L’ America di Trump e noi

L’onnisciente Artificial Intelligence, se consultata in rete, alla voce William James, recita: “L’utile è il criterio del vero, e il valore di ogni concezione, perfino metafisica, risiede nelle sue conseguenze pratiche.” secondo alcune fonti di psicologia e filosofia e www.filosofico.net. Questa frase riassume il nucleo del pragmatismo, una corrente filosofica che secondo alcune fonti enfatizza l’importanza delle conseguenze pratiche e dell’utilità nell’individuare la verità. In altre parole, una credenza o un’idea è considerata vera se porta a risultati positivi e funzionali nella vita reale, indipendentemente dalla sua corrispondenza con una realtà oggettiva. Questo approccio si applica anche a concezioni più ampie, come quelle metafisiche, che vengono valutate in base alla loro capacità di guidare l’azione e di portare a un miglioramento della condizione umana.”  Ci pare che questo basti per porre sotto la lente di ingrandimento il luogo in cui queste idee abborracciate hanno attecchito più che altrove. Lo facciamo attraverso le tesi di due grandi pensatori del secolo trascorso, e, per quanto riguarda l’odierno, con l’ausilio di

Gillian Tett, famosa columnist del Financial Times. Nel vivo dell’America desacralizzata, ex gendarme del mondo. Soggetto di scottante attualità e di contrasti smarrenti. 

“(…) Anche l’America ha creato una civiltà che rappresenta la precisa contraddizione dell’antica tradizione europea. Essa ha introdotto definitivamente la religione della pratica e del rendimento, ha posto l’interesse al guadagno, alla grande produzione  industriale, alla realizzazione meccanica, visibile, quantitativa, al di sopra di ogni altro interesse. Essa ha dato luogo ad una grandiosità senz’anima di natura  puramente tecnico collettiva, priva di ogni sfondo di trascendenza e di ogni luce di interiorità e di vera spiritualità…
Nella foto in alto Gillian Tett e in bianco e nero William James

Così se l’America non ha, come il comunismo, messo ufficialmente al bando l’antica filosofia, ha fatto qualcosa di meglio: per bocca di William James ha dichiarato che “il valore di ogni concezione, perfino metafisica, va misurato dalla sua efficacia pratica, la quale, nel quadro della mentalità americana, finisce quasi sempre col voler dire economico sociale…Tutti possono diventare tutto alla condizione di un certo addestramento, l’uomo in se’ e una sostanza informe plasmabile, cosi come il comunismo vuole che egli sia, quando, in biologia, considera come antirivoluzionaria  e antimarxista la teoria genetica delle qualità innate…Il comunismo sovietico professa ufficialmente l’ateismo. L’America non giunge a tanto, ma, senza accorgersene, essendo anzi spesso convinta del contrario, corre lungo la china in cui nulla più resta di quel che negli stessi quadri del cattolicesimo aveva significato di religione…La sola vera religione americana è il calvinismo, come quella concezione per cui la cellula vera dell’organismo non è l’individuo ma il gruppo. Agli occhi di un Americano puro l’asceta non è che un perditempo, un parassita della società; l’eroe, nel senso antico, non è che  una specie  di pazzo pericoloso da eliminare  con opportune profilassi pacifiste e umanitarie, mentre il moralista puritano fanatico viene circondato da una fulgida aureola….Nella grandezza smarrente delle metropoli americane ove il singolo “nomade dell’asfalto” realizza la sua nullità dinanzi al regno immenso della quantità, ai gruppi, ai trust, e agli standard onnipotenti, alle selve tentacolari di grattacieli e di fabbriche, mentre i dominatori sono incatenati alle cose stesse che essi dominano, in tutto ciò il collettivo si manifesta ancor di più, in una forma ancor più senza volto, che nella tirannide del regime sovietico. La standardizzazione intellettuale, il conformismo, la normalizzazione obbligatoria  e organizzata in grande sono fenomeni tipicamente americani, ma pur collimanti con l’ideale sovietico.
Nulla di più falso che l’anima americana sia aperta, spregiudicata: non ve n’è altra che abbia tanti tabù. Ma essa li ha fatti propri in tal guisa, che non se ne accorge nemmeno. Lo standard morale corrisponde a quello pratico dell’americano. Il comfort alla portata di tutti e la superproduzione nella civiltà dei consumi che caratterizzano l’America sono stati pagati col prezzo di milioni di uomini ridotti all’automatismo nel lavoro, formati secondo una specializzazione ad oltranza che restringe il campo mentale ed ottunde ogni sensibilità…Stalin e Ford si danno la mano e, naturalmente, si stabilisce un circolo: la standardizzazione inerente ad ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione  di chi lo consuma, l’uniformità dei gusti e così via. (…) “(*)
Dalla rete si evince anche: “Marx sosteneva che nel capitalismo i mezzi di produzione (come le fabbriche e le macchine) tendono a diventare un fine a sé stante, anziché rimanere semplici strumenti per la produzione di beni utili. In altre parole, l’accumulazione di capitale e la crescita della produzione diventano obiettivi prioritari, spesso a scapito del benessere dei lavoratori e della società nel suo complesso. Questo processo, secondo Marx, porta a una serie di contraddizioni e squilibri nel sistema capitalistico. 

