sei stato nella grande Foresta?

Qualcuno dei miei lettori sì. Si chiama Patrizia Casta e mi ha scritto una mail INCORAGGIANTE. Se i premi sono di questo genere, basati sul consenso o anche sulla critica costruttiva sono i benvenuti! Ecco cosa scrive Patrizia: Devo dirti grazie per gli sforzi che hai fatto scrivendo questo blog sito.
Spero anche di verificare ancora la stessa alta qualità dei contenuti in futuro. Per la verità, le tue abilità di scrittura creativa
mi hanno ispirato e incoraggiato per ottenere il mio blog ora;) Maramures
Grazie, buona giornata!

La recensione a cui si riferiva Patrizia e che qui ripropongo fa parte di un’avventura a cui mi sono dedicato prima del mio esilio. Prendevo un libro, lo leggevo un paio di volte per vedere se avevo capito bne e lo commentavo. Non era un vera recensione, perche non sono un recensore vero, anche perche l’opera non ne aveva piu bisogno, ma un modo per entrare nel vivo di argomenti che mi appassionavano, del passato e del presente, ma anche del futuro. E duunque: Ti ricordi di Catilina? Ti ricordi di Faulkner? Ti ricordi della Via del Tabacco di Caldwell corrisponderanno ad altrettanti post ai quali mi aspetto che tu risponda. Se vai a\ spulciare nel blog le troverai risalgono al 2013, un secolo fa!

La Grande Foresta

C’è un libro che nonmi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine mi suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

scriveva Marie-Henri Beyle?

Beh, non possiamo dire che fosse un Adone e nemmeno un sedentario, con quel gran faccione che lui stesso definisce in modo assai poco lusinghiero. Sempre in movimento al seguito dell’esercito napoleonico e nei salotti di Parigi, Londra e Milano, alla ricerca del bello, che gli serviva anche per scacciare noia e depressione. Non si piaceva Marie Henrie Beyle, tozzo, sgraziato, con gambette smilze e corte, francese d’hoc e innamorato di Milano e delle sue donne. A proposito di donne, si innamora di tutte, fra loro primeggia Metilde, che lo mette alla porta perché troppo insistente. E certo non si cela per apparire diverso, si mostra appassionato e, volubile qual’è, racconta con candore i suoi «fiaschi», memorabile quello con Alessandrine, creatura a pagamento, ad esempio, fiaschi non solo amorosi, nei salotti era difficile che non facesse parlare di se; appena vede una donna “potabile” perde la testa, le fa un’assidua corte, si dichiara e poi la chiede in matrimonio, invano, osteggiato dalla sorte e da burberi tutori, quante volte gli accade di essere piantato dall’ amata di turno «senza neanche averla avuta». Un fanciullo, un gigione di italica impronta, ma senza offesa! Perché sincero a oltranza. Dal grande eloquio e col cuore sempre pronto a infiammarsi per la pittura, la musica e le gonnelle salvo poi fare cilecca con una bella meretrice d’alto bordo durante una gozzovigliante serata coi suoi amici che se la ridono a crepapelle. E lui lo scrive, sforzandosi di mettersi a nudo, di essere il più sincero e onesto possibile, in quel magnifico reportage d’autore che si chiama RICORDI DI EGOTISMO. Autentico vissuto con gustosi flash e commenti a ripetizione. Pettegolo e bonapartista a oltranza, ne ha per tutti, a tutti riserva commenti spesso poco lusinghieri, descrive amici nemici, con candore, naturalezza, persone che gli danno fastidio e palloni gonfiati alla corte di Napoleone e nei salotti della Restaurazione. Alcuni esempi fra i tanti: ” …Questa spia, terrorista nel ’93 non parlava che di marciare contro il castello per massacrare tutti i Borboni. Sua moglie era tanto libertina, tanto desiderosa del maschio che portò  all’estremo il mio disgusto per il libero parlare francese…La signora è secca come una cartapecora e priva di spirito e soprattutto di passione e d’ogni capacità di commuoversi se non per le belle cosce d’una compagnia di granatieri che sfilino nel giardino delle Tuileries in calzoni di cachemire bianco…A proposito del suo faccione: “Portavo due enormi favoriti neri dei quali solo un anno dopo la signora Doligny mi fece vergognare. Quella mia testa da macellaio italiano parve non garbare troppo all’ex colonnello del regno di Luigi XVI….” A Parigi, Civitavecchia e a Roma si annoia perché non trova niente da fare ….Spirito critico, libero, provocatore, iper romantico e polemico, Stendhal scrive: “Non ho amato mai appassionatamente che Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

A Milano. Nel ’20 mi venne il desiderio che questo fosse scritto sulla mia tomba. Pensavo tutti i giorni all’epigrafe, convinto che solo nella tomba avrei trovato tranquillità. Volevo una lapide a forma di carta da gioco… Odio Grenoble , sono arrivato a Milano nel maggio 1800 e l’amo. Là ho avuto i maggiori piaceri e i maggiori dolori. Là, e questo costituisce una patria, ho provato le prime gioie. Là desidero passare la vecchiezza e morire.” Stendhal, francese purosangue e innamorato dell’Italia come pochi. Nei suoi scritti intimi non mente: «Quasi certamente piacerei agli sciocchi se mi dessi la pena di aggiustare qualche brano di queste mie chiacchiere. Ma forse scrivendole come una lettera a mia insaputa do l’idea del somigliante. Ebbene io voglio soprattutto essere veridico». Qualcuno negava la sua grandezza di romanziere? Sì. Victor Hugo, ad esempio, che qualificò Stendhal «un uomo di spirito che era un idiota» e che non si rendeva conto «che cosa significasse scrivere». Stendhal fu considerato l’iniziatore del romanzo moderno, che ispirò la grande narrativa di costume dell’Ottocento. E se lo dice Wikipedia c’è da crederci. Acuto e verificabile un giudizio sulla società inglese: “…La società è divisa in sezioni come una canna: il grande impegno di ognuno è salire alla sezione superiore, e il grande sforzo di questa è di impedirglielo…”

