andavi a passeggio come Jean Jacques?

Tutti i libri sono uguali. Niente di più falso! Molti sono migliori di altri. E fra questi ce ne sono alcuni che vorremmo tenere sempre a portata di mano, anche se non dobbiamo preparare la rivoluzione francese. Edizioni che non si limitano a presentare il testo o l’autore, ma li inquadrano nel periodo storico e lo commentano. Se poi è Bruno Segre a curare l’opera allora è tutto più chiaro. È il caso di un volumetto della collana Biblioteca ideale Tascabile diretta da Angela Campana. Les reveries du promeneur solitaire è il titolo originale tradotto da Beniamino Dal Fabbro. Perseguitato da chiese e tribunali per le sue idee: Condanniamo il libro come contenente una dottrina abominevole pieno di un gran numero di proposizioni false, scandalose, piene d’odio contro la Chiesa, empie, blasfeme, eretiche.
Perseguitato da chiesa e tribunali, il povero Rousseau è costretto alla fuga. Lui, uno dei protagonisti e dei pensatori più originali e geniali dell’Illuminismo. Ossessionato dall’idea di un complotto, Rousseau pensa che l’umanità intera congiuri contro di lui. Nella prima passeggiata esordisce scrivendo: “E ora eccomi solo sulla terra, non avendo altro fratello prossimo, amico, che me stesso. Sociabilissimo amorevolissimo tra gli uomini io ne fui proscritto per unanime accordo. Nella terza passeggiata: Non ho imparato a conoscere meglio gli uomini se non per meglio sentire la miseria in cui mi hanno inoltrato Nella sesta passeggiata: Se fossi rimasto libero, oscuro, isolato, com’ero nato per essere non avrei fatto che del bene, non avendo nel cuore il germe di nessuna passione nociva.” Torniamo alla qualità intrinseca del libro. Perché mi ha colpito? Perché è un’opera completa in tutti i sensi, che ci fa capire molto sull’epoca, sul personaggio e su cosa stava succedendo in Europa in quel periodo. Il vento della rivoluzione francese non nasce per caso, il libro insegna. Le Passeggiate solitarie a cura di Bruno Segre offre una griglia storica sintetica ed esauriente del periodo.

Introduce un quadro del tempo politico sociale utile a comprendere ciò che stava accadendo. Perché nel paragrafo: La vita e le opere ci fa capire come fossero l’educazione, l’amore, la vita di società dell’età dei Lumi. Perché viene approfondito il profilo dell’autore illuminando la genialità di Rousseau. Ma non basta. La Bibliografia e il Profilo del filosofo ci forniscono altri elementi di interesse. Tutto qui? Niente affatto. Nelle Schede, a fine libro, viene spiegata la singolarità del suo pensiero così sovversivo (uno dei padri spirituali della rivoluzione francese e di ogni altra rivoluzione?) E infine quel periodo di sconvolgimento viene confrontato con le atrocità e i conflitti del XX secolo. 125 pagine che fanno luce su un’intera epoca e su uno dei suoi protagonisti. Cosa vuoi spendere per questa riuscitissima edizione? (Ne abbiamo contate almeno una decina in catalogo che supponiamo dello stesso tenore). ti dico quanto l’abl’ho pagato: 0,52 euro. Anche la copertina è interessante. Ci mostra Jean Jacques Rousseau col suo bastone da passeggio intento alla passeggiata e con un mazzo di fiori che era solito cogliere per il suo erbario. Altri tempi, che ne dici?

lo cercavi e non lo trovavi talmente era sottile?

C’è un libricino che langue nella mia libreria e che sta inesorabilmente sbriciolandosi. Decisamente prezioso. È del febbraio 1989. Un tascabile Bompiani assai malmesso edizione speciale per L’Espresso. Perché te ne parlo? Alle sue pagine ingiallite che ormai si stanno scollando devo la riscoperta di un autore, di un grande autore della letteratura del Rinascimento italiano che la vetrina della grande letteratura a volte trascura. Un libro senza alcuna pretesa che amo particolarmente perché mi ha accompagnato in metropolitana, nella sala d’attesa del dentista, mentre aspettavo un amico al bar. Estrarlo dalla tasca della giacca e cominciare a leggere era una piacevole abitudine. Così ho potuto leggere le disavventure di un bandito del mare: Nu lezem dun pirata, dun barruer de mare, lo qual robava le nave e feva omiunca mal, e tuto zo kel errasse entro peccao mortal, grand ben voleva a la matre del Rex celestial. Scritto da Bonvesin de la Riva, terziario nell’ordine degli Umiliati, milanese; fra le altre opere in lingua volgare tradusse un manuale sul modo di comportarsi a tavola.

De quinquaginta curialitatibus ad mensam. Tornando al nostro bandito in ammollo egli era devoto alla Madonna, ma lo vediamo far naufragio e, divorato dai pesci sino al collo, può solo invocare la vergine per la sua anima peccatrice e così la Madonna lo accontenta. Due frati che passavano su un’altra nave lo confessano e lo benedicono. E il pirata può così morire in pace. Il libricino che cade a pezzi è davvero importante. Dentro infatti ci trovate Jacopone da Todi, S. Francesco, Dante, Boccaccio, Poliziano, Petrarca, ecc. (a cura di Enzo Golino – Introduzione dei testi e note di Giacomo Spagnoletti-consulenza di Maria Corti.)

Agli editori, piccoli artigiani o colossi internazionali chiedo: Perché non provate a stampare più spesso edizioni a perdere, di infimo costo o addirittura gratuite, seppur così ben fatte come il tascabile che conservo con amore e riguardo? Non è un’operazione in perdita. Ve lo assicuro. Anch’io due secoli fa mi occupavo di marketing. Attualizzare la cultura non significa banalizzarla, o annacquarla, ma glielo devi dare il gusto alla gente, o prima o poi apprezzerà…si spera. Ci potreste mettere sopra la pubblicità dei vostri libri e altro. Sarebbe un modo per introdurre opere con vesti più importanti e a prezzi remunerativi. Una sorta di assaggio semigratuito in vista del pranzo. Perché non distribuire edizioni usa e getta (per chi le vuole gettare, ovviamente, non certo io) da distribuire insieme a una Coca Cola, a un panino, al biglietto di un cinema o a un CD, oppure al supermercato, in omaggio per spese superiori ai dieci euroo sterline. Ti ricordi cosa ti davano in premio se ti abbonavi all’Automobil club? Mi son fatto di quei dizionari! Ma erano altri tempi. Dirai, mica vero, siam sempre quelli, basta che molli per un attimo l’iPhone che ti ammazza il cervello alla ricerca di qualcuno che ti cerca. Ma se ha bisogno davvero ti chiama. Lasciamo stare. Nel metrò di Milano ogni tanto accade di trovare cose del genere. Librettini in bacheca. Ma ci vorrebbe ben altro. Distribuirli nei bar, nelle tabaccherie, in panetteria, del resto anche questo è cibo, cibo per la mente (l’espressione non è mia). Un modo come un altro per smitizzare la cultura, per renderla quotidiana, alla portata di tutti, per informare e far amare alla gente storia, personaggi e miti, avvicinandola alle persone, se sta su un piedistallo nessuno la vuole, pensa che non sia fatta per lui. Benigni insegna, con la lettura del suo Dante ha riempito le piazze e ci ha commosso, interessato e avviato alla ricerca. E se provassimo a moltiplicare per mille questo genere di impresa te non pensi che porterebbe i suoi frutti? Sarebbe senz’altro un antidoto al rimbambimento dovuto all’uso indiscriminato, cioè normale, dell’ ‘iPhone.

quando Bruce scriveva?

