non riuscivi più a prendere sonno dopo averlo letto?

Un gigante della scrittura, un forzato della penna malato, e consapevole di esserlo, un grafomane che non riusciva a staccarsi dalla pagina, uno che denunciava l’inutilità e lo scandalo della guerra e che scendeva nell’abisso della mente umana…la sua. Forse unico a riuscire a indagare sulla natura, non solo esclusivamente intellettuale del suo tremendo male. Il dottor Thomas affermava che la sifilide lo divorava dall’interno, giorno per giorno, altri parlano di demenze ereditarie. Morì infatti dopo mesi di pazzia furiosa il grande Henri René Albert Guy de Maupassant amicissimo di Gustave Flaubert. Se te sfogli Le Horla e altri racconti dell’orrore (nella consueta strepitosa edizione da urlo dei Tascabili Economici Newton – cento pagine mille lire! Che meraviglia! e che presentazione!) capisci il motivo della sua grandezza che esula ovviamente dai soli racconti dell’orrore. Come dice l’acuta analisi di Lucio Chiaravelli: I racconti dell’orrrore di Maupassant, quelli ancorati alla realtà e quelli allucinati (ma c’e poi tanta differenza per lui?) sono tutti dei trattati di disperazione ragionata, di incomprensibili terrori. L’orrore e per lui: la paura della paura. Balza subito all’occhio qualcosa di terrificante, mortifero, angosciosamente possibile, e senza scampo. Chi scrive non finge, la trama aderisce alla maledizione della sua malattia.

Encomiabile, si sforza di esorcizzare il suo male, di tenere un resoconto dei suoi stati nervosi attraverso alcuni racconti, che non voglio dirti in dettaglio. Un male che tenterà invano di esorcizzare, un male che gli sgorga continuamente nell’animo affettando nervi e mente. Anche quando scrive di una bella giornata e del suo stato d’anino radioso e pieno di levità, 8 maggio: Che splendida giornata! Ho passato tutta la mattina sdraiato sull’erba…Mi piace questo paese mi piace viverci perché qui sono le mie radici, radici profonde e sottili…mi piace la casa dove sono cresciuto. Come si stava bene quella mattina!…dietro due golette inglesi …veniva un superbo tre alberi brasiliano, tutto bianco, ammirevolmente pulito e lucido. Senza sapere perché gli feci cenno di saluto tanto mi faceva piacere vederlo. E poi il 12 maggio: Da qualche giorno ho un po’ di febbre, non mi sento bene, o meglio mi sento triste e il 16 maggio: Sto sicuramente male… Ho una febbre atroce…la sensazione che un pericolo mi sta minacciando, l’apprensione per una sciagura , segno della morte vicina, il presentimento d’un morbo sconosciuto che germina nel mio sangue e nella mia carne...il 3 giugno: Notte orribile. Un breve viaggio certamente mi farà tornare sano. mentre il 2 luglio: Ritorno a casa. Sono guarito, e inoltre ho fatto una splendida escursione…

ma il 4 luglio: …Sono tornati gli stessi incubi. Ho sentito qualcuno accovacciato sopra di me, con la bocca contro la mia: mi beveva la vita attraverso le labbra. Sì , l’aspirava dalla mia gola come una sanguisuga....e di nuovo la speranza di essere normale e sereno, il 14 luglio:…Ho passeggiato per strada. Petardi e bandiere mi rallegravano come un fanciullo. E il 7 agosto: …il sole inondava di luce, il fiume spargeva deliziosi chiarori sulla terra, mi riempiva gli occhi di amore per la vita: per le rondini, la cui agilità è una gioia ai miei occhi, per le erbe della proda il cui fremito è una felicità alle mie orecchie. Ma un malessere inesplicabile mi invadeva a poco a poco. …Mi sembrava che una forza occulta mi intorpidisse le membra…il doloroso bisogno di rincasare... e il 14 agosto: Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la domina! Eppure il 17 agosto ha la lucidità di scrivere: Noi siamo così impotenti, così imbelli, così piccoli su questo granello di fango che gira stemperato dentro una goccia d’acqua..….e via di questo passo, ma non voglio privarti del piacere di altre scoperte. Perché ti guasterei la lettura. Cos’ha di speciale Le Horla e gli altri suoi brevissimi racconti dell’orrore? Sono anche cronaca. La cronaca di un malato consapevole di esserlo fino a quando la pazzia non prenderà il sopravvento.

Vissuta sulle spalle dell’autore. Diverso dall’orrore pensato, filtrato e, se vogliamo, artefatto di Edgar Allan Poe (solo nel senso di accuratamente costruito). Qui si avverte un’urgenza di narrare la (sua) sofferenza, il progredire del male, l’inutile esorcismo tentato attraverso la scrittura, l’orrore di un male interno all’uomo che riesce a farsi arte. Se ti riferisci alla pittura ti viene alla mente Van Gogh e Ligabue, i naif che interpretavano incubi e oppressioni dello spirito e della mente, dentro e fuori da manicomi e case di cura, dentro e fuori dalla realtà, a scrutarsi, a esorcizzare incubi e mostri della loro fervida immaginazione. Maupassant vede il possibile e lo teme, dà corpo alle voci, alle malie riflesse dalla sua anima ossessionata. Nel Maupassant di Horla ti vengono addosso brividi supplementari, sai che è tutto vero, vorresti fare qualcosa, ma cosa? Allucinazioni, febbri, visioni notturne, si vive da geni e si muore da folli. Nel prezioso libretto pubblicato nella collana Tascabili Newton una acuta annotazione di Antonia Fonyi relativa al titolo Hors-la cioè Fuori di li! Esso sarebbe un invito a rompere il cordone ombelicale che metaforicamente e (morbosamente?) legò sempre Maupassant alla madre. E un suggerimento di ordine associativo può persino ricordare che Horla è l’anagramma vocale di Laura, la madre. Non ti voglio dire altro perché non voglio toglierti il piacere e…il brivido di leggerlo. Maupassant penned his own epitaph: “I have coveted everything and taken pleasure in nothing.” Nel suo epitaffio scrisse: “Ho desiderato tutto e preso piacere in nulla.”