E per quanto concerne l’oggi: Una giornalista indaga affondando il suo scandaglio nel magma desacralizzato del sistema capitalistico a stelle e a strisce, e nei complessi meccanismi politico finanziari della “civiltà” d’oltreoceano. 
Lucidità e competenza delle sue analisi, profondità nella disamina e acume nell’interpretazione di dati ed eventi caratterizzano il suo lavoro spesso associato a indubitabili doti di “preveggenza” dei fenomeni. Gillian Tett è fra le voci più significative nel sondaggio del cosiddetto sogno americano. Columnist del Financial Times, la giornalista si occupa eminentemente di finanza di quel paese, (ma non solo) correlata alla politica.
Debito pubblico, asset, bond, investimenti, mercati e stagnazione costituiscono solo alcuni dei temi che sono pane quotidiano per i suoi articoli, capaci di interessare anche i non addetti ai lavori. Fra i temi privilegiati dei suoi articoli gli accadimenti e le ripercussioni economico-politiche finanziarie del gran paese, fino a poco tempo fa, gendarme del mondo. Qui di seguito un brano di un suo recente articolo: 

Financial Times, 4 luglio 2025 
The Lunar Society is a cautionary tale for Trump’s America
When political populism collides with scientific innovation, there is usually only one winner
“Questa è la storia della Lunar Society, una rete di imprenditori, scienziati e cittadini curiosi, nata a Birmingham a metà del XVIII secolo. Si basava su cene tenute durante la luna piena per favorire i viaggi (da cui il nome). Nel corso di diversi decenni, questa rete ha dato il via a invenzioni che hanno accelerato la rivoluzione industriale, tra cui la scoperta dell’ossigeno e dell’acqua gassata (di Joseph Priestley), motori a vapore avanzati (James Watt) e ceramiche innovative (Josiah Wedgwood). Consideratela una versione settecentesca della Silicon Valley, un luogo in cui l’innovazione è esplosa perché gli individui chiave erano vicini gli uni agli altri e operavano in una comunità intellettualmente diversificata e libera con molti meno controlli politici rispetto a luoghi come Londra. Nel 1791 la Gran Bretagna sperimentò un’ondata di polarizzazione politica e populismo. I gruppi attaccarono i laboratori della Lunar Society, innovatori come Priestly emigrarono e la rete crollò. “Il danno è andato oltre la distruzione fisica”, osserva David Cleevely, un imprenditore britannico, in un nuovo libro, Serendipity. “Le rivolte hanno inviato un chiaro messaggio sulla vulnerabilità delle reti intellettuali alle pressioni politiche . . . e si è diffuso un clima di paura”. Questo risuona 234 anni dopo. Ad Harvard, ad esempio, 2 miliardi di dollari di finanziamenti per (principalmente) la ricerca medica sono a rischio a causa della vendetta politica del presidente contro l’università. Alla Nasa, metà del budget per la ricerca scientifica è a rischio in base ai piani di finanziamento di Trump per il 2026. Si prevede che miliardi di dollari verranno cancellati anche dai bilanci della National Science Foundation e del National Institutes of Health. In effetti, Cassidy Sugimoto, professore di politiche pubbliche al Georgia Institute of Technology, ha suggerito questa settimana a Londra che la totalità delle mosse di Trump significava che la scienza avrebbe dovuto affrontare un “taglio del 50%” in tutti i finanziamenti del governo americano per la ricerca. “Trump ha tagliato i finanziamenti alla scienza ai livelli più bassi degli ultimi decenni”, ha lamentato. Ma ciò che è notevole quanto questi numeri è la paura suscitata dagli attacchi politici di Trump alle cause “svegliate” (come la diversità) e alla scienza che i suoi sostenitori populisti non amano (come la ricerca sui vaccini). La Casa Bianca insiste inoltre sul fatto che le strutture di finanziamento scientifico erano così gonfiate da richiedere una revisione per innescare una nuova “età dell’oro” della scienza. Inoltre, non vi è alcun segno che questo attacco abbia effettivamente danneggiato la macchina dell’innovazione in luoghi come la Silicon Valley – o almeno non ancora. Forse questa non è una sorpresa. In campi come l’intelligenza artificiale, una quota crescente della ricerca avviene ora nel settore privato. E molti innovatori in California stanno cercando di isolare il baccano proveniente da Washington e concentrarsi invece sui propri progetti. “È una tattica di coping”, mi dice uno. Ma la morale della saga della Lunar Society è che nessuna rete di innovazione è sicura. Questo attacco è follemente autodistruttivo. Quindi, questo 4 luglio, speriamo che lo scioccante attacco di Trump alla scienza venga invertito. Nel frattempo, i leader aziendali e i politici del Paese devono urgentemente sostenere gruppi di lobby come 314 Action, che si oppongono ai piani di Trump, e far sentire la propria voce. Pensaci la prossima volta che vedrai una bottiglia di acqua frizzante e poi ricorda il 1791”. 