A proposito di una strana sindrome: da lui prende il nome la celebre sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata): si tratta di una affezione psicosomatica osservabile nei soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. Ma in che modo si manifesta? Il fenomeno si è verificato di frequente al cospetto delle opere di Caravaggio e Michelangelo. Fu proprio Stendhal a descrivere nell’opera “Roma, Napoli e Firenze” scritta nel 1817, gli effetti di questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona. Lo scrittore, in effetti racconta che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l’uscita dell’edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d’arte scatenò nel suo animo. Fa onore alla Francia l’amore conclamato di un grande francese per il nostro paese che scriveva: “…quante precauzioni si devono prendere per non mentire a se stessi!” …e oggi di francesi appassionati della penisola come lui ce ne sono in circolazione? ne avremmo bisogno, visto che gli italiani latitano.

c’era l’uomo moderno? (2)

Anche l’uomo che scopre terre misteriose sembra aver fatto il suo tempo, Dopo Specke, Livingston, Carlo Piaggia, il romantico esploratore di fine Ottocento, tanto per capirci, dopo Conrad, Stevenson, London e Melville si torna a giocare in casa, ammirati e abbagliati dalla variegata umanità dipinta da Marcel Proust nei suoi arazzi casalinghi o inquietati dal naturalismo di Zola oppure sconvolti dal nuovo modo di narrare di Louis-Ferdinand Céline. Spetta a lui ricordarci che siamo sull’orlo del baratro e che, parafrasando il titolo di una sua opera, siamo solo all’inizio della notte e non al suo termine. Il viaggio è ancora molto lungo. André Paul Guillaume Gide proporrà una pozione magica per tutti gli uomini, vincendo anche, e con merito, il Nobel; il suo rimedio-diversivo invita ad ascoltare, a gustare, ad abbandonarsi all’abbraccio dei sensi, in grembo alla natura amica, ma è un palliativo, una scorciatoia che non dura. Anche perché, solo dopo qualche decennio, non ci sarà più la natura amica, ma solo natura avvelenata e minacciata. Il sentimento panico affascina nel suo I NUTRIMENTI TERRESTRI e tuttavia non basta, non colma la misura del

vuoto, la voragine che si è creata, la sua medicina è potente ma non cura il male. L’uomo dell’Occidente europeo, ovvero l’uomo ex illuminista, ex romantico, ex decadente, ex nichilista, ex esistenzialista ed ex rivoluzionario è rimasto nudo, e non sa uscire dai metaforici bidoni della spazzatura di Thomas Beckett. I motivi con cui nutrire progetti di futuro latitano. Il Dio tradito e rinnegato che tace sulla sua croce, nel suo ostinato silenzio non ha più voglia di rivelarsi all’uomo che lo respinge ormai da un paio di secoli, se ne sta in attesa e non ha ancora impugnato la frusta…ma la impugnerà mai la frusta? L’uomo dell’occidente vive anche sull’altra sponda dell’oceano. Affolla le opere di Erskine Caldwell, John Ernst Steinbeck Jr. William Cuthbert Faulkner, Nathanel West, Ernest Hemingway e Stephen Crane. Sulla sponda americana si parla un’altra lingua, si nutrono sogni di riscatto e di uguaglianza, almeno sulla carta. Da quelle parti l’uomo inconsapevole di sé, troncate le radici, riparte da zero, perché un altro tipo di seme è stato gettato, attecchendo. Fuggire la vecchia terra corrotta e compromessa, d’origine che non sa rigenerarsi e impalmare la terra vergine d’oltreoceano (senza pagarne l’affitto, tanto c’erano solo

pellerossa.) Ma chi c’è adesso sull’altra sponda dell’oceano? I nuovi protagonisti, le facce nuove, ovvero i personaggi delle opere degli scrittori di cui sopra, che, balza subito all’occhio, risultano essere creature parziali, immature, spaesate, se non proprio tutte squilibrate. Basti pensare a quel film simbolo GLI SPOSTATI del marito di Marylin, Arthur Miller, (e siamo già nel 1961!) pellicola diretta da John Huston con Marylin Monroe, Clarke Gable e Motgomery Clift e a UOMINI E TOPI. Il popolo bambino ospita personaggi ibridi, insicuri, smarriti, precari e disadattati, forse ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA tocchiamo il punto più basso e significativo (stiamo parlando dei tipi umani che Henry Miller incontrerà nel suo IL TROPICO DEL CAPRICORNO. Mica le invento le cose. Leggi la recensione di liberi di scrivere sul libro di West, che conclude con: Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’è un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.

Personaggi nuovi che si agitano in UOMINI E TOPI, LA VIA DEL TABACCO, IL GIORNO DELLA LOCUSTA, IL GIOVANE HOLDEN. L’uomo moderno fuggito sull’altra sponda dell’oceano, spinto da motivi “nobili” in realtà cerca nuova terra gratis e nuovi spazi per erigere torri e opifici che conquisteranno il mondo. Roba vecchia e risaputa. Per farlo, ebbro di whisky e di conquista, ha trascinato la sua sposa gravida fra mille pericoli e insidie. Se leggi LA GRANDE FORESTA di William Faulkner qualcuno ne parla in questi termini e te lo comprendi perfettamente. L’uomo nuovo scarta i vecchi criteri dell’Europa corrotta e incapace di rigenerarsi. Il prezzo si chiama: abbandono del Passato, il premio: creazione di una “nuova civiltà ” surrogata abitata da uomini automi.