Gervasia diceva: "Taci bagascia se no ti ammazzo"

E voilà, l’inferno in terra è servito. Ovvero l’incubo e l’orrore, ma non quello magistralmente evocato da Poe e De Maupassant, quello era di origine psichica, questo invece è orrore casalingo, banale, se vogliamo, “normale” e irredimibile, in una grande città come Parigi, allora come ora:
” …Quando dormivo, mi veniva vicino, e voleva che mi concedessi. Era una bestia, vi dico. Mi rifiutai, lo morsi, lo graffiai, ed egli, furibondo per questa mia ostinazione mi batteva a sangue. Fu lui, (ovvero il padre) che una notte, mi rovinò la gamba con un mattarello. …La faccia di Gervasia fu la prima a schizzar sangue: tre lunghe graffiature scendevano dalla bocca sotto il mento… Virginia non dava ancora sangue. Gervasia mirava alle orecchie. Alfine riuscì a strapparle un orecchino, producendole uno squarcio all’orecchio….”
E alla fine, proprio nell’ultima pagina: “…Sollevò la donna ormai leggiera come una piuma, e la distese in fondo alla bara, con cura paterna. Quell’uomo, uso da lunghi anni a quella triste mansione , si commosse: “Dormi tranquilla, ora, povera Gervasia!… le disse: fa la nanna, bella mia. La tua giornata, non certo felice, è finita. Fa la nanna, fa la nanna bella mia…” Di che si tratta? Chi è Gervasia? Com’era un tempo Gervasia e cosa ha fatto da meritare compassione da un becchino? Gervasia è la protagonista de l’Assommoir, un romanzo verità di Emile Zola, gran romanziere francese, orientato alla denuncia sociale e a descrivere il ventre di Parigi del diciannovesimo secolo, preoccupato di quanto male producesse alzare troppo il gomito. A modo mio ti faccio il riassunto di questa tragica vicenda e se mi permetti userò per una volta dei termini crudi, volgari, senza girarci tanto in tondo. Per renderti meglio l’idea. Gervasia se fa ingravidare poco più che bambina, da uno che aveva la vocazione del profittatore e lenone, a Gervasia, lo capiremo più tardi, piace scopare, con chi gli piace, dove sta il problema? Non c’è. Il problema insorge quando il farabutto con cui ha avuto due figli la pianta in asso, dopo aver pignorato anche la canottiera, ma lei, da brava donnina ce la fa da sola. Un bravo giovane le fa la corte, e lei accetterà di sposarlo, con molta reticenza, poi si fa scopare da un amico facoltoso del delinquente che la picchiava, dal quale aveva avuto i figli, le malelingue dicono che si accoppiava con chi più le piaceva anche da giovanissima. Gervasia, che faceva per guadagnare la pagnotta la lavandaia poi la stiratrice, poco alla volta ce la fa a smarcarsi dalla miseria, arrivando a comprare un negozietto, prima si fa toccare il culo poi chiavare periodicamente dall’ex compiacente proprietario del suo negozio.

La quasi normalità durerà? No, non dura, perché il marito lattoniere cade dal tetto facendosi un gran male, il ganzo non ha più voglia di lavorare e arriverà a dire alla figlia che Gervasia ha avuto non si sa bene da chi: “Del resto potete far benissimo il paio. Madre e figlia, che bella coppia di bagasce!…Osa negare Nina, che, mentre vai a cibarti dell’ostia , guardi di sottecchi gli uomini? Osa negare piccola bagascia!…Nina guardò fissa suo padre, poi usando lo stesso suo linguaggio, a denti stretti , gli disse: -Ruffiano!- Insomma la situazione sta per peggiorare di nuovo, fino al punto che il primo delinquente lenone viene portato a casa proprio dal marito beone che le dice addirittura: “Datevi un bacio e fate la pace!” Okei, peggio di così c’è solo l’Isola dei famosi! e la tv italiana. Gervasia dopo un po’ ci ricasca e usa lo stesso letto per farsi altre scopatine, il problema è che la figlia avuta non si sa da chi, vede come fa la mamma a farsi chiavare e ne rimane alquanto scossa, che già di suo lo è, scossa, essendo una discola incorreggibile. In ogni caso, la faccenda precipita e si comincia a bere, anche Gervasia beve e il suo bel negozietto che stava facendo la sua fortuna, va in malora. Angeli ci sono in questo trucido nefasto racconto ipernaturalistico, una bimba angelo, vicina di casa di Gervasia, che morrà di stenti e percosse, perseguitata dal padre beone che aveva preso a calci in pancia sua moglie facendola crepare.