Ignoriamo se le conoscenze di Gillian Tett comprendano le pagine di (*) Rivolta contro il mondo moderno e le critiche di Karl Marx al capitalismo. E non sappiamo come consideri le convinzioni, per noi nefaste, di William James. 

Nella foto Gillian Tett con Emanuele della Valle (Tods)

te la do io l’America!

Gli articoli di Lorenzo Ferrara molti dei quali inediti, come questo brano, coprivano un vasto range di argomenti. Cronaca, attualita politica, Storia erano fonte di continua “ispirazione”. Dai libri coglieva l’essenziale, come in questo caso:
Pag 44
La sua crescente arroganza, in parte come difesa contro i suoi sentimenti di abbandono e come antidoto alla sua mancanza di autostima, è servita da copertura protettiva per le sue sempre più profonde insicurezze.

Pag 198
La sua vita attuale è simile a quella di quando aveva tre anni: incapace di crescere, imparare o evolversi, di regolare le sue emozioni, moderare le sue risposte o assorbire e sintetizzare informazioni.
Le sue insicurezze hanno creato in lui un buco nero di bisogno che richiede costantemente la luce dei complimenti che scompare non appena li assorbe. Niente è mai abbastanza. Non è semplicemente debole, il suo ego è una cosa fragile che deve essere rafforzata in ogni momento perché sa nell’intimo che non è niente di quello che afferma di essere. Sa di non essere mai stato amato. Non sa nulla di politica, educazione civica o semplice decenza umana; è completamente impreparato a risolvere i suoi problemi. Sembra che ci sia un numero infinito di persone disposte a unirsi alla claque che lo protegge dalle sue inadeguatezze mentre perpetua la sua fiducia in se stesso. 

Pag. 211
Il paese ora soffre della stessa positività tossica che mio nonno ha utilizzato specificatamente per soffocare la moglie malata, tormentare il figlio morente e danneggiare, oltre la guarigione, la psiche del suo figlio preferito.”
Hai certamente capito di chi sta parlando il libro.
L’autrice è Mary Trump, psicologa clinica con un dottorato di ricerca e insegnante di corsi di specializzazione in psicologia dello sviluppo e del trauma. È l’unica nipote di Donald Trump e in passato si è espressa contro lo zio. 

How my family created the world’s most dangerous man recita il sottotitolo, di Mary L. Trump
Oggi Donald regge gli Stati Uniti, democraticamente eletto, oltre ad alzare dazi, fa pappa e ciccia con BIBI the butcher, prolungando la tragica messa in scena di Gaza, per edificare, si dice, un Tigullio medio orientale. Del resto la pulizia (etnica) della zona, con annessa deportazione, l’aveva già pronosticata suo genero, ignoriamo se incoraggiato dalla moglie Ivanka Trump, neo ebrea per vocazione.