Arte, filosofia, storia, cultura europea di qualche millenio alle spalle si sono ridotti a concime per le future generazioni. August Rodin ha realizzato la sua famosissima statuta, Il pensatore, ma gli ha attibuito troppa dignità, troppa seriosa coscienza e profondità nell’atteggiamento di colui che medita. Si tratta di un inganno. Non c’è nulla su cui meditare. Non è così l’uomo moderno. Figli e nipoti di August Strindberg e di UOMINI E TOPI e de LA VIA DEL TABACCO si mescolano a noi. E chi parla e vaneggia, come ogni tanto sento dire in giro, di nuovo Umanesimo e di uomo nuovo alle porte, non sa neppure di cosa stia parlndo e di quanto la sua idea risulti fuori strada e lontana dal vero. Assomiglia a uno sfogo, il mio, ma non lo è. E intanto c’è ancora il virus che non demorde complicando non poco le cose.

c’era l’uomo moderno? (1)

Se te vuoi sapere che fine ha fatto l’uomo moderno, quello che si affaccia al nuovo millenio, tanto per capirci, devi cercare in due direzioni. Verso quella occidentale europea, dove proprio in questo istante ci si chiede: adesso come la mettiamo? Ovvero rileggere VERSO DAMASCO di August Strindberg, dove l’uomo non sa, non decide, non ricorda, assiste al baratro entro cui si agita innegabilmente ogni rapporto precedente infranto. Il protagonista non sa, non ricorda, non decide, rinnega moglie, figlia (dalla quale verrà umiliato e deriso) , e poi tradizione, genitori, religione e futuro. Lo scrittore, protagonista di VERSO DAMASCO è uno che, letteralmente, ha perso la bussola, che si agita in un universo cimiteriale di simboli infranti, di certezze dismesse, soffoca in un ciarpame di valori che non dettano più regole ne’ comportamenti. Scrive l’editore ADELPHI al proposito: Le astrazioni più rarefatte e la più greve fanghiglia autobiografica tendono continuamente a mescolarsi: dietro trasparenti schermi allegorici è facile riconoscere in vari personaggi di Verso Damasco figure decisive per la vita di Strindberg, quali per esempio le due mogli abbandonate e, in altri, altrettanti Doppi dell’autore stesso, carichi tutti di quelle tensioni feroci, di quei rancori e livori che per la prima volta con lui apparivano bruscamente sulla scena. Il rapporto dilaniante con la donna, le oscillazioni fra la blasfemia e la fede, il sogno demiurgico dell’alchimista, la lotta accanita contro le Potenze e la loro persecuzione – Torniamo a noi. L’uomo in divenire risulta assente. Manca all’appello. Nascono Freud il quale si affannerà a frugare nell’inconscio, e LA COSCIENZA DI ZENO e IL GIOVANE TORLESS di Robert Musil, l’anticipatore di uomini deviati. Ovvero l’uomo dimissionario, l’antieroe, svuotato di ogni certezza, vittima di se stesso e di un vuoto interiore esteriore annichilente. È successo tutto in cinquant’anni, almeno per l’occidente europeo. Baudelaire blandisce e coltiva la malinconia, Leopardi, in anticipo sui tempi, si era smarrito davanti all’infinito e Foscolo ci diceva: vagar mi fai coi miei pensieri sull’orme che vanno al nulla eterno. Ma il deserto di Strindberg assume toni apocalittici, totalizzanti. Tornando al Leopardi, assalito da sovrumani silenzi e da mi sovvien l’eterno, già, mi chiedo, ma quale eterno?

Quello di Dio no, dal quale l’uomo sta prendendo le distanze. Cosa dice l’uomo medievale di stupefacente modernità? Impersonato dal cavaliere crociato che gioca a scacchi con la morte, di Ingmar Bergman nel suo SETTIMO SIGILLO, Due svedesi ce la dicono tutta sugli smarrimenti umani, che evidentemente non hanno mai fine. Sull’essere e il suo divenire. L’uomo moderno che avverte la prossimità di un futuro solerte e spaventosamente ignoto e che induce a pensare il giovane Torless mentre pensa di essere “perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minucolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente”. Ma è solo un ragazzo chiuso in un collegio! L’uomo a cavallo fra Ottocento e Novecento è una creatura smarrita e confusa, oppresso da dilemmi pesanti come macigni. Mi viene in mente la tremenda utopia del figlio di una coppia di anziani genitori che lo piangeranno sulla sua tomba. «Un nichilista è un uomo che non si inchina dinnanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.» Dritto dritto verso: l’insensatezza, l’assurdo, il vuoto che caratterizzano la condizione dell’uomo moderno, oltre che sulla «solitudine di fronte alla morte» in un mondo che è diventato completamente estraneo oppure ostile. L’esistenzialismo in tavola. Siamo già da venti anni nel nuovo millenio. Intanto il mondo va a fuoco due volte. Il gran Gabriele trionfa, si erge e cade, potevamo diventare come lui, come

Nietzsche o come Julius Evola: ultrauomini, ma qualcosa è andato storto e allora ecco il cavaliere crociato di Bergman che chiede: Dio, perché te ne stai zitto?! E quella figlia di buona donna della morte che gli risponde: Ma non ti basta il suo silenzio? No, non basta, ci vuole l’uomo nuovo ma questi latita. E sicuramente i due vecchi nei bidoni della spazzatura di FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett non possono essere più eloquenti di come sono e nemmeno i personaggi dell’Ulisse di James Augustine Aloysius Joyce che, sotto certo aspetti, sono dei romantici decadenti nullafacenti, al termine del percorso, ai quali piacciono fegatini, salsicce, rognone e un po’ di sesso per tenere lo spirito e lo stomaco occupati.

