prima pagina del libro e a pagina 95: Il cielo, rimbombando fremette, e le vibrazioni mutarono in lampi; tutti i campanili risposero a quello d’Alliano. Un immenso corale si levò e allargò, cantato in piena sonorità dalle campane e dalle campanelle; colpi acidetti, squilli argentini, rintocchi cupi si inseguirono e si fusero; poi i suoni, raccolti in una invisibile nuvola, viaggiarono sui colli e sulle valli.

Ambientato nel profondo nord della provincia astigiana, fra vigne, campi, borghi e un castello in rovina in procinto di essere ceduto da una nobildonna squattrinata, il romanzo si dipana su più livelli e ha, fra i vari protagonisti, una presenza costante di assoluto rilievo. La campagna e la magia di una terra faticosamente e dolorosamente dissodata da cariatidi con mani enormi, dure come il legno dei loro badili. Tutto qua? Assolutamente no. Mentre la lontanissima Torino subisce i bombardamenti degli aerei inglesi in missione notturna qualcuno ammirerà quei bei fuochi d’artificio che scoppiano nella notte. È la contraerea che fa il suo lavoro o una gran festa d’estate?! Tratto di un mondo perduto, col sottofondo di una rivoluzione sociale ed economica ancora in corso. E con l’incerta sensazione che il mondo stia davvero cambiando, ma solo apparentemente in meglio. Nel nuovo mondo, nelle pagine de IL MERCANTE DI SOLE emergono due figure femminili magistralmente tratteggiate. La figlia dell’acquirente del castello, fascinosa e inquieta creatura di stampo dannunziano, afflitta da un oscuro dolore e una bimba indifesa e sensibile che ammira con occhi spalancati il bagliore degli scoppi delle bombe su Torino, ma forse si tratta solo di fuochi d’artificio. Dimenticavamo il protagonista di questa Recherche in terra astigiana: Cuordileone di nome e di fatto, eroe positivo a oltranza che spande ottimismo e buoni pensieri per tutta la vicenda. Gli contendono la scena una serie di comprimari fatta da nobildonne decadute, sognatori e figli del progresso, oltre a uno stuolo di cani e contadini stizzosi, muri corrosi dal tempo, talpe e bruchi velenosi e una quantità di uccelli chiamati ad uno ad uno per nome che allietano quella terra e la bella d’erbe famiglia e d’animali di foscoliana memoria. Ma è il Monferrato astigiano che alla fine ruba la scena. Infinitamente più saggio e fascinoso delle bizzarre creature che ospita. Violentato attraverso la sistematica distruzione della sua antica bellezza, defraudato della lussureggiante profondità dei boschi, decimati dalla speculazione, imbruttito con l’edificazione selvaggia dei suoi borghi. Non voglio fare un elenco, se no mi vengono i fumi, basta pensare a Moncalvo. Senza tregua, senza rispetto, gli insulsi distruttori che lo abitano sradicano tradizioni, bellezza e poesia. Nell’inconsapevolezza totale. IL MERCANTE DI SOLE contiene anche questa denuncia, purtroppo ancora oggi così attuale. L’accattivante copertina è un simpatico disegno a fumetti che ricorda i tempi andati ed è di Valter Piccollo. I diritti de IL MERCANTE DI SOLE appartengono al comune di Asti, che ha consentito di realizzare una nuova edizione a Lorenzo Fornaca.

cercavi il meglio in tutti i libri?