Donald trova il tempo di bamboleggiare col criminale russo, e prendersela con due icone sacralizzate del pop rock, definendo Bruce Springsteen ‘Questa prugna secca di un rocker’. The Guardian Ben Beaumont-Thomas, 16 maggio 2025. Donald lo attacca  dopo i discorsi infuocati di Springsteen che aveva detto di lui cose poco carine, quali: “traditore”, “presidente inadatto” a capo di “un governo canaglia”, e di una “amministrazione corrotta, incompetente e traditrice”. Beh Bruce ci va giù duro e Donald risponde per le rime, definendo Springsteen sulla sua piattaforma Truth Social,  “non un ragazzo di talento, altamente sopravvalutato, ma solo uno JERK invadente e odioso”.

Mentre “Trump che detesta chi non lo ama, lancia un nuovo attacco a Taylor Swift The Independent, Inga Parkel, 16 maggio 2025, sostenendo che la soubrette non è più sexy da quando lui ha detto di odiarla. La superstar pop si è trovata dalla parte sbagliata per aver appoggiato Kamala Harris. Donald ha condotto anche altri attacchi contro di lei sostenendo che la superstar “non è più alla moda”, scrivendo dal suo account Truth Social: “Qualcuno ha notato che, da quando ho detto ‘IO ODIO TAYLOR SWIFT’, lei non è più ‘hot?’” dice il sornione Donald con le maniche rimboccate, prima di una seduta di golf. Mentre Harry The british prince se ne sta zitto per via del permesso di soggiorno in bilico che Donald aveva già minacciato di ostacolare per via dell’uso confesso di stupefacenti da parte del principe. Per la serie “ve la do io l’America!”

memorie-polemica-indagine
raccolte in un volume:

ha sposato la cugina tredicenne? (4)

Vita sventurata quella di Poe, se si pensa che, a ventisette anni sposa la cugina tredicenne che muore a 25 anni. La morte della moglie Virginia Eliza Clemm lo angoscia mortalmente: “Ogni volta subii tutti gli strazi della sua morte e a ogni ritorno del male l’amavo sempre di più e mi afferravo alla sua vita con ostinazione sempre più disperata. Diventai pazzo con lunghi intervalli di orribile lucidità.” Così scrive da New York il 4 gennaio 1848 a George Eveleth chiedendo nelle tre righe finali della stessa lettera aiuto economico. Questo figlio della notte amava disperatamente la vita e fra le eccellenti manifestazioni della vita amava al sommo la creatura femminile e la sua Bellezza. 

“Fra tutti gli argomenti melanconici, qual è, secondo il concetto universale dell’umanità, il più melanconico? -La Morte- fu l’ovvia risposta. E quando è più poetico questo argomento, fra tutti il più melanconico? Dopo quanto ho già abbondantemente spiegato, la risposta fu ovvia: Quando è più strettamente congiunto alla Bellezza, dunque la morte d’una bella donna è il tema più poetico del mondo e le labbra più adatte a tale argomento sono quelle di un amante orbato dell’amata”. Dalla FILOSOFIA DELLA COMPOSIZIONE di E. A. Poe.

Scrivendo a H. D. Chapin – Fordham, 17 gennaio 1848: “Mio caro signore,
qualche tempo fa la signora Shew mi fece capire che forse voi mi avreste aiutato nel tentativo di riprendere il mio posto nel mondo letterario; e ora questo aiuto mi arrischio a chiedervelo…La difficoltà per me sta nel pagamento anticipato della sala e io non ho denaro.  Credo che il prezzo sia quindici dollari. Penso, senza essere troppo ottimisti, di poter contare su un pubblico di tre o quattrocento persone…Se avrete la gentilezza di concedermi l’aiuto che chiedo, vorrei prendere in affitto la sala …
Ringraziandovi, credetemi il vostro Edgar A. Poe”
La conferenza di Poe si tenne davanti a  un pubblico esiguo, riunito nella biblioteca della Società Storica di Nuova York, giovedì 3 febbraio 1848
Scrivendo a Charles Astor  Bristed chiede amicizia e ancora…danaro: – Fordham, 7 giugno 1848: “…La mia unica scusa è questa, che mi trovo condizioni disperate, in amarissima angoscia di mente e di corpo, e che mi sono guardato attorno invano, in cerca di un amico che possa e voglia  soccorrermi…con pochissimo aiuto tutto andrebbe bene per me, ma non posso procurarmi nemmeno quel poco; lo sforzo per superare una difficoltà  serve solo a sprofondarmi in un’altra. Mi perdonerete, dunque, se vi chiedo di prestarmi  il denaro per andare a Richmond?…mia suocera vi spiegherà in quale condizione mi trovo.