Dopo gli spuntini consumati nell’Ulisse di Joyce e dopo la dannazione cosmica e senza alcuna speranza di FINALE DI PARTITA mi è venuta una gran fame, occorrerà un altro post per riprendere l’argomento. A dopo.

c'era la saggezza?

Secondo lo stesso Montaigne, egli fu inviato a balia in un povero villaggio perché si abituasse «al modo di vivere più umile e comune.» Un uomo del Cinquecento, un umanista che dà lezione di vita a noi moderni, e che lezione! Per Montaigne vivere non è solo la fondamentale ma la più illustre delle nostre occupazioni e vivere à propos, il più glorioso capolavoro dell’uomo. Un francese, uno che diffida delle ideologie e delle rivoluzioni, scrittore particolare, filosofo, diplomatico e uomo prestato alla politica, fine psicologo e amante della vita e dell’ozio contemplativo; un uomo di corte ma non cortigiano, che apprezza la vita e ci fornisce nel suo Dizionario della saggezza qualche consiglio sul come non guastarla troppo con le nostre stesse mani. Un uomo del suo tempo che appare in tutta la sua complessità nella bella e densa introduzione di Roberto Bonchio: “La saggezza è il tema centrale della riflessione di Montaigne, il punto di arrivo degli Essais, la conclusione alla quale si collegano, come mille fili, tutte le sue ricerche precedenti. “Il mio mestiere, la mia arte è vivere” …Il suo vero obiettivo è mettere in armonia l’io e il mondo.
Montaigne non sa cosa siano i peli sulla lingua e anche, ma non solo, per questo te ne parlo. Senti un po’ cosa scrive a proposito dell’Amore nel suo dizionario della Saggezza:
Da un lato la natura ci stimola all’amore fisico avendo connesso a questo desiderio la più nobile, utile e piacevole di tutte le sue attività; dall’altro noi facciamo in modo di accusarlo e perseguirlo come atto vergognoso e disonesto, di costringerci ad arrossirne e raccomamdarne l’astinenza. Non siamo noi i veri bruti nel definire brutale l’azione che il desiderio produce?….Alla fine mi vergogno di ritrovarmi in mezzo a quella verde e calda gioventù, il cui membro nell’indomito inguine è più saldo del giovane albero che si erge dritto sulla collina…

E a proposito del coito:
” Che cosa ha fatto di male agli uomini l’atto sessuale così naturale e necessario, così legittimo, per non osarne parlare senza vergogna…Noi pronunciamo senza problemi termini come uccidere, rubare, tradire, e del coito non oseremmo parlare che con un filo di voce. Vuol dire allora che meno ne parliamo più abbiamo diritto di ingigantirlo nel pensiero?

Colonialismo Ci siamo valsi della loro ignoranza e inesperienza (dei popoli sottosviluppati) per portarli con maggiore facilità sulla strada del tradimento, della lussuria, della bramosia e di ogni altra sorta di efferatezza e crudeltà, sul modello dei nostri costumi. Chi ha mai assegnato un simile prezzo all’utilità dei commerci e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni annientate, milioni di uomini passati per le armi e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vittorie scellerate!
Figli
La più comune e la più sana partre degli uomini ritiene una grande fortuna l’abbondanza dei figli; io e alcuni altri riteniamo un’uguale fortuna la loro mancanza.
Italiani
Coloro che conoscono l’Italia non troveranno certo strano se, sul tema dell’amore non cerco esempi in altri paesi: infatti questo popolo può dirsi sovrano in materia rispetto al resto del mondo. Gli italiani hanno sicuramente più donne belle e meno donne brutte che da noi in Francia: ma quanto a rare e grandi beltà credo siamo pari. La stessa cosa vale per gli ingegni: di quelli medi gli italiani ne hanno molti di più, e mi sembra del tutto evidente che la bestialità vi è, senza confronto più rara….
Manipolazione delle coscienze
Mi è occorso di osservare cose straordinarie a proposito della stupefacente ed eccessiva facilità dei popoli, ai nostri giorni, a farsi ingannare e a lasciar manipolare la propria fede e le proprie speranze nel senso che piaceva ed era utile ai loro capi, nonostante questi avessero commesso un’incommensurabile quantià di errori.

Piaceri
È irragionevole giustificare la gioventù perché si abbandona ai propri piaceri e vietare alla vecchiaia di ricercarne.

Stupro
Tra le violenze fatte alla coscienza, la peggiore, a mio avviso, è quella che si fa alla castità delle donne, poiché vi è per natura frammischiato un certo piacere del corpo, e, perciò, la repulsa non può essere proprio totale, e sembra che alla violenza subita si mescoli un certo consenso.
Vita
…Bisogna trascorrere questa vita terrena con un po’ di leggerezza e superficialità. Occorre scivolarvi, non calarvisi dentro. Non turbiamo la vita con l’angoscia della morte, e la morte con l’angoscia della vita…Se non abbiamo saputo vivere sarebbe un’ingiustizia insegnarci a morire….Saper godere del proprio essere e raggiungere una perfezione assoluta, quasi divina…A mio avviso, le vite più belle sono quelle che si adeguano al modello comune e umano con intelligenza ma senza voli eccezionali e stravaganze…
Nel primo libro dei suoi Essais Montaigne scrive: …tra le principali preoccupazioni della mia vita vi è quella che la mia morte avvenga bene, tranquillamente e senza troppi strepiti…

Te che dici? Non ti pare che dalle sue riflessioni qualche secolo sia passato invano?

Robert Musil andava a scuola in collegio?

