c’erano le api?

E ogni altra sorta di fastidioso terribile insetto? Non dirmi che non ti senti più tranquillo quando vai a fare scampagnate. C’era sempre da stare all’erta, fra api, vespe giganti e aggressivi calabroni di importazione provenienti dall’Asia. E dunque: ti ricordi quando ronzavano le api? Finalmente siamo riusciti a farle sparire dalla faccia della terra! Qualche buona notizia ci va, era ora! Quando si dice il progresso! E miracoli della ricerca scientifica. È bastato modificare la percentuale del glifosato in pesticidi e diserbanti particolarmente indigesti alle api e ci siamo liberati di loro!

E pensare che si pensava di sospendere la produzione di pesticidi e di vietarne l’uso! Quelli della citta di Corinaldo poi, a difendere a spada tratta l’ambiente parlando dell’effetto dell’impiego distruttivo di diserbanti indigesti per gli insetti impollinatori, dedicando particolare attenzione proprio alle api. Quante esagerazioni! Ci sono state perdite nella produzione di molti cibi, questo bisogna ammetterlo, ma è un fatto, prevedibile di cui si era già a conoscenza, chiamiamolo danno collaterale. La duttilità e la digeribilità della nuova plastica ad uso alimentare ha tuttavia definitivamente risolto il problema. Del resto confetture, propoli, fragole, formaggi, yogurt e miele sintetico prodotti dalla macerazione in atmosfera controllata di alghe e foglie d’acero clorinate e dalla distillazione dell’ultima spremitura di vinacce (tutti brevetti statunitensi!) consente produzioni alimentari succedanee a quelle “naturali” che va oltre ogni più ottimistica e promettente previsione. Il miele naturale dipendeva dal lavoro degli insetti, cose davvero riprovevoli al giorno d’oggi: dipendere dagli insetti! Se ci pensi un po’ fa anche ribrezzo. Fra parentesi il miele sintetico è buono, fa bene alla salute, quasi quanto quello naturale, lo dice la pubblicità, è digeribile e dietetico e puoi sceglierlo fra seicentoventi retrogusti diversi e anche facilmente reperibile in ogni supermercato. La sparizione radicale delle api dalle nostre città e campagne in via (si spera) definitiva va incontro a nuove idee di progresso che non hanno timore di contrastare vecchi e immotivati timori, infrangendo consuetudini plurisecolari. Alla fine, pensaci bene: è solo una questione di abitudine, come l’anacronistico: leggere un libro o scrivere con carta e penna! Vuoi mettere la portata e la rilevanza delle gare internazionali di video giochi a cui assistono centinaia di migliaia di spettatori. Ma non farmi divagare. Plastica è bello e Plastica è presente e futuro! e Plastica gustosa e digeribile! Dicevamo. Per la nostra salute e per il nostro portafogli. E poi pensaci un attimo: Mica ti porti le api su Luna e Marte quando colonizzeremo i due pianeti. E allora dove sta il problema? Una volta assuefatti e tranquillizzati che non c’è davvero pericolo ad assumere sostanze a base di anidride ftalica modificata e di diisononilftalato contro il cui impiego si sono levati i clamori delle associazioni ambientaliste ed ecologiche di mezzo mondo, siamo tutti tranquilli. Quelli non vogliono nemmeno sentir parlare di radicali contromisure atte a liberarsi di effetti nocivi di fastidiosi insetti fuori controllo.

Esagerati! Anche se pungevano raramente, la vista di un alveare in piena attività non era del tuttto rassicurante, bisognava allontanare i bambini e avvisare qualcuno di esperto se non gli stessi pompieri che ci avrebbero pensato loro a rimuovere il nido. Ma quelle erano le famigerate vespe, con le api non c’entrano. E poi quei proclami così allarmistici che sostenevano che la scomparsa delle api avrebbe portato a danni davvero devastanti per le nostre economie: In particolare, fino al 35 per cento della produzione di cibo a livello globale dipende dal ruolo svolto dalle api. Delle 100 colture da cui dipende il 90 per cento della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api e, solo in Europa, ben 4mila diverse colture crescono grazie alle api (dati Unep – United Nations Environment Programme).– Questo significa che, se questi preziosi insetti sparissero, le conseguenze sulla produzione alimentare sarebbero devastanti. Chi impollinerebbe le coltivazioni? L’impollinazione artificiale è una pratica lenta e costosa mentre il valore di questo servizio, offerto gratis dalle api di tutto il mondo, è stato stimato in circa 265 miliardi di euro all’anno. Questo dice il sito NON SPRECARE.it. Diserbanti e prodotti chimici per l’agricoltura ci hanno aiutato a disfarci degli insetti, dico io, del resto ci sono i musei per ammirare coleotteri e insetti in genere, se uno proprio soffre di nostalgia.