Sinceramente vostro Edgar A.Poe” 

Un mendicante patetico, ubriacone, spesso bugiardo, proprio lui, il grandissimo poeta visionario, invocato da Baudelaire, il finissimo psicologo, l’investigatore degli abissi dell’anima, per tutta la sua vita vide qualcun altro, assai inferiore al suo genio, arrivare prima di lui per rubargli l’ammirazione della folla e la riuscita nella vita. Dalla prefazione di Henry Furst dell’EPISTOLARIO: “…le brame appassionate della sua anima verso il bello e il vero lo resero assolutamente  inadatto ai rozzi urti e alla feroce concorrenza del mercato letterario…le caverne dell’oceano, il disfacimento e il mistero che abitavano gli antichi castelli, il tuono del vento attraverso le navate della foresta, gli spiriti che cavalcavano l’uragano non visti da nessuno se non da lui e le profonde creazioni metafisiche  che si libravano attraverso le camerate della sua anima, erano la sua unica ricchezza…nato sotto una cattiva stella, la sfortuna lo perseguitava anche morto. Ma la sua opera resisterà  nei secoli finché durerà la civiltà nata dalla gloria che fu Grecia e la grandezza che fu Roma.

Poe mentiva? (3)

A closeup of the bird silhouette on the branch.

“Tutto nella vita di questo poeta è difficile e oscuro; Edgar Allan Poe mentiva come un persiano: non per uno scopo preciso, ma così, a vuoto, per il gusto di mentire o forse nemmeno per quello: così come si respira.” 

Un attore che, rivolgendosi alla sua cara mamma,  scriveva in una lettera a MARIA CLEMM  (*) – New York (Filadelfia) 7 luglio 1849:

«Mia cara, cara mamma, sono stato tanto malato, ho avuto il colera, o le convulsioni, certo qualcosa di ugualmente brutto e ora posso appena tenere in mano la penna…La gioia di vederti ci compenserà quasi dei nostri dolori. Possiamo almeno morire insieme. Inutile discutere con me ora; bisogna ch’io muoia. Non ho nessun desiderio di vivere da quando ho terminato Eureka…per amore tuo sarebbe dolce vivere, ma bisogna che moriamo insieme…Sono stato portato in carcere una volta da quando sono venuto qui per ubriachezza: ma quella volta ero ubriaco. Fu per Virginia.”
Nessuna firma


(*) Sorella del padre di Edgar Allan Poe, David Poe, Jr., Maria Poe, nata il 17 marzo 1790, fu ben più di una zia per Edgar, tanto che il poeta la considerò sua madre, chiamandola affettuosamente  “Muddy”. Il 16 maggio 1836 Maria divenne anche suocera di Edgar, quando egli sposò sua cugina Virginia.
Giovanissimo, Poe si invaghì di Elena Stannard, madre di un suo compagno di studi.
Inconsolabile per la precoce morte della donna, dalle lettere si desume che per parecchi mesi si recò solo, di notte, anche sotto la pioggia, a piangere sulla tomba di lei. Ma non è certa la lunghezza del cordoglio, alcuni dicono che sulla tomba si recò solo un paio di volte.  
In una lettera dell’11 settembre 1835 scritta a John P. Kennedy, Richmond, uno dei pochi suoi ammiratori: “…Scusatemi caro signore, la confusione di questa lettera. I miei sentimenti in questo momento sono davvero degni di compassione. Soffro per un profondo abbattimento spirituale  come non mi è mai accaduto in passato. Ho lottato invano contro questa malinconia. Sono misero e non so perché.   Consolatemi se potete…convincetemi che vale la pena, che almeno è necessario vivere… , e vi sarete davvero dimostrato mio amico…”