Maria Luisa Valeri il 13/02/2012 19:19:59 scrive: 
Il delicato e difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta è il leitmotiv di quest’affascinante opera di Musil, che però sa magistralmente tratteggiare anche anche il quadro di un’epoca, che sfocerà nella tragedia nazista. IMPERDIBILE CAPOLAVORO

Paolo 02/02/2010 10:17:29  scrive:  
In anni di freudismo imperante, l’analisi esasperata della psicologia quasi “necessariamente” malata dei giovani allievi di un collegio militare austriaco. Uno dei punti di forza dell’opera è sempre stata considerata la profezia nazista che si prefigura nel tranquillo sadico fanatismo dei raggelanti Reiting e Beinberg di cui Törless subisce il fascino nonostante ne veda la malvagità quando tormentano, quasi fosse un insetto indifeso intrappolato sotto un bicchiere, il fragile e femmineo Basini. In realtà l’ambiente del collegio rimane sullo sfondo e non se ne vede (forse si intuisce, ma con il senno di poi) la tensione a formare insensibili replicanti da utilizzare come macchine da guerra, è piuttosto la concezione darwinistica dell’esistenza (forse che ora non è così?) ad imporre una spietata e cinica legge del più forte. L’ossessione per lo scavo psicologico rende la lettura francamente faticosa e non può sfuggire il campiacimento intelletualistico di un autore ventiseienne.

Le recensioni di Maria Luisa e di Paolo si riferiscono all’opera Il giovane Törless di Robert Musil, un classico del primo Novecento. Luogo: collegio militare austriaco durante l’epoca di Francesco Giuseppe. Problematica: messa un discussione di tutti i valori, nessuno escluso. Protagonisti: due bulli sadici e delinquenziali, che non si sa cosa potranno fare da grandi. Una vittima alquanto femminea e un mezzo bullo di buona famiglia (Törless) che, prima si invischia, e poi si sottrae faticosamente alla tresca lasciando alle sue spalle l’adolescenza, ma senza troppii rimorsi per l’accaduto. La vicenda: la vittima, accusata di furto non viene denunciata dai compagni, i quali lo terranno in pugno degradandolo fisicamente e moralmente. Pederastia, omosessualità esplicita, per necessità, visto che nel collegio c’erano solo maschi. La vicenda appare attualissima, se pensi al bullismo che tanto spazio si è ritagliato oggi nella nostra vita. Tornando all’opera. Ecco qualche stralcio che ci può far comprendere di quanto tortuoso cammino in mezzo ad ambiguità, doppiezza ed episodi di sadismo, i personaggi han dovuto compiere per raggiungere l’età adulta.

Possiamo denunciarlo, picchiarlo, torturarlo a morte, se ci fa piacere. Non immaginare che un uomo simile debba avere un significato….mi sembra una creazione accidentale, …Voglio dire: un significato l’avrà anche lui, ma vago, vaghissimo, come un verme o una pietra sulla strada, di cui non sappiamo se li lasceremo stare o li calpesteremo...Più oltre: …E Törless sentì d’essere perfettamente solo sotto quella volta immobile e muta, un punto minuscolo e vivo, sotto un immenso cadavere trasparente.Quando qualcuno, cui aveva raccontato la storia della sua adolescenza, gli chiese se non provava vergogna, a volte di quei ricordi, Törless, con un sorriso rispose: Non nego, certo che si trattò di un episodio degradante. E con questo? Pass . Ma qualcosa era rimasto per sempre: una piccola dose di veleno, per togliere all’anima una salute troppo tranquilla e sicura, dandogliene un’altra più sottile, acuta e comprensiva. E, verso l’epilogo una scena assai poco edificante: …Risate oscene, battute sconce divampano fuori della massa. …Un altro ragazzo contro cui era andato a urtare, lo ributta indietro, tra scherzoso e arrabbiato. Un terzo lo spinge ancora avanti. Ed ecco, Basini, nudo, la bocca spalancata dal terrore, vorticare per l’aula come una palla, tra le risa, le grida insultanti, i colpi di tutti…cade sulle ginocchia che cominciano a sanguinare, e finalmente, coperto di polvere e sangue, gli occhi vitrei, pieni di terrore animale, crolla sul pavimento, mentre il silenzio si ristabilisce improvviso e tutti gli si accalcano intorno, a guardarlo…Alzi la mano chi non è stato vitima o spettatore di episodi di bullismo, anche se non così cruento. In una certa misura e sotto certi aspetti, soprattutto durante la scuola, saper difendersi e prendere le distanze dal bullismo aiuta a capire come sarà il mondo dopo. Entro certi limiti, si intende; a scuola ricordo ancora certo miei forzuti compagni che usavano la loro forza per esprimersi o per farsi valere, la maggior parte di noi li snobbava, li sopportava, non riuscivamo a farne un dramma. Davano fastidio e basta. Da sempre c è il bullismo, secondo me, ma nell’opera di Musil è reiterato nel tempo, con umiliazioni, ricatto, scherno, minacce e torture. Non e più bullismo che, secondo me, è inestirpabile, ma violenza vera, con tappe via via crescenti verso il crimine. La vittima è un oggetto da esperimento, sul quale sfogare istinti sadici e libidine, anche in questo modo si comincia a esercitare il potere. I due carnefici assaporano sotto la buccia il gusto dell’odio, son tipi da riformatorio, insomma. Nel crepuscolo di quelle scene, nell’attesa di nuove torture e umiliazioni, protetti dal severo ambiente del collegio si alleva un mostro non ancora consapevole. Il desiderio di sopraffare con violenza, umiliazione e ricatto sono alla base della psicologia nazista. Non ci sarà da attendere molti anni prima che quei semi diventino virgulti e poi che la malapianta cresca dando frutti avvelenati, che tutti conosciamo e che si chiama dittatura.

faceva a pugni il grande Jack?