Insomma l’epilogo della storia di Gervasia dalle belle tette sode e dalla pelle chiara si riassume in una bara, muovendo a compassione il becchino che la solleverà leggera come una piuma. Insieme a una carrettata di altri racconti, insieme a Teresa Raquin che è un casalingo giallo horror nero, L’ASSOMMOIR mi fa riflettere. Prima l’abiezione, poi il riscatto, poi ancora la discesa veloce verso la fine senza più riscatto. A me personalmente mi rattrista, mi incupisce, mi fa dire che non c’è riscatto che tenga, perché solo transitorio e legato al caso, quello che deve succedere succede, alla faccia dei volenterosi tentativi di Gervasia, che pure lei, si fa trascinare nel gorgo abominevole innescato dal bere dopo aver intravisto la luce e il decoro. Sono personaggi bacati, segnati in partenza dalla sorte o dal loro DNA, oppure indugiando all’alcool affrettano la loro fine già comunque segnata? Questa storia senza luce, di proponimenti e promesse ne aveva avute, ed erano state colte, così da far sperare che la faccenda, dopo tutto, sarebbe finita per il meglio. Lavoro e onestà avevano dato i primi frutti consistenti. La speranza di una vita migliore, serena, equilibrata, una vita dove il lavoro portava prosperità e pace. La critica dice che questo e altri racconti di Zola sono frutto di un’attenzione sociale, mettono il dito sulla piaga del bere, del degrado, sono opere che scandagliano e denunciano, romanzi naturalisti-veristi, d’accordo, nessuno lo nega, era il periodo in cui in Europa ci si dava da fare per creare un nuovo ordine economico sociale, fra alti e bassi, rivolgimenti e rivendicazioni, ma il, chiamiamolo “destino” di quei personaggi era già scritto e decretato che deragliasse e che il binario del male e del degrado totale fosse inevitabile? Fammi notare una cosa, ancora una volta è la donna che mette la sua sigla nel bene e nel male scrivendo la parola FINE. Una volta che Gervasia crepa ignominiosamente la storia è davvero finita, lasciami concludere con le parole di Zola: – La morte doveva prenderla a spizzico, a boccone, a boccone, trascindadola così fino all’estremo della maledetta esistenza che si era formata….Quella bella stiratrice, era caduta nel nulla, peggio, nella cloaca…Una mattina, se ne accorsero i vicini di casa, dal tanfo di cadavere che emanava dalla sua camera, ridotta a un canile.” Qualcosa di diverso dall’oggi? Basta che dai uno sguardo alla cronaca nera dei giornali per trovare altre Gervasie.

Potocki preparò una pallottola d’argento e poi fece bum!…

Jean Potocki è uno dei più grandi architetti della letteratura francese; nel suo Manoscritto convergono tutti i generi letterari conosciuti, dice l’introduzione dell’edizione integrale del Manoscritto trovato a Saragozza a cura di René Radrizzani. Traduzione in italiano di Giovanni Bugliolo – TEA L’opera è la trasposizione di un manoscritto riposto nel 1765 in una cassetta di ferro, scoperto nel 1809 e poi tradotto in francese da un ufficiale di Napoleone. Un romanzo matriosca che racchiude scatole cinesi, una dentro l’altra, a sorpresa. Picaresco, immenso, intricato, ricco di avvenimenti e con molteplici protagonisti. Una persona racconta una storia in cui riferisce la narrazione che le ha fatto un’altra persona che, cammino facendo riferisce a sua volta un racconto che ha sentito, scrive René Radrizzani nella sua densa prefazione. Romanzo nero, con storie di forche e di briganti, racconto fantastico e storia di fantasmi e anche racconto libertino e quindi filosofico e anche storia d’amore e di intrighi politici. Tanti destini iscritti in un unico universo. Grande opera satirica con prospettive complementari, si legge.

E anche composizione polifonica che si presta a molteplici letture e interpretazioni. Musulmani, ebrei e cristiani, ad esempio, sono membri di una grande famiglia. Una moltitudine di destini e di sensibilità, si legge. Ma chi era l’autore, ricco proprietario terriero e nobile polacco, che ha scritto altre opere oltre a questo lavoro misterioso e affascinante e cos’è che pensava? Mainly in his travels journals written between 1785 and 1791, Jean Potocki left nine oriental tales of unequal lengths, less known than the Manuscript Found in Saragossa, but which are also interesting. The formal study of these tales reveals their clearly fictional character without going as far as the supernatural, and a rhetoric with sometimes confusing effects. The human condition is presented in a very negative light: individual interest, lust, jealousy. Politicians are stupid and dishonest. Religion leads to hatred or allows to satisfy guilty passions. Nevertheless, there is always some goodness and a fragile happiness can be found in oneself and in the here and now. Finally, a few words show that these tales precede and prepare the great novel. Così scrive Openeditions. Una fragile felicità e del buono possono essere sempre ritrovati dentro noi stessi, qui e adesso, egli pensa. Potocki prestò servizio due volte nell’esercito polacco come capitano degli ingegneri e passò un po’ di tempo in una galea come novizio dei Cavalieri di Malta. La sua vita movimentata lo ha portato in Europa, Asia e Nord Africa, dove fu coinvolto in intrighi politici, flirtato con società segrete e ha contribuito alla nascita dell’etnologia – è stato uno dei primi a studiare i precursori dei popoli slavi da un linguistica e punto di vista storico[1]. Secondo la leggenda Potocki avrebbe fatto benedire la pallottola d’argento con cui si sarebbe suicidato. Della sua morte si narra: Il 23 dicembre 1815, all’antivigilia di Natale, in preda a sconforto e depressione, stacca una fragola d’argento che adornava una sua teiera e, limandola accuratamente giorno dopo giorno, la modella per farla diventare una sfera. Raggiunte le dimensioni adatte, secondo la leggenda[5] la fa benedire, quindi, ritiratosi nell’ufficio della sua biblioteca, mise la palla nella canna della pistola e si sparò alla tempia. Una storia nella storia, non ti sembra?