Okei, ci sei cascato! Ammettilo. Per un attimo hai pensato: ma questo è matto! SPERO TU NON CREDA UNA PAROLA DI QUANTO SCRITTO SOPRA! Se pensassi davvero così sarei un pericoloso criminale da rinchiudere, istruire e riscolarizzare e da tenere sotto osservazione. Le cose stanno esattamente al contrario e sottosopra. Pensate che ho monopolizzato tre quarti del mio orto per nutrire ogni sorta di api!

Ce ne sono di enormi, super indaffarate e nere ma basta non disturbarle mentre si succhiano i miei fiori di salvia, mora e lavanda. Se le api sparissero sarebbe un disastro, una di quelle vergogne storiche per far contenti quelli della Bayer e della Monsanto che di pesticidi se ne intendono, vivendoci alla grande e prosperando sulla pelle delle api e mia e tua. E poi non vorrei anche che se la prendessero quelli del favoloso sito di Corinaldo. Bravi loro che prendono a cuore i loro luoghi meravigliosi e di grande suggestione! Se mai dovessi rientrare in Italia Corinaldo sarebbe il primo luogo in cui andrò! Passo e chiudo.

c’era la plastica?

Anno 2250
Ti ricordi quando tutto era di plastica, anche il fegato di delfini e salmoni e anche i fondali del mare era costituito di quel materiale? Ti ricordi di quando avevano installato la prima barriera di corallo in plastica al largo della Sardegna? Un successo! Per far vedere com’era una volta e incrementare il numero di turisti che volevano fare immersione e vedere nuove meraviglie sul fondo. Nessuno più andava sul mar Rosso in vacanza. E anche l’acqua degli oceani era fatta di plastica che si disgregava sotto il sole e col movimento dell’onda, producendo un pantano galleggiante che calmava le onde.

Oggi la plastica è un prodotto d’antiquariato industriale. Un reperto, quasi un fossile che un tempo dicevano avvelenasse il nostro cibo e insozzasse le coste dove andavamo a fare il bagno. Esagerazioni! Bastava scegliere un’altra spiaggia meno inquinata. Anche se era molto difficile trovarla. Ma non tutti erano d’accordo, con la plastica si poteva benissimo convivere. E ci furono movimenti d’opinione di opposta tendenza. Dopo le numerose rivoluzioni contro il suo uso indiscriminato e la drastica decisone di bandirla per sempre dalla faccia della terra oggi la si può trovare in qualche museo. E di quando foche e tartarughe, tanto per giocare, si infilavano sacchetti in testa, quelle burlone, te ne ricordi?