Non so se hai presente quel fanciullone di Jack London, lo scrittore mito, osannato dal pubblico, meno dalla critica del tempo, un “eroe” da strada, con un talento letterario naturale, autodidatta, costretto a rapporti omosessuali durante un breve “soggiorno” in carcere; venuto dal niente e tornato a soli quarant’anni nel grembo del niente. Una meteora, un fulmine. Americano verace insaziabile di emozioni, innamorato del socialismo di Marx e della vita, fino a sfidarla di continuo e, la vita, a soli quarant’anni gli presenta il conto. Unico, intrattenibile, entusiasta e assetato di vita Jack, stroncato dalla morfina, e da uremia gastrointestinale, ma l’ipotesi del suicidio pare che non regga molto, ucciso senz’altro dagli eccessi di una esistenza vissuta all’eccesso sul filo del rasoio. In bilico instabile fra Marx e Nietzsche non è facile procedere. Su un post bene informato si legge: L’epica di Jack London è costruita intorno a molte contraddizioni. Al tempo in cui incominciò a desiderare di diventare scrittore, era socialista. Scrisse articoli in favore delle lotte operaie e degli oppressi, arrivando a giustificare atti di terrorismo, ma la sua versione del socialismo, oltre che radicalmente individualistica, vedeva nella lotta di classe una legge di natura, la lotta per la vita dove a prevalere è sempre il più forte. Il darwinismo sociale, divulgato negli Usa dal filosofo Herbert Spencer, sanciva nel predominio del più forte, più che nella difesa del debole, la regola a cui tutto si piega. London amava la boxe e scrisse contro il razzismo, ma anche sulla differenza naturale, e ineliminabile, tra le varie razze umane. Parlò di «pericolo giallo» e scrisse contro la naturale indolenza degli immigrati italiani che, una volta diventato ricco, aveva assunto nel suo ranch. Ingaggiò battaglie contro il maltrattamento degli animali nei circhi, ma fu ammaliato e attratto dalle lotte tra i cani.

Scrisse di lui George Orwell: «Ma per temperamento era molto diverso dalla maggior parte dei marxisti. Con il suo amore per la violenza e la forza fisica, la sua fede nella “naturale aristocrazia”, la venerazione per gli animali e l’esaltazione del primitivo, aveva in sé quella che si potrebbe a buon ragione chiamare una tendenza fascista».
Te ne parlo perché sto rileggendo le sue storie di boxe, tre autentiche perle, capolavori di scrittura esemplare, il meglio della letteraura di London. A mio giudizio il semiautobiografico Martin Eden non è, infatti, la sua opera meglio riuscita. Grado Zero riporta l’intero racconto dell’anziano pugile suonato che ti raccomando di leggere: straziante e crudele come spesso la vita sa essere. Se non è alta letteratura quella dimmi te cos’è. Esuberante, fascinoso, intrattenibile trionfo vitale. London dà il meglio in queste schegge di realtà, in questi quadri che ritraggono situazioni e uomini normali eppure “al limite” Ti ricordi dell’anziano pellerossa abbandonato dalla sua tribù con qualche stecco e fiammifero in mano rimasto da solo a fronteggiare lupi famelici? O dell’altro racconto breve che narra di un’altra caccia (quella all’uomo) di una vedetta a cavallo, inseguita e uccisa da una pallottola sparata con grande precisione da un gelido tiratore infallibile. Vita e morte, la sottile soglia che le divide. Il grande Jack sa cogliere nel segno, fruga nella materia confusa della vita per individuare il punto di stacco, la demarcazione che spesso mirabilmente individua e descrive, ma i suoi risultati vanno ben oltre delle sue intenzioni.

Nelle tre storie brevi sulla boxe, ad esempio, dà sfoggio di una acutezza psicologica rara, mi viene in mente l’innamoramento progressivo e tenerissimo di una commessa di pasticceria e il suo pugile, un capolavoro di introspezione psicologica, quasi commovente, tanto ti fa percepire il pudicissimo moto dell’animo dei due innamorati, e il dolore “assente” della giovane nel vedere il suo innamorato in coma cerebrale, steso al tappeto da un crudele avversario. E poi il ring con la sua spietata legge, con incontri talvolta truccati, come nel caso de Il messicano o il memorabile incontro del vecchio King con un pugile giovane e fresco.

Un incontro in cui il pugile anziano combatte per una bistecca e per sanare i debiti E perde. Dei tre racconti sulla box ti riporto solo un brano tratto da Il gioco: “Lei non aveva l’occhio dell’esperto per apprezzare la profondità del petto, le narici ampie, i polmini capaci, e i muscoli sotto le loro guaine satinate-cripte di energia in cui si annidava la chimica della distruzione...”

non riuscivi più a prendere sonno dopo averlo letto?

Un gigante della scrittura, un forzato della penna malato, e consapevole di esserlo, un grafomane che non riusciva a staccarsi dalla pagina, uno che denunciava l’inutilità e lo scandalo della guerra e che scendeva nell’abisso della mente umana…la sua. Forse unico a riuscire a indagare sulla natura, non solo esclusivamente intellettuale del suo tremendo male. Il dottor Thomas affermava che la sifilide lo divorava dall’interno, giorno per giorno, altri parlano di demenze ereditarie. Morì infatti dopo mesi di pazzia furiosa il grande Henri René Albert Guy de Maupassant amicissimo di Gustave Flaubert. Se te sfogli Le Horla e altri racconti dell’orrore (nella consueta strepitosa edizione da urlo dei Tascabili Economici Newton – cento pagine mille lire! Che meraviglia! e che presentazione!) capisci il motivo della sua grandezza che esula ovviamente dai soli racconti dell’orrore. Come dice l’acuta analisi di Lucio Chiaravelli: I racconti dell’orrrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati (ma c’e poi tanta differenza per lui?) sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L’orrore e per lui: la paura della paura. Balza subito all’occhio qualcosa di terrificante, mortifero, angosciosamente possibile, e senza scampo. Chi scrive non finge, la trama aderisce alla maledizione della sua malattia.