Bruce Chatwin si domandava se «l’orrore del domicilio» di cui scriveva Baudelaire, non rappresenti, per gli esseri umani, ciò che resta di un remoto impulso migratorio, un istinto «affine a quello degli uccelli in autunno». Leggi sulla Rivista studio: Il padre dell’antropologia moderna, Claude Lévi-Strauss odiava «i viaggi e gli esploratori». Il caporedattore del Sunday Times deve aver pensato qualcosa di simile quando, nel 1975, ricevette un telegramma da uno dei suoi cronisti della pagina culturale. Il telegramma, contenente solo quattro parole, recitava laconicamente «sono andato in Patagonia». Firmato Bruce Chatwin. Quel giorno di quarant’anni fa iniziava il lungo viaggio del “maestro degli irrequieti”, che avrebbe portato, nel 1977, alla pubblicazione del suo libro più famoso: In Patagonia.
C’è un video che vorrei non avere mai visto perché stringe il cuore e avvilisce la mente. Perché ci rammenta in che modo la fortuna ti possa voltare le spalle riducendo la tua faccia a un’orrenda e grottesca maschera di morte. Anche noi siamo stati a Kabul, dove lui si era recato, anni prima. Ci siamo andati con Jimmy Naidu, un malese che commerciava in borse e scarpe, a Torino, auto definitosi tigrotto della Malesia, ai tempi di un serial televisivo su Sandokan, con Kabir Bedi. (Da quel viaggio, è stato tratto un ebook; Verso Kabul, edito da Premedia, 37 anni dopo.) Ma io non ho saputo vedere le cose che lui sapeva vedere nei luoghi e nella gente. Lui chi? Bruce Chatwin. Il nomade, intenditore d’arte antica. Laureato in archeologia. Bello, colto, irrequieto, morto di Aids a 48 anni.

Il video ce lo mostra sorridente, effervescente, e ironico in un’intervista dove lui descrive un pezzo di pelle che, secondo sua nonna, sarebbe appartenuto a un brontosauro rinvenuto nel giardino di casa.
Afghanistan, Patagonia. Australia, luoghi remoti e insoliti, percorsi con sagacia, insaziabile curiosità, amore per la scoperta e l’avventura.
Il più grande nomade della letteratura di tutto il ‘900, dice Enrico Barbieri. Colpisce nel video e in alcune interviste la compostezza della moglie americana Elisabeth e la sua pacata tristezza, fedele e leale compagna in quello strano matrimonio, con quello strano marito intellettuale e divo di lungo corso. Nell’articolo di Rossella Sleiter su la rivista Class nel 2000 si legge: Paesaggi, volti, deserti, solitudini …Bruce amava l’Italia. Conosceva i libri di Italo Calvino e amava il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. A Milano si innamora di una donna che riuscì a dargli l’illusione di non essere omosessuale. Scrittore anomalo e originale. Reportage, racconti, interviste, appunti di viaggio. Le vie dei canti e Che ci faccio qui, fra le altre opere pubblicate dalla casa editrice Adelphi. Una miscela che solo uno scrittore di razza sa trasformare in grande letteratura. Muore a 48 anni  lasciando un grande vuoto e angoscia.

Su Chatwin scrive fra le altre cose Wikipedia: Le opere più recenti comprendono uno studio sulla tratta degli schiavi, formalizzato nel romanzo Il Viceré di Ouidah, per il quale si recò a Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa e poi a Bahia, in Brasile, dove gli schiavi venivano venduti. Da questo libro Werner Herzog trasse l’ispirazione per il film Cobra Verde. Per quanto riguarda Le vie dei canti, Chatwin andò in Australia per lavorare sulla tesi secondo la quale i canti degli aborigeni sarebbero un incrocio tra una leggenda sulla creazione, un atlante e la storia personale di un aborigeno in particolare. In Che ci faccio qui? (1989) raccoglie diverse esperienze a contatto di persone incontrate nel corso della sua vita, come Indira Gandhi o Ernst Junger. Utz, la sua ultima opera, è un racconto di fantasia sull’ossessione che porta gli uomini a collezionare oggetti. La storia si svolge a Praga, e ruota intorno a un uomo che ha una passione particolare per gli oggetti in porcellana.

Chatwin è conosciuto per il suo stile essenziale, lapidario e la sua innata abilità di narratore di storie. È stato, comunque, anche molto criticato per gli aneddoti fantasiosi che attribuiva a persone, posti e fatti reali. Spesso, le persone di cui scriveva si riconoscevano nelle sue storie e non sempre apprezzavano le distorsioni da lui effettuate nei confronti della loro cultura e delle loro abitudini. Per esempio, alcuni degli aborigeni descritti in Le vie dei canti si sentirono traditi e tennero a specificare che lui non aveva trascorso poi molto tempo con loro. Lo stesso Hodgkin affermò che il libro che Chatwin aveva scritto su di lui non era accurato. Non ho elementi per dire la mia su questo fatto, penso che siamo alle solite, che non c’é da offendersi, come sostengo io: letteratura è finzione, si ispira a fatti e persone esistenti o esistite, le manipola (non dovrebbe distorcerle al punto di farle apparire negative, su questo siamo d’accordo). Ma se la critica o l’appunto riguardano interpretazioni di chi scrive e non danneggia alcuno, perché stupirsene? Siamo nel campo del soggettivo e della creazione.