E di quel pesce che, tanto per provare l’ebbrezza, si era attorcigliato un laccio fra pinna e testa e quell’anitra che aveva fatto scivolare il capo in una bottiglia. Gli umani avevano imparato ad adeguarsi, dovevano farlo anche gli animali, si capisce, loro sono più lenti di comprendonio. E di quando il mondo andava in fibrillazione celebrando il suo fasto creativo per aver inventato plastiche per tutti gli usi immaginabili e non, te ne ricordi? Plastiche indistruttibili, invitanti, belle, solide e colorate e infine commestibili! Plastiche che coprivano i campi, per proteggere le coltivazioni, con reti e teli grandi come campi di calcio…ma forse quelli erano indicate per le discariche; plastiche per andare in barca e giocare a tennis, di plastica erano i soldatini e gli indiani con cui ti trastullavi e i mattoncini colorati per sviluppare le tue doti inventive. Di plastica solubile erano coperti confetti e pasticche. Mica vorremmo contestare il merito a Natta, gloria nazionale, che si era vinto anche il Nobel, tutt’altro. Se ti fossi recato all’uscita di un supermercato ti saresti chiesto come era possibile che la gente sguazzasse nel suo mare pubblico e privato di plastica, con le sue quotidiane razioni di cibo avvolte in involucri trasparenti o colorati, e che se ne cibasse, anche. Ma che male c’era? Lo facevano in tanti, lo facevano tutti, era così pratico e a buon mercato. Perchè un tempo nei paesi più evoluti la plastica la pappavano tranquillamente, bastava sorvolare sui suoi effetti collaterali. Frullata o solubile, in scaglie e granuli. Per nausea e mal di stomaco c’erano certe portentose pasticche di plastica, senza alcun obbligo di pescrizione. In diverse zone della città erano stati installati distributori automatici per pasticche dure e gommose e confetti alla plastica, ce n’erano per tutti i gusti. Non dirmi che non ricordi i primi chewing gum multiaroma, che si arrotolavano sotto la lingua: indistruttibili! Li potevi trovare anche dall’edicolante, erano in bustina e facevani il paio con soldatini e cavallini sempre di plastica. Da poco era stati messi sul mercato. Nei supermercati erano apparsi filetti di manzo fatti in polipropilene atattico, era il 2019, e il gusto era identico a quelli animali. Tutto stava per essere convertito in plastica, anche gli umani. Plastiche monouso, plastiche usa e getta, plastiche per gettoni, bottoni, e plastiche skin per petti di pollo, coglioni di toro e guance di neonati, plastiche per aghi, spaghetti e profiterolles, e bottiglie di plastica, ovviamente! A milioni! Un mare dentro gli oceani, potenza creatrice dell’uomo! Un sollucchero per consumatori esigenti. I nuovi metacrilati e nuovi polietilenglicoli in versione commestibile finivano in tavola, conditi con limone e un goccio d’olio per non alterare il gusto di sogliola o di scaloppina. Chi non ha assaggiato la sogliola polimerizzata al rosmarino, più appetitosa di quella animale? Ti ricordi com’era buona, ce n’erano al gusto di fragola e di pistacchio. Ma quelle erano per i sofisticati. E i vini grignolino e barbaresco, prodotti senza usare le loro uve ma spremendo certe vescicole contenenti metacrilati anionici solubili, reperibili anche nel colorificio sottocasa. Mio cugino aveva messo in piedi un gran commercio di galline di plastica, incellofanate con un rametto di rosmarino o salvia. Un successo che descriveva la lungimiranza di mio cugino. Le massaie ne andavano pazze. Le galline di plastica non sporcavano e crescevano in fretta. E poi non bisognava spennarle, crescevano spennate. Dopo un po’, seguendo il loro orologio biologico programmato da mio cugino crepavano, pronte per essere confezionate. Non le aveva brevettate mio cugino e allora una multinazionale americana gli aveva scippato l’idea. Poi qualcuno ha cominciato ad avanzare dubbi, come spesso accade quando le cose han troppo successo. Protestavano, associazioni di naturalisti, ambientalisti, ecologisti, verdi, amanti della natura a ogni costo e vacanzieri che reclamavano per via della spazzatura di plastica che si accumulava sulle loro spiagge. Cosi la chiamavano, gli ingrati: spazzatura! Dicevano che la plastica inquinava! Che la plastica uccideva la vita nei mari. Ci furono proteste ovunque e anche scontri. Le multinazionali della plastica temevano per i loro profittii e cercavano di proteggerli foraggiando studi di ricercatori antiproibizionisti. Che non bisognava più mangiarla e nemmeno produrla! dicevano certi studi, sicuramente apocrifi di chi non voleva un mondo pacificato dalla plastica. Correva l’anno 2019 e alcuni degli argomenti che gli ecologisti portavano erano questi, qui di seguito elencati, ne abbiamo raccolto alcuni dagli archivi di quegli anni.

270 mila tonnellate, tra 6 mila e 51 miliardi di frammenti. Sono le stime sulla quantita di plastica presente negli oceani e nei mari del mondo, senza scordare laghi i fiumi. Dal Tirreno all’isola di Lombok la plastica incombe.
Le discariche di plastica
La seppia col preservativo
L’agonia delle tartarughe
Le immagini shock
La morte corre sulle spiagge e nei mari, stop alle plastiche monouso
L’orrore corre in rete
L’isola di plastica

Mi sono appena svegliato. Non era il 2250, anno in cui ogni produzione di plastiche è stata ridotta del 90%, ma il 2019. Vorrete scusarmi. L’incubo è tuttora in corso.

I miei insopprimibili indizi di scrittura