Encomiabile, si sforza di esorcizzare il suo male, di tenere un resoconto dei suoi stati nervosi attraverso alcuni racconti, che non voglio dirti in dettaglio. Un male che tenterà invano di esorcizzare, un male che gli sgorga continuamente nell’animo affettando nervi e mente. Anche quando scrive di una bella giornata e del suo stato d’anino radioso e pieno di levità, 8 maggio: Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull’erba…Mi piace questo paese mi piace viverci perché qui sono le mie radici, radici profonde e sottili…mi piace la casa dove sono cresciuto. Come si stava bene quella mattina!…dietro due golette inglesi …veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza sapere perché gli feci cenno di saluto tanto mi faceva piacere vederlo. E poi il 12 maggio: Da qualche giorno ho un po’ di febbre, non mi sento bene, o meglio mi sento triste e il 16 maggio: Sto sicuramente male… Ho una febbre atroce…la sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l’apprensione per una sciagura , segno della morte vicina, il presentimento d’un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne...il 3 giugno: Notte orribile. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano. mentre il 2 luglio: Ritorno a casa. Sono guarito, e inoltre ho fatto una splendida escursione…

ma il 4 luglio: …Sono tornati gli stessi incubi. Ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì , l’aspirava dalla mia gola come una sanguisuga....e di nuovo la speranza di essere normale e sereno, il 14 luglio:…Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo. E il 7 agosto: …il sole inondava di luce, il fiume spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. …Mi sembrava che una forza occulta mi intorpidisse le membra…il doloroso bisogno di rincasare... e il 14 agosto: Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Eppure il 17 agosto ha la lucidità di scrivere: Noi siamo così impotenti, così imbelli, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d’acqua..….e via di questo passo, ma non voglio privarti del piacere di altre scoperte. Perché ti guasterei la lettura. Cos’ha di speciale Le Horla e gli altri suoi brevissimi racconti dell’orrore? Sono anche cronaca. La cronaca di un malato consapevole di esserlo fino a quando la pazzia non prenderà il sopravvento.

Vissuta sulle spalle dell’autore. Diverso dall’orrore pensato, filtrato e, se vogliamo, artefatto di Edgar Allan Poe (solo nel senso di accuratamente costruito). Qui si avverte un’urgenza di narrare la (sua) sofferenza, il progredire del male, l’inutile esorcismo tentato attraverso la scrittura, l’orrore di un male interno all’uomo che riesce a farsi arte. Se ti riferisci alla pittura ti viene alla mente Van Gogh e Ligabue, i naif che interpretavano incubi e oppressioni dello spirito e della mente, dentro e fuori da manicomi e case di cura, dentro e fuori dalla realtà, a scrutarsi, a esorcizzare incubi e mostri della loro fervida immaginazione. Maupassant vede il possibile e lo teme, dà corpo alle voci, alle malie riflesse dalla sua anima ossessionata. Nel Maupassant di Horla ti vengono addosso brividi supplementari, sai che è tutto vero, vorresti fare qualcosa, ma cosa? Allucinazioni, febbri, visioni notturne, si vive da geni e si muore da folli. Nel prezioso libretto pubblicato nella collana Tascabili Newton una acuta annotazione di Antonia Fonyi relativa al titolo Hors-la cioè Fuori di li! Esso sarebbe un invito a rompere il cordone ombelicale che metaforicamente e (morbosamente?) legò sempre Maupassant alla madre. E un suggerimento di ordine associativo può persino ricordare che Horla è l’anagramma vocale di Laura, la madre. Non ti voglio dire altro perché non voglio toglierti il piacere e…il brivido di leggerlo. Maupassant penned his own epitaph: “I have coveted everything and taken pleasure in nothing.” Nel suo epitaffio scrisse: “Ho desiderato tutto e preso piacere in nulla.”

Gervasia diceva: “Taci bagascia se no ti ammazzo”