Cosí dice di lui Susannah Clapp, suo editor: «Era un uomo eccitante, non c’è altro modo di definirlo, nel modo di vivere come in quello di scrivere. Ed era sicuramente una mente originale, qualcuno l’avrebbe chiamata stravagante. Ricordo la sua ossessione per il colore rosso: voleva scrivere un libro sul rosso, cominciò a fare ricerche, si informò sulle camicie rosse che combattevano con Garibaldi, sulla bandiera rossa dell’Unione Sovietica, finì per vestire di rosso lui stesso. Ma poi non se ne fece niente. Esagerare era la sua filosofia di vita. Comprava e collezionava un sacco di oggetti. Si innamorava pazzamente di un oggetto e decideva di farne l’argomento di una storia. Capitava che vedesse un semplice pezzo di vetro nella vetrinetta di una bottega e affermasse che ne avrebbe fatto il tema di un libro

la bella Aredhel moriva trafitta da un giavellotto avvelenato?

Alla voce Pathos, il Nuovo Zingarelli riporta: particolare intensità del sentimento, alta liricità di un’opera d’arte, per mezzo della quale si realizza una forte potenza drammatica. Mi parte che Tolkien nulla abbia da spartire con queste cose. E gli amanti di Tolkien non si offendano subito.
Alzi la mano chi ama le sue opere. Ah! vedo che siete in molti e fra questi c’è anche mio figlio che stravede per IL SIGNORE DEGLI ANELLI e che mi ha appena regalato una superba edizione edita da Bompiani Giunti, de IL SILMARILLION, volume super cartonato e con una carta più vellutata della seta. Degli scritti e degli autori che non mi catturano di solito non scrivo, tuttavia per non deludere il figlio eccoti un post su IL SILMARILLION, padre degli scritti successivi di Tolkien, il quale, come sai già, deve la sua fama cinematografica planetaria al SIGNORE DEGLI ANELLI.
Dopo averlo letto questa opera la mia impressione è: Tolkien dice eludendo la narrazione ed “evitando” di caratterizzare il suo stile (qualsiasi stile, non so se lo fa di proposito) e, per narrazione intendo: costruzione di una trama organica e non di accumulo, affastellando nomi inventati, stordendo il lettore facile a confondersi come me. Indurre emozione o anche repulsione, un qualsiasi sentimento insomma, niente di tutto questo.

Se c’è qualcuno che si è commosso, o spaventato, leggendo le sue pagine si faccia avanti. Accoglierei volentieri le sue impressioni. Il “dire” di Tolkien sta alla narrazione come i mattoni stanno all’edificio letterario.
Ci si aspetta che tutti quei nomi si caratterizzino, che rivelino il loro intimo, la loro essenza, ma ciò non accade. Lo scavo psicologico è appena percepibile, spesso assente, e i caratteri sono appena abbozzati. Come se Tolkien avesse fretta di dire. Ci si attende che l’opera diventi costruzione letteraria ma questo non accade. Perchè? La pila di mattoni, ovvero di nomi e luoghi, suggerisce storie in potenza da attuarsi, al loro posto invece ci trovi brani spezzettati di storie, e tu ti chiedi: ma quand’è che comincia a raccontare? Il materiale accumulato è una massa intricata, invidiabile e impressionante.

Tolkien informa, ma non narra, dice ma non racconta, le sue “compilazioni” di nomi evocano mondi fantastici ma non commuovono, e tutto questo non si costituisce in narrazione. Così IL SILMARILLION rimane in sospeso, in attesa di farsi trama e vera narrazione. Davanti a quella impressionante massa di nomi di persone e di luoghi un lettore normale come me perde il filo alla terza pagina. Il “taccuino” di Tolkien trabocca di accattivanti narrazioni che rimangono tuttavia potenziali. Ma quello che ho appena scritto non è poi così vero, a ben guardare le storie nella Storia ci sono, e molte sono degne di rilievo, come questa: del capitolo XVI detto di Maeglin. La bella Aredhel Ar Feiniel ovvero la Bianca Signora dei Noldor si annoia della vita che conduce nella città di Gondolin, ospite del fratello Turgon, Così si accomiata dal fratello che a malincuore la lascia andare. In una foresta incntata verrà concupita da un tizio, che poi sposerà, un certo Eol dal quale avrà un figlio. Anni dopo madre e figlio, obbedendo al richiamo della loro stirpe fuggono, oppressi come sono da Eol tornando dal fratello che lei aveva abbandonato. Inseguiti dal marito alquanto inviperito, la bella moglie verrà trafitta dal giavellotto avvelenato scagliato da Eol per vendetta e morità, e così il marito Eol seduta stante, verrà giustiziato dal fratello di lei, scagliato giù da una rupe, eccetera. La trama potrebbe essere quella di un racconto neogotico, un plot da cui ricavare un film di successo. Ma perché Tolkien non ce l’ha narrata sul serio? Perché non si è soffermato sui personaggi e sulle situazioni? L’invenzione di una saga nordica tutta apocrifa poteva essere una meravigliosa occasione per suggestionare il lettore, anzi, meglio, lo spettatore, ma a mio veramente modesto avviso il pathos di cui si è detto prima non alberga nello scritto di Tolkien, e alla grande saga che mette insieme razze umane, orchi, stregoni, belle dame, elfi e orride creature manca qualcosa. Se tu sai cosa mandami un commento.
Nostra sorella Wikipedia scrive di lui:
Le opere di Tolkien hanno prodotto la nascita di un corpo di ricerca accademica che studia aspetti come:Tolkien come scrittore di letteratura high fantasy

I linguaggi inventati di Tolkien
I primi percorsi verso la rispettabilità letteraria delle opere di Tolkien furono battuti da Master of Middle-Earth (1972) di Paul Harold Kocher e The Road to Middle-earth (1982) di Tom Shippey. Il ritmo delle pubblicazioni accademiche su Tolkien è comunque aumentato drasticamente nei primi anni 2000; la rivista accademica Tolkien Studies viene pubblicata dal 2004.
Il critico Edmund Wilson divenne noto per le sue dure critiche all’opera di Tolkien, alla quale si è riferito parlando di «juvenile trash» e affermando che «il dottor Tolkien ha poca abilità narrativa e non ha l’istinto per la forma letteraria»[17][18].
I critici marxisti hanno denigrato Tolkien a causa del suo conservatorismo sociale e della cosiddetta “geopolitica velata” implicita nelle letture che interpretano la terra di Mordor di Sauron e la dittatura di Saruman sulla Contea come parodie del comunismo sovietico[19]Edward Palmer Thompson, nel 1981[20], incolpa la mentalità del freddo guerriero per la «troppo rapida lettura del Signore degli Anelli». Inglis (1983) modifica le precedenti accuse di fascismo contro Tolkien, ma continua a sostenere che il romanzo è una «fantasia politica» per i lettori della classe media nella moderna società capitalista che cercano di evadere dalla realtà.

Griffin (1985) esamina Tolkien in relazione al neofascismo italiano, suggerendo ancora una volta una vicinanza degli ideali di Tolkien a quelli della destra radicale. In ogni caso, altri critici di orientamento marxista hanno giudicato Tolkien più positivamente. Pur criticando la presenza di una visione politica tolkieniana all’interno del Signore degli Anelli[21]China Miéville ammira l’uso creativo di Tolkien della mitologia norrena, della tragedia, dei mostri e del worldbuilding, così come la sua critica dell’allegoria[22].

il Vate prendeva appunti?