Punta di diamante del razionalismo con trame intricate giocate su più scacchiere. Una lettura affresco che dà le vertigini e in cui e facile perdere la bussola. Quest’opera è un gran gioco letterario: una fuga verso il moderno? Mi chiedo. Sicuramente si tratta di una sintesi riuscita di diversi stili narrativi. Ho letto più volte questo capolavoro, intrigante e sempre mi sono perso nei suoi labirinti. La sensazione è quella di leggere 6-7 romanzi tutti in una volta. Un’esperienza rara, indimenticabile, per lettori incalliti che non demordono e che non rinunciano alle forti emozioni. Dell’opera oltre a  Il manoscritto di Saragozza ( Rękopis znaleziony w Saragossie ), diretto dal regista Wojciech Has e interpretato da Zbigniew Cybulski nei panni di Alphonse van Worden.è stato ricavato un film per la TV francese il cui montaggio è durato due anni.

c’era la malinconia?

Non quella che credi tu, ma quella celebrata e coltivata da illustri poeti. Quel sentimento “nobile”, che sgorga come acqua triste e desiderata, da una polla, mica quella che ti prende all’improvviso a guardare fuori durante un giorno di pioggia o di sole, che tanto è la stessa cosa, anche se di questo “umore” risulta essere stretta parente, la malinconia degli artisti, di quelli che, ad esempio, soffrono perché vedono la loro città scomparire; in questo caso si tratta della Parigi di Baudelaire, che scrive:
Parigi cambia! Ma nulla è mutato nella mia malinconia:
palazzi nuovi, impalcature, massi,
vecchi quartieri, tutto in me diviene allegoria,
e i miei ricordi più
cari sono grevi come rocce.

Così scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sara poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato! ì Cos scrive Baudelaire mentre la sua Parigi viene sventrata per obbedire al nuovo piano urbanistico. La malinconia che attraversa senza fretta la vita di poeti, artisti di ogni tempo e regione. La poesia allo specchio, che il poeta coltiva e di cui vorrebbe liberarsi, (ma sará poi vero?) e a cui riserva grande rilievo nelle sue rime. C’è tuttora la malinconia, vagoni di malinconia. Su LA MALINCONIA ALLO SPECCHIO di Jean Starobinski, pubblicato da Giulio Einaudi si legge: La malinconia ha un profondo legame con la riflessione e gli specchi. Forse nasce nel punto in cui lo sguardo s’incontra nello specchio, questa “trappola di cristallo”. Baudelaire è stato un mirabile testimone della congiunzione di specchio e malinconia. Un tale motivo, che ha dato vita ad allegorie e a rappresentazioni molteplici, esigeva un ascolto attento. Un ascolto qui consacrato ad alcune poesie, tra cui Le Cygne, autentico capolavoro. A questo si aggiunge, sotto l’influenza di Saturno, tutta la serie di “figure chinate”, di occhi che si abbassano su altri sguardi, su sguardi che si rivolgono alle lontananze della patria assente o del vano riflesso. “Vedo tua madre” si legge in La Lune offensée “che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artisticamente il seno che t’ha nutrito!”. (Jean Starobinski). Prefazione di Yves Bonnefoy. Il volumetto che ho io l’ha pubblicato Garzanti nella collana I Coriandoli e costava nel 1990 quindicimila lire per una novantina di pagine scarse! Deve avermela regalata qualcuno. Alla faccia della cultura per tutti e a buon mercato!

Comunque, a parte il prezzo, le tre letture di Charles Baudelaire condotte da Jean Starobinski sono una chicca, un po’ ostica a volte, ma chicca rimangono. C’è da dire che quando i Francesi fanno qualcosa che riguarda i loro “idoli” indigeni fanno le cose in grande, mettendoci una cornice spessa e ricca. Scrive il critico: ho presentato agli ascoltatori del Collège de France, durante l’inverno 1987 98, otto lezioni sulla storia e poetica della malinconia, eccetera. Pare che durante le lezioni nessuno fiatasse tanto interesse c’era. Andando nel vivo, si legge:

O lettore quieto, bucolico,
o sobrio e ingenuo uomo perbene,
getta questo libro saturnino,
tutto orge e malinconie.