E voilà, l’inferno in terra è servito. Ovvero l’incubo e l’orrore, ma non quello magistralmente evocato da Poe e De Maupassant, quello era di origine psichica, questo invece è orrore casalingo, banale, se vogliamo, “normale” e irredimibile, in una grande città come Parigi, allora come ora:
” …Quando dormivo, mi veniva vicino, e voleva che mi concedessi. Era una bestia, vi dico. Mi rifiutai, lo morsi, lo graffiai, ed egli, furibondo per questa mia ostinazione mi batteva a sangue. Fu lui, (ovvero il padre) che una notte, mi rovinò la gamba con un mattarello. …La faccia di Gervasia fu la prima a schizzar sangue: tre lunghe graffiature scendevano dalla bocca sotto il mento… Virginia non dava ancora sangue. Gervasia mirava alle orecchie. Alfine riuscì a strapparle un orecchino, producendole uno squarcio all’orecchio….”
E alla fine, proprio nell’ultima pagina: “…Sollevò la donna ormai leggiera come una piuma, e la distese in fondo alla bara, con cura paterna. Quell’uomo, uso da lunghi anni a quella triste mansione , si commosse: “Dormi tranquilla, ora, povera Gervasia!… le disse: fa la nanna, bella mia. La tua giornata, non certo felice, è finita. Fa la nanna, fa la nanna bella mia…” Di che si tratta? Chi è Gervasia? Com’era un tempo Gervasia e cosa ha fatto da meritare compassione da un becchino? Gervasia è la protagonista de l’Assommoir, un romanzo verità di Emile Zola, gran romanziere francese, orientato alla denuncia sociale e a descrivere il ventre di Parigi del diciannovesimo secolo, preoccupato di quanto male producesse alzare troppo il gomito. A modo mio ti faccio il riassunto di questa tragica vicenda e se mi permetti userò per una volta dei termini crudi, volgari, senza girarci tanto in tondo. Per renderti meglio l’idea. Gervasia se fa ingravidare poco più che bambina, da uno che aveva la vocazione del profittatore e lenone, a Gervasia, lo capiremo più tardi, piace scopare, con chi gli piace, dove sta il problema? Non c’è. Il problema insorge quando il farabutto con cui ha avuto due figli la pianta in asso, dopo aver pignorato anche la canottiera, ma lei, da brava donnina ce la fa da sola. Un bravo giovane le fa la corte, e lei accetterà di sposarlo, con molta reticenza, poi si fa scopare da un amico facoltoso del delinquente che la picchiava, dal quale aveva avuto i figli, le malelingue dicono che si accoppiava con chi più le piaceva anche da giovanissima. Gervasia, che faceva per guadagnare la pagnotta la lavandaia poi la stiratrice, poco alla volta ce la fa a smarcarsi dalla miseria, arrivando a comprare un negozietto, prima si fa toccare il culo poi chiavare periodicamente dall’ex compiacente proprietario del suo negozio.

La quasi normalità durerà? No, non dura, perché il marito lattoniere cade dal tetto facendosi un gran male, il ganzo non ha più voglia di lavorare e arriverà a dire alla figlia che Gervasia ha avuto non si sa bene da chi: “Del resto potete far benissimo il paio. Madre e figlia, che bella coppia di bagasce!…Osa negare Nina, che, mentre vai a cibarti dell’ostia , guardi di sottecchi gli uomini? Osa negare piccola bagascia!…Nina guardò fissa suo padre, poi usando lo stesso suo linguaggio, a denti stretti , gli disse: -Ruffiano!- Insomma la situazione sta per peggiorare di nuovo, fino al punto che il primo delinquente lenone viene portato a casa proprio dal marito beone che le dice addirittura: “Datevi un bacio e fate la pace!” Okei, peggio di così c’è solo l’Isola dei famosi! e la tv italiana. Gervasia dopo un po’ ci ricasca e usa lo stesso letto per farsi altre scopatine, il problema è che la figlia avuta non si sa da chi, vede come fa la mamma a farsi chiavare e ne rimane alquanto scossa, che già di suo lo è, scossa, essendo una discola incorreggibile. In ogni caso, la faccenda precipita e si comincia a bere, anche Gervasia beve e il suo bel negozietto che stava facendo la sua fortuna, va in malora. Angeli ci sono in questo trucido nefasto racconto ipernaturalistico, una bimba angelo, vicina di casa di Gervasia, che morrà di stenti e percosse, perseguitata dal padre beone che aveva preso a calci in pancia sua moglie facendola crepare.

Insomma l’epilogo della storia di Gervasia dalle belle tette sode e dalla pelle chiara si riassume in una bara, muovendo a compassione il becchino che la solleverà leggera come una piuma. Insieme a una carrettata di altri racconti, insieme a Teresa Raquin che è un casalingo giallo horror nero, L’ASSOMMOIR mi fa riflettere. Prima l’abiezione, poi il riscatto, poi ancora la discesa veloce verso la fine senza più riscatto. A me personalmente mi rattrista, mi incupisce, mi fa dire che non c’è riscatto che tenga, perché solo transitorio e legato al caso, quello che deve succedere succede, alla faccia dei volenterosi tentativi di Gervasia, che pure lei, si fa trascinare nel gorgo abominevole innescato dal bere dopo aver intravisto la luce e il decoro. Sono personaggi bacati, segnati in partenza dalla sorte o dal loro DNA, oppure indugiando all’alcool affrettano la loro fine già comunque segnata? Questa storia senza luce, di proponimenti e promesse ne aveva avute, ed erano state colte, così da far sperare che la faccenda, dopo tutto, sarebbe finita per il meglio. Lavoro e onestà avevano dato i primi frutti consistenti. La speranza di una vita migliore, serena, equilibrata, una vita dove il lavoro portava prosperità e pace. La critica dice che questo e altri racconti di Zola sono frutto di un’attenzione sociale, mettono il dito sulla piaga del bere, del degrado, sono opere che scandagliano e denunciano, romanzi naturalisti-veristi, d’accordo, nessuno lo nega, era il periodo in cui in Europa ci si dava da fare per creare un nuovo ordine economico sociale, fra alti e bassi, rivolgimenti e rivendicazioni, ma il, chiamiamolo “destino” di quei personaggi era già scritto e decretato che deragliasse e che il binario del male e del degrado totale fosse inevitabile? Fammi notare una cosa, ancora una volta è la donna che mette la sua sigla nel bene e nel male scrivendo la parola FINE. Una volta che Gervasia crepa ignominiosamente la storia è davvero finita, lasciami concludere con le parole di Zola: – La morte doveva prenderla a spizzico, a boccone, a boccone, trascindadola così fino all’estremo della maledetta esistenza che si era formata….Quella bella stiratrice, era caduta nel nulla, peggio, nella cloaca…Una mattina, se ne accorsero i vicini di casa, dal tanfo di cadavere che emanava dalla sua camera, ridotta a un canile.” Qualcosa di diverso dall’oggi? Basta che dai uno sguardo alla cronaca nera dei giornali per trovare altre Gervasie.

Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.