IL VERSO È TUTTO

Così diceva. Per il verso sperimentò la vita e sfidò la morte. Nel segno di una vitalità spasmodica e senza limiti. “Non ne posso più. Non ho mai avuto tanta ansia, neppure aspettando la notte di Pola, neppure sospirando la notte di Cattaro. Perché? Perché sono maturo per la morte. Impresa di Buccari-Gennaio 1918. L’ascia del carnefice Fato, che è il mio amore. I comandanti e i marinai mi aspettano su la riva. I motoscafi sono pronti col loro doppio siluro unto, color d’oro. ” Soldato fra i soldati, eroe fra gli eroi. Il trionfatore, il tribuno, ultra-uomo, esteta e poi Vate; tollerato, usato e poi scaricato da Mussolini che lo aveva relegato al Vittoriale, perche se ne rimanesse buono buono.  Un grande del ‘900 per merito di pochi versi, di alcune opere in prosa, in grado di sprigionare una musica rara che incanta ancora oggi. Versi assolutamente unici, come unico era Gabriele, l’ultra-uomo, capace di trasformare la sua stessa vita in opera d’arte, sperimentando tutto l’sperimentabile che il suo tempo poteva offrire.

Amori, imprese guerresche, viaggi, politica sono semplicemente puntate febbrili di una vita incredibilmente densa e vorticosa, che lo porta a interloquire anche col regime fascista. (Non sappiamo se corrisponda al vero il fatto che Hitler gli avesse messo alle costole una spia donna). Nella ghiotta edizione di Mondadori ci sono i Taccuini, con copertina rigida, ricoperta di stoffa azzurra edizione a cura di Enrico Bianchetti e Roberto Forcella (1965). Il libro contiene una riproduzione di alcune pagine dei TACCUINI scritte dallo stesso D’Annunzio. Perché ho scelto proprio questo libro? Perché contiene i mattoni con cui costruirà le sue opere di cui oggi non sappiamo più che fare, tanto sono ingombranti e fuori dal tempo. Così enfatiche, retoriche, estetizzanti. Tranne alcune,di eccezionale fattura e di enorme suggestione. Le altre, la maggioranza, sono folte di arringhe, commemorazioni e sfide autentiche alla morte, come queste: Compagni, alte parole furono dette. Il cordoglio ebbe la voce grave dei nostri capi. Ma non vuole pianto né rimpianto questo celebre ucciso e distruttore.  (in morte di Francesco Baracca, il famosissimo aviatore). Ma i Taccuini contengono anche questi appunti di viaggio: 4 fazzoletti Dr. 22 Miele Dr. 20  Loukum Dr. 30  Sigarette Dr. 20  3 scialletti sorelle Cicciuzza (scarpe e vestiti) Mario scarpe portafogli  Pagato a Costantino Cicolo L. 50 Pagato allo stesso con una tratta (Vallardi) L. 55  Abiti portati in yacht Abito completo grigio ferro Idem a quadretti minuti bianchi e neri Commissioni per Venezia: Occhiali da presbite n°12. E poi appunti sulle cose da vedere, comprare, sulle opere da sviluppare.  Un libro per intenditori, ma non solo per gli amanti del Vate.
Da altri appunti apprendiamo che uno dei suoi camiciai era M Sanguinetti con negozio in corso Vittorio Emanuele 7 e 8 a Milano. E Umberto Tallino faceva il domestico in Via Borgospesso 25 a Milano. Appunti del soldato, dell’uomo, del poeta e del viaggiatore che, con molta cura, annota nomi, iscrizioni, targhe, che registra emozioni e sensazioni in un ordinato caleidoscopio dove c’era scritto l’elenco dei regali da acquistare per amici, parenti, amanti. Un uomo con una altissima considerazione di se stesso (come dargli torto?)

Uno scrittore che faceva tutt’uno con il combattente, il tribuno, il politico, l’esteta, il vagheggino e l’uomo di mondo. Grandissimo nell’opera Alcione, e nel Notturno (solo in quelle?) ma al contrario di Pirandello, (deceduto due anni prima di lui) che fruga nel profondo della psiche umana, anticipando un uomo al di là da venire, comunque imminente, egli era alle prese col suo mito, e con quello del superuomo di evoliana memoria, anche se il filosofo siciliano lo considerava un teatrante. E poi da chi scrive MERIGGIO, STIRPI CANORE, LA MORTE DEL CERVO e IL NOTTURNO cosa si può volere ancora?

Elsa Morante, definita non mi ricordo più da chi Pizia di tempra durenmattiana, negli anni ‘ 60 era intervenuta in una controversia fra linguisti. Dicendo: non è vero che aggettivi come “stupido”, “imbecille”, “cretino” sono perfettamente sinonimi, intercambiabili. Niente affatto. Per esempio, Carducci era stupido, Pascoli era imbecille e D’Annunzio un autentico cretino.  Credo che il marito di Elsa Morante, il signor Alberto Pincherle Moravia fosse perfettamente d’accordo con lei, incapace di celare sentimenti ostili e di rivalsa verso il Vate probabilmente per le mete e i risultati che D’Annunzio aveva conseguito e lui invece no, pluricandidato deluso al Nobel e tuttavia destinato a rimanere a bocca asciutta, senza poi riferire della sua invidia per la messe di cuori femminili all’attivo del poeta nazionale.

Un articolo interessante di Repubblica su D’Annunzio del 28 febbraio 2008 mette in luce l’avversione patologica di Natalino Sapegno contro il Vate, ma non era il solo ad avversare l’eroe di Fiume. Sull’articolo ci troverai cose interessanti come: D’Annunzio ha incontrato quella che in un passo del romanzo, in anticipo su Sartre, definisce «una insopportabile nausea di vivere», le «acque morte e venefiche » della malinconia.

Il prossimo post sul “divino” Gabriele sarà di Federica che lo ha già pubblicato sul suo blog il mondo della ragazza creativa che ti invito a visitare. Passo e chiudo

e se hai conosciuto gli Inglesi?

VIAGGIO A LONDRA. L’officina del mondo. Alzi la mano chi non si è mai recato in questa città o chi non ne ha mai sentito parlare. E chi non è stato colpito dalla convulsa miracolosa mescolanza di razze, abitudini, tradizioni, stili, attività, stravaganze e costumi provenienti da tutto il mondo. Io ci vivo da tre anni e la giro in lungo e in largo.