L’estrema povertà in cui viveva, lo costrinse addirittura ad usare le lenzuola del corredo matrimoniale (portate in dote dalla sposa) come sudario per la moglie stessa. Chiede danaro, amicizia, favori, cibo e impieghi di lavoro. Rifiuta inviti a pranzo chiedendo in prestito al suo stesso ospite 20 dollari per potersi presumibilmente abbigliare con decenza onde accettare il suo invito, scrive a Giovanni P. Kennedy – Baltimora, domenica 15 marzo 1835:“Caro signore,
Il vostro gentile invito a pranzo oggi mi ha ferito sino al cuore. Non posso venire, e per ragioni di una natura molto umiliante per via del mio aspetto. Potrete immaginarvi la mia profonda mortificazione nel rivelarvelo ma è stato necessario. Se volete essere mio amico sino al punto di prestarmi venti dollari vi farò una visita domani, altrimenti sarà impossibile, e mi piegherò al mio destino.
Sinceramente vostro
E.A. Poe

Lo cacciano da West Point per insubordinazione.
“Sono abbandonato interamente alle mie risorse, senza professione e con pochissimi amici. Peggio di tutto sono senza un soldo” scrive da Baltimora a John P. Kennedy nel novembre del 1834.  Da Richmond scrive ancora a John P. Kennedy il 7 giugno 1836 a proposito di una nuova casa: “Caro signore,
Mi trovo temporaneamente in una piccola difficoltà e mi permetto di ricorrere ancora una volta a voi per aiuto. ..Vi sarei assai obbligato se poteste prestarmi la somma di cento dollari per sei mesi, sarei così in condizione di far onore alla cambiale che matura fra tre mesi.”
In una lettera a Giovanni Allan, (padre adottivo) Richmond, martedì 20 marzo 1827
Caro Signore,
Abbia la gentilezza di inviarmi il mio baule col mio vestiario. …Non avendo ricevuto né il baule né una risposta alla mia lettera ne desumo che lei non l’abbia ricevuta.  Mi trovo nella più dura necessità, non avendo toccato cibo da ieri mattina. Non ho un posto dove dormire di notte, girovago per le strade, sono quasi esausto. La supplico, come non vorrà che si compia la sua predizione sul conto mio  mi mandi senza indugio il baule che contiene i miei vestiti e mi presti, se non vuole darmelo il danaro per le spese di viaggio a Boston (dodici dollari)…”
Dopo la firma una postilla: “Non ho un centesimo al mondo con cui procurarmi del cibo.”


La sua sete di attenzione e la mancanza di soldi sono croniche. Non si fa scrupolo di chiedere danaro ad amici e parenti, professando amicizia e affetto. Scrivendo a Frederich Thomas, New York , 4 maggio 1845: “…Da tre o quattro mesi lavorato quattordici o quindici ore al giorno, sempre a sgobbare…Non ho mai saputo prima che cosa sia essere schiavi. Eppure Thomas, non ho guadagnato…Dì a Dow da parte mia che non ho mai avuto la possibilità di rimborsarlo…Nemmeno il diavolo in persona è stato così povero. ” E scrivendo da Fort Moultrie, porto di Charleston il 1 dicembre 1828 a John Allan: “…Sono stato nell’esercito americano per tutto il tempo consentito dal mio scopo e dalla mia inclinazione, adesso è ora che ne venga via… Aiuti pecuniari io non ne chiedo a meno che non vengano dalla sua decisione libera e imparziale…I miei più affettuosi saluti alla mamma….”
Da Fort Monroe, Virginia, 22 dicembre 1828: “…Se desidera dimenticare che sono stato suo figlio, io sono troppo orgoglioso per rammentarglielo nuovamente… padre mio non mi respinga come un essere degradato, Voglio essere l’onore del suo nome… Disprezzato, sarò doppiamente ambizioso, e il mondo sentirà parlare del figlio che lei ha ritenuto indegno della sua attenzione…” anche a questa lettera il padre adottivo non risponde. E poi: da Baltimora,  20 maggio 1829:
“ Caro babbo,
Ho ricevuto stamane la tua lettera con accluso un assegno di cento dollari e di questa generosa somma puoi essere sicuro che sarò riconoscente…Sono riuscito a trovare la nonna e i miei parenti, ma il fatto che mio nonno era quartiermastro generale  di tutto l’esercito degli Stati Uniti durante la guerra della Rivoluzione è nettamente dimostrato…”

scriveva il grande Ernest?