Mi piace pensarlo, anche perché lo rilevo di continuo. Un riscontro che, se ci pensi bene puoi verificare sempre anche tu. In ogni opera che si rispetti esiste un must, ovvero un’idea, un sentimento, una situazione, un paesaggio o personaggi così significativi da riuscire significativamente e indiscutibilmente migliori di tutti gli altri in altre opere o nell’opera stessa. Per bellezza, profondità, fascino. Dei must che sono insuperabili. Mi scopro ovvio a verificarlo; una cosa molto bella o profonda primeggia su tutte le altre, ogni opera ha delle parti trionfanti, incomparabili, migliori di ogni altra analoga in altre opere. Ti faccio qualche esempio per far chiarezza a te e a me. C’è una scena ne Gli isolani di Hemso di August Strindberg in cui si taglia l’erba di un prato: semplicemente incantevole, il quadro corale dei mietitori, della natura sconvolta dal loro avanzare, superbamente descritta, avverti l’odore dell’erba appena tagliata dalle falci, raccolta da una falange di fanciulle al seguito dei mietitori, munite di rastrelli, il turbinio di insetti che si allontanano, spaventati, ci senti la mano dell’uomo che corregge la natura, senza tuttavia guastarla, la freschezza, il trionfo di un paesaggio vivissimo, ridente e non banale. Sono scene ma possono essere ambienti o caratteri che diventano riferimento, punto massimo di espressione, per espressività e intensità, così da diventare dei must, degli unicum, come nell’ iIllustre casata Ramirez, ad esempio, di José Maria de Eça de Queiroz, definito Proust del Portogallo. Se vuoi sapere dell’anima portoghese, ad esempio, e di com’era il Paese alla fine dell’Ottocento c’è solo quel ritratto magistrale, insuperato. Cosa e come pensano, cosa mangiano, a cosa aspirano i Portoghesi. Pensare ai libri come a contenitori di bellezza, significato, sentimento e unicità per andare a colpo sicuro cercando quel brano che ti aveva così tanto colpito. Ad esempio c’è una scena in Padri e figli di Ivan Sergeevic Turgenev, che, seppur ho dimenticato gran parte del libro, mi riporta ancora a una emozione netta e vibrante, è relativa a due anziani genitori che si inclinano sulla tomba del loro figlio, stroncato da una malattia epidemica letale non curata (consapevolmente trascurata?) Non ho riscontro in altre opere di quanto sia commovente la scena. Una infinità di esempi, ogni opera ha i suoi must. come il ripudio della guerra e della sua insulsaggine, ad esempio, nell’urlo levato da Lev Nikolaevici Tolstoi in SEBASTOPOLI, in cui sentimenti, rancore strazio e pietà per i ragazzi soldati smembrati dai cannoni francesi si alternano dopo che graziosi pennacchi bianchi di fumo fioriscono dalle bocche dei cannoni, a costellare la pianura. E sempre per stare in tema di massacri e affini se vuoi sapere com’e andata a Napoleone in Russia devi, a tappe, si intende, sorbirti le milletrecento pagine di GUERRA E PACE. Ne vale la pena.

La morte che arriva. Pum! O l’orrore che si respira nelle ultime pagine di BENITO CERENO di Herman Melville, quando si scopre il vero motivo dello strano comportamento e dell’angoscia del capitano Benito Cereno, tenuto in ostaggio camuffato da una banda di schiavi ammutinati, dotati di pugnali e machete. Inutile cercare confronti con altre scene analoghe, Melville era maestro in queste genere di cose. Personaggi e scene che ti sono rimaste impresse e che ora primeggiano come la figura del boxer anziano che sogna una sugosa bistecca che la moglie non ha potuto preparargli prima dell’incontro, perché non le fanno piu credito dal macellaio. O come la scena del vecchio pellerossa, vecchio e malato, abbandonato dal figlio capotribù , da solo in mezzo ai lupi, con qualche stecco per il fuoco. Non credo ci sia qualcuno, su questo tema, con questa forza che abbia scritto qualcosa di meglio e di analogo come ha fatto London. Allora mi piace considerare la letteratura del mondo come un gigantesco arazzo, in cui gli autori, da millenni, esprimono il meglio e in questo meglio primeggiano incontrastati, descrivendo qualcosa, qualcuno, dando vita a scene uniche, di spessore e fascino ed espressività incomparabili. Potrei scrivere sino a domattina di questo e quello e quell’altro ancora e te potresti rispondere col meglio che ti ha colpito, Io darei solo un pallido esempio di quanto la letteratura del mondo intero sia importante a rappresentarci, anche a futura memoria, se le condizioni lo richiedessero. E del grande Garcia Marquez e del suo realismo magico e del teatro shakespiriano che rappresenta, sonda, analizza e distrugge il potere, in ogni sua declinazione non ne parliamo? Per non sottacere RE LEAR del grande William, se vuoi sapere del rapporto fra padre e figliolanza, complicato da una eredità mica da ridere. Ma da solo come si fa? non ho cento vite, quelle forse basterebbero a segnalare e raccontare qualcosa di noi. Ho detto: qualcosa…

c’era il genio di Pirandello?