Poi vado a intrupparmi alla Guildhall Library e al Barbicane centre per scrivere ore e ore. Ovviamente sto parlando della Londra conosciuta prima di questa deprimente e mortifera pandemia.
Se Londra è madre di New York, come la storia insegna, nel 1834 doveva apparire alquanto diversa e forse un poco scoraggiante al visitatore di allora. La città che oggi conosciamo è nata dalla ferrea decisione di essere tolleranti. Tolleranza che sembra innata nei suoi abitanti, insieme a un (menefreghismo o disinteresse per l’altro?) spinto ad eccessi clamorosi, non riscontrabili sul patrio suolo. Dalla fede indiscussa verso la rivoluzione industriale, le fabbriche, gli opifici, emblemi del progresso materiale e sociale. Da Londra è partita una colonizzazione culturale globale che non ha precedenti. Il genio caratteristico di Londra? La sua cifra nel mondo? L’accoglienza e la promozione delle diversità, l’accettazione di ogni e qualsiasi stile di vita. (per necessità, o convenienza, aggiungo io, perché le sue scelte e i suoi “affari” lo impongono). Essa è la vera Babele dei tempi moderni, come recitano le prime pagine del libro VIAGGIO A LONDRA; (attenzione che siamo nella prima metà dell’Ottocento, un libro scritto oggi interesserebbe meno e poi c’è la TV!). In quella metropoli, anticipatrice di mode e tendenze l’anonimo autore ti propone una guida acuta e ironica che parla di virtù e vizi del popolo che ha giurato di non essere mai schiavo; utile strumento e godibilissima lettura per il distratto turista di oggi (dalla quarta di copertina del libro). L’autore del VIAGGIO, come scrive Giulio Giorello, è colpito dallo stupendo corredo di macchine che in questa o quella circostanza finisce col ridurre o sostituire l’umana fatica. Quattro anni dopo la pubblicazione di questo libretto, nel 1838, in un discorso ai Comuni, Benjamin Disraeli aveva definito l’Inghilterra officina del mondo. Dalla presentazione di Giulio Giorello: È nelle taverne, tra il fumo della pipa e la schiuma della birra, che si forma l’opinione pubblica britannica. L’anonimo autore di questo piacevole e intrigante VIAGGIO A LONDRA , edito da IL POLIFILO, non esita ad affermare che la taverna è il foro degl’Inglesi, con la differenza che qui non vi sono risse né contese e poco oltre: vie, piazze e monumenti di Londra svelano le cicatrici della storia- dalle ribellioni del tardo medioevo alla guerra delle Due Rose, dallo scisma di Enrico VIII alla decapitazione di Carlo I, dal Protettorato Cromwell alla Gloriosa Rivoluzione di Guglielmo d’Orange per non dire della morte in battaglia di Nelson e della sapienza militare di Wellington.

A sua volta, l’autore del Viaggio annotava: Non è una bizzarria della sorte che dove avviene meno luce sia nato il gran Newton che doveva analizzarla? La città infernale, versione moderna della Dite cantata da Dante, è nel 1834 – anno della pubblicazione del VIAGGIO – anche la città che meglio sa coniugare tecnica, scienza e industria: l’inglese ha fatto la grande scoperta che le utili scoperte aumentano gli agi, ed arricchiscono le nazioni.

A pagina 5…il forestiero che giunge in Inghilterra, seduto sul cielo d’una carrozza a quattro cavalli che lo trasporta ad otto miglia per ora a Londra deve credersi rapito dal carro di Plutone per discendere nel regno delle tenebre; soprattutto s’egli arriva dalla Spagna o dall’Italia. In mezzo alla meraviglia non può almeno, a prima vista, di non essere colpito da un’impressione malinconica. L’ambasciatore Caracciolo, in tempo di Giorgio III, non aveva torto di dire che la luna di Napoli scalda più che il sole di Londra! Mica male l’osservazione.

A pagina 9 …se gli Inglesi non hanno un bel clima, essi credono di averlo, il che vale lo stesso. Io lodava ad una giovane inglese il cielo altissimo, purissimo, di madreperla di Madrid, di Napoli, di Atene, di Smirne. Essa mi rispose mi annoierebbe quel sol perpetuo: è più bella la varietà e la fantasmagoria delle nostre nubi…
A pagina 11 La profondità degli scrittori inglesi è un prodotto del clima, come lo sono il ferro, lo stagno, il carbon fossile dell’isola. Lo stesso amor della famiglia ne è pure un prodotto. Il sole dissipa e sparpaglia le famiglie, le chiama continuamente fuori di casa…

Beh, viene a vedere oggi com’ è ridotta la famiglia inglese e poi mi dirai, dico io.

A pagina 15 Perché gl’inglesi non sono esperti ballerini? Perché non si esercitano; le case sono tanto piccole e deboli che se uno spiccasse una capriola al terzo piano, arrischierebbe di sprofondare come una bomba sino in cucina che è posta sottoterra…Ben sovente fra le condizioni d’affitto delle case di Londra v’è quella di non ballare… A pag 40 il primo e più antico ponte di Londra, detto il Ponte Vecchio, venne costrutto di legno, or saranno mille anni. Nel secolo XI fu ricostruito di pietra con una magnificenza ed un’audacia d’archi che non si potrebbe attribuire a tempi nei quali in tutta Europa giacevano anneghittite in una seconda infanzia.
Non so francamente dove possiate trovare questo bel libro, la casa editrice ha chiuso i battenti da un po’. 

ogni libro era una scoperta?