Non so se hai mai letto ISOLE NELLA CORRENTE del grande Ernest, ultima sua opera prima del suicidio. Opera minore che parla di un pittore, dei suoi figli e delle relazioni fra lui e loro, di bevute stratosferiche seduti al bancone di un bar, di una battuta di pesca, probabilmente una delle migliori che siano mai state scritte, della morte tragica dei figli, e anche della caccia a una combriccola di soldati crucchi. Il racconto, come ti ho detto, non pè dei migliori, ne parlo tuttavia perché ti “costringe” a leggerlo fino alla fine, questa è la magia della scrittura di Hermingway. Sarà il mito che H. seppe nutrire o subire? Sarà il personaggio fragile e malato, a detta del suo amico Orson Welles, Hemingway: aspirante rodomonte dai piedi d’argilla. I personaggi ricorrenti a bevute dall’alto tenore alcolico per sopportare l’onere della loro esistenza, sono individui “provvisori” , spacconi, o aspiranti grandi artisti, percorrono esistenze senza sbocco né costrutto, Ma se vuoi sapere come si pesca e si perde un pesce gigantesco nell’oceano e i “fragli” rapporti fra padre e figli il libro fa per te. In molti personaggi avverti la loro inconfondibile natura americana, che è quasi un leit motiv, riscontrabile anche in altri autori, una navite, una fanciullezza dello spirito, il loro stupore davanti alla natura e al mondo in genere. Quello che mi preme sottolineare è che in un libro come questo, forse un po’ noioso, dove le vicende sono vissute da perdenti vive quella scrittura che ha reso grande lo scrittore americano. Quanto il mito di H. pesi sui suoi lavori influenzando i lettori è evidente. Lo sai scritto da lui, per cui predisponi la tua attenzione. Tanto basta a seguirlo fino alla fine, che in questo caso non prevede un finale eclatante, né eroico, né tantomerno da vincente.

Hai letto H. e tanto deve bastare. Per dirla come il mito del personaggio sopravanzi o confonda il vero valore della sua opera. Il suo “marchio” comunque lo avverti, fatto di disperazione, depressione, e fallimento esistenziale sottotraccia,. Se malato, come davvero lo è stato, un grandissimo malato, un fragile logorroico, reduce dalla vita come molti dei suoi personaggi, nato con la penna in mano, e morto con la penna in mano. Uno che aveva conosciuto e ammirato non poco Gabriele D’annunzio e i suoi Arditi, per poi rimangiarsi l’ammirazione scrivendo a Chicago nel 1922 a proposito del poeta calvo: “Mezzo milione di cristi d’italiani morti- che spinte e stimoli per la sua carriera quel figlio di puttana” . Effettivamente di noi gli Americani capiscono pochino.

c’era l’America?

Si fa presto a dire: America. Ma quale America?! subito uno si chiede. Il gran continente suscita sentimenti contrastanti da subito, pro e contro, amore odio, senso di superiorità verso il paese fanciullo, o ammissione di inferiorità della vecchia Europa, eccetera. Non è questo il punto. Se penso però a quello che gli USA ci hanno dato in termini di scrittori, registi, attori, scienziati allora la testa mi gira e mi unisco al coro di chi ama e ammira quel Paese riconoscendone la superiorità e unicità.
Gente del calibro di Poe, Lovecraft, Steinbeck, London, Miller, e poi Marlon Brando, Bogart, Orson Welles e Papa Hemingway, meglio che non mi faccia prendere la mano, l’elenco è interminabilie. Tutta gente genuinamente ed esclusivamente americana che ha fornito interpretazioni e rappresentazioni inedite di sé e del proprio tempo. Per cui evviva l’America! Dicevo di big Papa Hemingway, ci ho messo due mesi a pensare a cosa scrivere perché i fiumi di inchiostro su di lui non si contano e poi su Orson Welles che merita un discorso a parte, trattandosi di genio allo stato puro.