Simile all’eroina di Diderot, la Malinconia, allegorizzata da Baudelaire è giovane: le sue “noie” sono precoci; conosce “notti” languide. Scrive libero pensiero: a proposito della malinconia:
Da Aristotele a Orazio, da Leopardi a Baudelaire fino ad arrivare a Freud, la malinconia ha dominato la scena letteraria ed artistica per interi secoli, ammantandosi di diverse connotazioni: melanconia, acoedia, taedium vitae, tristitia, spleen, noia, depressione. Chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni e inclina alla malinconia.” Così scriveva Leopardi nello Zibaldone, addossando alla melanconia l’accezione di escavatrice della psiche umana, sondando abissi vergini di conoscenza, e conducendo l’uomo sul viale della verità, arduo da percorrere.

“La malinconia, sempre inseparabile dal sentimento del bello”, secondo l’autore de “Les fleurs du mal”, invece, non si agghinda della lieve delicatezza, che oggi siamo soliti attribuire a questo termine. Al contrario, essa si carica del molesto fardello della realtà, della dimensione terrena, assumendo le sembianze dello “spleen” a cui il poeta vuole accanitamente sfuggire per innalzarsi al divino, allo sconosciuto, all’inesplorato. Eppure, egli non riesce nel suo intento, spossato da una martellante disperazione. Uno specchio di voluttà solitaria, e uno specchio di dolore altrettanto solitario. Gli specchi sono gli officianti di un piacere perverso:

E poi giungevano le sere malsane, le notti febbricitanti,
Che fanno innamorare le giovani dei loro corpi,
E agli specchi, -sterile voluttà –
Contemplare i frutti maturi del loro nubilato”.

“Un volto di donna è una provocazione tanto più attraente quanto più il volto è generalmente malinconico”. Baudelaire conosce sicuramente, tutto il pericolo della malinconia e scrive: “Germinavagli nell’occhio la lacrima di qualche ricordo; e andava a vedersi piangere allo specchio”. E in quel che lo seduce sa leggere l’amarezza rifluente, come se venisse da privazione o disperazione, o ancora “bisogni spirituali, ambizioni tenebrosamente represse”. Baudelaire ha “coltivato” il suo isterismo” con gioia e terrore “, ma spera di “guarire di tutto, della miseria, della malattia e della malinconia”. Alla fine della sua avventura lo troveremo affetto dalla melanconia dell’azzurro e posseduto dalla “tristezza in cui ci getta la coscienza d’un male incurabile e organico“. Leggi cosa scrive a proposito di un cigno fuggiasco:

un cigno evaso dalla sua gabbia:
con i piedi palmati fregava il selciato arido,
trascinando il bianco piumaggio sul terreno accidentato,
Presso un ruscello secco l’animale, aprendo il becco,

immergeva febbrilmente le ali nella polvere,
e diceva il cuor tutto memore del suo bel lago natio:
Quando scenderai, acqua, quando esploderai, fulmine?”
Vedo quel misero, strano e fatale mito,

verso il cielo, talvolta, verso il cielo ironico
e crudelmente azzurro-come l’uomo di Ovidio
sul suo collo convulso innalzando l’avida testa-
in atto di lanciare rimproveri a Dio!

Scrive Starobinski: Il cigno in gabbia e un emblema superbo della malinconia. ...Evaso dalla gabbia per trascinarsi sull’arido selciato sotto i cieli freddi il cigno è votato alla più grave malinconia.Aggiungiamo che per il cigno evaso la libertà apparentemente riconquistata è una più grave separazione. Il passaggio da una prigionia accidentale a un esilio essenziale- a una mancanza e a una shiavitù assolute.
Non ho resistito a riportare alcuni dei suoi più famosi versi che sicuramente conosci:

Spleen
Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull’anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l’orizzonte
Riversa un giorno nero più triste delle notti;

Quando la terra cambia in un’umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera…

Siamo in tema: malinconia che diventa speranza vinta, angoscia dispotica e atroce necessaria per i suoi versi fecondi. Il grande Baudelaire metteva nero su bianco la malinconia, la utilizzava insomma e senza assumere antidepressivi.

Gretta si sfilava le calze?

Che GRETTA non sia l’opera letterariamente piú alta di Erskine Caldwell posso essere anche d’accordo, meno d’accordo invece su alcuni pareri espressi frettolosamente anche nella presentazione del libro, inserito nella collana OSCAR MONDADORI, e da giudizi non accurati e sommari espressi in qualche recensione. Per me GRETTA rimane una storia complessa, e di non immediata lettura, non tanto nella trama quanto nei personaggi. La storia infatti fila via liscia e facile, con venature thrilling, verso il tragico epilogo con una serie di tragedie consequenziali a grappolo. A meno che non si voglia usare l’accetta e dire: nero, bianco, perverso, esecrabile e puttana. Non è cosí, o, non solo cosí.

Una storia capace di trarre in inganno per la facilitá con cui si possono “immediatamente” misurare e giudicare personaggi moralitá corrente, ambiente. Ambientata durante la Grande depressione, in uno scoraggiante “non luogo” americano, mentre la neve cade e si è soli, tremendamente soli a scrutare il fondo della bottiglia e a ordinare un altro liquore al bar Roundabout e il richiamo ossessivo del sesso, infido surrogato di amore e affetto, eletto a panacea e a rimedio antisolitudine. Gretta ce la mette tutta seguendo la sua naturale attitudine e desiderio di essere ammirata e per non sentirsi mai sola ad accettare complimenti, regali in denaro e compagnia intima per darsi poi, desiderosa nel farlo a uomini senza volto, dopo robuste dosi di whisky al succo di limone.