È il caso di Giuman pubblicato da Solfanelli Editore nel 1989. Nella collana il Voltaluna a cura di Oreste del Buono e Lucio D’Arcangelo. Traduzione e introduzione sono di Maurizio Enoch. Un libro che chiamerei diverso. Perché diverso? Perché, oltre a farci scoprire la prosa di Prosper Mérimée, l’inventore della novella francese, ovvero del lungo racconto dell’Ottocento, ti suggerisce l’idea di quando e come gli editori facessero con gusto e passione il loro lavoro, un tempo, offrendoti una “chicca” dal sapore semi artigianale, quasi un pezzo unico fatto a mano, a partire dalla carta, dall’illustrazione di copertina, dalla nitidezza del carattere e dalla buona impaginazione. Ma non indulgiamo al fanatismo nel lodare libri così, il cui contenuto merita ancora altri elogi. Le prime righe dell’ottima introduzione parlano di una tastiera: “Mérimée ne touche que huit nots de son piano”, il giudizio ambiguo è di Stendhal, suo amico (un poco invidioso) perché impossibilitato a imitare la vita brillante e mondana, riservata a pochi autentici dandy dell’epoca, quella appunto a cui aderiva Prosper Mérimée. Nei Ricordi di Egotismo, Stendhal scrisse: “Costui aveva qualcosa di sfrontato e di molto sgradevole. I suoi occhi, piccoli e vacui, avevano sempre la solita espressione, di cattiveria”. Malgrado la prima impressione, Mérimée e Stendhal furono grandi amici per 21 anni, ossia fino alla morte del secondo. La parte mai volutamente (?) suonata della tastiera, secondo il comune parere dei critici corrisponde a un misto di freddezza, impassibilità, superficialità e acume tutte caratteristiche riscontrabili nelle sue pagine. Ma è davvero così? Mérimée nella sua scrittura, svelando le pure forze meccaniche dell’esistenza umana, passioni e avventure comprese, finisce per sacrificare la poesia che non risulta mai frutto di una osservazione distaccata come la sua bensì il frutto di compartecipazione al dramma o alla passione descritta. E per questo Mérimée sarebbe inferiore ad altri, come ad esempio a Stendhal? Io non lo credo, affatto. È come dire: a me piace il minestrone e non la pasta, ma il minestrone non è la pasta, non so se mi spiego. A volte i critici dovrebbero smetterla di affibiare etichette. Mérimée è lo scettico Mérimée, non si chiama Fyodor Mikhailovich Dostoevsky con la sua umanissima deteriore passione per il gioco d’azzardo, e nemmeno Henry Miller che ci fa sentire tutto lo sfascio e il personale disgusto per la neonata american way of life. Una scrittura asciutta, non indugiante, priva di fronzoli emotivi che rispecchiano il distacco dell’autore, priva di compromessi con le sue emozioni, l’autore non si dilunga in commenti sui fatti narrati, il suo stile è sobrio fino all’aridità. Domanda: perche mai dovrebbe assomigliare ad altri? Per cosa lo si critica? Nell’essere un perfezionista che non vuole apparire soggettivamente coinvolto nelle sue opere? È semplicemente un non emotivamente coinvolto, vuoi per carattere, vuoi per scelta. Nella scrittura alzi la mano chi trova difettoso o esecrabile o mancante di sensibilità chi privilegia trama, azione e non indulge al commento personale su situazioni e personaggi, sopprimendo ogni aderenza personale alle vicende narrate. Per questo si parla di carenza? Pare che ci sia ancora nell’aria la querelle su Mérimée cinico, insensibile e disilluso. Se Mérimée non voleva far emergere la parte buia della tastiera, corrispondenti alle tracce di una scrittura immediata e frutto di spontaneità, dove sta il problema? Mérimée non puo essere Tolstoi o Dostevsky, nemmeno Louis Ferdinand Auguste Destouches o Gide, o Henry Miller, il cui ego si affaccia prepotente e invasivo nelle loro pagine. I critici, essendo scrittori mancati, dovrebbero spesso fare professione di modestia e non instaurare una scala di valori basata sui giudizi: più grande, meno grande, distaccato, emotivo ha più o meno sensibilità, peccato che sia arido, eccetera. Amo il modo di scrivere di Prosper Mérimée che ci fornisce un saggio della sua bravura con brani come questo, tratto da Giuman: “…D’un tratto un grosso rigurgito di melma bluastra si levò dal pozzo, e da quella melma sorse la testa d’un enorme serpente, d’un livido grigio, con occhi fosforescenti… Involontariamente feci un sobbalzo all’indietro; intesi un piccolo grido e il rumore di un corpo che cadeva di peso nell’acqua… Quando riabbassai gli occhi, forse dopo un decimo di secondo, vidi lo stregone solo sul bordo del pozzo, dove l’acqua ancora gorgogliava. Tra i frantumi della pellicola iridata galleggiava il fazzoletto che copriva i capelli della bambina… Vuoi sapere qualcosa in più sulla bambina? “…Aveva occhi belli come non ne avevo mai visti, ed i capelli cadevano sulle spalle in minute trecce racchiuse da monetine, che faceva tintinnare scuotendo graziosamente il capo. Era vestita con più ricercatezza della maggior parte delle ragazze del paese: un fazzoletto di seta d’oro sulla testa, un corpetto di velluto ricamato, pantaloni corti di raso turchino che lasciavano intravedere gambe nude e cinte di anelli d’argento. Non un velo sul volto…”

Lancio un sasso in piccionaia: Ho trovato LA CERTOSA DI PARMA del suo amico Stendhal, noioso e arzigogolato, è un delitto? E pensa che l’rditore gli aveva imposto di tagliare trecento pagine del finale! Ma io sono solo un lettore, non un critico. Mentre mi piacciono le ultime osservazioni dell’aletta dell’ultima di copertina di Giuman che recitano: “simili prove narrative, d’una misura laconicamente perfetta, che dopo l’esposizione di un dramma risolvono nel mot d’esprit, appaiono infine come ostentati paradigmi di un animo profondamente assorto e cosciente del proprio scetticismo come unica possibile visione del reale. Non sono d’accordo solo su una parola: ostentati. Vai a leggerti Il vicolo di Madama Lucrezia e La camera azzurra: due gialli perfetti e inimitabili, se non è arte al massimo livello la loro io sono un dugongo.

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sei stato nella grande Foresta?

Qualcuno dei miei lettori sì. Si chiama Patrizia Casta e mi ha scritto una mail INCORAGGIANTE. Se i premi sono di questo genere, basati sul consenso o anche sulla critica costruttiva sono i benvenuti! Ecco cosa scrive Patrizia: Devo dirti grazie per gli sforzi che hai fatto scrivendo questo blog sito.
Spero anche di verificare ancora la stessa alta qualità dei contenuti in futuro. Per la verità, le tue abilità di scrittura creativa
mi hanno ispirato e incoraggiato per ottenere il mio blog ora;) Maramures
Grazie, buona giornata!

La recensione a cui si riferiva Patrizia e che qui ripropongo fa parte di un’avventura a cui mi sono dedicato prima del mio esilio. Prendevo un libro, lo leggevo un paio di volte per vedere se avevo capito bne e lo commentavo. Non era un vera recensione, perche non sono un recensore vero, anche perche l’opera non ne aveva piu bisogno, ma un modo per entrare nel vivo di argomenti che mi appassionavano, del passato e del presente, ma anche del futuro. E duunque: Ti ricordi di Catilina? Ti ricordi di Faulkner? Ti ricordi della Via del Tabacco di Caldwell corrisponderanno ad altrettanti post ai quali mi aspetto che tu risponda. Se vai a\ spulciare nel blog le troverai risalgono al 2013, un secolo fa!

La Grande Foresta

C’è un libro che nonmi stanco di rileggere, è La Grande Foresta. Ogni volta le sue pagine mi suggeriscono un fascino diverso, nuove avvincenti emozioni, mondi scomparsi, inghiottiti dal progresso febbrile e dai singulti di una nazione neonata.