Tra l’altro i due, erano amici, anche se Welles era estraneo al clan di Hemingway, come si evince da un video in cui il grande Orson parla del grande Ernst dicendo anche che lo scrittore era molto malato e che ha calcato inevitabilmente le orme del padre, morto suicida. Di Hemingway è stato detto sin troppo, e oggi si fatica ancora a distinguere la grandezza indubbia della sua scittura dal mito che ancora aleggia attorno a lui. Si sentiva spiato (ed era vera la cosa) dall’ FBI ed era arrivato a scambiare per agenti segreti due becchini che bevevano una bibita seduti al bar, dopo il lavoro. L’America lo utilizzava come informatore mentre lo sospettava di simpatie comuniste vista la sua amicizia con Castro. Insomma, incognite e guai hanno costellato la sua esistenza.

Quand’ero all’Havana mi sono imbattuto in alcune sue tracce e le ho seguite. Non è stato difficile. Floridita, Bodeguita del medio, la sua casa Finca Vigia, raggiunta inutilmente perché la casa era chiusa e così ho potuto solo sbirciare dalla finestra. Allora lavoravo per l’ente del turismo cubano come fotografo per cui mi hanno fatto scorrazzare in lungo e in largo per l’intera isola; l’autista mi ha condotto fino a Cojimar a incontrare Gregorio Fuentes ispiratore del VECCHIO E IL MARE. Cosa pensi che mi abbia detto il vecchio Gregorio che portava Hemingway a pescare marlini? “He was a great gay” e poi si è fermato coi ricordi come era solito fare con tutti quelli che lo visitavano, andando poi, come da copione, a prendere ‘l’album delle foto. Che Papa Hemingway avesse conosciuto, apprezzato e poi criticato il nostro Gabriele D’Annunzio e i suoi Arditi è cosa assodata, magari riprenderò l’argomento in altri post. Passo e chiudo.

Se vuoi leggere qualche mio scritto

nessuno conosceva l’Osceno Cosmico? (3)

Metto da parte l’ultimo degradante teatrino della storia americana (assalto a Capitol Hill) sul quale non c’è stato alcun commento rilevante della superstite intellighenzia (?) europea, distrattta a seguire l’evolversi della pandemia. Tratterò di un tema sottovalutato o semplicemente messo sotto il tappeto, come la polvere. Ovvero lo spirito cristiano o meglio i suoi brandelli mistificati che languono oltreoceano. Non spaventarti, non si tratta di un post emicranioso o mistico. Già con quel mattacchione di Ron Hubbard e il suo Scientology si è sfiorato il delinquenziale, ma, con la teoria dei tele evangelisti che tuttora imperversa, così si chiamano oltreoceano, si raggiunge e supera il blasfemo e il repellente. La desolazione offerta dalla rete stampa un pugno in viso. Se non fosse drammatico ci sarebbe da ridere. Se sei troppo sensibilete ti sconsiglio di vedere i video su you tube, non dispongo di antidoti adeguati per il dopo video. Follia? Furbizia? Azione protratta tesa al turpe utilizzo di un brand super gettonato e di altissimo contenuto: Dio, condito con la politica spettacolo, anche. Tutto mescolato insieme, in un pastone indigesto. Potrei accontentarmi di dire che questi individui sono burloni, deliranti profeti dediti al lucro, così tutto finisce lì. E invece nella terra di Wonder Woman e Billy the Kid succede che decine di milioni di persone, sì, hai capito bene, li seguono, li finanziano, li osannano e li temono (?) pregando, salmodiando e facendo avanspettacolo con loro. Individui logorroici dallo sguardo terrificante e dal conto in banca stratosferico. Sono i tele evangelisti, arrivano dalla profondità del pensiero americano andato in malora. Eppure una volta c’era l’America coi suoi possenti e presunti miti di riscatto morale e sociale. I Televangelisti muovono centinaia di milioni di dollari, viaggiano sui loro jet privati, posseggono residenze e tenute da favola, arroganti e pericolosi, sono una riserva di voti ghiotta e influenzano le masse. Hanno sepolto Dio e suo figlio, fingendo di tesserne le lodi. Fenomeno prettamente statunitense. L’Osceno Cosmico in loro trova una delle sue manifestazioni più eclatanti. Se hai tempo di leggere LA VIA DEL TABACCO dell’americano Erskine Caldwell ci troverai la loro capostipite, una erotomane invasata predicatrice senza naso. Passo e chiudo.

Se vuoi leggere qualcosa che ho scritto io