Una viziosa? Anche. Ma Gretta è sola, davvero sola e ha paura della solitudine. E lo dice, anzi, lo grida. Gretta rappresenta la bellezza, il proibito, il richiamo, inevitabile preda di concupiscenza, non conosce limite, lei i limiti li infrange, non rinuncia al piacere di darsi, lo fa per passione, per sentirsi amata e protetta, e anche per danaro, poco danaro, non sa rinunciare all’ammirazione di altri uomini, anche se ama, riamata dal suo medico marito che si toglierá la vita per lei. Facile condannare Gretta, come esecrare il medico amico del marito, esponente delll’inflessibilitá puritana americana (il sesso, per giunta mercificato, ovvero l’orrore per la morale corrente, in America fa sempre salotto e tiene sempre banco.) Dico, vacci piano a giudicare. Te sposi una attraente donnaccia dichiarata e cosa vuoi che ti succeda? Che ti mettano la corona d’alloro in capo?

Bravo cornuto, pregresso, presente e futuro. Te la sei voluta. Ma non ti eri accorto prima di com’era tua moglie? Chiede il suo amico. Ma io l’amavo e l’amo. Dice lui all’amico medico, e vuoi biasimare uno cosí? L’amore perdona, redime e spiega, ma non guarisce come in questo caso. E il marito si ammazza, condannato anche dal parere del suo unico amico medico. Anche un ex amante di Gretta si era ammazzato, chiuso nel bagno di casa della coppia. Un vero macello. Il barista fa il ruffiano, ossia fa i suoi affari perché tette, fianchi e gambe di Gretta sono uno schianto, e attirano i clienti. In quanti locali al mondo e da quanto tempo capita cosí? Da tempo immemore. E lei ci sta, basta che tu le offra da bere e le fai complimenti e ci sta. Allora lei, nel suo squallido appartamentino, reciterá per te lo spettacolo della grazia femminile che si disvela, denudandosi, offrendosi alla vista e al desiderio, sfilandosi lentamente le calze, tentatrice, seduta a terra per poi gettarsi fra le tue braccia.

La condanni su due piedi? No, la curi, se mai, se c’è qualcosa da curare in lei, ma soprattutto, se lei vuol essere curata. Perché prima occorre rispondere alla domanda: come mai, sapendosi amata, ed amando il marito Gretta va con un altro uomo accetttando denaro?

Mentre fuori la neve cade e nello squallido appartamentino di Gretta si ripete il mistero dell’amore, anche se mercenario. Una donnaccia che ama? Sí. Vorrebbe essere “coperta” di sguardi e attenzioni, di amanti provvisori dei quali nemmeno desidera sapere il nome. E lo fa anche se sposata e amata, riamando. Quindi vedi che non tutto è semplice. E poi ci sono le figure delle infermiere dell’ospedale, davvero interessanti quelle, apparentemente secondarie e invece molto significative sul ruolo della donna americana di ieri e di oggi: decisa, imparziale, onesta, energica, granitica, non compassionevole, e spietata nel giudizio, creatura tutta d’un pezzo insomma, donne che amministrano, giudicano, e non perdonano.

Questo è il volto della donna americana di oggi? E l’uomo come sta? L’uomo è quello smarrito dei bar, della folla anonima che ronza per le vie della cittá, che contempla il suo bicchiere di whisky, indagando, se ne ha voglia, se ci sono bellezze nei pressi. Tutto semplice? Niente affatto. Dico io. Il medico fuori di testa, ex amante di una notte di Gretta fa il matto a casa della coppia che lo ha invitato. Oltraggia Gretta e la torma dei segugi venuti lí a vuotare bicchieri di alcol durante un party, torma che, trovando sconveniente la cosa lo getta fuori e poi commenta. Ovvero la legge del branco. Pesci piranha dentro un acquario? No, Americani che passano il tempo a frequentarsi: vicini di casa, amici e colleghi del marito che passano di villino in villino a “socializzare” e che spolperanno vivo con pettegolezzi e sorrisi di compassione il povero becco di marito. Potrebbe succedere anche oggi, credo. Non puoi condannarli o biasimarli, metteresti alla gogna gli Interi Stati Uniti d’America. Ieri e oggi, loro socializzano col bicchiere in mano.

Hai visto quante copertine hanno dedicato a Gretta? Ne ho scelte un po’, ma la mia preferita rimane la prima, quella di Ferenc Pintér, fondo giallo e gamba levata. A corredo di quanto sopra mi piace riportare quello che lo stesso Erskine Caldwell disse: Chi in America potrebbe gestire la realtá dell’uomo non è capace di farlo. Per inettitudine morale, per grettezza, per mancanza di intelligenza, per incapacitá scientifica…
E oggi cosa accade in America caro Erskine? Ce lo vuoi dire dalla tua tomba?

I miei insopprimibili indizi di scrittura

ti faceva rabbrividire di piacere e orrore?