Parliamo del rito della caccia, simile a un’iniziazione sacrale, il gusto del sangue versato dal gigantesco Ben, del silenzio, dell’attesa, della paura e della fatica. Quel libro l’ha scritto un gigante della letteratura. Il grande William Faulkner.  Spiega Mario Materassi, nella bella edizione di Adelphi  che LA GRANDE FORESTA, magistralmente tradotto da Roberto Serra, è un capolavoro poco conosciuto.  Frettolosamente catalogato dalla critica come storia di caccia, così scrissero Michael Millagate, Malcom Cowley, Martin Pedersen. La morte di un orso e l’agonia di un cane, entrambe speciali, entrambe simboli di una terra mitica, destinata a essere inghiottita da pionieri ruggenti di scrittura protestante che bevevano whisky bollito e che trascinavano nella foresta infestata la moglie gravida.

Il selvaggio Algonchino e Choctaw e Natchez. Mille spagnoli e poi francesi e inglesi, poi ancora spagnoli e ancora inglesi. Definitivamente.Vengono alla memoria le carabine arrugginite e i negri pieni di sonno, i tronchi morti della foresta, l’uomo che mangiava formiche e ancora l’orso mitico, il vecchio Ben, al di fuori di ogni regola e che viveva col piombo in corpo di cento pallottole e poi l’indiano Chickasaw col cuore di un cavallo e la mente di un bambino, con occhi piccoli e duri come bottoni e poi cacciatori, abili nel sopravvivere, e i cani e l’orso e il cervo messi fianco a fianco, trascinati dalla foresta. Nella ricca terra alluvionale nera e profonda che faceva crescere il cotone più alto della testa di un uomo a cavallo. Un’unica rete commerciale avrebbe presto venato come una ragnatela il subcontinente abbracciato dal Mississipi, cancellando per sempre la foresta.

Un finto libro sulla caccia che invece scava nella geografia, nel mito di una natura ancestrale, prossima a dissolversi. È un racconto senza trame dichiarate ma con una solida ossatura e una trama interiore precisa e incalzante. Abbiamo trovato LA GRANDE FORESTA ogni volta diverso, suggestivo, profondo, in quella prosa modernamente sacra di Faulkner. Ci piace pensare che il fascino ipnotico e intriso di analitico rigore narrativo farà guadagnare nuovi lettori al libro.

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scriveva Marie-Henri Beyle?

Beh, non possiamo dire che fosse un Adone e nemmeno un sedentario, con quel gran faccione che lui stesso definisce in modo assai poco lusinghiero. Sempre in movimento al seguito dell’esercito napoleonico e nei salotti di Parigi, Londra e Milano, alla ricerca del bello, che gli serviva anche per scacciare noia e depressione. Non si piaceva Marie Henrie Beyle, tozzo, sgraziato, con gambette smilze e corte, francese d’hoc e innamorato di Milano e delle sue donne. A proposito di donne, si innamora di tutte, fra loro primeggia Metilde, che lo mette alla porta perché troppo insistente. E certo non si cela per apparire diverso, si mostra appassionato e, volubile qual’è, racconta con candore i suoi «fiaschi», memorabile quello con Alessandrine, creatura a pagamento, ad esempio, fiaschi non solo amorosi, nei salotti era difficile che non facesse parlare di se; appena vede una donna “potabile” perde la testa, le fa un’assidua corte, si dichiara e poi la chiede in matrimonio, invano, osteggiato dalla sorte e da burberi tutori, quante volte gli accade di essere piantato dall’ amata di turno «senza neanche averla avuta». Un fanciullo, un gigione di italica impronta, ma senza offesa! Perché sincero a oltranza. Dal grande eloquio e col cuore sempre pronto a infiammarsi per la pittura, la musica e le gonnelle salvo poi fare cilecca con una bella meretrice d’alto bordo durante una gozzovigliante serata coi suoi amici che se la ridono a crepapelle. E lui lo scrive, sforzandosi di mettersi a nudo, di essere il più sincero e onesto possibile, in quel magnifico reportage d’autore che si chiama RICORDI DI EGOTISMO. Autentico vissuto con gustosi flash e commenti a ripetizione. Pettegolo e bonapartista a oltranza, ne ha per tutti, a tutti riserva commenti spesso poco lusinghieri, descrive amici nemici, con candore, naturalezza, persone che gli danno fastidio e palloni gonfiati alla corte di Napoleone e nei salotti della Restaurazione. Alcuni esempi fra i tanti: ” …Questa spia, terrorista nel ’93 non parlava che di marciare contro il castello per massacrare tutti i Borboni. Sua moglie era tanto libertina, tanto desiderosa del maschio che portò  all’estremo il mio disgusto per il libero parlare francese…La signora è secca come una cartapecora e priva di spirito e soprattutto di passione e d’ogni capacità di commuoversi se non per le belle cosce d’una compagnia di granatieri che sfilino nel giardino delle Tuileries in calzoni di cachemire bianco…A proposito del suo faccione: “Portavo due enormi favoriti neri dei quali solo un anno dopo la signora Doligny mi fece vergognare. Quella mia testa da macellaio italiano parve non garbare troppo all’ex colonnello del regno di Luigi XVI….” A Parigi, Civitavecchia e a Roma si annoia perché non trova niente da fare ….Spirito critico, libero, provocatore, iper romantico e polemico, Stendhal scrive: “Non ho amato mai appassionatamente che Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

A Milano. Nel ’20 mi venne il desiderio che questo fosse scritto sulla mia tomba. Pensavo tutti i giorni all’epigrafe, convinto che solo nella tomba avrei trovato tranquillità. Volevo una lapide a forma di carta da gioco… Odio Grenoble , sono arrivato a Milano nel maggio 1800 e l’amo. Là ho avuto i maggiori piaceri e i maggiori dolori. Là, e questo costituisce una patria, ho provato le prime gioie. Là desidero passare la vecchiezza e morire.” Stendhal, francese purosangue e innamorato dell’Italia come pochi. Nei suoi scritti intimi non mente: «Quasi certamente piacerei agli sciocchi se mi dessi la pena di aggiustare qualche brano di queste mie chiacchiere. Ma forse scrivendole come una lettera a mia insaputa do l’idea del somigliante. Ebbene io voglio soprattutto essere veridico». Qualcuno negava la sua grandezza di romanziere? Sì. Victor Hugo, ad esempio, che qualificò Stendhal «un uomo di spirito che era un idiota» e che non si rendeva conto «che cosa significasse scrivere». Stendhal fu considerato l’iniziatore del romanzo moderno, che ispirò la grande narrativa di costume dell’Ottocento. E se lo dice Wikipedia c’è da crederci. Acuto e verificabile un giudizio sulla società inglese: “…La società è divisa in sezioni come una canna: il grande impegno di ognuno è salire alla sezione superiore, e il grande sforzo di questa è di impedirglielo…”