LO SCIALLE NERO

Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore, e poeta, insignito nel 1934 del Nobel per la letteratura. Per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale è annoverato fra i più importanti drammaturghi del ventesimo secolo. Tra i suoi lavori spiccano numerose le novelle e i racconti brevi in lingua siciliana e italiana oltre a circa quaranta drammi, l’ultimo dei quali e rimasto incompleto.


È successo in Sicilia ma poteva accadere in qualsiasi altra regione italiana. Lo scialle nero è un classico in grado di stare alla pari con altri racconti. Geniale nella semplicità della trama, incalzante nel succedersi dei fatti. E anche originale nel ritrarre i personaggi e con un finale a tinte forti, che sfocia nella tragedia degna di un film dell’orrore e che lascia senza fiato. Non ci sono se e ma, non esistono ripensamenti o esitazioni. La confessione di una vergogna innesca un processo drammatico inarrestabile. Tragedia dal sapore antico e tuttavia di sconcertante attualità (a proposito di violenza e sopruso sulla donna). Lo SCIALLE NERO è annoverabile fra i classici, un capolavoro in cui i personaggi, lungi dal tradire se stessi, recitano sino in fondo la loro grettezza o la mancanza di emozioni. Essi rappresentano tipologie psicologiche che si confrontano, categorie caratteriali e sociali all’interno di trame che paiono animate dal fato sovrano, inarrestabile e ineluttabile. Il genio pirandelliano indaga e scruta con un potere di scandaglio psicologico che sbigottisce, tanto è profondo e incalzante e senza possibilità di riscatto. Un racconto a tinte forti, con personaggi il cui fato sembra già scritto. Un dramma che matura rapidamente precipitando verso il tragico epilogo rappresentato dallo scialle che plana come un enorme petalo nero verso l’abisso.

Poesia e morte, la vita che stacca il suo ultimo petalo di colore nero. Siglando la morte della protagonista. I protagonisti a nostro avviso sono due, le altre figure comprimarie fungono da detonatori. Il tragicomico matrimonio darà l’avvio all’evento finale, a quel precipitarsi desiderato (?) verso la fine, come a voler cancellare un’onta, per un desiderio di ripristino morale, di redenzione e di autopunizione. Diverse sono le chiavi di lettura ben più complesse e articolate della mia. Ma un’osservazione voglio pur farla. La protagonista, sgraziata e cicciona, un tempo pur attraente e ora sciupata, ha subito un processo di rigenerazione psicologica sconvolgente. Ella vive di una vita non partecipe, rifugiata in un eremo psichico e abitativo irraggiungibile dagli altri. Sembra comprendere e (forse) giustificare chi le ha fatto così tanto male. Ma ciò non basterà a farla sopravvivere. Il destino imperversa su di lei. Un’altra umiliazione, un’altra devastante ferita, inferta dal suo irruente bamboccio marito la precipiterà verso la fine. Il secondo personaggio protagonista qual’è? Non è un personaggio. Ma l’ambiente soffocante e nello specifico la Natura. Che, benefica, rassicurante e stupenda in quella Sicilia madre di fine secolo accoglie nell’abisso mortale la sua creatura. La natura e la donna nella morte si confondono. Lo scialle nero che, placidamente plana verso il baratro adagiandosi a pochi passi dal corpo sfracellato è il simbolo di morte che suggella la fine della donna. Un classico superbamente espresso, letteratura di altissimo contenuto e di una modernità sconcertante. Dalle: NOVELLE di Luigi Pirandello. Lo scialle nero: a proposito della novella Tiziana scrive un bel post.