Non mi soffermo sulla trama del racconto di Joseph Sheridan Le Fanu Carmilla e sul suo orrendo finale, trattasi di una storia di vampiri e di giovani vittime, ambientata in un remoto angolo della Stiria. Ho letto il racconto a quindici anni, al Romito, la casa del conte Aldo di Ricaldone, che mi onorava della sua amicizia, insieme alla moglie Matilde Izzia, mia grandissima amica. Non dico che rabbrividisco tuttora dopo svariati decenni dalla prima lettura, anche perché ce ne sono state altre di letture dello stesso racconto, e tutte scoprivano aspetti inediti, sottotraccia. Nell’immensa biblioteca del conte di Ricaldone ho letteralmente “divorato” Carmilla, per la prima volta e poi l’ho sognata, vicino a me, di notte, condividere lo stesso guanciale preparatomi con affettuosa premura dalla contessa Matilde.

Altri tempi, altri sogni, altre…voluttá di adolescente, direi, se non mi tornassero alla mente le fragorose sghignazzate del conte, dedito a canzonarmi perché mi ero infatuato di un vampiro. Carmilla, alias Millarca, ovvero Mircalla che aveva colpito ancora. Se c’è un racconto gotico per eccellenza questo è Carmilla, con tutto il suo fascino subdolo, il tenebroso magnetismo, criminale, oscuro, che porta in luce implicazioni saffiche flagranti e che affonda le radici nell’inconscio e nel “doppio” dell’individuo, evidenziando pulsioni e attrazioni contaminate e contaminanti. Cosa sottende questa storia? Oltre alla banale vicenda in cui una giovane splendida femmina vampiro, assetata di vita altrui, si alza da una bara ogni notte per fare i suoi comodi. E di una ignara fanciulla, desiderosa di compagnia che la ospita nel suo maniero in Stiria?

C’è attrazione omosessuale, brame nefande, ci sono stati d’animo ambigui e complessi, vibranti, voluttá e malinconie ineffabili ed estenuanti dolcezze, stati d’animo inconfessabili e dichiarazioni d’amore saffico vere e proprie, che fanno il paio con l’esecrabile attrazione per la diabolica Carmilla. Ma non è tutto cosí evidente. Cerco di essere piú chiaro, riportando alcuni brani del racconto della stessa vittima ignara che ospita Carmilla a casa sua e che non riesce (non vuole o non puó?) svincolarsi da quella morbosa attrazione: Il giorno appresso ci incontrammo di nuovo. Ero estasiata della sua compagnia per molti aspetti. Alla luce del giorno era altrettanto incantevole…era senza dubbio la piú bella creatura che avessi mai visto e il ricordo del volto apparsomi in un sogno lontano aveva perso i connotati sgradevoli del primo, inatteso riconoscimento. Lei stessa mi confidó di avere avuto un sussulto nel vedermi e la stessa indefinibile ripulsa che s’era mescolata alla mia ammirazione. Ormai potevamo ridere di quei momenti d’orrore. Sovente mi gettava le braccia al collo, mi attirava a sé e, poggiando la guancia alla mia mi bisbigliava con le labbra all’orecchio:… se il tuo cuore è ferito anche il mio cuore selvaggio sanguina con il tuo. Nell’estasi della mia infinita umiliazione, vivo del calore della tua vita e anche tu morirai…d’una morte estenuante e dolcissima…della mia vita…a tua volta ti appresserai ad altri ed apprenderai l’estasi di quella crudeltá che è anche amore. …

Poi, dopo una tale rapsodia, mi serrava piú stretta nel suo trepido abbraccio e le sue labbra imprimevano sulle mie guance il calore di soffici baci…Provavo un’eccitazione strana e tumultuosa che raggiungeva di tanto in tanto la soglia del piacere, restando sempre intrisa ad un senso indefinibile di angoscia e di disgusto….ero conscia di un amore che si andava trasformando, ad un tempo, in adorazione e in abominio. Dopo un’ora di apparente apatia…la mia strana e bellissima compagna mi attirava a sé con lo sguardo carico d’aviditá e le sue calde labbra mi coprivano le guance di baci mentre sussurrava in un singulto: -Sei mia, devi essere mia, tu ed io saremo una cosa sola, per sempre.- …Allora le chiedevo: Siamo forse parenti?…Alle volte era come se non esistessi per lei, sebbene poi scoprissi che i suoi occhi mi seguivano pieni di malinconico ardore...Il fascino del lungo racconto non risiede nella storia di un vampiro e delle sue giovani vittime, anche se scritto in modo eccelso e con colpi di scena magistrali. In altro risiede la sua suggestione. Perché la castellana non interrompe le dichiarazioni sempre piú pressanti del bel vampiro? Perché non recide quel torbido legame con Carmilla? Forse perché teme di offendere l’ospite? Puó anche darsi, ma il vero motivo è un altro. Perché una parte del vampiro vive in lei e viceversa. Ossia in Carmilla vive il doppio di Laura, della sua parte piú inconfessabile e torbida.

A ulteriore chiarimento ci aiuta Attilio Brilli che scrive ne Gli anagrammi nel sangue: Carmilla non è solo la reincarnazione anagrammatica di Millarca e di Mircalla nella serie demoniaca; ella è anche l’altro da sé della protagonista, l’estroflessione della parte segreta ed inconscia, il fantasma che, nato dal suo sangue, non puo che alimentarsi di esso…Che Laura e Carmilla siano il frutto della decomposizione psicologica di uno stesso personaggio, in sé complesso e contradditorio non v’è dubbioCarmilla rappresenta l’eros malinconico che distrugge incorporandolo, l’oggetto perduto, identificato narcisisticamente con la persona della protagonista…attraverso un processo che regredisce alla fase orale o cannibalica (il vampirismo appunto) della libido…
A quindici anni, a casa del conte di Ricaldone io non potevo sapere queste cose, del resto non erano indispensabili per rimanere soggiogato da quella fascinazione diabolica e duplice. Innamorarsi di Carmilla significava anche innamorarsi del suo doppio “normale” ovvero della castellana che la ospitava.