A proposito di una strana sindrome: da lui prende il nome la celebre sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata): si tratta di una affezione psicosomatica osservabile nei soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. Ma in che modo si manifesta? Il fenomeno si è verificato di frequente al cospetto delle opere di Caravaggio e Michelangelo. Fu proprio Stendhal a descrivere nell’opera “Roma, Napoli e Firenze” scritta nel 1817, gli effetti di questa patologia psicosomatica, sperimentata in prima persona. Lo scrittore, in effetti racconta che, durante una visita alla Basilica di Santa Croce a Firenze, fu colto da una crisi che lo costrinse a guadagnare l’uscita dell’edificio al fine di risollevarsi dalla reazione vertiginosa che il luogo d’arte scatenò nel suo animo. Fa onore alla Francia l’amore conclamato di un grande francese per il nostro paese che scriveva: “…quante precauzioni si devono prendere per non mentire a se stessi!” …e oggi di francesi appassionati della penisola come lui ce ne sono in circolazione? ne avremmo bisogno, visto che gli italiani latitano.

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c’era l’uomo moderno? (2)

Anche l’uomo che scopre terre misteriose sembra aver fatto il suo tempo, Dopo Specke, Livingston, Carlo Piaggia, il romantico esploratore di fine Ottocento, tanto per capirci, dopo Conrad, Stevenson, London e Melville si torna a giocare in casa, ammirati e abbagliati dalla variegata umanità dipinta da Marcel Proust nei suoi arazzi casalinghi o inquietati dal naturalismo di Zola oppure sconvolti dal nuovo modo di narrare di Louis-Ferdinand Céline. Spetta a lui ricordarci che siamo sull’orlo del baratro e che, parafrasando il titolo di una sua opera, siamo solo all’inizio della notte e non al suo termine. Il viaggio è ancora molto lungo. André Paul Guillaume Gide proporrà una pozione magica per tutti gli uomini, vincendo anche, e con merito, il Nobel; il suo rimedio-diversivo invita ad ascoltare, a gustare, ad abbandonarsi all’abbraccio dei sensi, in grembo alla natura amica, ma è un palliativo, una scorciatoia che non dura. Anche perché, solo dopo qualche decennio, non ci sarà più la natura amica, ma solo natura avvelenata e minacciata. Il sentimento panico affascina nel suo I NUTRIMENTI TERRESTRI e tuttavia non basta, non colma la misura del

vuoto, la voragine che si è creata, la sua medicina è potente ma non cura il male. L’uomo dell’Occidente europeo, ovvero l’uomo ex illuminista, ex romantico, ex decadente, ex nichilista, ex esistenzialista ed ex rivoluzionario è rimasto nudo, e non sa uscire dai metaforici bidoni della spazzatura di Thomas Beckett. I motivi con cui nutrire progetti di futuro latitano. Il Dio tradito e rinnegato che tace sulla sua croce, nel suo ostinato silenzio non ha più voglia di rivelarsi all’uomo che lo respinge ormai da un paio di secoli, se ne sta in attesa e non ha ancora impugnato la frusta…ma la impugnerà mai la frusta? L’uomo dell’occidente vive anche sull’altra sponda dell’oceano. Affolla le opere di Erskine Caldwell, John Ernst Steinbeck Jr. William Cuthbert Faulkner, Nathanel West, Ernest Hemingway e Stephen Crane. Sulla sponda americana si parla un’altra lingua, si nutrono sogni di riscatto e di uguaglianza, almeno sulla carta. Da quelle parti l’uomo inconsapevole di sé, troncate le radici, riparte da zero, perché un altro tipo di seme è stato gettato, attecchendo. Fuggire la vecchia terra corrotta e compromessa, d’origine che non sa rigenerarsi e impalmare la terra vergine d’oltreoceano (senza pagarne l’affitto, tanto c’erano solo

pellerossa.) Ma chi c’è adesso sull’altra sponda dell’oceano? I nuovi protagonisti, le facce nuove, ovvero i personaggi delle opere degli scrittori di cui sopra, che, balza subito all’occhio, risultano essere creature parziali, immature, spaesate, se non proprio tutte squilibrate. Basti pensare a quel film simbolo GLI SPOSTATI del marito di Marylin, Arthur Miller, (e siamo già nel 1961!) pellicola diretta da John Huston con Marylin Monroe, Clarke Gable e Motgomery Clift e a UOMINI E TOPI. Il popolo bambino ospita personaggi ibridi, insicuri, smarriti, precari e disadattati, forse ne IL GIORNO DELLA LOCUSTA tocchiamo il punto più basso e significativo (stiamo parlando dei tipi umani che Henry Miller incontrerà nel suo IL TROPICO DEL CAPRICORNO. Mica le invento le cose. Leggi la recensione di liberi di scrivere sul libro di West, che conclude con: Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’è un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.

Personaggi nuovi che si agitano in UOMINI E TOPI, LA VIA DEL TABACCO, IL GIORNO DELLA LOCUSTA, IL GIOVANE HOLDEN. L’uomo moderno fuggito sull’altra sponda dell’oceano, spinto da motivi “nobili” in realtà cerca nuova terra gratis e nuovi spazi per erigere torri e opifici che conquisteranno il mondo. Roba vecchia e risaputa. Per farlo, ebbro di whisky e di conquista, ha trascinato la sua sposa gravida fra mille pericoli e insidie. Se leggi LA GRANDE FORESTA di William Faulkner qualcuno ne parla in questi termini e te lo comprendi perfettamente. L’uomo nuovo scarta i vecchi criteri dell’Europa corrotta e incapace di rigenerarsi. Il prezzo si chiama: abbandono del Passato, il premio: creazione di una “nuova civiltà ” surrogata abitata da uomini automi.

Arte, filosofia, storia, cultura europea di qualche millenio alle spalle si sono ridotti a concime per le future generazioni. August Rodin ha realizzato la sua famosissima statuta, Il pensatore, ma gli ha attibuito troppa dignità, troppa seriosa coscienza e profondità nell’atteggiamento di colui che medita. Si tratta di un inganno. Non c’è nulla su cui meditare. Non è così l’uomo moderno. Figli e nipoti di August Strindberg e di UOMINI E TOPI e de LA VIA DEL TABACCO si mescolano a noi. E chi parla e vaneggia, come ogni tanto sento dire in giro, di nuovo Umanesimo e di uomo nuovo alle porte, non sa neppure di cosa stia parlndo e di quanto la sua idea risulti fuori strada e lontana dal vero. Assomiglia a uno sfogo, il mio, ma non lo è. E intanto c’è ancora il virus che non demorde complicando non poco le cose.