I miei insopprimibili indizi di scrittura

l'orrore puro si chiamava Lovecraft? (2)

Aveva lasciato credere a sua moglie di averle concesso il divorzio.  Ma lo scioglimento del legame non fu mai formalizzato legalmente, sebbene lo scrittore le avesse assicurato che le pratiche erano state presentate, non firmò mai il decreto finale. Una “stranezza” di Lovecraft, fra le tante, come quella di aver sposato Sonja Simonovna Šafirkin  un’ebrea brillante e imprenditrice di successo, di origine ucraina, nonostante i sentimenti dichiaratamente antisemiti dello scrittore. Tralascio le vicissitudini casalinghe di Lovecraft per tornare al nocciolo della sua arte. A questo proposito non ha osato tanto nemmeno Edgar Allan Poe, capostipite e maestro indiscusso dell’horror, suggerendo e inducendo angoscia e incubo, ma rispettando certi limiti. Lovecraft, al contrario, osa l’inosabile non rispettando alcun limite (anche se azzardato il riferimento mi viene in mente il marchese De Sade che di limiti proprio non sa che farsene.) Soggetti, odori, situazioni, ambienti e pensieri non lasciano dubbi, non potrebbero essere piú espliciti, e spesso rivoltanti, egli abbatte le pareti che isolano in zona off limits dannazione, necrofilia, perdizione e insania mentale. Li rende soggetto dei suoi lavori. Cala sul tavolo della narrazione carte estreme, delineando spesso situazioni e propensioni che rimandano al patologico. Alcuni suoi racconti potrebbero rientrare a buon titolo in una raccolta di casi clinici. Lovecraft inoltre è i suoi personaggi, Lovecraft esorcizza il suo demone facendolo rivivere nelle sue pagine, ora è un nobile ufficiale tedesco superstite che sta colando a picco col suo sommergibile, ora l’ultimo discendente di una stirpe maledetta che rimira con gioia golosa la bara in cui desidera calarsi, ora il becchino che sale su una pila di bare che si sfasciano sotto il suo peso, ora il necrofilo che ama stringere a sé cadaveri nudi e fetidi, (cosí scrive lui stesso) ora il demone che si cela nel lupo zoppicante che assale improvvidi visitatori nella casa del bosco. Storie manifestamente speculari all’insofferenza di Lovecraft per il quotidiano, il “normale”, per l’insopportabile opacitá che riveste le cose e gli uomini ordinari; infatti scrive nella prima pagina del racconto LA TOMBA:…. È una vera sciagura che la gran massa dell’umanitá possegga una visione mentale troppo ristretta per valutare con obiettivitá e intelligenza quei rari e particolari fenomeni -visti e percepiti esclusivamente da una minoranza di individui psicologicamente sensibili-che trascendono l’esperienza ordinaria. Gli uomini di piú vasto intelletto ben sanno che non esiste una netta distinzione tra il reale e l’irreale, e che tutte le cose devono la loro apparenza soltanto ai fallaci mezzi mentali e psichici di cui l’individuo è dotato, attraverso i quali prende coscenza del mondo. Il prosaico materialismo della maggioranza condanna invece quei lampi di una visione superiore che penetrano il velo comune dell’ovvio empirismo, classificandoli come manifestazioni di follia.

Mi chiamo Jervas Dudley e, fin dalla primissima infanzia, sono stato un sognatore e un visonario. Lovecraft dirá in seguito: «Sono talmente stanco dell’umanità e del mondo che nulla suscita la mia attenzione se non comporta almeno due omicidi a pagina, o se non tratta di innominabili orrori provenienti da altri spazi.» Ovvero traspare una lucida non accettazione della banalitá del quotidiano e il desiderio timore-orrore di aprirsi a quell’abisso cosmico in cui si annidano impensabili insidie per gli umani. Di rilievo la nota in calce a LA TOMBA (pubblicata da Tascabili economici Newton) che aggiunge: Il protagonista, Jervas Dudley, è il primo degli avatar letterari nei quali Lovecraft fotocopierá ossessivamente la propria stessa figura di estraneo al mondo triviale, antiestetico, stolidamente noioso dell’esistenza comune.

All’inizio dello stesso racconto un verso di Virgilio: Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora. Caratteristica riscontrabile in personaggi e situazioni delle sue molte opere: la creazione di “assurditá” verosimili; ovvero la trasposizione sulle pagine di incubi e ossessioni genuine, proprio questa è la chiave per interpretare e amare le opere di Lovecraft. La non finzione, la sinceritá dell’incubo verace messa su carta. Qualsiasi altro narratore, rivelando temi e argomenti simili, alla base della sua narrazione, correrebbe il rischio di apparire esagerato, enfatico e per questo non credibile.
Molti biografi hanno attribuito a Lovecraft tratti del disturbo schizoide di personalità o della sindrome di Asperger. 

I miei insopprimibili indizi di scrittura